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Ideali, passioni, speranze e intemperanze del più giovane consigliere comunale nella storia politica di Sant’Anastasia.

A soli 23 anni, Alfonso Di Fraia è il più giovane consigliere mai eletto nell’assise cittadina, con la civica «Alleanza per Sant’Anastasia» in sostegno del sindaco Lello Abete. Ha militato giovanissimo in «Alleanza Nazionale» e poi in «Generazione Italia» e «Futuro e Libertà», fa parte dell’associazione politico – culturale «Ortocrazia» ed è da molti anni volontario del nucleo della Protezione Civile. Studente di Giurisprudenza in pausa di riflessione, lavora nel sindacato CAR (confederazione autodemolitori riuniti) fianco a fianco con l’imprenditore Alfonso Gifuni, già consigliere comunale di An. Idealista, appassionato, intemperante, polemico, più volte protagonista delle cronache per aver reclamato il diritto di esprimere le proprie idee senza filtri. Poco tempo fa è stato querelato per aver pubblicato, sul suo profilo Facebook, una foto che lo ritraeva intento ad esibirsi in un saluto romano. In questa intervista si racconta e spiega perché non solo quel gesto non costituisca, a suo parere, apologia di reato ma anche come, in questo momento, non si senta rappresentato da alcun partito politico. Come d’abitudine per questa rubrica, e destinato agli appassionati del profilo astrologico dei protagonisti, in coda all’intervista è allegato il suo tema natale: Di Fraia è nato sotto il segno del Toro, il suo ascendente cade in quello del Leone. Una combinazione di Terra e Fuoco che fa comprendere molti aspetti del suo carattere, compresa la tendenza alla provocazione e all’ingaggiare battaglie verbali che si deve al quadrato Mercurio – Ascendente. Ovviamente, per chi crede nell’astrologia. Per chi è scettico, pazienza, basta saltare questa parte. Che è un gioco, ma non troppo.

Alfonso, quando da bambino ti chiedevano cosa volevi fare da grande, che rispondevi?
«Il sindaco per passione, il macellaio come lavoro».

Non mi aspettavo nessuna delle due risposte, perché l’una e perché l’altra?
«Il sindaco perché, quando avevo dieci o undici anni, diventai assessore del consiglio comunale baby istituito dall’allora primo cittadino, Enzo Iervolino. Amavo il clima che si respirava in quelle riunioni a Palazzo Siano. Eravamo tutti bambini ma appassionati, ci dedicammo a progetti bellissimi come scoprire la storia del paese attraverso i racconti dei nonni. Decisi a quell’età e in quelle circostanze che volevo tornarci in quell’aula, da consigliere certo. Ma un giorno chissà, anche da sindaco».

Il macellaio, invece? Singolare aspirazione per un bambino.
«Quando accompagnavo mia nonna a far la spesa, tappa obbligata era la macelleria di un nostro parente. Io guardavo incantato mentre usava i coltelli affilati che affondavano nella carne come se fosse burro e pensavo che mi sarebbe piaciuto molto imparare».

Mi racconti della tua famiglia?
«Mia madre Annamaria si occupa di contabilità in un’azienda di Pomigliano d’Arco, mio padre Vincenzo lavora nel settore commerciale di una ditta di Napoli che distribuisce carta in tutta Italia e ho una sorella più piccola, Valeria. I miei sono separati e, se con mia madre vivo un rapporto sinergico, con papà ci sono state sempre parecchie incomprensioni, sarà perché abbiamo due caratteri simili. Gli ho sempre voluto bene, ma consideravo  figura fondamentale, in un certo senso un secondo padre, il mio nonno materno, Vincenzo Gifuni, un personaggio della storia anastasiana che tutti ricordano però con il soprannome di “Ninnone ‘o guardio”».

Perché lo chiamavano così tuo nonno?
«Perché quando nacque era molto grosso, come me del resto: alla nascita pesavo la bellezza di quattro chili e duecentocinquanta grammi. Una sua zia lo guardò e disse che era un “ninnone”. Da quel momento gli è rimasto il soprannome, ovviamente con l’aggiunta di “guardio” quando è diventato maresciallo dei vigili urbani a Sant’Anastasia. Ancora oggi se una persona anziana, come capita spesso, mi avvicina e mi chiede a chi “appartengo”, se dico di essere il nipote di Vincenzo Gifuni non lo rammentano, ma basta dire il soprannome per veder spuntare i sorrisi e il ricordo. Lo conoscevano anche le pietre. Quando poi tre anni fa è venuto a mancare, io ho sentito un pezzo di me che si staccava, che scivolava via».

Viene da lui il tuo amore per le divise come, per esempio, quella della Protezione Civile?
«In parte, perché un altro punto di riferimento importante nella mia vita è stato ed è mio zio Ciro Gifuni, il fratello di mamma che sicuramente conosci perché è stato un tuo compagno di scuola, lo so».

