Tutti gli storici hanno sottolineato il comportamento, diciamo così “particolare”, che il re d’ Italia tenne il giorno in cui i fascisti iniziarono la marcia su Roma. Non volle dichiarare lo stato d’assedio, anche perché “la sua natura scettica dubitava della solidità del regno d’Italia” ( A. Lyttelton). Sono stati consultati i libri di Salandra, Lyttelton, Ferraris, Repaci e De Felice.
Le gravi difficoltà incontrate dal partito liberale e da popolari e socialisti nel dare una risposta concreta ai problemi del ceto medio e nell’eliminare le oggettive condizioni di guerra civile che agitavano l’Italia settentrionale resero più agevole per i fascisti la conquista del potere.
“(A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Editori Laterza, Roma-Bari, 1974, p. 123). Tra il 13 e il 15 luglio 1922 gruppi di fascisti armati guidati da Farinacci occuparono Cremona, costrinsero alle dimissioni gli amministratori e spinsero i socialisti a proclamare uno “sciopero generale legalitario”. Sotto la minaccia dello sciopero venne formato rapidamente, forse anche su sollecitazione del re, un secondo governo Facta. I fascisti, vestiti ancora una volta da “difensori dell’ordine”, colsero l’occasione e contrattaccarono ottenendo un completo successo (la loro vittoria più clamorosa e importante fu l’espulsione dal municipio milanese della giunta comunale socialista). “Dopo di allora nessun dirigente politico pensò più che fosse possibile formare un governo senza i fascisti: si trattava ormai soltanto di sapere se la loro sarebbe stata una posizione subordinata oppure dominante.”( A.Lyttelton, op.cit. p. 130). Mussolini a un certo momento decise di affrettare i tempi della conquista del potere, perché temeva il ritorno in campo di Gabriele D’ Annunzio e la costituzione di un ministero Giolitti. La decisione di marciare su Roma venne presa il 16 ottobre a Milano, in una riunione in cui erano presenti Mussolini, il segretario del partito Michele Bianchi, i capi della Milizia Balbo, De Vecchi e De Bono e due generali in pensione, Ceccherini e Fara. La notte della marcia (27-28 ottobre), nell’incontro convocato d’urgenza da Facta, il generale Pugliese dichiarò, senza giri di parole, che i fascisti avevano potuto occupare senza colpo ferire le prefetture e gli uffici telefonici e telegrafici di Firenze e di Perugia e che il governo non aveva saputo evitare, con risoluti e concreti provvedimenti, che per tutta la giornata del 27 le milizie fasciste riempissero, indisturbate, i treni in partenza per Roma. Rimane ambiguo il comportamento di Facta: il 26 ottobre De Vecchi e Ciano si recarono da Salandra per comunicargli che l’azione fascista era imminente e per chiedergli di informare il re che si trovava a San Rossore. Non riuscendo a comunicare con il re, Salandra si recò da Facta e gli disse che era necessario che il re tornasse a Roma e che si prendessero provvedimenti estremi, che però Facta non voleva adottare, essendo persuaso: “che le minacce dei fascisti fossero in parte un bluff, fidente ad ogni modo nella possibilità del governo di resistervi.” (A. Salandra, Memorie politiche, Milano, 1951, pgg. 20-22). Ritiene il De Felice, confortato dalle testimonianze di politici protagonisti di quelle tumultuose giornate, che Facta abbia creduto fino all’ultimo momento di giungere a un compromesso con Mussolini: “Facta non telegrafò nulla al re sino alle ore 0, 10 del 27 e, quando si decise, lo fece in una forma estremamente vaga, sostanzialmente ottimista e dilatoria; il sovrano, per altro, non dovette essere per niente rassicurato e infatti si mise subito in viaggio per la capitale e sappiamo si sarebbe doluto di essere stato informato con tanto ritardo.” (R. De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere, 1921-25 – Torino, 1995, pgg.355-56). Alle ore 9.00 del 28 ottobre Facta si recò al Quirinale e chiese al re di sottoscrivere il decreto di stato d’assedio. Ma il re si rifiutò: fu un colpo di scena, sulle cui cause a lungo hanno discusso i contemporanei e gli storici. Secondo il Lyttelton, il re adottò quella decisione perché aveva una fiducia assai scarsa nella classe politica e negli alti comandi dell’esercito, che non nascondevano le loro simpatie per i fascisti. Lo stesso generale Armando Diaz, che, di fatto comandante supremo dell’esercito, in una intervista rilasciata alla “Nazione” il 28 ottobre non aveva nascosto le sue simpatie per il fascismo, secondo Salvemini in quello stesso giorno avvertì il re che non si poteva fare assegnamento sulla lealtà dell’esercito. Vittorio Emanuele III, scrive il Lyttelton, “era per temperamento un pessimista e aveva scarsa fiducia sia nei suoi consiglieri che nei suoi sudditi. Era acutamente consapevole del fatto che, più intelligente di quanto fossero in media le teste coronate, egli mancava però della presenza e del calore umano necessari ad ispirare una devozione personale. Infine, la sua natura scettica dubitava, non del tutto a torto, della solidità del regno d’Italia.” (A. Lyttelton, op.cit., p.147- 148)). Secondo il De Felice (op.cit. pp. 360-362) il re era anche preoccupato per l’ambiguo atteggiamento del duca d’ Aosta, che alcuni nazionalisti proponevano a Mussolini come re al posto di Vittorio Emanuele III. La decisione del re fece capire a tutti che ormai Mussolini era padrone assoluto del campo: lo capirono gli industriali, lo capirono i liberali, lo capì L. Albertini, il direttore del “Corriere della Sera”, il quale, dopo aver sostenuto a lungo il progetto di un governo Giolitti, il giorno 29, in una telefonata a Nicola D’Atri, legato da saldi vincoli a Salandra, ammise che la situazione era giunta al passaggio cruciale: o si dà l’incarico a Mussolini, o gli si dice recisamente di no, con tutte le conseguenze che era facile prevedere. Facta e il suo governo si dimisero la mattina del 28, dopo che il re si era rifiutato di firmare il decreto per lo stato d’assedio. Cosa sarebbe successo, se l’avesse firmato?







