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C’è proprio bisogno del Liceo a quattro anni?

Sta suscitando qualche preoccupazione l’autorizzazione data dal Miur al liceo “Carli” di Brescia di ridurre da 5 a 4, in via sperimentale, il percorso di studi alle superiori.

 Ci sono segmenti della nostra vita scanditi da lunghezze che hanno il sapore di certezze. Sono tempi che ci appartengono, ritmi che accompagnano percorsi e che preludono a traguardi. Essi hanno significati che trascendono il mero susseguirsi di lassi temporali per sfociare in concretezze esistenziali.

C’è un tempo per tutto, un tempo giusto e un tempo amico. Un tempo che non si relativizza né assume significati diversi se visto da angolature differenti. I cinque anni della scuola elementare, pardon primaria, sono vagoni di un treno che giungono perfettamente in stazione per darti la possibilità effettiva di staccare il biglietto per la scuola media, la secondaria di primo grado. E il triennio delle medie è il tragitto ottimale verso lo step successivo della secondaria, da sempre cadenzata su un lustro che sembra infinito quando lo vivi di persona e infinitamente veloce allorquando lo rivedi con gli occhi della memoria.

È il tempo della certezza e della crescita. Il tempio cronologico della formazione individuale, che ti accompagna tra il biennio della pubertà e il rito catartico di iniziazione del triennio nel quale ti senti già adulto ma ancora maledettamente fanciullo. Poi, tra l’inconscio che ti attanaglia e la contezza che non vuoi ammettere, sai che l’Università ti aspetta con le sue sessioni che non hanno più il sapore degli anni ritmati e certi, ma hanno la sapidità ondivaga dell’incerto e la prospettiva nebulosa della brughiera del grande nord. Il ministro Carrozza ha deciso di lanciare presso l’Istituto paritario Carli di Brescia una sperimentazione che decurti di un anno il percorso della scuola secondaria di secondo grado.

Una concessione sperimentale una tantum ad una scuola che, grazie anche al suo status, lo userà per sondare il terreno o un disegno più ampio e articolato che, partendo dal Carli, investirà tutta la scuola Italiana? “Se ci fosse stata quando ero studentessa, anch’io mi sarei iscritta a una scuola come la vostra. Si tratta di un’esperienza che dovrebbe diventare un modello da replicare in tutta Italia anche per la scuola pubblica”. Queste le parole del ministro che hanno scatenato una ridda di polemiche e di interpretazioni. In primis i sindacati di categoria che hanno tuonato contro la ministra e la sua sperimentazione. Domenico Pantaleo, della FLC-CGIL ha commentato:

“Si affronta il tema della durata dei cicli scolastici con una sconcertante superficialità, non tenendo conto della finalità dei due cicli di istruzione, né dei curricoli né degli effetti sul personale. Non c’è alcuna visione strategica che punti ad innalzare l’obbligo scolastico a 18 anni che richiederebbe il rafforzamento e l’innovazione dei cicli scolastici. Vogliamo ricordare che proprio la scuola secondaria ha subito una riduzione, per effetto delle riforme epocali della ex ministra Gelmini, di oltre 22.000 posti e che già oggi registra alcune migliaia di personale a tempo indeterminato in esubero. L’operazione di riduzione di un ulteriore anno determinerebbe un taglio di 46.000 docenti e alcune migliaia di personale ATA. Tutto ciò comporterebbe l’impoverimento ulteriore della qualità formativa con un effetto devastante sia sul personale a tempo indeterminato che sul personale precario in attesa di stabilizzazione. Sul metodo, poi, rileviamo una straordinaria continuità di intenti con l’ex ministro Profumo: nessun confronto e decisioni prese nel chiuso di qualche stanza ministeriale da sparuti gruppi di esperti”.

Critiche di uguale portate sono state espresse dagli altri segretari dei sindacati nazionali. L’idea, diciamola tutta, ci lascia perplessi. In questa epocale epoca di tagli facciamo fatica a non pensare che dietro si nasconda un ulteriore modo per far cassa da parte dello Stato e poco ci convincono le rassicurazioni circa il mantenimento in servizio di docenti ed ATA nonostante la decurtazione di un anno. Diminuire ore nella scuola significa sempre tagliare personale. Eppure, ironia della sorte, si fa grande cassa sonora con l’idea di nuovi concorsi abilitanti, si danno vita a Pas e Tfa per immettere sul mondo del lavoro docenti abilitati che, a questo punto, non capiamo a cosa servono se non a costruire una nuova grande presa in giro.

Noi riteniamo, da sempre, che invece di decurtare si dovrebbe innalzare l’obbligo scolastico a diciotto anni con percorsi formativi adeguati a standard europei capaci di creare diplomati qualificanti e preparati. Invece di sottrarre anni e docenti si dovrebbe assumere il personale che ammuffisce nelle graduatorie da lustri infiniti. Era ed è sempre il tempo delle certezze dei saperi e dei percorsi e della stabilità del lavoro. Ma questa, purtroppo, è un’altra storia.
(Fonte foto: Rete Internet)

SCUOLA, CULTURA E DINTORNI

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