Sì, alle elementari. Ma parliamo di te.
«Ciro mi ha allevato, mi ha cresciuto e indirizzato alla Protezione Civile, sono un volontario da più di cinque anni. Lui è stato il capo nucleo più giovane d’Italia e qualche anno fa il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere. Nel periodo in cui ho cominciato a scoprire questa realtà c’era la vecchia guardia, quella che ricordano praticamente tutti: lui, Salvatore Biondi, Luigi Maiello, Daniele Abete, molti altri. Sono stati loro a formarmi, a farmi vedere il volontariato come amore per il proprio paese: chi fa parte della Protezione Civile ama la sua città, forse più di tutti gli altri».

Ricordi qualche episodio particolare nella tua esperienza da volontario?
«Tantissimi. Dalle chiamate di emergenza più semplici a quelle sanitarie anche importanti, agli interventi che riguardavano animali: cani, gatti, topi, serpenti, api. Ma il servizio che mi emoziona di più è quello nel Santuario di Madonna dell’Arco in occasione del Lunedì in Albis. Lo faccio come un voto. Sono molto devoto alla Madonna e offro le mie forze, dalla domenica di Pasqua al martedì, senza tornare un solo attimo a casa, nemmeno per mangiare o riposarmi. La prima volta che entrai in Chiesa in occasione di quella giornata ricordo i volontari storici, mi colpirono le loro divise, all’epoca erano quelle del servizio emergenze: verde militare con una banda rossa dietro, quasi stile legionari. Erano fantastiche, come tutti loro».

Cosa provi il Lunedì in Albis, quando assisti a scene al limite dell’isteria tra i «battenti» che entrano nel Santuario di Madonna dell’Arco?
«La considero un’esperienza bellissima. Credo però che molte persone fingano. C’è una consistente fetta di fedeli che si sente male realmente, che si emoziona, che davvero dopo una lunga attesa e un altrettanto lungo cammino crolla dinanzi al quadro della Madonna. Ma c’è pure chi si ubriaca, chi bestemmia, chi tira fuori i coltelli, chi finisce per litigare e picchiarsi. È molto triste, brutto, vedere queste persone che un attimo prima imprecano contro la stessa Vergine che qualche minuto più tardi andranno ad implorare per una grazia. La stragrande maggioranza degli interventi si rendono necessari proprio perché c’è chi finge, o esagera, o vuole esibirsi. Si deve essere bravi, da operatori dell’emergenza, ad identificare caso per caso. Non vedo la ratio di pregare la stessa Madonna che poco prima si è insultata, ma non spetta a me giudicare. Io sono lì solo per aiutare».

Hai detto di essere molto devoto alla Madonna dell’Arco.
«Sì, fin da piccolissimo, come tutta la mia famiglia. Ogni volta che guardo il quadro della Vergine mi emoziono e una dei momenti più belli del servizio che presto in Santuario quel giorno è quando, prima di aprire le porte alla folla, ci riuniamo tutti – volontari di Protezione Civile, Croce Rossa e del Santuario, carabinieri, polizia – per fare la prima preghiera alla Madonna dell’Arco, la nostra. Un’emozione fortissima, potente».

Il nuovo Priore ha cambiato qualcosa?
«Padre Alessio Romano ha una marcia in più. Non ritengo giusti i paragoni, ma il fatto che sia giovane mi conforta perché credo sia necessario puntare sulle nuove generazioni per rivoluzionare le cose. Ovviamente non considero l’età anagrafica un valore assoluto, ci sono persone di 80 anni che possono insegnare tanto, che sono e saranno risorse sociali, umani, culturali e di vita e chi a vent’anni, quando dovrebbe lottare per i suoi valori, non riesce nemmeno a disegnare la classica “O” pur usando il bicchiere».

I tuoi condividono le scelte che hai fatto e che fai?
«Sull’impegno sociale mia madre è sempre stata d’accordo, anzi mi ha incoraggiato. Cosa diversa è stata quando le ho detto che avevo deciso di candidarmi, l’anno scorso. Non era contenta, per qualche giorno non ci siamo nemmeno parlati. Lei era sfiduciata dalla politica, quella locale e quella nazionale e, soprattutto qui, non posso che darle ragione su questo, viviamo da più di trent’anni beghe personali che con la politica hanno poco a che fare. Le battaglie politiche ci sono sì, fatte da pochi, ma c’è ancora chi si candida per occupare vanamente una sedia, per dire che fa il consigliere. Ma i miei ideali sono altri, dunque alla fine anche mia madre si è convinta,  mi è stata molto vicina in campagna elettorale e mi ha sostenuto, così anche mio padre. Devo dire che mi è servito particolarmente nell’ultima settimana giacché nel mio carattere e nella mia natura l’ansia e il nervosismo sono, come dire, prevalenti».

