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Un disoccupato si uccide: è un suicidio o è un omicidio sociale? E l’istigazione non dà tregua:

Per molti è una certezza: in Italia si vuole che vi siano folle di poveri perchè i pochi ricchi diventino sempre più ricchi. Questo piano distingue la crisi di oggi da quelle del passato. L’Italia delle due classi e dei due Stati.

E’ naturale che la sociologia e la psicologia sociale non possano dire alcunché di definitivo sul suicidio: alla fine tutti gli studiosi, quale che sia la scuola di appartenenza, si salvano l’anima trovando la radice dell’atto terribile nel più vago dei morbi, la depressione.

Nello sforzo dei positivisti di classificare le forme di suicidio c’è qualcosa di osceno, poiché non c’è gesto che quanto questo gesto estremo dipenda dall’ intenzione di chi lo compie, e cioè da un viluppo inestricabile di impulsi fiammeggianti e di freddi ragionamenti: le nostre intenzioni, soprattutto quando riguardano la sacralità della morte, appartengono solo a noi. Sergej Esenin prima di uccidersi abbozzò un’ultima poesia: morire non è nuovo sotto il sole / ma più nuovo non è nemmeno vivere.

L’anno dopo Majakovskij gli dedicò un affettuoso rimprovero postumo ricordando che il vivere è cosa di gran lunga più difficile del morire. Ma quando anche lui si accasciò sotto il peso insopportabile dell’esistenza, scrisse, quasi a chiedere scusa a Esenin, che la vita è solo un incidente: e come si dice di solito, ora l’incidente è chiuso. E si sparò.

E’ risaputo che il capitalismo accanto al suicidio filosofico e sentimentale, che ha una storia millenaria, mette una sua invenzione, il suicidio economico – finanziario: non solo, ma riesce perfino a prevedere, con razionale cinismo, le percentuali di diffusione del fenomeno nei momenti in cui il sistema dell’economia e delle finanze si affloscia. Anche oggi c’è chi si permette di fare statistiche sui suicidi che macchiano di sangue il tempo di questa terribile, interminabile crisi, c’è chi sostiene che in definitiva, a ben guardare e a ben contare, il numero dei suicidi non è aumentato, e c’è chi è pronto a dimostrare che il fenomeno sarebbe intenso anche se l’economia fosse in espansione: perché, spiegano, la voglia di uccidersi dipende quasi sempre da un mutamento di condizione, quale che sia il segno di questo mutamento.

“Il Saggiatore“ ha ristampato nel 2009 un libro che Anthony Giddens pubblicò nel 1971, “Capitalismo e teoria sociale“. Vi si legge un duro monito alle istituzioni: quando il sistema dell’economia va in crisi e crescono gli indici della povertà e della disoccupazione, lo Stato deve garantire più che in altri momenti uguaglianza e equità, per evitare che alle solite cause della disperazione di massa si aggiunga anche l’ingiustizia sociale, quella vera e quella percepita. Lo Stato italiano si limita, invece, ad amministrare “l’esistente: cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole la garanzia dei rapporti sociali de facto.“. Lo scrisse Zagrebelsky nel 2009 (La Repubblica, 7/11/2009. L’articolo si intitola Democrazia in crisi, società civile anche).

Non c’è giorno in cui ogni Italiano non veda la conseguenza di questa linea e non sperimenti che l’Italia è il Paese dei due Stati. Di qua c’è lo Stato inflessibile dei balzelli e dei tributi, lo Stato che non ha tempo per ascoltare la voce dei disoccupati, degli anziani, dei giovani dalla vita rinviata, come li chiama Luciano Gallino. Di là c’è lo Stato che vede gli evasori fiscali con Jet e panfilo, ma si gira dall’altra parte, lo Stato dei burocrati con 25 incarichi e 25 stipendi, degli alti dirigenti, delle migliaia di onorevoli in funzione e di ex onorevoli, dei consiglieri regionali, degli annessi e dei connessi, di benefici privilegi sinecure, lo Stato dei pubblici concorsi truccati e dei posti e degli incarichi assegnati solo ai figli di chi conta, lo Stato di una corruzione oceanica, di cui ogni giorno conosciamo capitoli nuovi.

