INCENERITORI. NULLA SI DISTRUGGE, TUTTO SI TRASFORMA

0
È utile conoscere, per larghe linee, cosa ci restituisce un inceneritore dei rifiuti. Dalla nostra vista scompare il pattume, ma la massa di cenere che si produce è molto tossica e pericolosa per la salute. Di Amato Lamberti

Dopo l’intervento di Tommaso Sodano, mio carissimo amico, con il quale abbiamo condiviso anche la lunga battaglia contro gli inceneritori, mi sembra opportuno intervenire su questa questione, specialmente dopo la disponibilità manifestata da molti sindaci, quello di Napoli, di Salerno, di Somma Vesuviana, ad ospitare sul proprio territorio un inceneritore, pomposamente chiamato termovalorizzatore.

La mia posizione è chiara e netta, come già ho avuto modo di scrivere sul quotidiano "Terra news": "l’incenerimento dei rifiuti, come dice il prof. Montanari, eminente nanodiagnostico, altro non è che un gioco di prestigio per farli scomparire dalla vista, mentre, in realtà, la massa dei rifiuti ne esce aumentata e dotata di maggiore tossicità".
Dovremmo tutti conoscere la legge di Lavoisier, il cosiddetto principio di conservazione della massa, visto che si studia in tutti gli Istituti superiori: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Quando si brucia qualcosa, legno, carta, plastica, rifiuti che sia, questo qualcosa non scompare se non alla vista, dato che la sua massa resta invariata.

Si trasforma in ceneri per una parte e in polveri grossolane, fini, finissime, ultrafini che si disperdono nell’atmosfera per ricadere sul terreno ad una distanza che è proporzionale alla loro grossezza: quelle grossolane molto vicine al luogo in cui si producono; quelle più fini possono arrivare a chilometri, a decine di chilometri, a migliaia di chilometri e dovunque, tutte, si fissano sul terreno, nei vegetali, negli alvei polmonari, nello stomaco, nel sangue di uomini e animali.
Ma la massa non resta invariata perché, quando sottoponiamo a combustione i rifiuti in un inceneritore, qualunque sia la tecnica utilizzata, bisogna aggiungere ossigeno atmosferico e sostanze come calce, ammoniaca, acqua, ecc., e questa massa aumentata sarà ciò che esce dal processo. Bruciandoli, quindi,la massa dei rifiuti aumenta, non diminuisce.

Ad aggravare la situazione, c’è il fatto che la maggior parte del materiale bruciato si trasforma in sostanze molto più tossiche di quelle iniziali, la produzione di polveri è enorme e le tecnologie di filtrazione dei fumi, come dicono tutti gli scienziati, sono di fatto inefficaci. Per quanto riguarda le polveri, una frazione si forma immediatamente a livello della sorgente, e questa frazione viene chiamata "particolato primario filtrabile". Un’altra frazione viene espulsa in fase gassosa, ma condensa in pochi secondi: questa si chiama "particolato primario condensabile". Infine, ogni combustione provoca la formazione di diversi gas, come ossidi di azoto, biossido di zolfo, ammoniaca e molti composti organici gassosi diversi a seconda di quello che si brucia: questa frazione è detta "particolato secondario".

I filtri di cui sono dotati gli inceneritori, anche i più tecnologicamente avanzati, agiscono solo, e neppure totalmente, sul particolato primario filtrabile, che costituisce la parte minoritaria di tutte le polveri prodotte. Comunque anche le polveri filtrate, in un modo o nell’altro, finiranno in atmosfera.
Resta ancora il problema delle ceneri cariche di metalli pesanti che si formano nella combustione e che costituiscono una frazione importante del rifiuto. Dovrebbero essere portate in apposite discariche per essere vetrificate, in modo da evitare la dispersione in atmosfera e il conseguente inquinamento. Per legge queste ceneri sono definite inerti e quindi generalmente finiscono mescolate al cemento rendendolo, di fatto, non proprio innocuo per chi debba maneggiarlo e per chi se lo ritrova nelle pareti domestiche.