Che studi hai fatto?
«Mi sono diplomato al Liceo Classico Torricelli di Somma Vesuviana, mi hanno da sempre affascinato le materie umanistiche e la storia in particolare, soprattutto quella del secolo scorso. O meglio, in storia avevo voti alti, nel resto ero una frana. Dopodiché mi sono iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, ho sostenuto cinque esami e poi mi sono fermato, commettendo un grave errore. Ne sono consapevole e intendo rimediare, ricomincerò a studiare a settembre, senza dubbio».

Nel frattempo hai lavorato?
«Lavoro come segretario amministrativo della Car, la Confederazione Autodemolitori Riuniti, il sindacato di categoria presieduto a livello nazionale da Alfonso Gifuni. Dunque sono spesso in giro per l’Italia con lui, davvero ovunque, da Trieste a Canicattì, e almeno due volte al mese a Roma. Un’esperienza che mi sta formando tantissimo e non ti nascondo che, lavoro a parte, mi piace proprio stargli vicino, imparare,  condividere anche i pochi momenti liberi, quelli in cui si possono vedere e conoscere le varie realtà italiane».

Il tuo interesse per la politica è nato dall’esperienza di assessore baby?
«Più o meno in quel periodo, in effetti. La mia famiglia materna si può definire di destra. O meglio, lo era mia nonno, lo è mio zio. Ma il mio bisnonno Ciro Gifuni no: era soprannominato «Ciruzzo ‘a cronaca» perché nella tasca della giacca portava con sé, immancabilmente, una copia dell’Unità. Era comunista e ha cercato di allevare i figli in quella direzione. Ma evidentemente il Dna ha subito nel corso delle generazioni una mutazione essenziale, insomma diciamo che non ci è riuscito, per nulla. Mi sono avvicinato di fatto alla politica durante una campagna elettorale per le regionali, la prima cosa che mi colpì fu la fiamma nel logo di Alleanza Nazionale, non perché sia semplicemente nazionalista o patriottico, è che sono legato in maniera viscerale a quei colori, li sento dentro di me, infatti mi sono fatto tatuare il tricolore».

Sì, anche molto evidente. Hai altri tatuaggi?
«Il titolo di una canzone di Frank Sinatra, “I’ve got you under my skin» (Ho te sotto la mia pelle) che significa due cose: il vincolo stretto con uno dei miei migliori amici, Ciro Corcione, che ha lo stesso tatuaggio e la dedica di queste parole a mio nonno, una delle figure più importanti della mia vita. Ne ho anche altri due, il motto “Memento Audere Semper”, perché credo fermamente che chi ha il coraggio di osare vince sempre e non resta con il rimorso di non averci provato, e uno smile che dovrò cancellare perché è venuto malissimo».

Sei consigliere eletto in una civica, «Alleanza per Sant’Anastasia». Hai scelto quella lista per l’assonanza con Alleanza Nazionale?
«Esatto, per i colori e per il nome che consideravo riconducibile a quello che penso sia stato l’unico partito rappresentativo dei valori della Destra in Italia dopo il Msi che, per ragioni anagrafiche, non ho potuto vivere. Credo di aver vissuto invece la parte più bella della storia di An, prima dell’adesione al Pdl. Sbaglio fatale perché bisognava sì far parte di una coalizione di centrodestra ma senza snaturarsi come è accaduto, senza quel contenitore in cui trovammo tracotanza e non rispetto delle persone e delle regole. Dopodiché anche io feci una scelta, quella di stare con Fini,  aderendo a Generazione Italia prima ed a Futuro e Libertà poi. Lo consideravo un progetto politico serio, importante, ma quell’esperienza nata a Destra non ha proseguito il cammino, anzi si è involuta. Si è trasformata nella stampella di Monti, Casini, Rutelli, è divenuto altro, il cosiddetto Terzo Polo. Diciamo che ho resistito un bel po’ ma non sono di quelli che abbandonano la nave, nemmeno quando sta affondando. Si deve fare sempre il possibile per continuare la traversata e quella era sì giusta, purtroppo il timoniere era cieco».

Se tornasse sulla scena politica da protagonista, lo seguiresti ancora Fini?
«No, del resto già prima lo consideravo un po’ troppo diplomatico, troppo moderato. L’ambiguità non paga».

Dunque non c’è un partito nazionale in cui ti riconosci?
«No, oggi non c’è un partito che incarni un progetto politico di Destra. Alle ultime regionali ho sostenuto, candidata in Forza Italia, una persona per bene come Gabriella Peluso che ha un percorso limpido, chiaro e vicino alle mie idee.  La verità è che Destra e Sinistra sono ormai concetti astratti, esistono quando identifichi gli ideali, i concetti, i progetti, in persone che si battono per gli stessi tuoi principi. Oggi ho le idee, ma non una casa politica. E siamo in parecchi».

