Nella Campania di fine Ottocento un gruppo di artisti diede vita ad uno stile straordinariamente innovativo, affine all’Impressionismo parigino, furono i cosiddetti “Costaioli”.
L’Ottocento fu un secolo pieno di svolte. Fu l’epoca dei primi grandi movimenti sociali, della Rivoluzione industriale e dell’ascesa socio-politica della borghesia. Un secolo che, anche in campo artistico, vide susseguirsi uno dopo l’atro scuole e stili completamente diversi. Forse, anche per questo, è oggi un periodo cui difficilmente gli storici dell’arte vogliono dedicarsi. Eccetto l’Impressionismo e le correnti simili, tutte nate negli ultimi decenni del secolo, che attirano per ovvie ragioni studiosi e ricercatori, si può dire infatti che gran parte dell’Ottocento, quello del Romanticismo, del Realismo e dell’Accademismo, è ancora privo di copiosi studi specifici.
Tra le ragioni di questo relativo disinteresse, anche da parte del grande pubblico, vi è chiaramente la particolare posizione di spartiacque che l’Ottocento ricopre, oltre che in campo politico e sociale, nel panorama storico-artistico occidentale. Epoca particolarissima per la nascita di nuove tecnologie, come la fotografia, e per l’avvento di un modo totalmente nuovo di concepire e plasmare l’opera d’arte, il XIX secolo ricopre lo scomodo ruolo di periodo di passaggio tra la storia dell’arte antica e la storia dell’arte moderna.
È soprattutto per questo motivo che la Campania non può ancora vantare di essere stata uno dei centri artistici più floridi del secolo. Sebbene non manchino infatti studi, anche dettagliati, sulle tre scuole più importanti dell’epoca, quella di Posillipo, quella di Resina e quella dei Costaioli, la storia dell’arte ufficiale considera tutt’oggi il territorio di Napoli solo una periferia artistica del tempo, concentrando le ricerche quasi esclusivamente sul movimento toscano dei Macchiaioli.
Eppure, le vedute “romantiche” della Scuola di Posillipo, di Resina e dei Costaioli -anche detti i “Pittori di Maiori”- non hanno nulla da invidiare rispetto al “pre impressionismo” dei Macchiaioli fiorentini, anzi, Giuseppe de Nittis, tra i primi impressionisti italiani, fu, a Napoli, tra i fondatori della Scuola di Resina, il cui verismo molto doveva ai coevi maestri di Posillipo e a isolati stili di pittori estremamente innovativi come Filippo Palizzi.
Più in generale dunque si può dire che la scuola paesaggistica campana dell’Ottocento contribuì, quantomeno alla pari del movimento dei Macchiaioli, allo sviluppo di una pittura moderna, fatta di tocchi e macchie più o meno ampie, che Oltralpe prese forma nel decisivo stile impressionista. Come considerare a questo punto le esperienze campane esperienze “minori” rispetto a quelle toscane, lì dove fu proprio sulle coste della Campania che andarono formandosi correnti incredibilmente affini a quella parigina? Come considerare “periferia” centri come Posillipo, Ercolano, Portici, Amalfi e Maiori che attirarono all’epoca l’interesse di artisti e critici da tutta Europa?
Basta vedere le opere dei Pittori di Maiori per capire che in Campania, più che altrove, l’Ottocento fu un periodo ricco di avanguardistiche scuole che anticiparono, in parte, i celeberrimi movimenti della Parigi di fine secolo. I Costaioli, in particolare, diedero vita ad una pittura molto simile a quella impressionista. Lo si capisce dai dipinti di Gaetano Capone, Raffaele D’Amato, Luigi Paolillo, Antonio Ferrigno (foto 1), Manfredi Nicoletti, Luca Albino (foto 2), Antonio Rocco, Pietro Scoppetta e gli altri maestri che fecero, tra Ottocento e Novecento, di Maiori e di tutta la Costiera amalfitana un importante centro artistico dell’Italia del tempo.
Se è vero che la “seconda ondata” di Costaioli non può del tutto dirsi indipendente dalle correnti parigine di fine Ottocento, le opere di Gaetano Capone e Raffaele D’Amato, al contrario, possono considerarsi a tutti gli effetti il prodotto di un Impressionismo italiano che, sebbene non influente come quello francese, vide proprio in Campania il suo centro più attivo. Ciò è evidente nel “Profilo” (foto 3), opera di Gaetano Capone, in cui i tratti di un profilo di donna, appunto, fuoriescono dalla tela grazie a copiose pennellate e leggeri tocchi.
Una tecnica molto vicina a quella indipendentemente maturata dagli impressionisti francesi, come Renoir, che mostra l’abilità e la genialità di una generazione di artisti campani che, contemporaneamente a quelli attivi a Parigi sul finire del XIX secolo, trasformarono radicalmente il concetto di pittura tonale, dando origine ad uno stile destinato a cambiare la storia. Il “Tableau vivant” della Costiera amalfitana non poteva che ispirare una simile pittura, fresca e colorata, fatta di teneri barlumi e scintillanti riflessi, di caldi toni e inaspettati bagliori.
(Fonte foto: Rete Internet)




