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Maresciallo capo della Guardia di Finanza, già vicesindaco di Somma Vesuviana, oggi consigliere comunale di Alleanza per Somma ma vicino a Forza Italia, in servizio al Senato della Repubblica.

Alle ultime amministrative, che hanno visto la vittoria del sindaco Pasquale Piccolo, sarebbe stato il candidato naturale di Forza Italia, dopo aver ricoperto la carica di vice del compianto primo cittadino Raffaele Allocca e, per due mesi dopo la sua morte, quella di sindaco facente funzioni poi sfiduciato dalla maggioranza del consiglio comunale per andare a nuove elezioni. Non andò così, infatti il candidato sindaco fu Antonio Granato ma Di Sarno lo sostenne comunque e fu il più votato con oltre ottocento preferenze. Quella compagine è ora all’opposizione della giunta Piccolo. Nell’intervista che segue, Salvatore Di Sarno si racconta e spiega i motivi di alcune scelte che, in ogni caso, rivendica. Come sempre accade per questa rubrica, gli appassionati della «parte» astrologica troveranno in coda il suo tema natale: Di Sarno è nato sotto il segno del Leone, il suo Ascendente è nel segno della Vergine.

Salvatore, mi racconti della tua famiglia?
«Mio padre è un ex dipendente dell’Alfa Romeo in pensione ma ha sempre fatto anche il falegname, ed è da questo lavoro che arrivava per la maggior parte il nostro sostentamento. Mia madre, invece, è figlia di contadini ed  è casalinga, mamma, amica, è il cuore della nostra famiglia. Ho anche una sorella minore, Maria, che ha due bimbe, le mie nipotine Denise e Myriam».

C’è un ricordo di quando eri bambino che ti viene in mente subito?
«Sì, una specie di flashback: io e mia sorella dinanzi alla piccola chiesetta di Masseria Sant’Anna, quella poco distante dalla nostra casa, dove ricevetti la prima Comunione. Ricordo che lì si teneva una bellissima festa ogni anno, che arrivavano cantanti come Nino D’Angelo. La chiesa c’è ancora ma la festa non si fa più, è rimasta solo la processione del 26 luglio. Prima partecipavo anche io ma ho smesso quando si è, per così dire, politicizzata con la presenza di taluni rappresentanti con i quali non c’è un buon feeling. Il fatto è che si cresce e si tende ad allontanare da noi le cose che ci danno fastidio. Ma la processione è ancora bella, semplicemente io non ci vado».

Che studi hai fatto?
«L’Istituto tecnico commerciale a Marigliano, ho preso il diploma di ragioniere. Poi mi iscrissi al Navale, diedi un solo esame, diritto pubblico, e mi fermai perché avevo bisogno di lavorare. Cominciai da agente assicurativo e nel frattempo tentavo tutti i concorsi pubblici che potevo: aspiravo a diventare un maresciallo dei carabinieri, il mio sogno di bambino. Poi vinsi il concorso nella Guardia di Finanza e per ben due volte fui scartato a quello per maresciallo dell’Arma. Idoneo per le Fiamme Gialle, scartato dai carabinieri nello stesso anno, mi sono sempre chiesto perché».

Deluso? Avresti preferito l’Arma?
«No, la Guardia di Finanza è oggi il mio amore, non avrei mai immaginato di riuscirci. Oggi ho il grado di maresciallo capo e la mia sede di lavoro è Bari. Per un periodo di tempo, in precedenza, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano e poi ancora Bari. Al momento sto lavorando al Senato della Repubblica come assistente personale di un segretario d’Aula, il senatore Cosimo Sibilia di Avellino (ndr, Forza Italia)».

Ma dopo il concorso hai proseguito gli studi, no?
«Sì, diventai allievo sottoufficiale, feci un anno di militare a Cuneo e mi piace molto dirlo, poi un anno a L’Aquila. Nel 2004, quando si presentò la possibilità di utilizzare i crediti formativi accumulati alla scuola di allievi marescialli, per iscriversi ad un corso di laurea e farsi convalidare alcuni esami, la sfruttai subito. Mi iscrissi alla facoltà di Economia e Management all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Pescara e presi il diploma di laurea triennale. Poi ho lavorato molto, otto anni all’Antidroga di Bari, sette anni qui tra San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano. Nel frattempo mi sono iscritto ad un master in Criminologia e poi a Giurisprudenza, prendendo un’altra laurea nel 2012. Ho anche fatto vari altri corsi, di inglese per esempio. Insomma, ho accumulato conoscenze e la mia crescita personale  e professionale c’è stata tutta».

Nelle Fiamme Gialle ti sei trovato subito a «casa»?
«Sì, subito. Davvero benissimo. Come vivere un sogno, qualcosa che per me era irrealizzabile. Perché in fondo vengo da una famiglia di persone, umili, semplici, non abituate a sognare in grande. Pensa che i miei non sono mai andati in ferie, il loro viaggio di nozze lo hanno fatto a Ischia».

Non gliene hai regalato uno tu?
«Sì, io e mia sorella. Il loro sogno era andare a Lourdes e a Medjugorie, li abbiamo accontentati. Altri viaggi non ne hanno mai fatti. Ma te ne parlavo perché quando uno vive un’infanzia sì felice per il calore e l’affetto ma è avvezzo a tanti sacrifici economici, trova quelli da sopportare per la carriera una vera e propria passeggiata. Per me è stato così».