Nel 2014 la tua prima candidatura. Come hai vissuto la campagna elettorale?
«È stata molto dura. Mi hanno votato in 131, molte preferenze annullate. Non smetterò mai di ringraziare queste persone che hanno scelto di credere in me, ieri, oggi e domani. La campagna elettorale è stata una bella esperienza, lo è sempre al di là di un coinvolgimento personale. Il paese in quel periodo cambia faccia, forma e sostanza, vive un clima di interesse, di gioia, di coinvolgimento».

Io ho sentito piuttosto molta tensione.
«No, non è così. La gioia c’era, l’interesse anche, i cittadini si sentivano molto coinvolti. Lo erano del resto anche nel 2010 quando io, che non potevo ancora votare, mi impegnai comunque scegliendo di sostenere Carmine Esposito».

Perché stavolta, età che te lo consentiva a parte, hai deciso di candidarti?
«Perché ho sposato il progetto, innanzitutto. Non mi sono candidato per occupare una poltrona, la politica per me è volontariato, un servizio al cittadino, un collante tra persone e istituzioni».

Sei segretario dell’associazione Ortocrazia. Cosa rappresenta?
«Non sono più segretario, anche se ne faccio parte. Da consigliere comunale ho scelto di non ricoprire più questa carica perché mi sembrava scorretto, io la penso così. Ortocrazia vuol dire rispetto delle regole e potere delle idee, ortodossia nei comportamenti delle persone nella vita come in politica, tutte cose per me prioritarie».

Come è stato quest’anno da consigliere comunale?
«Sto sfruttando al meglio quello che è il mio incarico, il volere dei cittadini che mi hanno votato e  le esigenze e le istanze di tutti gli altri che pure non hanno scritto il mio nome sulla scheda elettorale. Di sicuro è una esperienza formativa, diventare consigliere a soli 23 anni è una grande opportunità che per chi vuole fare politica. Si comprende giorno dopo giorno come si amministra un Comune e non è facile, per nulla. Al di là dello tsunami di persone che ogni giorno vengono in municipio a chiedere cose come lavoro e soldi, al di là delle risposte che gli amministratori non possono dar loro. A Sant’Anastasia, come altrove, ci sono persone che vivono un disagio sociale forte, insostenibile, e chi oggi specula sulle difficoltà non è degno di essere chiamato politico».

Credo che tu sia tra i consiglieri di maggioranza più presenti, ogni giorno. Cosa fai di preciso?
«Tento effettivamente di essere sempre presente, di partecipare a tutte le riunioni. Sono presidente della commissione Ambiente e seguo con maggiore dedizione quel che attiene alle mie competenze: ho la delega al rischio idrogeologico e alle emergenze, mi occupo di ambiente, servizi cimiteriali, ecologia, rifiuti, spazzamento, sicurezza».

Le criticità sul fronte ambientale?
«La più evidente è l’inciviltà di una fetta di cittadini. Ora, con il nostro nucleo di ispettori ambientali voluto fortemente, stiamo mettendo su una task force operativa e con i vigili pretenderò – visto che il contratto lo prevede – un nucleo ecologico all’interno del comando di Polizia Locale, dovranno essere insieme ai carabinieri, guardie forestali, Protezione Civile. Prevenzione è la parola chiave. Qui ci sono ancora tante persone che non rispettano orari e ordinanze, zone della città ancora “fragili” ed esposte più di altre a sversamenti illegali. E sta per essere varato un progetto che prevede l’installazione di venti telecamere in tutto il perimetro comunale, con attenzione ai luoghi più a rischio».

C’è qualcosa che proprio non funziona a Palazzo Siano?

«Pecchiamo in comunicazione ma quel che non funziona sono alcuni uomini. Vorrei più presenza da parte di tutti perché io ci credo veramente che, con impegno, riusciremo a cambiare qualcosa, a fare del bene alla città. Stare lì in Comune è facile, ci si può rimanere anche dalle nove del mattino alle dieci di sera ma, se ci si sta facendo la bella statuina, senza essere operativo e risolvere problemi, non serve a molto. Io sono sincero, credo tanto nel gioco di squadra e nel capitano».

Ecco, com’è il capitano?

«Il sindaco Abete è, dal punto di vista strettamente personale, un grande amico, una persona sincera e leale dalla quale non potrei mai ricevere azioni cattive. Nel ruolo di capitano va, funziona. Chiaramente ha il suo carattere, i suoi tempi e il suo modo di agire, è un capitano molto riflessivo. Però, quando si mette di punta su un problema si può star certi che alla fine lo risolve».

La cosa più importante realizzata in questo anno di amministrazione qual è, secondo te?

«Tante, tra le più rilevanti c’è il bando per la piscina comunale con progetto di finanza. Riteniamo diventerà un volano anche sociale ed economico per tutte le altre infrastrutture che potranno sorgere intorno, da impianti sportivi all’indotto».

