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Una cultura dura a morire

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L’ultima sera di Carnevale una ragazza di 24 anni è stata aggredita e violentata in un ascensore della stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano da tre giovani. I colpevoli sono stati arrestati e consegnati alla giustizia. Un episodio deprecabile, un crimine dal quale tutti prendiamo le distanze. Ma nei modi e nelle parole che usiamo, in molti dimostriamo di essere portatori di una cultura dura a morire. Una cultura infarcita di antichi pregiudizi che favorisce il crescere di queste ed altre violenze.

A dimostrarlo ecco alcuni episodi pubblici o di cui sono stato diretto testimone. Primo. Appena venuto a conoscenza del fatto, il sindaco di San Giorgio in un affrettato comunicato parla della violenza “se accertata”. Sull’”accertamento” nelle cronache giudiziarie si sono versati fiumi d’inchiostro: se la vittima ha provato piacere, se è stata consenziente, se si può parlare di violenza dal momento. che indossava un jeans pure stretto”. “Benedetta ragazza, ma con che amici se la faceva!”: ha detto il Presidente della Circumvesuviana, nella smania di essere il protagonista assoluto di tutti i fatti che avvengono sui suoi treni, bus e stazioni, eroici o squallidi che siano. E questo è il secondo episodio.

Terzo. Nella sala d’aspetto dello studio del mio medico di famiglia a Barra, alcune donne, di quelle forti e determinate che manco se li vedono gli uomini, commentano il fatto: “Avevano già tentato due settimane prima, e lei continuava ad andare in quella stazione, vestita in quel modo poi…”. Accertare se c’è stata e se è stata violenza; la provocazione nel modo di vestire e magari di parlare; il frequentare con leggerezza (o peggio) amici e luoghi pericolosi. Tutti elementi contro la vittima, che quasi giustificano gli aggressori. Come se si potesse cambiare di un grammo il peso del crimine commesso!

Quarto episodio. A una riunione, Antonio, impegnato a sostenere gli anziani di San Giorgio nei bisogni e nei diritti, prima che si prendessero gli autori della violenza, dice con convinzione:” Saranno stati, al solito, ragazzi di Barra, Ponticelli. Arrivano con i treni della Vesuviana, e si rendono responsabili di aggressioni, scippi, rapine”. Un tema ripreso da parecchi sangiorgesi prima della fiaccolata. E poi anche dalla stampa che parla delle stazioni “impresenziate”. Che non c’entrano niente con questo episodio, ma che rappresentano un altro tipo di violenza contro i cittadini delle periferie.

E non ci si rende conto che in tal modo si contribuisce ad alimentare pregiudizi, diffidenze e poi sospetti verso intere comunità. Da Piscinola e Scampia verso il Vomero; dai Quartieri Spagnoli e dalla Sanità verso il Centro; da San Giovanni, Barra e Ponticelli verso Portici, San Giorgio e San Sebastiano: una marea di giovani violenti e criminali!. E’ così rassicurante trovare o immaginare i colpevoli della violenza fuori del nostro gruppo. Istintivamente difendiamo la vittima: e come d’incanto cadono tutti i pregiudizi verso la vittima!

L’ultima testimonianza che voglio portare. L’altro giorno, Antonella, un’amica e compagna del sindacato, ha detto cose sulla violenza che io non avevo mai sentito. La violenza sulle donne è la madre di tutte le violenze. La prima in famiglia, da quando esiste la famiglia; da essa si è passati alla violenza sui bambini, gli anziani, i disabili; e poi sui deboli, i malati di mente, i poveri, gli omosessuali, gli immigrati, gli stranieri, infine su interi popoli ed etnie. La cultura della violenza, della sopraffazione, della superiorità è cominciata con la donna e sulla donna continua ad esercitarsi. E non risparmia nessuna categoria: carnefici e vittime, uomini e donne, cittadini e rappresentanti delle istituzioni, della politica, della religione, perfino della magistratura.

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