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Voto di scambio a Nola, i broker del consenso: 2mila euro ogni 100 elettori trovati

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Non è stata una classica indagine partita da intercettazioni o controlli di routine. Il caso del voto di scambio legato alle amministrative del 2022 a Nola affonda le sue radici in una vicenda più complessa, fatta di tensioni sociali, sgomberi e ritorsioni.

All’origine di tutto ci sono infatti alcune denunce presentate ai carabinieri da cittadini che avevano inizialmente accettato denaro in cambio del voto, ma che successivamente decisero di raccontare tutto. Non si trattò, secondo quanto ricostruito, di un ripensamento dettato dal senso civico, quanto piuttosto di una reazione a vicende personali, tra cui sgomberi di baracche abusive nella zona di piazza d’Armi e contrasti sfociati in vere e proprie vendette.

Da lì prese forma un effetto domino: alle denunce si affiancarono inchieste giornalistiche, episodi intimidatori come auto incendiate – anche nei pressi dell’abitazione dell’allora sindaco – e un clima sempre più teso che contribuì ad alimentare un caso politico e giudiziario di rilievo. Un contesto che portò, nel tempo, anche alle dimissioni del primo cittadino Carlo Buonauro, risultato comunque estraneo ai fatti.

L’attività investigativa, coordinata dalla Procura di Nola guidata da Marco Del Gaudio e condotta dai carabinieri della compagnia di Nola agli ordini del capitano Edgard Pica, è proseguita lontano dai riflettori fino all’emissione del decreto di citazione diretta a giudizio per dieci persone.

A processo andranno Giuseppe Venuso, Madalina Vasilica Cirimpei, Roberto De Luca, Gaetano e Aniello Galeota, Romina Elena Bevilacqua, Domenico Stefanile, Maria Romano, Felice Raiola e Giovanni Di Meo. Tutti sono chiamati a rispondere, a vario titolo, di voto di scambio.

Le accuse riguardano sia chi avrebbe offerto denaro per orientare il consenso elettorale a favore di tre candidati poi eletti – ma non coinvolti nell’indagine – sia chi avrebbe accettato quei soldi in cambio della preferenza. In alcuni casi, secondo gli inquirenti, la ricerca dei voti sarebbe avvenuta anche per favorire l’elezione di familiari, come mogli o figli.

Determinanti per l’inchiesta sono state proprio le dichiarazioni degli stessi cittadini coinvolti, che nel 2023 si esposero pubblicamente raccontando i meccanismi del cosiddetto “do ut des” elettorale.

Nel fascicolo sono stati ricostruiti anche i dettagli economici del sistema: il prezzo di un voto oscillava tra i 60 e i 150 euro, mentre intermediari incaricati di reclutare elettori avrebbero ricevuto circa 2mila euro ogni 100 persone coinvolte. Previsti anche bonus successivi, fino a mille euro, in caso di esito positivo delle elezioni.

Non solo denaro: tra le contropartite figurerebbero anche promesse di lavoro e interventi per evitare sfratti da alloggi popolari occupati abusivamente.

Un quadro articolato che ora sarà oggetto del vaglio del tribunale, fermo restando per tutti gli imputati il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

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