Rispetto alla squadra di governo cittadino: fai conto di osservare dall’esterno e dimmi chi secondo te è la risorsa migliore.
«Ma sta di fatto che io non sono all’esterno, come capirai bene. Secondo me è una buona squadra, ritengo siano quasi tutti ottimi lavoratori e preparati».

Hai detto «quasi».
«Abbiamo validissime risorse».

In consiglio comunale, invece?
«Su questo argomento vorrei ricordare che c’era la passata amministrazione Esposito quando io scrissi una lettera rivolta a tutti i consiglieri comunali, chiedendo di abbassare i toni del confronto. Le ricordo quelle sedute, rammento più che altro i duetti tra il sindaco e il capo dell’opposizione Pd, Giovanni Barone. Sono sempre stato convinto che i toni fossero troppo accesi e dissi la mia, anche dall’esterno, perché pensavo che l’assise dovesse tornare l’istituzione in cui si esprimono tutti, all’insegna della dialettica e del confronto politico. Ebbene, oggi sono seduto lì e mi rendo conto non di aver sbagliato ma di essere stato precipitoso nel giudicare, perché – pur se non con la stessa veemenza di allora – sono solo cambiati i protagonisti. I toni sono alti comunque e io stesso non riesco, spesso, a contenerli. Perché mi arrabbio, mi accendo, non riesco a star zitto quando sento qualcuno dall’altra parte che dice cose assurde e si rifiuta di ascoltare. Poi c’è un problema oggettivo: sono il più giovane e spesso questo non è considerato dal giusto punto di vista».

A proposito, in una seduta di Consiglio di qualche mese fa, il presidente dell’assise Mario Gifuni, cercando inutilmente di sedare una discussione, tentò di «giustificare» i tuoi toni, alti in verità, rivolgendosi alla minoranza e facendo riferimento alla tua giovane età. Ti ha infastidito?
«Moltissimo, sì. I giovani possono valere tanto o poco, qualcuno giudicherà. Fatto sta che in quell’aula io sono un consigliere comunale, come lui e come tutti gli altri. Ciascuno vale un voto, per prendere a prestito un motto che non è mio ma è giusto. Sarò anche il consigliere più giovane mai seduto in quei banchi, ma ciò non vuol dire che sia il meno preparato o il meno avvezzo alla dialettica consiliare. Io ho studiato la storia politica di questo paese e continuerò a farlo, perciò so di fare il mio dovere quando mi capita di avere di fronte qualcuno che è in consiglio comunale da trent’anni e più ma, nonostante ciò, non conosce nemmeno la differenza tra una delibera e una determina, tra una interrogazione e una mozione. Che lo dica io, a poco più di venti anni, può farmi apparire arrogante e presuntuoso, ma sono un portatore oggettivo dei fatti non della mia verità, capisco che la verità bruci e comprendo che si tenti in tutti i  modi di zittirmi. Come è accaduto quando sono stato pubblicamente aggredito da uno spettatore che mi ha definito con epiteti irripetibili e che ho denunciato per diffamazione e oltraggio a pubblico ufficiale perché questo sono io e siamo tutti noi a prescindere dall’età, pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni. Dal presidente, che deve essere super partes, fino all’ultimo consigliere».

Dici di aver studiato la storia di Sant’Anastasia. Chi è stato il miglior sindaco, a tuo parere?
«L’attuale primo cittadino si è insediato da un anno soltanto. Volendo essere oggettivi direi che il migliore, il rivoluzionario vero, è stato Carmine Esposito. Spero che tu possa rifarmi questa domanda tra quattro anni per risponderti: Lello Abete».

Hai raccontato di una tua querela per diffamazione ad un cittadino. Ma ce n’è anche una sporta nei tuoi confronti per apologia di reato.
«Sì, sono stato informato tempo fa che in Procura è stata depositata una querela nei miei confronti, non so chi l’abbia presentata ma credo sia stato un consigliere regionale da poco eletto, anche se potrei sbagliarmi. L’accusa è apologia del fascismo, per aver pubblicato su Facebook una fotografia che mi ritrae mentre faccio il saluto romano. Feci quello scatto per protestare contro una decisione della Cassazione che condannò militanti di Casapound per aver fatto un saluto romano in piazza. Io rispetto tutte le istituzioni ma rivendico la mia libertà di esprimere un’opinione e secondo me quella decisione non era giusta».

Se ne sei così convinto perché hai rimosso la fotografia?
«Infatti non l’ho rimossa. Ancora è sul mio profilo Facebook e vi rimarrà».

