Il quadro (olio su tela, cm. 115 x 208), portato a termine da Francesco Netti nel 1881, venne comprato dalla regina Margherita per lire 10.000 e ora fa parte delle collezioni del Museo di Capodimonte. Il genere della “pittura pompeiana” si diffuse in tutta Europa nella seconda metà dell’’800 grazie ai “mercanti” di Parigi e di Londra: favorirono il successo “la nostalgia dell’antico” e la possibilità concessa ai pittori di sperimentare, all’interno del realismo, nuove tecniche cromatiche e nuovi moduli di impaginazione. Netti si dimostra in quest’opera degno allievo di Domenico Morelli.
Nel quadro Francesco Netti ha messo insieme storia, dramma e teatro. Il nostro sguardo entra nella “scena” dall’angolo in basso a sinistra e va verso il fondo, seguendo il “movimento” non lineare delle pareti. Dunque, il primo piano è del gladiatore sconfitto e ucciso, che viene trascinato via, come se fosse un mucchio di resti del banchetto, da un servo:l’altro servo pulisce il pavimento. La postura dei due servi contribuisce a fermare la nostra attenzione sul corpo dell’ucciso. Il piano intermedio del quadro è occupato dal gladiatore vincitore, circondato da donne che gli fanno festa e si congratulano con lui: con raffinato senso del teatro il pittore non ci mostra il volto, perché il vincitore sta tutto nella posa a busto dritto, nel gladio che è parte integrante del braccio teso, nell’elmo “clamoroso”. Una donna, con la mano sinistra, ci indica l’ultima parte della sala, che è rialzata rispetto alla prima ed è segnata dal marmo e da lastre bianche: nell’ombra si muovono, indistinti, i banchettanti, e una donna seminuda e un convitato steso a terra da un’arma micidiale, il vino, portano il nostro sguardo verso l’angolo in basso a destra, che “chiude” il quadro e la scena con la macchia di sangue e con l’arma del gladiatore ucciso. Mariateresa Mormone scrive che anche questa opera porta il segno della “crisi espressiva del verismo che utilizza il quadro di storia per esprimere contenuti morali”. Non si può escludere, tuttavia, che Netti non alluda alla spietata indifferenza di molti suoi contemporanei, ma tenga conto di ciò che scriveva Seneca in una lettera a Lucilio (1, 7) sulla crudeltà che era diventata, per il pubblico romano, il “condimento” più importante dei combattimenti tra gladiatori. Nel Circo “la mattina gli uomini sono gettati in pasto a orsi e a leoni, a mezzogiorno ai loro spettatori.” E Seneca, avendo frequentato per strada e sugli spalti altri uomini, torna a casa “più crudele e disumano”. Le fonti non ci dicono nulla sull’argomento, ma non si può escludere che in età imperiale duelli di gladiatori si svolgessero anche nelle case dei potenti. Dal suo Maestro Domenico Morelli il pugliese Francesco Netti (1832- 1894) apprese l’arte dell’impaginazione e della coordinazione dei dettagli: sull’arena artificiale costruita nella sala il corpo trascinato lascia un solco chiuso da “vive” macchie di freddo carminio – il sangue dell’ucciso – che contrastano – ed è un contrasto che ha valore di metafora – con la tessitura cromatica del primo piano, dominata dai toni “caldi” che vengono dall’ ocra gialla, usata dal pittore per l’imprimitura della tela e per il colore base dei corpi nudi e dei volti. Colori particolari di veli e di mantelli – il rosa, il verde e il celeste – servono a creare corrispondenze con la “densa decorazione pittorica alla pompeiana del III stile” (M. Mormone) che si sviluppa sulle pareti e che consente a Netti di dimostrare la sua notevole abilità tecnica: nel primo piano del quadro egli usa una pittura realistica, attenta ai passaggi graduali dalla luce all’ombra e ai particolari (per esempio, i muscoli dei due servi, l’abbigliamento del gladiatore vincitore e le vesti delle donne che gli fanno corona); nel secondo piano il colore viene steso con piccoli pennelli e a rapidi tratti, secondo la tecnica degli impressionisti che Netti aveva studiato a Parigi. Le brevi pennellate di bianco, che “formano” le figure del fondo, ricevono unità e coerenza dal blu della parete pompeiana. “La nostalgia dell’antico” fu importante nella cultura europea, e in particolare in quella inglese, nel secondo Ottocento e nei primi anni del Novecento. Come ci ricorda Eugenia Querci, Leyghton e Watts dipinsero “soggetti mitologici o epici del mondo greco”, mentre Alma- Tadema, dopo il viaggio in Italia del 1863 – durante questo viaggio visitò gli scavi di Pompei – preferì rappresentare l’archeologia del mondo romano “nella sua anonima ma affascinante quotidianità”. Egli diceva che solo l’archeologia poteva consentirgli di “far rivivere la vita antica” e di creare scene che fossero non solo possibili, ma anche probabili. A questo “genere pompeiano”, che ispirò anche importanti pittori italiani, come il Netti, dedicheremo altri articoli.



