La battaglia dell’Orsa: cause pilota per ottenere il riconoscimento dei dieci anni di esposizione al minerale – killer. Il caso dell’officina di Santa Maria la Bruna. Ciccone: “Tematica attualissima”
Dieci anni continui di esposizione all’amianto: tanti servono affinché un lavoratore ottenga i benefici previdenziali. È l’articolo 13 della legge 257 del 1992, nata proprio per mettere fine all’uso dell’amianto suoi luoghi di lavoro. Ma la strada che porta ai benefici (in pratica un coefficiente che moltiplica gli anni di lavoro) è spesso impervia. Una cinquantina di operai dell’officina ferroviaria di Santa Maria la Bruna, a Torre del Greco stanno ancora lottando per ottenere il riconoscimento dall’Inail. Si chiamano “cause pilota”: un giudice deve decidere se i dieci anni sono effettivi, quasi sempre dopo aver nominato tecnici e periti. A seguire i lavoratori sono spesso i sindacati: con l’Orsa, il sindacato autonomo molto presente nel settore dei trasporti, ci sono una decina di casi.
Spiega Angelo Ciccone: “Ci sono persone che stanno aspettando da 15 anni, ma soprattutto abbiamo riscontrato una diversità di trattamento tra il Nord e il Sud. Nel Settentrione il riconoscimento degli anni di esposizione è stato ottenuto con maggiore facilità, senza la necessità di passare alle vie legali. Ed è questa la cosa che amareggia di più, soprattutto perché stiamo parlando di Santa Maria la Bruna”. Sì perché l’officina dove avviene la manutenzione dei rotabili di Trenitalia è un simbolo della lotta al minerale killer. Nel lontano 1989 i lavoratori iniziarono una battaglia dura per denunciare la grave pericolosità dell’amianto. Tracce di questa sostanza si erano riscontrate nei polmoni di due impiegati e a Santa Maria La Bruna le condizioni di lavoro degli operai addetti alla scoibentazione delle vetture ferroviarie non garantivano nessuna sicurezza.
Ci furono ben 45 giorni di occupazione dello stabilimento. Fu il pretore di Firenze, Beniamino Deidda, già titolare di un’inchiesta sul rischio amianto, a sbloccare la situazione, sequestrando l’officina. “Da allora lo stabilimento di Santa Maria la Bruna è diventato un esempio da seguire, un caso. Una sentenza stabilì che quei 45 giorni di mobilitazione dovevano essere pagati e, successivamente, fu creata una zona protetta e si isolò la porzione di officina interessata dalla presenza di amianto”, continua Ciccone. Ma molti fronti restano aperti e il riconoscimento previdenziale è uno di questi. Ci sono i casi limite: Ciro P., dopo 31 anni sui treni e una ventina a Santa Maria la Bruna ha ottenuto il riconoscimento di 9 anni e sei mesi. È a un passo dal traguardo e sta aspettando, come altri, che arrivi la sentenza.
Ma c’è pure chi non ha avuto questa possibilità: quelli dell’Orsa mostrano il certificato di un loro collega, morto di mesotelioma. Ciccone, poi, non ha dubbi: la questione dell’amianto è tuttora apertissima. Spiega: “I recenti avvenimenti, soprattutto quelli legati allo sversamento illegale di rifiuti, dimostrano che di amianto si deve ancora parlare. Noi chiediamo uno screening dei lavoratori di Trenitalia che si sono ammalati, anche se l’azienda ha comunque fatto dei passi avanti rispetto al passato sul tema della tutela della salute”.