Pensavo di sì. Ma cosa è il saluto romano, per te?
«Ha un valore storico importante, è una gestualità simbolica usata dalla notte dei tempi per rivendicare fratellanza e amicizia. Il saluto che i senatori romani, i gladiatori, i centurioni, facevano all’imperatore in segno di rispetto. Che poi sia stato utilizzato nel periodo fascista, mutuato dall’Impero romano, è un altro paio di maniche. Donna Assunta Almirante dice che è un saluto pulito, igienico, che mantiene le distanze. Ecco, a chi non ne capisce il valore simbolico, rispondo che lo faccio per igiene».

E la celtica che porti al collo?
«La croce che porto ha un valore affettivo, è un simbolo per me soprattutto religioso. La celtica è il simbolo del collegamento tra mondo terreno e mondo celeste».

Facciamola breve, ti definiresti «fascista»?
«Definirsi così oggi è anacronistico, il fascismo è finito quando io non ero nemmeno nei pensieri dei miei nonni. Io sono un uomo di Destra, quella vera. Del ventennio  può ispirarmi il valore che Mussolini diede alla socialità, non dimentichiamo che il primo istituto nazionale di previdenza è nato in quel periodo».

Di quel periodo sono anche le leggi razziali.
«Leggi che non avrei mai condiviso. Nel ventennio ci sono molte luci e molte ombre. A cominciare dall’asse Roma – Berlino: un pazzo come Hitler che considerava una razza geneticamente superiore ad un’altra può solo essere definito un folle, allo stato puro».

Sposeresti una donna di colore?
«No. Ma non sposerei nemmeno una donna cinese o una italianissima con i capelli rossi, preferisco le bionde o, di contro, le more dai tratti tipicamente mediterranei. Semplicemente non rappresentano il mio ideale. Ma di sicuro, questo posso firmartelo, non sposerei una donna di etnia Rom».

C’è chi ti definirebbe razzista, per questo. Perché non sposeresti mai una Rom?
«Oggi ti definiscono razzista se solo pronunci la parola Rom con tono non propriamente dolce. Ma io non lo sono: non la sposerei perché sarebbe un conflitto di culture diverse che non si incontreranno mai. Non potrei mai accettare l’accattonaggio, l’educare i bambini di pochi anni a rubare, a imbrogliare. Inconcepibile con il mio modo di vivere e vedere le cose».

 Non credi che, per giudicare una cultura, non basti conoscerne pochi esempi e tutti negativi?
«Se mi trovi un esempio edificante di una qualsiasi usanza Rom sono pronto a cambiare idea. Ma non ne sposerei comunque una. L’ultimo mio incontro con due fulgidi esempi gitani è stato a Napoli, mentre tentavano di aggredire un anziano accanto ad uno sportello bancomat. Sono intervenuto, ho chiamato la polizia e li ho fatti arrestare. Ho fatto il mio dovere di cittadino, lo avrei fatto anche se gli aggressori fossero stati napoletani. Ma, guarda caso, erano Rom».

Una musulmana la sposeresti?
«Ma vuoi proprio accasarmi?»

Perché no?
«Sono stato innamorato e fidanzato, ma oggi ho necessità di star da solo. Per ora sto benissimo da single. Potrei sposare una musulmana, sì. Se solo si convertisse non avrei alcuna difficoltà».

Cosa cerchi in una donna?
«Cerco fiducia, devo averne nei suoi confronti e sapere con certezza che lei ha verso di me lo stesso sentimento. Credo sia il collante vero di ogni rapporto, d’amore, d’amicizia, politico e lavorativo. Se poi parli di bellezza, il mio prototipo di donna è Monica Bellucci. O Maria Grazia Cucinotta».

Devoto della Madonna dell’Arco, la croce al collo…immagino ti definisca un cattolico.
«Cattolico, credente, parzialmente praticante».

Preghi?
«Sì, mi capita spesso».

Cos’è per te l’amicizia?
«I valori della mia vita sono pochi ma buoni, l’amicizia è uno di questi. Ho alcuni amici veri che considero pilastri fondamentali dell’esistenza. E l’età non conta. Tra coloro che considero amici c’è il mio futuro padrino di cresima, Alfonso Gifuni. Lui mi ha insegnato tanto, innanzitutto la lealtà, e la nostra amicizia va al di là del lavoro, della politica, di tutto».

Molte righe fa hai detto che da bambino sognavi di diventare sindaco. Immagina di esserlo: quale sarebbe la tua principale priorità?
«Alleviare i disagi delle persone, sociali ed economici. Farei di tutto, davvero di tutto, per riuscirci».

Non pensi che su queste tematiche la sinistra estrema e la destra sociale si abbraccino?
«Assolutamente sì, anche se oggi parlare di estremismi non ha più senso, su questi temi si abbracciano di sicuro. E nel sogno di cui parlavi, da sindaco, al di là di qualsiasi appartenenza mi batterei per riformare il welfare cittadino».

Ci rivediamo tra quindici anni?
«Magari».

O dieci?
«Forse».

