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domenica, Maggio 22, 2022

Femminicidio: ora basta!

Mentre sul web ancora in tanti criticano e irridono all’uso del termine femmicidio, a Palermo i genitori della giovanissima Carmela, morta per difendere la sorella dal “fidanzato”, chiedono giustizia

Piangiamo un’altra vittima, una ragazza di soli diciassette anni, e lo strazio è ancora maggiore perché è morta nel tentativo di proteggere la sorella dal suo carnefice. Chi è il carnefice? Un uomo incapace di accettare la fine della relazione, l’ennesimo.

Giorni fa nel Wisconsin un uomo ha fatto irruzione nel salone di bellezza dove lavorava la moglie, che lo aveva lasciato, e ha sparato all’impazzata uccidendo tre persone e ferendone quattro, prima di suicidarsi. Sembra che per questi individui la frustrazione della separazione sia talmente insostenibile da rendere la vita insignificante. Ma si tratta di una pena d’amore? La “passione” di cui si parla (purtroppo ancora) che c’è dietro questi delitti è la passione d’amore? E’ venuto il momento di sgomberare il campo. Basta con questo modo fuorviante di descrivere questi assassinii. Non è l’amore e non c’entra niente con l’amore quello che scatena la furia assassina di questi criminali.

E’ il bisogno, imprescindibile e fondamentale, di controllare e spadroneggiare nella vita della donna, della compagna che si scelgono e che, in un modo o nell’altro, diventa una vittima predestinata. Sì, perché evidentemente se è il controllo il bisogno che questi soggetti soddisfano nella relazione d’”amore”, vuol dire che quando la violenza non è conclamata da gesti fisicamente lesivi, è con certezza esercitata ad altri livelli, in una relazione in cui l’autonomia della donna è con ogni probabilità negata.

Il termine “femmicidio” non è un neologismo coniato da un femminismo estremistico e minoritario e non è nato per ragioni linguistiche. Risponde all’esigenza di individuare e rendere chiaro esattamente questo tipo di assassinio, delle donne che vengono uccise perché con l’uccisione si compie il gesto estremo di negazione della loro libertà e dei loro diritti di esseri umani. Ovviamente non riguarda una donna che viene assassinata per rapina o per qualunque altro motivo che non sia riconducibile a questo. Riguarda le donne stuprate, le mogli, fidanzate, figlie, sorelle, amanti che vengono soppresse perché mettono in discussione l’autorità che mariti, fidanzati, padri, fratelli, amanti pretendono di esercitare sulle loro vite.

Pochi giorni fa Michela Murgia ha pubblicato sul suo sito una lettera aperta a Mario Calabresi, direttore de “La Stampa” criticando puntualmente un articolo uscito sul giornale da lui diretto sul penultimo (!) femmicidio. La Murgia mette in discussione il taglio dell’articolo, il linguaggio usato, la prospettiva (tutto viene raccontato dal punto di vista dell’assassino), l’uso reiterato della parola “follia”, che pone tutto nella sfera dell’ineluttabile. E conclude: “Caro Mario, fai un gesto da apri-pista: ti chiedo se sei disposto ad aprire un tavolo di confronto – tra giornalisti e donne e uomini che ragionano di linguaggi – che definisca le linee di un codice etico per parlare con rispetto delle donne assassinate.”

Perché se è vero, come dice la Murgia, che queste morti sono inscrivibili in un fenomeno sociale dietro il quale il movente è la normalizzazione della violenza di genere, allora è anche vero che la prospettiva culturale, il linguaggio e il taglio degli stessi articoli giornalistici e dei servizi televisivi sono elementi importantissimi nella lotta alla violenza di genere e nella sua prevenzione. Troppo spesso quello che si legge e si ascolta su questi eventi tradisce un atteggiamento giustificativo, un punto di vista ancora intriso di elementi maschilisti e patriarcali. La formazione dei giornalisti e degli aspiranti tali sul tema del femminicidio e della violenza di genere è uno dei punti della Convenzione nazionale No More, convenzione contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio, redatta da un gran numero di associazioni e centri antiviolenza di tutto il paese e che si propone di organizzare una sorta di Stati Generali sulla violenza e il femminicidio alla fine del mese di novembre.

Purtroppo non sono rari commenti e articoli in vari blog che si scagliano contro l’uso del termine “femminicidio”, sostenendo che la sua invenzione serve solo a nutrire trame oscure di guerra tra i sessi, cosa che andrebbe a rimpinguare le casse di una serie di persone che, secondo gli autori, hanno trovato il modo di guadagnarsi il pane con il femminismo. Affermano che il fenomeno non esiste, è inventato. Che si sta montando una campagna diffamatoria contro gli uomini come a suo tempo faceva la Lega Nord con gli extracomunitari. Argomentazioni vergognose e a volte sorprendentemente stupide.

Definire femminicidio l’assassinio delle donne uccise “perché donne” non significa affermare l’innocenza e la bontà di tutte le donne, non significa negare l’esistenza e la gravità degli altri assassini, compreso l’assassinio dei figli, crimine orribile più spesso commesso da madri. Significa individuare la specificità di questo tipo di assassinio, riconoscerne l’origine sociale e culturale e percorrere ogni strada possibile per prevenirli e ridurne il numero.
(Fonte foto: Rete Internet)

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