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Esiste una caffetteria, in una dimensione migliore, dove si ritrovano i miti

La scorsa settimana si è ricordata la strage di Capaci, è stato fatto beato Don Puglisi ed è morto Don Gallo. Figure eroiche, uomini veri che si ritrovano lì, tra i buoni propositi, a sorseggiare caffè.

Magari esiste una caffetteria, in un’altra dimensione, dove al crepuscolo s’incontrano i migliori. Luci soffuse, musica buona, in un paradiso che non potremmo comprendere. Lì ci sono tutti. Don Puglisi che spiega sorridendo come funzionano le cose, lì in cielo, al suo nuovo amico Don Gallo, lamentandosi però per la puzza del sigaro.

Don Diana intanto, sorride nel vedere la scena e sorseggia il suo caffè. Le vittime della mafia, passando, fanno i complimenti a Don Puglisi: “Auguri Don, sulla terra ti hanno fatto beato”. Magari esiste una caffetteria, dove si concentrano le nostre energie migliori. Lì non si lavora più, né ci si dispiace più per gli altri, non si versa sangue ma solo tisane. Ci si rifocilla tra i pensieri migliori, ci si confronta. Magari questa scena accade davvero. Ci sono dei ragazzi nella sala che fanno confusione mentre giocano a biliardo, Vito ride di gusto, Rocco e Antonio si abbracciano dopo aver vinto un sacco di punti, c’è anche Agostino, sullo sgabello c’è seduto Vincenzo, affianco a lui ci sono Walter e Claudio.

A chiacchierare con la signora Francesca Morvillo c’è Emanuela. Ad un tratto i ragazzi scattano sull’attenti, interrotti soltanto da un conciso “State comodi” di Giovanni Falcone. Indossa la sua giacca grigio chiaro, la sua barba è ben curata, cammina lento e fiero, fino a sedersi per chiacchierare col suo amico Paolo che disegna angeli sulla sua agenda rossa: “Nonostante tutto questi ragazzi della scorta ci portano ancora rispetto”, gli dice nell’orecchio. I tavoli sono uno affianco all’altro ma si chiacchiera tutti insieme, si ride, si respira fierezza e intelletto. Tutto è semplice, tutto è sonoro, tutto è meravigliosamente tranquillo. Finalmente. “Smettila di prendere appunti e divertiti”, “Ma Professò devo scrivere il pezzo”, non ci riesce nessuno a distogliere Giancarlo Siani dalla sua passione, nemmeno il suo mentore, Amato Lamberti.

C’è chi beve caffè, chi degusta la sua bibita. Ognuno di loro ha compreso l’ovvio. Il sacrificio non è stato vano, ed è questo ciò che forse dovremmo costantemente ricordarci. I grandi vanno via, le loro azioni restano. Si è morti davvero quando non si hanno idee, quando queste non creano armonie nuove. La nostra esistenza, la vita di ognuno di noi, è tutta una grande produzione di atti. Don Andrea Gallo una volta disse: “Ama il tuo sogno seppur ti tormenta”, ma il concetto viene raramente compreso. L’eterno affannarsi della nostra epoca pigra e senza entusiasmo, rapisce i nostri sogni migliori, li rende retorici, non concretizzati dalle nostre paure. Non è poi così impossibile essere dei buoni politici o semplicemente essere persone perbene.

Se i messaggi di rettitudine, di coerenza e di dignità, espressi in vita da quelle persone che ora sono in quella caffetteria, fossero realmente interiorizzati nella cultura contemporanea, qui, in questa terra troppo veloce e troppo presa dal profitto, probabilmente l’evoluzione della nostra realtà sarebbe un processo possibile e concreto. Esistono dei messaggi, aliti di pianoforte tra i frastuoni delle grida, che non sono né possono essere dimenticati, poiché hanno migliorato la vita di ognuno di noi, e ancora potrebbero migliorarla se soltanto riuscissimo a tenerli sempre accessi, condividendone il senso e l’impegno.

Quella caffetteria non è poi così distante da noi, se ci concentrassimo, riusciremmo a sentirle quelle risate, quelle voci, quelle vittime del crimine organizzato che giocano a pallone nel cortile di quel bar, e allora forse se mettessimo anche noi in atto azioni positive, avremmo diritto ad essere chiamati uomini, avremmo la facoltà di dare un valore inestimabile alle nostre esistenze, avremmo la possibilità di essere ammirati e rispettati. Dare un senso alla propria vita, significa produrre qualcosa che possa diventare un bene per gli altri, al di là di ogni retorica religiosa o moralistica.

Se fosse costante l’etica della responsabilità, se non avessimo paura di fare una denuncia, un abbraccio, una poesia, se scrivessimo il nostro libro, compiendo ogni mattina il nostro dovere, sdegnandoci per il malaffare, se facessimo davvero tutto questo, accadrebbe allora che i sensi di colpa per quei ragazzi che giocano a pallone ci sembrerebbero minori, e saremmo degni di immaginarli davvero felici e in pace. Saremmo capaci quasi di sentirle le chiacchiere in quella caffetteria e di vederli quei ragazzi che giocano a pallone, fino a sentirlo davvero Lino Romano, ucciso dalla camorra qualche mese fa, mentre grida all’arbitro per un rigore mancato, lì, fuori alla caffetteria, in una dimensione migliore, racchiusa in ognuno di noi.
(Fonte foto: Rete Internet)

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