Nel tuo lavoro ti sono capitate esperienze strane, singolari?
«Qualcuna. Gli anni più belli sono stati quelli a Bari, fare servizio antidroga in un gruppo operativo non è uno scherzo, con la squadra ho girato l’Italia. Una volta partimmo per Lecce, dovevamo intercettare due persone per uno scambio di merce, droga – denaro. Eravamo due pattuglie e ci precipitammo sul luogo dell’incontro: una stazione di servizio. Restammo lì praticamente per sette giorni, dormendo a turno e senza muoverci dall’auto, ci scambiarono anche per delinquenti in procinto di compiere una rapina e chiamarono i carabinieri. Ovviamente ci identificammo e alla fine della missione eravamo amici. Un’altra esperienza particolare è stata su un peschereccio dove siamo rimasti per ventuno giorni, smontandolo pezzo per pezzo convinti che ci fosse un carico di droga. All’ultima ora dell’ultimo giorno utile, quando avremmo dovuto rilasciare i due cittadini albanesi rimasti a bordo, cioè i proprietari del peschereccio, trovammo alla fine tredici chili di eroina murati sotto un ballatoio in cemento».

Sei rimasto maresciallo capo, non hai mai pensato alla carriera?
«Non è semplice come sembra. Quando avrei voluto fare il salto di grado, diventare ufficiale, avevo già passato l’età utile. Mi sono trascorsi gli anni in un soffio, ma sono contento così».

Perché ti sei fatto distaccare al Senato?
«Perché sono uno che insegue i sogni. Ed uno dei miei sogni era vivere quell’ambiente, stare dove nascono le leggi, dove si fa e si consuma la politica. Il mio ingresso in politica avvenne in maniera strana, per risolvere un problema familiare: i miei genitori sono entrambi invalidi, con disabilità certificata, tutti e due operati al cuore. Io volevo stare accanto a loro, tornare a Napoli da Bari per aiutarli. A casa mia si è vissuto, dal 2001 al 2007, un periodo davvero drammatico e quando cercai di avvicinarmi a casa seguendo l’iter normale non ci riuscii, non ci fu verso. La mia unica chance era una candidatura, solo così mi sarei preso – legittimamente – più tempo per stare a casa. Così feci, mi candidati con La Ginestra di Ciro Raia. Avevo già un’esperienza precedente, con una lista guidata da Carmine Di Sarno, e all’epoca mi avevano votato in 112, ossia la mia famiglia e qualche amico di papà. Con La Ginestra accumulai 350 preferenze. Nelle mie successive esperienze i consensi sono cresciuti: 702, poi 768, l’ultima volta, l’anno scorso, 830 voti. Così nasce la strada che alla fine mi ha portato a volere questa esperienza da assistente in Senato».

Sono davvero tanti 830 voti, come fai?
«Se si considera soltanto la mia famiglia, tra zii, cugini e parenti, siamo già un centinaio. Il resto, che è cresciuto anno dopo anno, viene dal mio modo di fare politica. Io sono sempre presente, mi pongo non come servo ma come «servitore» della gente. So che anche se non è sempre possibile risolvere un problema ci si deve sempre mettere nei panni di chi hai di fronte e magari indicargli una strada, accompagnarlo, guidarlo. Questo deve fare un consigliere comunale, tenendo sempre presente il presupposto, la priorità assoluta: il bene comune.  Probabilmente anche il mio ruolo nella società, la mia appartenenza alla Guardia di Finanza è vista come un faro, un segno di distinzione. Io lavoro per lo Stato, non potrei mai pensare di rubare o fare qualcosa di male. Certo le mele marce sono purtroppo ovunque, ma per fortuna non è il mio caso».

Nel tuo ambiente non ti sei mai trovato dinanzi ad episodi di corruzione?
«Se fosse accaduto li avrei denunciati. La mia fortuna è aver sempre avuto colleghi e compagni di viaggio per bene, cosa che mi ha tenuto sulla retta via. Ovviamente potrebbe verificarsi il caso in cui certi episodi accadano senza che nessuno se ne renda conto subito, ma non credo sia mai capitato a me. Il gruppo operativo antidroga a Bari mi ha formato tanto, tutti giovani e brillanti, tutti noi che credevamo e ancora crediamo nel nostro lavoro, pure se le cose intorno sono un tantino cambiate».

Il lavoro al Senato accanto a Cosimo Sibilia com’è?
«Di prestigio, ma soprattutto occasione di crescita. Si capisce come funziona davvero dall’interno, come nasce una legge, ti rendi conto che al di là dell’immagine esterna c’è gente che profonde davvero passione in tutto ciò che fa, seriamente e con impegno. Il mio ruolo è politico e, con un’altra persona che lavora ormai da anni al fianco del senatore Sibilia, mi occupo di ricerche e di tutto ciò che attiene i compiti di segreteria e assistenza. Di certo mi piace anche se mi costa tantissimo perché, ovviamente, essendo in comando lì percepisco lo stipendio base da finanziere e null’altro».