Quattro?
«No. Sono un appassionato di storia romana e condivido il cursus honorum. Nella vita, come in politica, si deve passare per la gavetta».

C’è un esponente dell’opposizione che stimi e apprezzi più degli altri?
«Sì, anche lui si batte per le sue idee e per quello in cui crede. Il consigliere del Pd Peppe Maiello era amico mio ieri, lo è oggi e lo sarà domani. Abbiamo tesi completamente opposte e ci scontriamo spesso ma questo rientra nel gioco delle parti e la politica deve prescindere dalla stima reciproca e dai rapporti personali».

Il personaggio politico di tutti i tempi che ritieni incarni i tuoi ideali?
«Se avessi avuto possibilità di intraprendere un percorso politico lo avrei fatto nel Msi, seguendo Giorgio Almirante, padre fondatore di quella Destra italiana che oggi non c’è più».

E il personaggio storico?
«Benito Mussolini ha fatto grande l’Italia. Tralasciando gli ultimi anni del suo governo e alcuni atti che non potrei mai condividere».

L’attuale forma di Governo ti soddisfa o propenderesti per il presidenzialismo?
«Certo che propenderei per il presidenzialismo. Oggi viviamo purtroppo una situazione paradossale, con un presidente del Consiglio che nessuno ha eletto e un clima che non si è respirato nemmeno nelle peggiori dittature comuniste dei paesi del Sudamerica, con una sintesi di parte che trovo incredibile. Senza parlare della presidente della Camera che sembra star lì soltanto in difesa di Rom e immigrati».

Di nuovo ti si potrebbe dire razzista, no?
«Ma non scherziamo. Io sostengo le mie idee e non sono d’accordo nel consentire che si spendano soldi pubblici dei contribuenti italiani per risolvere un problema che dovrebbe essere non solo nostro bensì di tutta l’Europa che, invece, se ne lava le mani. Intanto noi continuiamo a versare soldi a valanga per i centri di accoglienza, mentre le nostre forze armate vengono decurtate e, nelle locali stazioni, i carabinieri non hanno denaro per riempire di benzina i serbatoi delle auto di servizio o per comprare la carta. Io mi vergogno, da contribuente italiano, di un Governo che agisce così. Le più alte cariche dello stato sono sotto un’egida partitocratica di sinistra e nessuno si ribella, il centrodestra non è rappresentato in alcuna istituzione».

Il Ministro dell’Interno non è certo uomo di sinistra, per fare un esempio.
«Guarda, non dico quel che penso di Alfano perché dovrei usare epiteti passibili di querela. Un ministro dell’Interno che, dinanzi ai giornalisti che gli fanno domande precise, non si esprime sulla situazione della Campania e sul caso De Luca, come dovrei chiamarlo? A prescindere da quel che poi è accaduto e dagli escamotage che hanno trovato perché un condannato sia poi stato proclamato presidente della Regione, è un vergogna che il signor Alfano abbia glissato come se fosse uno che passava di lì e non il titolare di uno dei dicasteri più importanti. In Italia occorre una riforma della magistratura, perché è paradossale che un condannato per abuso di ufficio, reato pesantissimo per un amministratore, lo si proclami presidente mentre, per farti un esempio personale, a me è negato di fare richiesta per ottenere il porto d’armi a causa di una semplice querela non ancora nemmeno vagliata dinanzi a un tribunale».

 Perché mai dovrebbe servirti il porto d’armi?
«Sono un appassionato, mi piacerebbe esercitarmi al poligono. In America un ragazzo, a diciotto anni, può portare un’arma per legittima difesa, qui in Italia si condanna un gioielliere attualmente in carcere per aver sparato al rapinatore che gli ha ucciso la moglie durante una rapina nel suo negozio».

Tornando a Sant’Anastasia, il Pd ha richiesto l’istituzione del registro delle unioni civili, dunque anche tra persone dello stesso sesso. Sei d’accordo?
«No, per tradizione e cultura cristiana non potrei mai esserlo».

Ma sei anche uomo delle istituzioni.
«Certo, ma non identificherei mai con il sigillo di famiglia un nucleo composto da persone dello stesso sesso. Se si amano, stessero insieme. L’amore è qualcosa di estremamente personale, privato, non occorre ostentarlo. Chiamiamole come si vuole, unioni così, ma non famiglia. E soprattutto si escludano, sempre e comunque, le adozioni. Un bambino in età formativa deve capire da che parte stare non solo a livello sessuale, ma nella vita. Non si può consentire che un essere umano nel pieno della sua formazione possa essere condizionato in qualche modo da esempi che non sta a me giudicare se sbagliati ma, di sicuro, non naturali. Mi capita spesso, per le idee che esprimo su questo fronte, di essere attaccato anche sui social».

