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Chi ha paura del Vesuvio?

Dobbiamo davvero aver paura del Vulcano o dobbiamo, più che la sua ira, temere la stupidità e la follia di chi lo abita?

In genere, con la cifra tonda c’è l’abitudine di celebrare gli avvenimenti di rilievo, c’è l’abitudine di sancire questo passaggio temporale e non si capisce bene se lo si fa per fini scaramantici, lucrativi o squisitamente autocelebrativi. Quel che succede è di per certo uno strano fenomeno ed è quello che porterà, per il settantesimo dell’ultima eruzione, ancora una volta l’attenzione sul Vulcano ma per quel tanto che basta per celebrarlo e poi dimenticarlo.

Ci si chiederà come è possibile dimenticarsi di un vulcano attivo, eppure lo si è fatto; in più di settecentomila ce lo siamo dimenticato, scegliendo questo luogo come dimora fissa e lavorativa; se lo sono dimenticati anche quei sindaci che in maniera più o meno esplicita hanno permesso di edificare là dove non era possibile e soprattutto non era opportuno farlo, rilanciando, col senno di poi, il testimone dell’infamia al successore, che ha, a sua volta, reiterato ipocritamente il gesto.

Il Vesuvio è invisibile e lo è perché così deve essere, perché così lo si vuole, perché deve sancire l’oblio edilizio che ha permesso di edificare ovunque attorno al Cratere, senza per questo porsi minimamente lo scrupolo per quel che si faceva e soprattutto dove lo si faceva, innalzando a fonte assoluta l’economia del cemento e a prescindere che fosse una casa privata o un edificio pubblico, che lo si costruisse su un conetto vulcanico o lungo un canalone, che seguissero norme antisismiche o che rasentasse il cielo.

Non mi soffermo poi sul fatto che il tutto lo si è fatto in pieno parco nazionale, perché è ormai evidente che la sua è un’entità più che mai fittizia, sancita addirittura dallo stato centrale con l’abandono più totale, con l’apertura delle discariche entro i suoi confini e questo con l’avallo delle autorità locali prone e ribelli a seconda della convenienza politica. Ma quello che voglio ribadire, è la pura follia del fatto che si sia reiterato un dolo collettivo in un’area fortemente vulcanica, facendo finta che il vulcano non esista; salvo sfruttarne l’immagine per fini economici e sciovinistici ma senza amarlo, senza conoscerlo minimamente se non attraverso sbiadite e deformate immagini riflesse.

In un modo o nell’altro, quest’anno, s’è parlato ancora una volta di Vesuvio e del mondo che vi girava intorno, in concomitanza dei settant’anni dall’ultima eruzione; se n’è parlato ancora per quell’indissolubile anello di rifiuti, che in maniera concentrica include quello altrettanto indissolubile anello urbanistico; se n’è ancora parlato per il rischio vulcanico, rendendosi finalmente conto dell’assurdità del precedente piano di evacuazione che teneva in conto i confini amministrativi per delineare le zone di rischio e consegnandocene un altro altrettanto assurdo e che nessuno mai applicherà perché nessuno mai si prenderà la responsabilità di evacuare centinaia di migliaia di persone dalla notoria e consolidata indole anarchica.

Questo piano ben presto manifesterà la sua incoerenza e inutilità, perché, ammesso che questo fosse stato realizzato in buona fede, non ricalcherà e non gestirà mai l’immagine reale di un territorio che, al di là della crisi e della sua natura, non smetterà mai di evolvere e di sfuggire ad ogni catalogazione razionale. Mentre i professori studiano il come evacuare settecentomila anime, queste crescono, aumentavano di numero o si sostituiscono a chi va realmente via e il tutto senza controllo, senza la possibilità di registrare la variazione di un fenomeno tanto sommerso quanto abusivo. Sappiamo realmente quanti siamo? Sappiamo veramente quante abitazioni esistono nel Vesuviano e le loro reali cubature? Quali strade, e quali vie di fuga gestiranno l’immane flusso?

Lo stesso vale per l’ambiente vesuviano: ci si riempie la bocca col Vulcano più famoso del mondo ma, come al solito, con la lusinga non si vuol far altro che nascondere le nostre colpe o, nel migliore dei casi, la nostra altrettanto colpevole ignoranza. Un Gran Cono saturo di turisti ma che diviene ricchezza per pochi eletti, quel che rimane del territorio, resta abbandonato a se stesso e a chi vuol gestirlo in maniera feudale. Un ente parco in mano alla più squallida e bieca politica clientelare e correntistica che altro non farà che continuare baroccamente ad esistere per giustificare se stesso e non la funzione per la quale fu istituito.

Su tutto però spiccano i vesuviani! Costoro sono i peggiori nemici dello stesso Vulcano, per non dire di se stessi, sono i primi a inquinarlo, sono i primi a non conoscerlo ma sono i primi ad offendersi a morte se poi se ne parla male; un po’ come lo si fa di una madre trascurata o una moglie più volte cornificata. Insomma, cos’è cambiato in settant’anni di quiete? Cosa abbiamo fatto per meritarcela? Chi ha dimostrato di essere più distruttivo? Il Vesuvio o noi?

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