Mi hai raccontato delle prime candidature, quasi una necessità, diciamo così. Ma quand’è che ti sei poi appassionato davvero alla politica?
«Dal primo giorno. Non è importante come sono nate le candidature, lo è tutto quel che è accaduto da quel momento in poi. Nel 2006 sono stato eletto in consiglio comunale, con La Ginestra, accanto a Ciro Raia. Ma poi sono passato con l’Udc, dunque in maggioranza, e lì sono rimasto anche fino al 2008, eletto con la seconda amministrazione Allocca.  Sono cresciuto in una famiglia e in un ambiente legato alla Democrazia Cristiana, pur se i miei ideali tendono verso compagini un tantino più di Destra, dunque mi sembrò naturale. Ma alla fine lasciai anche l’Udc perché volevo misurarmi e candidarmi alle Provinciali, perciò ne parlai con Carmine Mocerino. In principio mi parve contento, affermò che la mia poteva essere la candidatura della svolta, ma alle strette disse no. Così me ne andai e mi candidai con l’Udeur, ebbi 3456 preferenze, fui il più votato nel partito in tutta Italia in quel momento storico calante seguito al famoso episodio di Barbato che sputò in faccia ad un collega in Senato e alla successiva caduta del Governo Prodi. Ma, pur con tutti quei voti, risultai in Provincia di Napoli primo dei non eletti a causa del sistema elettorale».

Da quel momento in poi però sei sempre stato candidato con liste civiche e mai nel partito in cui mi pare oggi ti riconosca, cioè Forza Italia. Perché?
«Sono tuttora capogruppo consiliare di Alleanza per Somma, anche se sono molto vicino a Forza Italia. Ho scelto così per far vivere questa lista, per farla sempre essere presente sul territorio comunale. Le civiche sono importanti, ci sono persone che i partiti non vogliono votarli. Se il primo della lista, cioè io, prende 830 voti e il secondo si ferma a 270, capisci che hanno votato la persona».

Hai votato altri partiti alle politiche e alle regionali, in questi ultimi anni?
«Un po’ ho il “sangue blu” di Alleanza Nazionale e me ne vanto. Alle regionali ho votato per due volte Carmine Mocerino, poi non più. Ci siamo allontanati per visioni diverse della politica, per me ci deve essere un team che lavora insieme, anche se c’è un leader riconosciuto. Non condivido la gestione egemonica di un partito perché non gradisco avere padroni.  E  non mi piace essere trattato male. Quando ripenso a certi episodi mi viene in mente un detto: “La politica è l’arte di fottere chi sta con te”».

Mi sa che non è un detto, ma una citazione dal primo film di Tornatore, «Il Camorrista».
«Davvero? Non ne avevo idea».

Ti assicuro, ricordo i dialoghi a memoria. Piuttosto, c’è un leader nazionale in cui ti riconosci?
«Sarebbe facile dire Berlusconi. Ti dico invece che mi sarebbe piaciuto vedere quale leader incontrastato Gianfranco Fini. Purtroppo si è perso dopo la svolta di Fiuggi, accumulando errori su errori».

Com’è stata l’esperienza da consigliere comunale in tutti questi anni?
«Per capire come funziona la macchina comunale non ci metti un giorno, non esistono i tuttologi anche se c’è chi si atteggia a tale. Io sono stato all’opposizione, in un contenitore di sinistra, La Ginestra, ma del resto ci è passato anche l’attuale sindaco Piccolo. E vado fiero di essere stato accanto a Ciro Raia, uomo di cultura che a Somma Vesuviana è poco valorizzato. Ti dico di più, se un giorno dovessero propormi la candidatura a sindaco e dall’altra parte ci fosse lui, rinuncerei. Farei un passo indietro e magari preferirei fare il suo vice. Ed è una cosa che farei davvero solo per Raia. Ho amato La Ginestra e ne sono stato ricambiato, con Ciro ci vogliamo ancora bene anche se ci frequentiamo poco, è rimasto l’affetto e la stima. Immutata».

Hai lavorato solo con due sindaci, che fossi in maggioranza o all’opposizione. Allocca e Piccolo. Che sindaco è stato il primo?
«Un sindaco con gli attributi. Un uomo che lascia la poltrona di sindaco dopo due anni e mezzo, per il coraggio di lottare e lo scopo di allontanare determinati personaggi, non si può definire in altro modo. Aveva le qualità richieste a un primo cittadino, non tutti avrebbero fatto la stessa scelta, invece lui ha rischiato, non ha voluto diventare schiavo, si è ricandidato e ha vinto. Poi ha ricevuto un’altra grande offesa, quando gli è stato scippato il simbolo di Forza Italia, ma anche in quel caso non si è arreso, è stato lungimirante e con Forza Somma ha dimostrato che in città Forza Italia era e restava lui. Anche senza simbolo, ha stravinto. Lui era uno che stava dal mattino fino a sera in mezzo alla gente, forse avrebbe dovuto dire più “no” ma non mi sento di dire che sbagliava perché ci provava comunque».