Ti attaccano perché provochi. Non ti sembra di esagerare, almeno a volte? Di essere troppo aggressivo?
«Fa parte del mio carattere ma anche se sono così sanguigno, resto sempre consapevole e convinto di quel che faccio e quel che dico».

C’è qualcuno cui vorresti o dovresti chiedere scusa?
«Bella domanda. Non mi viene in mente nessuno, magari mi scuso adesso con coloro i quali dovrei davvero farlo. Forse sono tanti, ne approfitto per una sorta di condono circolare».

Ti piace leggere?
«Ho poco tempo, ma ora sto leggendo un libro molto bello di Giampaolo Pansa, «La Destra siamo noi, una controstoria italiana da Scelba a Salvini» e in contemporanea «Quarto Reich» di Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano che presenteremo il 3 luglio a Sant’Anastasia sotto il simbolo di Ortocrazia».

C’è un politico di Sinistra che ammiri?
«Fausto Bertinotti, per la sua intelligenza e la terzietà con la quale ha ricoperto la carica di presidente della Camera, mostrando un’etica istituzionale e comportamentale sacrosanta. Credo sia stato un presidente migliore di Fini, della Pivetti, di Casini. Nonostante le idee lontane da me, lo rispetto molto».

Sei sempre rispettoso dell’avversario politico?
«Io rispetto chi mi rispetta. Restituisco pan per focaccia. Uno dei principi della cristianità che ho molta difficoltà a seguire è il porgere l’altra guancia, lo ammetto. Ma non comincio mai per primo, almeno questo me lo riconosco».

Il film più bello che tu abbia visto?
«Dove osano le aquile», è un film inglese ambientato durante la seconda guerra mondiale. L’ho incrociato per caso facendo zapping, mi ha incuriosito il titolo e mi sono soffermato trovandolo bellissimo. Me ne sono innamorato, anche perché si evidenziano in quel film i tanti errori della Germania nazista, dell’egemonia teutonica che ancora oggi esiste con la Merkel. Allora con le armi da fuoco, oggi con quelle economiche».

Cosa significa per te una promessa? Mantieni sempre gli impegni?
«Se stringo la mano a una persona mi sento più vincolato che se avessi firmato una scrittura privata dinanzi ad un notaio. La stretta di mano, la promessa e l’impegno che questa gestualità sancisce, è quasi un patto di sangue per me. Non mi sottraggo mai ad un impegno preso, anche se fossi costretto a fare salti mortali, a gettarmi nel fuoco».

Che lavoro vuoi fare da grande?
«Intanto prenderò la laurea in Legge, il mio primo obiettivo da settembre prossimo. Il mio sogno sarebbe in ogni caso aprire una catena di macellerie con prodotti ricercati e di qualità».

Il tuo maggior difetto e quello che invece consideri un pregio?
«Sono testardo, se mi impunto è finita. Quanto al pregio, credo di essere una persona buona».

Mai fatto cattiverie?
«No, non ne sono capace. Però ne ho ricevute parecchie ma passo oltre, l’unica cosa che non accetto è la slealtà».

Se fossi un animale?
«Sarei un’aquila. Perché osa, vola in alto, scende in picchiata».

C’è qualcosa che vuoi assolutamente realizzare prima della fine di questa consiliatura?
«Sì, creare opportunità per tutti i giovani. Non è solo un pensiero ma un progetto del quale ora non parlerò ma lo si vedrà, non a lungo termine».

C’è un angolo di Sant’Anastasia che trovi bello e ti emoziona?
«Via Roma, quando si arriva da Pomigliano d’Arco e ci si trova dinanzi la Chiesa di Santa Maria La Nova con alle spalle la nostra montagna e il campanile, come si fa a non emozionarsi? Una cartolina».

In quale altro luogo saresti contento di vivere?
«In nessun altro, voglio vivere qui. Ma per un viaggio sceglierei il rude Texas, l’Olanda, il Nord Europa».

Che musica ascolti?
«Musica vecchia, vintage come me. Mina, Califano, i Pooh, Walter Foini».

 Se ti capitasse di vincere due milioni di euro alla lotteria, cosa ne faresti?
«Innanzitutto penserei alla mia famiglia. Il resto lo userei per costruire una casa di cura e una mensa per le persone disagiate, qui a Sant’Anastasia».

Qual è il regalo più bello che hai fatto e quello che hai ricevuto?
«Di regali ne ho fatti tanti, non saprei dirti il più bello perché ci penso tanto ogni volta, voglio che sia mirato, adatto per la persona alla quale è destinato. Il regalo migliore lo ricevo tutte le mattine quando mia madre, nonostante i miei 23 anni, viene a darmi il bacio del buongiorno».

Per finire, se dovessi spiegare chi è Alfonso Di Fraia a qualcuno che non ti conosce usando pochi aggettivi?
«Testardo, determinato, nevrotico, leale, sincero».

carta natale alfonso di fraia