Alcune pagine della storia del brigante Antonio Cozzolino detto “Pilone” – le “amicizie”, le trappole, le lettere anonime, i tradimenti, e la sua stessa uccisione – ricordano altre pagine della storia d’Italia. Ho scritto “I briganti del Vesuvio” 15 anni fa, e le copie del libro vedo che sono vendute sui soliti “canali” di “internet”. Non so come accada. Perdonate la mia ignoranza. Riscriverò il libro, che raccontava la storia del brigantaggio vesuviano non da un solo punto di vista, e cambierò il titolo. Apre l’articolo un’immagine tratta da un post di Alfonsina Bellio.
Il brigante Antonio Cozzolino devastò il territorio tra Boscoreale e Ottajano dal 1861 al 1863, anno in cui fuggì a Roma. Nel 1868 tornò nel “suo” territorio e le autorità impartirono alle forze dell’ordine una disposizione chiara e netta: bisognava evitare che il brigante, catturato, finisse danti a un tribunale e incominciasse a “cantare”: dunque, era necessario ucciderlo. La provincia fu messa in stato d’assedio, si allertarono spie e informatori, tutti quelli che “odoravano” di rapporti con Pilone furono sorvegliati con la massima cura, e prima tra tutti la sorella, moglie di Francesco Baino, ex gendarme borbonico, diventato agente sanitario in Sorrento e destinato, con scarsa cautela, o con molto acume, -dipende dai punti di vista- a controllare “gli approdi delle barche”.
Il 9 maggio 1870 Giulio De Gasparis, brigadiere dei Carabinieri di Boscotrecase e tre militi salirono ad “appiattarsi” nel bosco del Mauro, avendo saputo che lì si nascondeva il brigante. All’improvviso sentirono dei fischi modulati ad arte, come segnali, e subito dall’intrico tenebroso dei cerri uscì nel chiarore lunare la fantastica forma di un uomo alto, curvo nelle spalle, che si muoveva con sospettosa lentezza, zoppicando. Il De Gasparis, ligio alle regole, uscì allo scoperto e intimò l’alt. Pilone gli sparò due colpi di pistola che gli frantumarono “l’osso sottostante al ginocchio”: il brigadiere morì dissanguato. Tra le querce e i castagni si svolse la caccia notturna: i tre carabinieri inseguirono il brigante rispondendo con le carabine ai colpi del suo Lafrancheux, finché egli non si dileguò nel profondo del bosco. Ci furono molti arresti e il sindaco di Boscoreale, la cui moglie era sorella di Pilone e che secondo gli informatori tollerava che “il briante” passeggiasse la sera per le vie del paese “come fosse il re”, fu messo sotto sorveglianza, e con lui gli ambigui fattori e guardiaboschi di Giuseppe IV de’ Medici. Michele Biancone, un “paglietto” che faceva la spia per conto del Sottoprefetto Alessandro Righetti, disseminò il territorio di trappole. Le lettere anonime flagellarono senza pietà conniventi veri o presunti di Pilone.
Di Salvatore Paolillo, sacerdote di Resina, si scrisse che egli conservava i biglietti del brigante ” al di sotto dei quadri”. La polizia non poté controllare, perché il Paolillo aprì agli investigatori la sua “fabbrica di cuoio”, ma non l’abitazione: e gli investigatori non fecero obiezioni. L’anonimo autore di un velenoso “esposto” del 12- 7-70 affermò che era Pasquale Cola, “una belva, un camorrista”, colui che impediva “di purgare questa nostra tormentata provincia dal fuoruscito Antonio Pilone”. I Carabinieri in una nota riservata dichiararono che don Pasquale era un pessimo soggetto e che frequentava Scafati e Boscotrecase “perché interessato al dazio consumo” di quei Comuni, e anche perché a Boscotrecase, ai Bergamaschi, possedeva una masseria. Ma non ci andava più, da quando Pilone era tornato. Rivelarono infatti i Carabinieri, a smentire l’anonimo, che già nel ’62 don Pasquale aveva promesso alla questura di consegnare il brigante. L’ultimo agguato al brigante fu preparato con cura, perché egli non ne uscisse vivo. Il 14 ottobre 1870 un traditore lo portò in un cerchio di poliziotti che, vestiti in borghese e mischiati con la folla, avevano occupato, sotto la regia del delegato Petrillo, un lungo tratto di strada a Napoli, tra l’Albergo dei Poveri e l’Orto Botanico. Pilone scendeva dal Museo a passo lento, per la zoppia: forse lo accompagnava il suo “giuda”.
Indossava una giacca di velluto, pantaloni di tela a righe, una cravatta viola, e un panciotto nero, che teneva aperto, “come costumano i contadini”, scrisse il cronista del “Pungolo”. Calzava un cappello bianco e gli occhiali azzurri rendevano più gentile “il profilo regolare e piuttosto bello” del volto. Un attimo prima di entrare nel cerchio, il giuda si allontanò. Pilone intuì, ma gli era già alle spalle l’appuntato Generoso Zicchelli e gli premeva le costole con la punta del pugnale e con la canna del revolver, dichiarandolo in arresto. Pilone si girò o sembrò che volesse girarsi, con la mano sul coltello: l’appuntato gli piantò il pugnale nel petto. Pilone crollò a terra e da terra cercò di parare i colpi che Zicchelli e un compagno gli vibravano con furia in faccia e nello stomaco. Ebbe ancora la forza di accovacciarsi nella pozza del suo sangue, come per difendere il volto dalle lame; la gente assisteva all’assassinio come diventata di sale e i questurini gridavano di star calmi, di non aver paura, poiché l’assassinato era Pilone. Infine lo caricarono su una carrozzella: dalla gola gli uscì un cupo ultimo rantolo. Morì prima che la carrozzella entrasse nel cortile della questura.








