Presso la restaurata sede storica dell’Osservatorio Vesuviano si è svolta l’esposizione “The Walk: viandanti e vesuviani” allestita da 40 artisti provenienti da vari paesi tra cui Italia, Svizzera, Germania.
Camminare fa bene e non lo fa solo al corpo ma anche alla mente e forse pure all’anima, e questo lo hanno ben capito gli artisti internazionali che da un paio di mesi, con sede stabile presso la foresteria dell’Osservatorio, reinterpretano il Vulcano e il suo territorio percorrendolo. Fa bene alla mente perché c’è il contatto diretto con la materia prima dell’ispirazione e la realtà umana che la circonda, e perché ha permesso loro di mostrarci immagini che difficilmente avremmo visto attraverso l’opacità della nostra realtà.
La nostra visione quotidiana, i nostri canoni standardizzati ci offrono una visione selettiva di quello che abbiamo intorno e per questo, occhi nuovi, sguardi tarati altrove o forse per niente, ci corrono in aiuto con la meravigliosa metafora dell’arte.
La sede dell’evento è quella della restaurata sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, incorniciato da un Somma e un Vesuvio rigogliosi nella loro migliore primavera, tersa come non mai in questo periodo e per questo ringraziamo il maestrale.
L’arte contemporanea non è di facile assimilazione, forse per la sua intrinseca libertà o forse per le nostre sovrastrutture, quelle che tendono ad esemplificare troppo o a categorizzare quello che andrebbe semplicemente fruito in base al gusto e all’educazione nell’andare più in là del già visto e del già provato. Un po’ come quando s’impara a bere il buon vino, quando si è invece cresciuti ad aceto e fragolino.
Così, la continua reinterpretazione della sabbia vulcanica sull’ottagonale tavolo, dell’ottagonale tavola fondono l’umano e il naturale e coinvolgono il visitatore a seguire le strade tracciate con le dita di chi li ha preceduti o di crearne di nuove. Nuovi percorsi, nuove immagini e nuovi linguaggi.
La mostra non è solo concettuale ma è, o lo è anche a livello fotografico e in questo ci ha colpito il reportage che ha ritratto i tanti lavoratori migranti che popolano le nostre strade. Scene di vita dei nostri fratelli africani sono state strappate dalla cruda realtà delle nostre strade. Le foto, poste in second’ordine, sotto i tabelloni illustrativi del Real Osservatorio Vesuviano, quasi, o forse sicuramente a volerne rimarcare metaforicamente la situazione di oblio e accantonamento di chi percorrendo la Zabatta o le rotonde della Panoramica li vede solo come macchie nere che vagano sotto il sole o aspettano un caporale.
Sempre in tema di invisibilità, il coraggio di altri artisti concettuali (Autosex) ha portato un altro tema alla ribalta ovvero una mostra di scatti rubati a chi si apparta sulla provinciale del Vesuvio, un lavoro senz’altro forte e forse al limite della legalità e della nostra ipocrita moralità, come del resto lo è la pratica delle coppiette, data per scontata qui da noi ma motivo di meraviglia e ironia altrove.
Ciò che più ci ha colpito è stata però l’esposizione di alcune foto di un artista tedesco (Pizzeria Napoli) che, sulla splendida balconata che volge a meridione, davanti alla maestosa mole del Cratere e il flusso lavico del 1944, campeggiano le foto di ristoranti e pizzerie italiani di Karlsruhe che come simbolo o nome hanno il Vesuvio, una sorta di ritorno in patria, se non altro figurato e figurativo di chi è andato altrove per trovare lavoro.
Le opere, le tante opere esposte all’Osservatorio hanno avuto il pregio unico e fondamentale di aver dato nuova vita ad un luogo fin troppo abbandonato e popolato di spettri antichi e moderni, c’è da sperare che simili iniziative vengano riproposte per rivitalizzare in maniera coerente e non stantia un Vulcano e un parco nazionale abbandonati fin troppo all’oblio, all’illegalità o all’improvvisazione di chi dovrebbe reggerne le sorti.



