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Angelo Prisco, un caso ancora aperto

Diciassette anni fa veniva barbaramente ucciso Angelo Prisco. Da allora, salvo in pochi casi, nessuno si è più interessato alla sua storia. Quanta rassegnazione c’è in tutto questo, ma anche quanta omertà e quanta cattiva coscienza?

Non è nostra abitudine dimenticare, per lo meno, se questo accade, non lo facciamo con rassegnazione e si cerca in tal modo di rendere costruttivi i nostri ricordi. Non lo sarà di certo per il caso in questione, quello di Angelo Prisco, il finanziere ucciso nella Valle dell’Inferno, tra il Monte Somma e il Vesuvio, il 19 dicembre del 1995.

Non è nostra volontà farlo e per questo, a un anno di distanza dal nostro primo articolo, ne scriviamo un altro, per far sì che il suo ricordo non appartenga solo al dolore dei familiari ma alla memoria condivisa di tutti, di tutti i vesuviani. Di tutti coloro che non vedono la Montagna come un effimero baluardo naturalistico, roba da alternativi perditempo, ma come un luogo di condivisione di legalità, dove il rispetto della sua natura, del suo fragile ecosistema, possa essere un punto fermo e di riferimento per ciò che deve restare integro e condivisibile, nel pieno rispetto delle regole, e da tutti! E non feudo di pochi arroganti e malavitosi.

È con questo spirito che vogliamo proseguire la strada della memoria, perché sembra proprio questa a mancare in questo nostro strano paese. Per far ciò ci siamo incontrati con chi, oltre ad essere stato amico di Angelo, è stato tra coloro che hanno partecipato alle ricerche del suo corpo e alle indagini per giungere agli autori del crimine. Abbiamo passato una serata con Marcello Manfredi Maresciallo della Guardia Costiera del Comando di Castellammare di Stabia, oggi effettivo alla Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica di Torre Annunziata e siamo entrati nei dettagli della tragica storia Angelo Prisco.

Visto che ha partecipato alle operazioni di recupero del corpo di Angelo e anche alle fasi successive d’indagine, cerchiamo di chiarire alcuni passaggi, entrando magari nei particolari, anche perché, come spesso succede in questi casi, sono state riportate affermazioni erronee …
«All’epoca, oltre a essere collega di Angelo Prisco ero anche Responsabile del Nucleo Volontari NOPI Protezione Civile di San Giuseppe Vesuviano, fummo contattati dalla Polizia Municipale e dagli stessi amici di Angelo. Giungendo sul posto organizzammo le ricerche.»

Lei conosceva Angelo?
«Sì, siamo cresciuti insieme! Abbiamo fatto l’Azione Cattolica insieme, abbiamo fatto i Chierichetti insieme, presso i Padri Giuseppini, eravamo quelli del gruppetto del monumento! Quegli scalmanati che si riunivano e ne facevano di tutti i colori, ci si divertiva assieme. A un certo punto Angelo ha vinto il concorso nella Guardia di Finanza ed io sono entrato a far parte della Guardia Costiera e ognuno di noi ha preso la sua strada.»

Ma torniamo a quella mattina del diciannove dicembre.
«Quel martedì sera fummo contattati e ci riunimmo tutti presso il campo sportivo di Terzigno, dove assieme al personale della Guardia di Finanza, Carabinieri e, Corpo Forestale dello Stato, iniziammo le ricerche che andarono avanti per tutta la notte. Alle prime luci dell’alba ricordo che avemmo pure il supporto di un velivolo, un elicottero della Guardia di Finanza e insieme a noi parteciparono alle ricerche anche la fidanzata di Angelo, Isabella con il fratello Giannico perché, Isabella conosceva i percorsi che Angelo faceva, in quanto era abitudine che facessero queste escursioni assieme.»

Cos’è che ha fatto nascere l’allarme?
«Angelo era uscito alle otto del mattino e nel primo pomeriggio ancora non era tornato e non aveva dato notizie di sé. Angelo, quando usciva, tornava a casa dopo pranzo o prima dell’imbrunire. I genitori non lo vedevano rientrare e incominciarono a preoccuparsi, fu contattata la fidanzata che raggiunse San Giuseppe. Le ricerche durarono tutta la notte, la Montagna fu rastrellata palmo a palmo. Il corpo di Angelo fu trovato però grazie all’ausilio dell’elicottero che individuò dall’alto un corpo presso i Cognoli di Ottaviano, a circa una cinquantina di metri dal crinale, con la faccia e il corpo rivolto a terra. In quello stesso momento, Isabella, la fidanzata, stava percorrendo assieme al gruppo di ricerca il sentiero sottostante il crinale, oltre all’elicottero c’erano infatti il suo gruppo e un altro che percorreva il crinale. In quel momento, ricordo che Isabella, senza sapere dell’avvistamento, ebbe un mancamento. In quello stesso momento l’elicottero comunicò il ritrovamento, raccomandandosi di non farla avvicinare al luogo, per cercare di evitarle la visione. C’è da dire che la notte tra il 19 e il 20, Isabella, Giannico e altri colleghi della Guardia di Finanza e della Forestale, arrivarono nella Valle del Inferno ma non essendoci luce non salirono perché era molto pericoloso e proprio in quella circostanza Giannico, il fratello di Isabella, si fece male, proprio nel luogo in cui la mattina fu trovato il marsupio di Angelo; nel marsupio c’era la maglietta inzuppata di sudore che Angelo s’era tolto, salendo solo col pile.»