Fu lui a volerti come vicesindaco.
«Diciamo che già si parlava di un mio probabile ingresso in giunta come vicesindaco, lo aveva chiesto la mia lista. Ma poi la cosa è nata in modo del tutto diverso. Io ero un suo leale consigliere, mi aveva conosciuto e apprezzato. Un giorno, eravamo appena stati eletti, mi chiamò per andare insieme ad una manifestazione che si teneva al Pioppo e alla quale avrebbe presenziato don Tonino Palmese, altra persona che mi ha segnato e insegnato molto. Eravamo lì insieme, seduti vicino, e lui mi disse di aver scoperto di essere ammalato, che doveva curarsi e che l’unica persona di cui si fidava ciecamente ero io. Mi disse, letterale: “Te la senti di sostituirmi in questo periodo di crisi?”. Io risposi di essere onorato. E lui aggiunse: “Però devi stare attento, qui sono tutti traditori”. Mai cosa fu più vera, come ho avuto modo di scoprire poco più tardi. Io sono stato il vicesindaco per scelta del sindaco, il suo secondo in un momento difficile. Il giorno che è mancato, alle 11, 45, io ero al suo fianco insieme a Lucio De Falco e all’ingegnere Della Corte, noi tre come amici insieme alla sua famiglia. L’ho visto morire e significa che fino all’ultimo minuto mi ha voluto al suo fianco».

Qual è l’ultima cosa che ti ha detto?
«Ricordo qualcosa che mi ha detto nell’ultimo periodo, non quel giorno. Era molto amareggiato per il comportamento di alcuni consiglieri comunali. Non faccio nomi, perché chi gli ha fatto tanto male si riconosce di sicuro. Ne sono certo, lo sanno».

Non saresti stato tu il candidato sindaco naturale dopo l’era Allocca?
«Sì, effettivamente. Anche perché sono stato il sindaco facente funzioni fino a quando mi hanno sfiduciato, per dirla con le parole che usò allora l’attuale primo cittadino e già aspirante in pectore “non era una cosa contro di me ma per il paese, per distruggere il sistema”. Che dire, andò così. E c’era qualcun altro che aveva aspirazioni legittime».

Mentre molti fedelissimi di Allocca, famiglia compresa, si aggregavano a Piccolo, Forza Italia palleggiava tra il tuo nome e quello di Antonio Granato. Come andò davvero?
«Non sono stato astuto, i miei stessi amici di partito mi dicevano e ripetevano che mi avrebbero garantito. Alla fine Napoli scelse Granato al quale penso di aver dato tanto, impegnandomi per lui come se il candidato sindaco fossi stato io. Avrei avuto la strada spianata per andare a ricoprire l’incarico di vicesindaco con Piccolo, mi chiese lui stesso di candidarmi, ma non ho voluto. Avrei potuto fregarmene di Forza Italia e candidarmi con un cartello di civiche. Ma io sono una persona leale e coerente, un giorno le mie scelte di onestà pagheranno».

Pensi che la volontà del sindaco Allocca sia stata rispettata?
«Assolutamente no. Il sindaco non avrebbe mai voluto certi personaggi, certe liste. Ma non incolpo nessuno, ciascuno è libero di fare le sue scelte. Certo è che ad oggi, la nostra amata Somma Vesuviana è in ginocchio, in un anno di amministrazione abbiamo visto solo il nulla, non c’è progettualità. Antonio Granato sarebbe stato un buon sindaco con noi e la squadra accanto, chi all’epoca ha pensato di aver scelto con Piccolo il “male minore” credo abbia già avuto modo di ricredersi. Ma una chance nella vita non si nega a nessuno, a me la hanno tolta ma ci sono abituato: nessuno mi ha mai regalato nulla, tutto ciò che ho me lo sono sudato e ne sono fiero».

Pensi che in tutti gli anni dei suoi governi, Allocca abbia sbagliato qualcosa?
«Era un uomo, tutti sbagliamo. Forse poteva fare qualche opera pubblica in meno e lasciare il segno indelebile in altra maniera. Ma a pensarci bene lo ha fatto comunque, perché nella accelerazione della spesa del 2013 dovevamo portare un progetto in Regione che sarebbe stato sicuramente finanziato giacché c’erano soldi da spendere per i fondi Fesr. Allocca scelse il complesso di San Domenico, un’opera che abbiamo lasciato incompleta ma che è ormai in dirittura di arrivo perché i lavori sono iniziati. Quest’opera è oggi il vanto di qualcuno che in merito ha anche firmato manifesti pubblici ma sfido chiunque a contestarmi: si deve a Ferdinando Allocca ed è stata firmata da Salvatore Di Sarno».

Hai parlato dell’importanza di «lasciare il segno». Ebbene, Somma Vesuviana, a differenza di altre realtà limitrofe, ha spesso eletto rappresentanti in Parlamento e in Regione. Un segno lo hanno lasciato?
«No, nessuno. Forse tanti anni fa, gli eletti di allora, hanno aiutato molte persone a trovare un lavoro. Ma erano epoche diverse, la possibilità di farlo esisteva. Ora no. Ed altri segni non ne vedo. Del resto anche pochi sindaci ci sono riusciti, un paese cresce se si sanno investire bene i fondi che arrivano sul territorio».

Mi sembra di capire che non apprezzi l’operato dell’ultimo anno dell’amministrazione attuale. Che sindaco è Pasquale Piccolo?
«Una persona per bene, un ottimo avvocato. Oggi credo che stia vivendo sulla sua pelle cosa significa governare in certe situazioni, anche lui sta diventando un uomo solo. Politicamente parlando, non ha una squadra né coesa né forte. Pochi giorni fa si è dimesso anche il consigliere delegato al Bilancio, Peppe Nocerino, adducendo sopravvenuti impegni lavorativi. Dunque la delega è ora nelle mani del sindaco. Staremo a vedere, considerando che questo è il primo vero bilancio della loro amministrazione».

