Negli ultimi mesi, sconcertati episodi ai danni di bambini portatori di Handicap.
Non so cosa cavolo sia la normalità. Né tantomeno conosco il significato di anormalità. Io credo che esistano le persone, tutte maledettissamente diverse, tutte normalmente anormali. Poi c’è un luogo che Calamandrei ha definito “lo strumento nel quale la Costituzione scritta nei fogli diventi realtà”. Quel luogo è la scuola.
Un enorme contenitore, una incredibile fucina, nel quale l’eguaglianza, la democrazia e la solidarietà sono il sermo quotidianus di un motore che ha come combustibile la cultura. Il sapere ti insegna che la differenza è ricchezza e che l’incontro delle idee è lo stimolo principale alla conoscenza. La chiusura è un habitus iatale che ingenera razzismo e sopraffazione e partorisce stupidità e solitudine. Ognuno di noi è un melting-pot di vissuti, una miscellanea di esperienze, uno zibaldone di abilità riadattate e risagomate per costruire la via maestra della conoscenza. Chi ha paura del diverso ha paura in primis di se stesso.
Vive all’interno dei propri mostri esistenziali, tra pareti lugubri e orizzonti che finiscono ad un nanometro dal proprio naso. Dostoevskij e Handel erano epilettici, Beethoven era sordo, Van Gogh e Ligabue erano pazzi, Einstein e Kandinsky autistici, Hawking tetraplegico, la Merini internata in un manicomio. L’elenco potrebbe essere lunghissimo. Ma mi fermo qui. Io avrei voluto ogni giorno avere tutta questa masnada des indésirables nella mia classe. Ogni santa mattina. E con loro parlare di pittura o di musica, di astrofisica o di relatività, di letteratura e poesia. Invece, povero me, ho avuto tutti compagni di classe normali come me se non più di me.
Nella civilissima Napoli, nella città che più di altre conosce il significato della diversità, tra il popolo che ha il dna costruito come stratificazioni di uno scavo archeologico, laddove ad ogni strato sedimentato corrisponde un popolo, dagli Osci ai Greci, dai romani agli arabi, dagli Spagnoli ai francesi. Un popolo che ha sfidato gli oceani e le vette delle Alpi per mischiarsi ad altri ancora in terre lontane. Un popolo che custodisce gelosamente la passione per le proprie passioni: la terra, il Vesuvio, le origini, la mamma. Ebbene proprio la abbiamo assistito ad un caso sconcertante. In una scuola di Mugnano genitori hanno deciso di ritirare da una classe i loro figli per la presenza di un bambino affetto da autismo.
Una scelta, fortunatamente osteggiata dalla dirigente scolastica e severamente stigmatizzata dal Ministro Carrozza: "Vogliamo capire meglio quello che è accaduto – ha sottolineato Carrozza – ma la soluzione non può essere quella di cambiare sezione perché c’è in classe uno studente disabile. Questi sono episodi spiacevoli sui quali servirebbe anche un serio dibattito pubblico perché certi comportamenti danneggiano gli italiani e la scuola tutta" Tutto questo mentre ancora non si è spenta l’eco della vicenda di Casamicciola, nella quale un cartello fuori scuola invitava le famiglie a tenere i figli a casa l’indomani per evitare di partecipare alla festa per i bambini diversamente abili. Una trovata geniale! Degna di essere sanziona dagli Ulama con la Sharia.
Queste due vicende ci creano sconforto e indignazione. Ci sconforta la “normalità” di questi gesti. Fatti senza pensare al peso specifico sociale che essi hanno. Fatti come se la realtà non fosse altro che una normalissima fiction televisiva da quattro soldi. Essi, inoltre, ci indignano. Perché vengono fatti sotto i nostri occhi, con un grado di “strafottenza” verso chi crede e lotta per valori più alti che indigna e offende. Mi lambicco il cervello. Conosco fior fiori di colleghi che quotidianamente si prodigano per spiegare la bellezza della Divina Commedia, l’eleganza di Pindaro, la siderale armonia dei numeri, la magnificenza del Giudizio Universale.
E in tutto questo tourbillon di amenità non riusciamo a trasmettere una semplicissima regola: stare tutti insieme, custodendo gelosamente la propria singolarità ma cercando, nello stesso tempo, il completamento del proprio essere nel confronto con le mille diversità che ci circondano. La scuola è principalmente integrazione. Una integrazione che è sancita dai principi sociali e morali contenuti nella Carta Costituzionale.
Perderemo ogni battaglia, per una scuola migliore, per una società migliore, se abdicheremo al ruolo di educatori che voglio costruire il futuro includendo tutti in un metafisico abbraccio culturale e solidale. La nostra scuola non è solo di tutti ma è per tutti. E una scuola vera non conosce il bianco o il nero, il ricco o il povero, il normodotato o l’handicappato. Una scuola vera è solo e semplicemente una porta aperta.
(Fonte foto: Rete Internet)