Quelli che si sono tolti la vita con le proprie mani: il panettiere di Casalnuovo, il disoccupato che ha compiuto il gesto estremo nella sede nolana dell’ Inps, gli imprenditori costretti a dire agli operai, chiudiamo la baracca, la banca non mi dà più nemmeno un euro, i disperati che avevano vergogna di chiedere l’elemosina: tutti questi, a rigore di vocabolario, sono dei suicidi, Ma non sarebbe facile classificarli, inserirli nelle categorie definite da sociologi e da psicologi. Le folle che ai loro funerali hanno accusato di assassinio le istituzioni “sentivano“ che questa era la verità: un assassinio.

In questa Italia dalla democrazia zoppa, in cui tutta la classe politica è d’accordo nel sottrarci anche il diritto costituzionale del voto con le preferenze, l’ingiustizia sociale non è un principio astratto, ma cammina sulle gambe e ha la faccia di persone che ogni giorno incontriamo, vediamo, sentiamo, di persone che prendono lo stipendio per difendere lealmente i principi dell’equità, dell’uguaglianza, della giustizia sociale, e invece ne sono i più pericolosi nemici. L’ingiustizia sociale parla con le chiacchiere e con i soddisfatti sorrisi di certi politici che non conoscono la dignità del silenzio e dell’ombra.

Non c’è strada e non c’è piazza dei nostri paesi in cui chi ha occhi per vedere non veda ogni giorno muoversi le due Italie, i poveri e i ricchi, e non si convinca ogni giorno di più che i poveri diventano sempre più numerosi per consentire ai ricchi di diventare sempre più ricchi: in questa Italia solo “i ricchi leggono. Gli altri restano esclusi“. L’ha scritto Rosario Amato in un articolo dal titolo inequivocabile, L’ingiustizia culturale (la Repubblica, 10/2/2014). A chi serva questa crisi, a chi convenga che duri ancora un poco e che cessi un attimo prima del punto di rottura lo si capirà quando si studierà il flusso dei passaggi di proprietà di aziende, di palazzi e di ville, di quadri e di preziosi.

Se mi dicono che dal mese prossimo non mi possono pagare per intero la pensione, che mi devo accontentare di una metà, me la prenderò con la crisi, con l’Europa, con l’euro, con il destino, e con altri nomi astratti, o il mio pensiero inchioderà davanti ai miei occhi certi volti, certe espressioni, certi cognomi? Cosa farò, dopo?
Mentre rifletto seriamente sulle possibili risposte, la mia attenzione viene sollecitata dal titolo di un articolo di G.A. Stella pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, sabato 15 marzo: la buonuscita da sette milioni al re del Mose sotto inchiesta.

“Grida vendetta la liquidazione mostruosa“ – scrive Stella – data dal Consorzio Venezia Nuova all’ ex presidente: “7 milioni di euro formalmente privati ma di fatto usciti dalle tasche degli italiani“, “pari secondo i dati Istat al reddito di 312 anni di un altoatesino e a quello di 570 anni di un campano“. “Grida vendetta“ scrive più volte Stella: certo, è un modo di dire, ma nell’ Italia delle due classi suona cupo. Leggetelo l’articolo di Stella, leggete l’elenco degli annessi e dei connessi che il signore dei 7 milioni ha aggiunto, per sé e per i figlioli, ai 7 milioni di euro.

Se la vista non si appanna, rileggete le vicende del signore dai 25 incarichi, della signora dai 1000 appartamenti non dichiarati. E poi chiedetevi se in questa Italia che ha perso in tale misura il senso delle proporzioni non sia venuto il momento di cambiare il significato delle parole, e se per caso un suicidio non sia solo un suicidio, ma qualcosa di più. Ma questa è solo la prima puntata.
(Fonte foto: Dolorosa Sinaga, Faith and illusion, 2001)

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