Quali sono, secondo te, i problemi più gravi e impellenti per la città di Somma Vesuviana?
«Se mi fai questa domanda a me viene da pensare cosa vogliono i cittadini. Credo che la prima cosa sarebbe pagare meno tasse, purtroppo la maggior parte di queste non le decide il Comune che può solo variare qualche aliquota. Ma sul resto ci si potrebbe lavorare. La seconda cosa che mi viene in mente sono le nostre strade, inguardabili e impercorribili, da terzo mondo più che da terzo millennio. Inoltre, le scuole del territorio funzionano ma l’edilizia scolastica non va, è ferma. Parliamo dei bambini: quando io ero piccolo i miei non potevano portarmi a giocare in città da nessuna parte, non c’erano parchi, attrezzature, giardini attrezzati. Sono passati molti anni eppure anche mia sorella oggi, se vuole far giocare le bimbe, le porta nella villa comunale di Pomigliano. La trovo una cosa davvero brutta che in quarant’anni si sia ancora allo stesso punto, hanno cercato di riaprire almeno piazza Europa ma quella è una storia che non si risolverà così facilmente giacché il gestore ha un contenzioso aperto con il Comune. Intanto, Pomigliano d’Arco si è data da fare, anche Sant’Anastasia ha i suoi spazi per i più piccoli e Somma Vesuviana è rimasta al palo. Non attribuisco tutte le colpe all’attuale amministrazione, sarebbe scorretto perché un giudizio serio lo si può dare allo scadere dei cinque anni. Ma tutti gli atti propedeutici non fanno ben sperare e il sindaco è in evidente difficoltà».

Se fosse nelle tue facoltà scegliere il futuro sindaco di Somma Vesuviana, escluso te ovviamente, opteresti per un giovane?
«L’età non conta, conosco quarantenni già vecchi dentro. Ci vorrebbe un altro Allocca ma non c’è più. Oltre Ciro Raia non vedo nessuno, con lui saremmo in buone mani perché penserebbe al bene comune».

E tu? Hai ancora l’aspirazione di fare il sindaco a Somma Vesuviana?
«Certo che sì, perché dovrei nascondermi? Ho fatto un passo indietro una volta perché credo nella squadra. In un team il leader è spesso chi viene riconosciuto come tale, non chi si autoproclama. Magari è leader proprio chi ha la capacità di saper fare un passo indietro, senza prosopopea».

Tra qualche giorno compirai 44 anni, non sei esattamente un ragazzino. Sei ancora single?
«No, sono legato ad una persona. Una bellissima ragazza abbastanza più giovane di me. Ormai sono otto mesi circa. La nostra passione si è rafforzata nel tempo e della differenza d’età non mi importa molto, non mi frega di quel che pensa la gente. Me la vivo e basta».

Ti sposerai presto?
«Forse un giorno, ma non adesso. Sono arrivato vicino al matrimonio un paio di volte ma il fatto è che non mi ci vedo proprio».

Vuoi dei figli?
«Certo che ne voglio, intanto mi vivo le mie nipotine. Sono uno zio – sitter e cerco di non far loro mancare nulla, se posso».

Dal momento che ti conosco bene ed è inutile nasconderlo in questa intervista, posso farti un test?
«Dimmi».

Dimentichi il cellulare almeno quando sei con la tua ragazza o anche lei è costretta a parlare da sola mentre tu ti perdi nel telefonino?
«Lo dimentico spesso, ma non ti nascondo che anche lei qualche volta si arrabbia».

Esiste la dipendenza da social network, lo sai? Che non è diversa da quelle da alcool o videogiochi.
«Ma no, non sono dipendente da facebook. Mi prende sì, ma la razionalità prevale».

Meglio un libro, magari. No? Ti piace leggere?
«Nell’ultimo anno poco. Però mi piace. Leggo Il Sole 24 Ore ma anche romanzi, storie di vita e di amore, sono un romanticone. L’ultimo, che consiglio vivamente, è “La scelta” di Nicholas Sparks, l’ho trovato davvero bellissimo».

Lo conosco, il protagonista continua a ripetersi: «Fino a che punto si deve arrivare per amore?». Ecco, qual è la cosa più romantica che hai fatto?
«La cosa più romantica che si possa fare per una donna è regalarle la presenza, carezze, la sincerità fatta di gesti, non farla mai sentire sola».

Quella che invece hanno fatto per te?
«Tornare dopo anni e riconoscere di aver sbagliato ad andare via da me».

Il regalo più bello che hai fatto?
«L’anello di fidanzamento».

Quanti?
«Uno solo».

E quello che hai ricevuto?
«La fiducia. La testimonianza d’amore. Una donna che dice di sentirsi sicura con me, di sentirsi protetta se dorme sulla mia pancia».

Torniamo un attimo alla politica, qual è la cosa più strana che un tuo elettore ti ha chiesto?
«Il problema è che non chiedono cose strane. Chiedono quasi tutti un lavoro. Io ho sempre detto la verità, non posso promettere posti a nessuno. Mia sorella, ragioniera, è disoccupata da ben due anni. Quel che posso invece dare è la mia disponibilità, mettermi al loro servizio, cercare occasioni e offerte di lavoro e indicare loro la strada».