Come fu ritrovato il corpo di Angelo?
«Angelo aveva la rosa di pallini da dodici, quelli che si usavano e si usano ancora per la caccia alle lepri, sparata presumibilmente da una distanza di un metro e mezzo, due metri. Questo fu dimostrato dall’esame autoptico, infatti la rosa non aveva avuto il tempo di aprirsi, era molto stretta, partendo da più lontano ci sarebbe stata una minore concentrazione di pallini. Angelo fu ritrovato faccia a terra, con le mani a protezione sul volto e sulla parte alta del petto, con la pistola d’ordinanza a terra sul fianco.»

Quale fu il colpo mortale?
«La rosa colpì il petto, colpì gli organi vitali, Angelo morì sul colpo.»

Come si svolsero le indagini?
«Le indagini furono indirizzate principalmente sul mondo dei bracconieri e su chi andava a cavallo in quella zona. Angelo, solitamente, non andava a correre con la pistola; c’è da dire che in precedenza era stato alla caserma di Ottaviano del Corpo Forestale dello stato a denunciare qualcosa. Qualcosa di legato alle attività di bracconaggio, a denunciare che lui aveva incontrato questi personaggi più di una volta, che aveva avuto anche una discussione con questi …»

Ma era stato minacciato?
«Probabilmente sì.»

C’è una denuncia scritta?
«Scritta no. Fu una denuncia verbale. Andarono varie volte alla caserma di Ottaviano, lui e la fidanzata, Isabella. Se non ricordo male, lo stesso Comandante della caserma si mise a disposizione per organizzare dei servizi mirati alle attività di antibracconaggio. Ciò potrebbe lasciar presupporre che Angelo, quella mattina sapeva di incontrare qualcuno. Quella mattina andò armato… Perché? Perché aveva avuto in precedenza alterchi con questi personaggi e quindi si era cautelato, non certo per ammazzare o ferire, ma usare l’arma come deterrente. Poi, consentitemi di dirlo, Angelo non avrebbe mai sparato, Angelo voleva dissuadere quelle persone a continuare a cacciare, in un area protetta come quella del Parco Nazionale del Vesuvio.»

Ma la pistola, quando fu trovata, era nella fondina o …
«La pistola, l’aveva presa dal marsupio che aveva lasciato a valle; nella dinamica dei fatti, Angelo, con la pistola, ha rincorso il soggetto che, vedendosi raggiunto nella parte alta del crinale, si è girato e gli ha sparato. Ecco, questo è quello che è accaduto.»

Ci furono dei sospettati?
«Le indagini si orientarono tra chi frequentava la montagna, ciò soprattutto per vedere se questi erano stati sui luoghi immediatamente dopo i fatti, per vedere più che altro se avevano notato qualcuno scendere la montagna di corsa o altro; guardi, quello è un punto cruciale, lì arrivi da Ercolano, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, San Giuseppe e Ottaviano. All’epoca si pensò che Angelo potesse essersi imbattuto in corrieri della droga, in trafficanti d’armi, in qualcuno che tombava rifiuti tossici, ma questi furono solo i primi sospetti e le indagini furono poi focalizzate sul mondo dei bracconieri. Proprio perché i pallettoni trovati erano da dodici, ma anche perché ricordo che ci furono delle segnalazioni anonime che arrivarono agli inquirenti e alla polizia giudiziaria!»

Che tipo di segnalazioni?
«Notizie confidenziali che davano delle dritte.»
Del tipo?
«Del tipo che chi aveva ucciso il finanziere era da cercare nel mondo dei bracconieri di Somma Vesuviana.»

