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Una simpatica ingiuria napoletana intraducibile in italiano: “nzallanuto”

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Ricco è, nella lingua napoletana, il repertorio di parole che indicano i vari livelli della stupidità, dello smarrimento, dei mutamenti repentini dell’umore. Alcune di queste parole sono fornite dal lessico alimentare: cetrulo, vruoccolo, turzo, maccarone. E i Napoletani non dimenticano gli scherzi che combina la luna, quando “’nzallanisce” i mortali. Correda l’articolo l’immagine di un autoritratto “distruttivo” di E.Schiele.

 

I Greci condivisero con gli Egiziani e con i Mesopotamici la convinzione che Selene, la dea
della Luna, provocava, nelle donne e negli uomini, danni di varia durata e intensità
all’intelletto, repentini mutamenti di umore, e quando era particolarmente irritata, anche
attacchi di epilessia. Lasciamo da parte miti e leggende di cui la dea fu la protagonista:
diciamo solo che gli antichi non trascurarono mai il fatto che era una dea della notte: e se il
Sole è luce e vita, la Notte è sonno e morte. E così “selenikòs” era il “lunatico, l’epilettico”
e “seleniasmòs” fu “il male lunatico”. E nel Vangelo di Matteo (4, 24) si dice che Gesù
curava gli indemoniati, i paralitici e i “seleniazomènous “, quelli colpiti dal “male della luna”
e che a Lui un giorno si presentò un tale che Lo implorò di aver pietà di suo figlio e di
salvarlo, perché era stato colpito dal “male della luna” e “perciò spesso cadeva nel fuoco e
nell’acqua”. Il Latino tardo registra l’aggettivo “lunaticus” nel significato di “maniaco,
epilettico” e anche di “abitante sulla Luna”, sia in senso reale che in senso metaforico.
Sono rari e non recenti i casi in cui l’aggettivo italiano “lunatico” indica chi soffre di
epilessia”, mentre diffuso è il significato di “stranamente volubile, scontroso” (Devolto-Oli).
Non posso non citare il viaggio di Astolfo che Ludovico Ariosto fa andare sulla luna alla
ricerca, nei cumuli di senni smarriti, del senno che Orlando ha perso per il tradimento di
Angelica. Dunque ‘”nzallanuto” è la traduzione napoletana di “inselenito” e Francesco
D’Ascoli, nel suo “Dizionario etimologico napoletano”, lo spiega come “stordito, confuso,
intontito”: “tene ‘a luna storta”, “tene ‘o male ‘e luna”, Ed è una spiegazione convincente,
perché l’aggettivo napoletano evoca, anche con la suggestione fonetica, l’immagine di uno
che all’improvviso si trova in una situazione che lo sorprende profondamente, e lo getta in
uno stato di smarrimento espresso dallo sguardo, dal movimento delle braccia, dal volto, e
dal farfugliare. A Napoli “ ‘o vruoccolo” è lo stupido, il babbeo. Secondo alcuni studiosi,
l’insulto esatto è “per’’e vruoccolo”, “ piede di broccolo”, insomma “’o turzo”,una parte
inutile dell’ortaggio. Nel sonetto “ Er testamento der Pasqualino” Gioacchino Belli chiama
“torzetto”, torso di broccolo, un romano che vendeva l’ortaggio. E in un altro sonetto,
“broccoli” sono i cardinali di un “collegio fiacco”, in mezzo ai quali il  Papa è “come un fiore
che non fa primavera”.Secondo altri, “’o vruoccolo” indicava gli sciocchi e i “semplici”
d’animo e di espressione, perché, quando i Napoletani erano “mangiafoglie”, i broccoli
venivano coltivati sulle colline della città,  negli orti e tra le capanne e i casolari ancora
abitati da “terragni” grulli e fessacchiotti nello sguardo e nei modi. Ma anche l’italiano
“broccolo” può significare “stupido, tonto”. E allora c’è chi fa dipendere tutto dal latino
medioevale “broccus” ( o “brocchus”), che indicava  una persona “ con i denti in fuori” – ed
è facile immaginare quale sia l’espressione di un volto in cui tutti i denti “ sono in fuori” –
e, poi, per traslato, fu appioppato, questo “broccus”, anche ai cavalli vecchi – i brocchi –
che portano la somma dei loro anni scritta sulle labbra che si ritirano e lasciano scoperta la
dentatura. “Cetrulo” diventa un insulto perché ha un sapore sciapo e anche perché è
immagine del membro virile, il cui nome con la doppia “z” italiani e Napoletani usano per
indicare un buono a nulla. Infine, “maccarone”: secondo gli studiosi della lingua
napoletana l’insulto completo è “maccarone senza pertuso”, senza buco: insomma quei
maccheroni che sono pesanti da digerire. In Basile e in Cortese è ingiuriosa l’immagine del
“maccarone senza sale “, e si capisce perché. Il babbeo napoletano è così confuso e
stordito che davanti a un piatto di maccheroni non riesce nemmeno a tirar su una forchettata di pasta e allora, farfugliando, prega i maccheroni di lanciarsi da soli nella sua bocca. “Maccherone, sautame ‘ncanna”, “ Maccherone saltami in gola”. Il resto alla
prossima puntata: i Napoletani non temono rivali come filosofi della stupidità.

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