Qual è la cosa più importante che hai fatto da consigliere o, se vuoi, da vicesindaco?
«Fare qualcosa di importante da consigliere comunale è difficile, il mio voto come quello di tutti noi vale uno. Da vicesindaco invece, sono fiero di aver portato a Somma Vesuviana un comandante dei vigili urbani come Paolino De Sena, l’unico che sia riuscito a dare una svolta ad un comando che stava andando davvero alla deriva.  Ma dopo un anno purtroppo è stato mandato via e Somma Vesuviana è ridiventata una bolgia infernale. Io lo conobbi, gli dissi di presentare il curriculum e fu scelto, dopo aver sentito numerosi altri comandanti, dal sindaco Allocca. Ma è un mio vanto il fatto che abbia sistemato la viabilità, in otto mesi. La settimana scorsa ho presentato appunto un’interrogazione all’assessore competente, chiedendogli cosa stia accadendo alla viabilità, se oggi si può definirla tale, di Somma Vesuviana. Non voglio dare colpe a nessuno ma ci sono azioni amministrative che vanno attuate, se non ci sono vuol dire che o c’è un problema di uomini o c’è un problema politico. Mi spieghino di cosa si tratta».

Qual è, a tuo parere, il futuro di Somma Vesuviana. Su cosa punteresti?
«Nel mio piccolo percorso da amministratore in prima linea ho avuto la fortuna di conoscere il professore Antonio De Simone che su Somma Vesuviana ha investito molto, come uomo e come professionista. Lui ci crede, come me, che la città possa tranquillamente vivere di turismo. Con la Villa Augustea, certo. Ma anche, secondo me, puntando sulle piccole realtà territoriali, sull’artigianato, sulle piccole aziende che vanno aiutate snellendo la burocrazia. Un sindaco deve prendersi le responsabilità, se no che sindaco è?».

E l’opposizione a Somma Vesuviana se le prende le responsabilità?
«In questi mesi ho alzato la mano quando c’era da farlo, ho detto no quando ritenevo fosse giusto. L’opposizione c’è, è l’azione amministrativa che è debole. Mi spiace ma è così, il sindaco si ritrova accerchiato da chi vuole coltivare i suoi piccoli orticelli e deve far i conti con la mancanza di fondi, oltre che con problemi atavici che derivano anche un po’ dal personale dell’Ente che è datato. Si dovrebbero e si potrebbero fare dei concorsi, anche per soli due vigili. Non comprendo perché non lo si fa, ma ritengo che chi non ha coraggio non se lo può dare, purtroppo per la città».

In quei due mesi nei quali sei stato sindaco a tutti gli effetti, qual è stato l’episodio più brutto?
«Potrei dire la sfiducia ma non voglio personalizzare. Era un atto amministrativo contro un sistema, purtroppo in quel momento ero io il rappresentante massimo dello stesso sistema. La cosa più brutta non fu la sfiducia in sé ma il  vedere consiglieri comunali che fino al giorno prima avevano partecipato a riunioni amministrative importanti per la città, a incontri con i cittadini, andare dopo poche ore a firmare le dimissioni. Mi sono sempre chiesto se mentivano prima, dopo, o lo avevano fatto solo per interesse. Dove sta il bene comune in tutto ciò?».

Se tornassi indietro rifaresti tutto allo stesso modo?
«Sì. Io credo negli uomini, mio padre mi ha insegnato a fidarmi delle persone. Però quando poi vengono meno alcuni che ritenevi vicini significa che qualcosa di sbagliato c’è. O non era vera amicizia o sono io a non aver capito nulla».

Sei cattolico, credi in Dio?
«Cattolicissimo, anche se non molto praticante, infatti mi prendo ramanzine da padre Casimiro ogni volta che mi vede nei pressi di Santa Maria del Pozzo. Prego quando mi è possibile e quando sono solo, anche in auto. E spesso ascolto Radio Maria».

E nell’amicizia ci credi?
«Molto, ho veri amici. Sia uomini che donne. Però in tanti che consideravo tali hanno approfittato del mio ruolo fantasticando che per loro avrei potuto fare compromessi strani, dargli posti di lavoro. E dopo aver fatto di tutto per aiutarli, dopo avergli dato molte chance e occasioni si sono allontanati perché magari speravano in un posto al Comune. Queste sono cose che fanno male, tremendamente. Sapere che c’è chi ti è stato accanto per interesse e solo per questo e magari si è fatto battezzare, cresimare, ti ha chiesto di fargli da testimone di nozze per un unico scopo, è davvero terribile».

I cosiddetti «comparielli», insomma.
«Sì, ne ho una ventina. La maggior parte di loro sono sinceri».

Giochi, tenti mai la sorte?
«Non gioco ma quando vado in qualche luogo per viaggi, vacanze o missioni, prendo sempre un biglietto della lotteria».