Qualcuno si passò la mano sulla coscienza!
«Qualcuno che, non solo poteva aver visto, ma che probabilmente quella mattina doveva far parte di quel gruppo e, non potendo esporsi, ha fatto quella telefonata. Le indagini portarono quindi a due personaggi, bracconieri, già noti al Corpo Forestale dello Stato. Uno di questi si chiamava R.M. (all’epoca dei fatti aveva 56 anni, ndr.), di Somma Vesuviana, di Rione Trieste se non sbaglio, l’altro si chiamava invece R.F. (all’epoca aveva 45 anni, ndr.), meccanico, anch’egli di Somma, i due usavano andar a caccia assieme. Poi, vicino al cadavere di Angelo, furono rinvenute carte di barrette di cioccolato e ricordo che il R.M. era un soggetto diabetico. Nella salita, nella corsa, un soggetto diabetico, sottoposto a stress fisico, nel caso di specie rincorso, va in crisi ipoglicemica. Furono arrestati tutti e due. Chi difendeva il R.M., ricordo era il noto avvocato Sergio Cola, di San Giuseppe Vesuviano. Questa cosa dette un po’ fastidio a molti cittadini di San Giuseppe, soprattutto a noi giovani amici di Angelo, anche perché grazie alla difesa del professionista, R.M., fu poi assolto.»

Ci fu quindi una prima condanna …
«Ricordo di sì! Ma poi R.M., fu assolto in secondo grado. Ma c’è un’altra cosa che vorrei sottolineare. Già un anno dopo i tragici fatti e nonostante il clamore mediatico creato intorno a questa storia, io stesso avevo potuto verificare che nulla era cambiato; più volte mi ero imbattuto in analoghi bracconieri che nel vedermi si davano alla fuga, ma ho avuto anche delle discussioni con loro, ho incontrato pure soggetti di Ercolano che andavano in moto, e ho chiamato più di una volta i colleghi della Forestale per farli intervenire ma la cosa più eclatante mi è successa quando, sempre un anno dopo, mi imbattei in due bracconieri, uno di questi, ricordo che lo riconobbi in un avvocato della zona, alla mia vista scappò mentre l’altro, con ancora la lepre in mano, mi puntò il fucile contro, e io gli puntai la pistola. Riuscii a farlo desistere, buttò l’arma a terra. Nel frattempo avevo già contattato la Forestale. Lui scappò ma fu preso più a valle dalla Forestale e l’arma fu sequestrata.»

Come è andata avanti la storia di Angelo?
«I genitori di Angelo hanno investito le loro risorse economiche per portare avanti le loro ragioni ma alla fine hanno desistito perché continuare a mantenere i successivi gradi di giudizio era troppo oneroso.»

Nessuno s’è fatto avanti? Nessuna Autorità s’è fatta parte civile per affrontare il processo? Ad esempio il Comune di San Giuseppe!
«No! Nessuno … anzi … se non era per noi giovani attivi … Mi ricordo solo l’Ispettore Terranova del Commissariato di San Giuseppe, assieme all’Ispettore Cutolo, che seguivano le indagini ed erano molto bravi, poi c’era anche l’Ispettore Antonio Arcari della Procura di Nola e le indagini erano condotte dal PM dell’epoca, ricordo il Sostituto Procuratore Dottoressa Giusi Loreto. Fu grazie alla ferma volontà del PM ma anche del Procuratore Izzo e di tutti gli inquirenti che si fece qualcosa. Angelo è stato ammazzato per difendere degli ideali e per difendere un bene comune. Quel bene comune che ogni cittadino, oggi, avrebbe l’obbligo morale di tutelare.»

Anche per questo, io sono qui.
«Molte volte, dagli ignoranti, Angelo è stato definito un giustizialista, uno che voleva fare l’eroe ma non era affatto così. Circolavano una serie di voci, che Angelo s’incontrava lì sopra con la sua amante, tutte fandonie! Angelo doveva sposarsi di lì a poco con Isabella. Voci messe in giro per infangare la sua immagine di persona pulita e ragazzo solare. Angelo era da sempre una persona responsabile ed in quella fase lo era diventato nei confronti della vita.»

Ma, volendo dare una ragione a quest’intervista, volendo dare un significato alla mia presenza qui, nel rivangare questa storia, a diciassette anni di distanza, quale può essere secondo lei?
«Non certo quello della Giustizia, perché se non sarà terrena, come di fatto non l’è stato, sarà sicuramente di altro tipo. Ma il fatto stesso che io e lei siamo oggi qui a parlare di Angelo e a scrivere di lui, fa sì che il suo ricordo riviva tra noi, non come persona, perché l’essere umano è solo materia, ma nei suoi, e nei nostri ideali, di chi crede nel rispetto delle regole… delle regole della vita, non nelle regole dell’uomo, che sono diverse, queste sono quelle che nella società vengono imposte. Le regole della vita, sono quelle che invece, naturalmente andrebbero osservate … Ecco! Angelo per questo è morto!».

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