E se uno di questi si rivelasse vincente, se avessi tanti soldi a disposizione, che faresti?
«Un vitalizio ai miei genitori e a mia sorella, per farli star bene sempre. Sarebbe questo il primo pensiero. Con il resto farei qualcosa per lasciare il segno nella mia città. Realizzerei un progetto che avevo avviato e nel quale metterei soldi miei, se ne avessi. Nei pochi mesi da amministratore avevo avviato contatti con Pegaso, serissima Università telematica che sceglie sedi strategiche e strutture da adibire a sedi universitarie. Il plenipotenziario della Pegaso, il maresciallo dei carabinieri Calogero Di Carlo, aveva visionato il Castello d’Alagno e c’erano tutte le intenzioni perché potesse divenire sede universitaria, pensando di tramutare in ostello per giovani studenti la struttura che era nata come ospizio in via Circumvallazione. Il progetto era pronto, testimoni molti consiglieri dell’amministrazione dell’epoca perché io non facevo le cose di nascosto bensì alla luce del sole. Sarebbe stata una sede di punta, con uffici importanti, con tanti docenti universitari di prestigio. Avremmo avuto anche un ritorno perché la Pegaso avrebbe investito, come incentivo accessorio, anche nel restauro della Collegiata e in altre criticità del Casamale. Erano pronti trentamila euro a questo scopo. Ostello e Università avrebbero creato indotto economico. Ecco, se avessi fondi miei, realizzerei questo progetto, anche scegliendo naturalmente un’altra sede cittadina».

Il viaggio più bello che hai fatto?
«Sono due i più belli. Con il mio amico Giuseppe che si è sposato quest’anno: Venezuela e Brasile».

Quello che invece vorresti fare?
«Vorrei vedere Cuba. E tanti altri posti, anche se i viaggi lunghi in aereo mi spaventano un po’, volare mi fa paura ma riesco a resistere».

Mi dici un tuo pregio e un tuo difetto?
«Sono una persona buona, credo che questo possa essere considerato un pregio. Il difetto sta forse nel credere troppo nelle persone, nel fidarmi eccessivamente».

Ci sono personaggi storici che ammiri molto?
«I conquistatori, Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte. Se andiamo nella storia recente i grandi statisti, come Tony Blair, Gorbaciov».

Forza Italia è ancora un partito in cui la gente può credere?
«Io ci credo ancora, anche se occorrerebbe un po’ più di meritocrazia. Del resto è il problema di tutti i partiti ma sono convinto che alla fine la storia personale, il lavorare per il bene comune, la serietà e l’onestà paghino».

Ma alla fine, tu perché vuoi diventare sindaco?
«Ma non è detto che debba diventarlo. Anche da consigliere comunale sto dando un contributo alla mia città sperando di migliorarne le sorti».

Si, però lo vuoi. C’è un primo cittadino al quale potresti ispirarti?
«A parte il mio sindaco Allocca, credo di poterti rispondere Francesco De Siervo. I miei mi hanno sempre parlato del commendatore come una persona per bene e io sono poi andato a vedere cosa aveva fatto realmente per la città. C’è da dire che nel periodo in cui ha governato, nel boom economico, quando c’erano da portare in città i servizi principali come per esempio le fogne, era più facile. Ma c’è anche dell’altro, lui era un uomo che ascoltava, pronto ad aiutare ciascuno. Di recente ho avuto modo di parlare con il proprietario di un esercizio commerciale poco distante da casa mia, oriundo di Marigliano. Mi ha raccontato che lui e la moglie vissero nell’epoca De Siervo un periodo non facile della loro vita, arrivarono a dormire in auto. Si rivolsero al sindaco e lui rispose che in quel momento non poteva dar loro una casa però prese il portafoglio e dette a loro tutto quel che aveva. Un gesto che non tutti avrebbero fatto e che quell’uomo e la sua famiglia non hanno mai dimenticato. Sono cose che danno il senso esatto della personalità di cui parliamo».

Dunque nell’eventuale referendum per intitolare piazza Vittorio Emanuele III a De Siervo, il tuo voto è scontato.
«Sì».

Ci sono altri personaggi cui vorresti fosse intitolata una strada nella tua città?
«Due grandi presidenti della nostra Repubblica, con i loro risvolti positivi e negativi ma comunque meritevoli di ricordo: Sandro Pertini e Francesco Cossiga».

Se fossi sindaco a chi affideresti l’assessorato alla Cultura a Somma Vesuviana?
«Se il professore Ciro Raia volesse darmi questa chance lo affiderei di sicuro a lui. Ma ho anche in mente un altro assessorato importante che affiderei a un maresciallo dei carabinieri in pensione da poco, quello alla Legalità».

Qual è l’ultimo film che hai visto al cinema?
«Un thriller fantascientifico, Predestination, parla di agenti segreti temporali che danno la caccia a un misterioso terrorista. Bello, ma solitamente preferisco le commedie o i film di attualità, per lo più italiani».

C’è un’attrice o una donna famosa che incarna esteticamente il tuo ideale di donna?

«Anna Falchi, sicuramente. Mi piace anche Serena Autieri».

Un proverbio che pensi possa rappresentarti?
«Chi vuole il male degli altri ha il suo dietro la porta».

Hai rimpianti, rimorsi?
«No, nessun rimorso, anche se avessi sbagliato qualcosa ho la consapevolezza di aver sempre agito pensando di fare il giusto. Rimpianti forse sì, aver perso un’amicizia per un equivoco, pensando in quel momento di essere stato usato quando l’altra persona, una personalità importante dell’Esercito Italiano che ora ha incarichi prestigiosi, poteva a giusta ragione pensare lo stesso di me».

Se fossi un animale?
«Sarei sicuramente un orso. Grande, grosso, forte, non cattivo, sempre a difesa della sua famiglia».

Hai ancora un forte rapporto di dipendenza dalla tua famiglia, pur se grande e grosso, vero?
«Non c’è nulla più bello della famiglia. Sono l’unico figlio maschio e un po’ il cocco di casa, questo è vero. Con mia sorella, per esempio, posso anche litigare ma al massimo restiamo arrabbiati per cinque minuti. Lei è parte del mio cuore».

Sei cattolico e sei in politica. Cosa pensi dei matrimoni gay?
«Ho amici gay e non discrimino nessuno, anzi credo di aver ricevuto da uno di loro il più bel complimento: perché se sei un bel ragazzo e te lo dice una donna è naturale. Se te lo dice un uomo fa ancora più effetto. Mi sento uomo delle istituzioni, dunque se la legge li consentirà ne sarò sempre garante, a prescindere dal mio credo. Però ritengo, personalmente, che la famiglia tradizionale debba essere composta da un uomo, una donna e i loro figli».

Mai stato attratto da un uomo?
«Se parli di affinità mentale, sicuramente sì. Se parli di attrazione fisica mai, mi piacciono le donne. Le bionde, in particolare».

Sempre tenendo presente il tuo credo religioso, sei d’accordo con una legge che consenta l’eutanasia?
«Sì, penso che se una persona non può più essere aiutata a vivere possa essere aiutata a morire se si è certi che quella è la sua volontà».

Fai conto di dover stare un paio di mesi su un’isola deserta. Tu, la natura e basta. Senza cellulare, sia chiaro. Quali sono le tre cose che porteresti con te?
«Fiammiferi, un’ascia e la foto della mia famiglia dove ci siano però anche gli amici cui tengo di più».

Qual è l’opera d’arte che ti ha più impressionato tra quelle che hai visto?
«I Bronzi di Riace, rimarranno impressi nella mia mente per sempre. Poi c’è un quadro di Van Gogh che mi affascina ogni volta che lo guardo, mi fa venire i brividi per quanto è bello, tant’è che ne ho una riproduzione a casa: «La passeggiata al chiaro di luna».

Hai altre passioni?
«La mia passione è vivere, la vita mi piace. E poi, se può considerarsi una passione, amo aiutare gli altri. Sono sempre a cercare annunci di lavoro, pensando a chi proporre le occasioni che di volta in volta mi trovo davanti. Credo di aver aiutato persone che nemmeno conosco, che non mi hanno votato e mai lo faranno, che non so chi siano. Senza nemmeno un grazie spesso, ma non fa nulla, basta che io stia bene con me stesso per aver fatto quel che ritengo giusto».

Ti piaci o cambieresti qualcosa di te? Esteticamente, intendo.
«No, non cambierei nulla. Sono stato un ragazzo grassottello e devo comunque stare attento al peso, ma sono un golosone, un buongustaio».

Il piatto che ami di più?
«Sono due, le melanzane alla parmigiana di mia mamma e gli spaghetti con le vongole in bianco».

Sai cucinare?
«Se mi si dà una ricetta da seguire, ne esce qualcosa di buono».

Altre abilità manuali?
«No, mi adatto e se c’è da lavorare non mi tiro indietro. Da ragazzo ho fatto tutti i lavori più umili, muratore, contadino, ho guidato il trattore, ho raccolto frutta tutte le estati per pagarmi la Vespa. So fare quel che occorre».

C’è un politico che non  voteresti mai?
«Antonio Bassolino, perché rappresenta un sistema di potere che non condivido. Ma soprattutto Nichi Vendola, perché detesto la sua prosopopea e la sua convinzione di essere onnisciente».

Beh, un tantino di prosopopea va riconosciuta anche al tuo leader Silvio Berlusconi.
«Non è del tutto vero, io ho avuto l’onore di sedere a tavola con lui e mi ha dedicato dodici minuti del suo tempo, prendendosi allegramente in giro».

Beppe Grillo lo voteresti?
«Guarda, io sono grillino dentro. Tutto ciò che loro dicono, i loro cavalli di battaglia, sono i miei. Io sono il primo a lottare contro l’illegalità e sono una persona per bene ma non mi candiderebbero mai perché secondo il loro modo ristretto di vedere chi ha fatto politica nei partiti è di per sé un ladro. Io sono come loro e lotto più di loro per il bene comune, fiero di rimanere in Forza Italia».

C’è qualcosa che avresti voluto dire a qualcuno senza riuscirci?
«Ci sono persone che ho perso perché me le ha tolte la vita, alle quali avrei voluto dire “Ti voglio bene”. Non ho potuto».

Per finire, come ti descriveresti a qualcuno che non ti conosce?
«Direi che ciò che traspare dal mio viso è esattamente quello che ho dentro, senza retropensieri. Sono così, come appaio, una persona gentile, furba ma non cattiva, che si rallegra delle gioie degli altri, che esulta se un amico o anche un semplice conoscente raggiunge gli obiettivi che lo rendono felice».

carta natale salvatore di sarno