Ogni inceneritore è, quindi, come scrivono gli scienziati del Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena, una gigantesca fonte di inquinamento dell’ambiente e dell’atmosfera e una mostruosa fonte di patologie per gli esseri umani. Le malattie da particelle comprendono una gamma vastissima: quelle cardiovascolari sono probabilmente le prevalenti; poi ci sono le malattie infiammatorie, quelle allergiche, quelle tumorali, quelle dell’apparato respiratorio, quelle su base endocrina, come, ad esempio, il diabete, le malformazioni fetali e quelle, sempre più indiziate, su base neurologica, come il morbo di Parkinson e il morbo di Alzheimer. Esistono, inoltre, disturbi del sonno, della memoria, dell’apprendimento e del carattere, oltre ad una patologia sempre più diffusa come la stanchezza cronica.

Una domanda viene spontanea: il corpo umano può liberarsi di queste presenze estranee, una volta assorbite? La risposta, per ora, è negativa.
Per questo non solo non va costruito nessun nuovo inceneritore ma anche quelli già in funzione andrebbero spenti il prima possibile, con buona pace dei Sindaci che tentano di salire sul grande affare degli inceneritori nel nostro Paese. Se l’Italia di oggi vorrà lasciare alle generazioni che verranno un Paese meno invivibile, tutti gli impianti che prevedono la combustione di petrolio,nafta, rifiuti, biomasse, vanno spenti nel più breve tempo possibile. L’energia elettrica produciamola con il sole, il vento, le maree, l’acqua, che sono le uniche fonti pulite e sempre rinnovabili.

E per i rifiuti? Trituratori domestici, impianti di compostaggio, biodigestori anaerobici per le frazioni organiche e indifferenziate. Tutto il resto, le frazioni secche, vanno semplicemente riutilizzate, per trasformare i rifiuti in risorsa. Ne guadagnerà l’ambiente, ne guadagnerà la salute dei cittadini, ne guadagnerà l’economia del Paese.
(Foto: Inceneritore di Brescia. Fonte: Internet)

GLI ALTRI INTERVENTI DEL PROF. LAMBERTI

I CAPRI ESPIATORI IN TERRA DI CAMORRA E MONNEZZA

Le speranze di Bertolaso, che auspica il risveglio del Vesuvio per fare piazza pulita della gente vesuviana, hanno radici antiche. Cercavano un capro espiatorio, hanno trovato La dignità di un popolo. Di Carmine Cimmino

Poiché noi cittadini del Vesuvio siamo stati scelti come capri espiatori di questa diabolica macchinazione dei rifiuti, di questa Peste, come giustamente l’ha chiamata Tommaso Sodano già nel titolo del suo amarissimo libro, e poiché non è la prima volta che i vesuviani fanno da capri espiatori, voglio ricordare a me stesso cos’è un capro espiatorio.

È una figura che si trova in tutte le società, di ieri e di oggi, perché nasce dal connubio tra un bisogno primario della natura umana, l’aggressività, e un bisogno storico della convivenza sociale: la purificazione della colpa. Nel Levitico si racconta che Aronne, il sacerdote fratello di Mosé, celebrò il rito della purificazione collettiva con il sacrificio di due capri: ne sgozzò uno, e con il suo sangue asperse tutti gli oggetti sacri; scaricò sull’altro, attraverso l’imposizione delle mani, tutti i peccati della gente di Israele, elencati in modo chiaro e distinto. Poi una guida trascinò l’animale nel deserto e ve lo lasciò morire consacrandolo ad Azazel, il demone infuriato.

Ma gli uomini non si accontentarono, e non si accontentano, di essere purificati da un capro. Hanno cercato assai spesso il sangue di donne e uomini, scegliendo i maledetti tra i deboli – i deboli nel corpo, i deboli di mente -, tra i prigionieri di guerra, tra i potenti che perdono il loro potere, tra coloro che si sono macchiati di colpe nefande, come Edipo che uccise il padre e si unì con la propria madre: insomma tra i segnati, ‘e signalate: la storia delle catastrofi naturali, delle guerre e delle epidemie ruota intorno ai capri espiatori.

Cristo fu il capro espiatorio per eccellenza, l’Agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo. Pilato, che vide la Sua innocenza, stornò dalle proprie mani il Suo Sangue, mentre gli Ebrei chiedevano a gran voce che cadesse su di loro e sui loro figli. Nel pubblico sacrificio delle streghe la società medioevale scaricò, attraverso l’assunzione collettiva delle responsabilità, la violenza della superstizione, e il terrore delle epidemie inventò gli untori. Il mondo slavo e i nazisti scelsero gli Ebrei come vittime di una follia smisurata e totale, e da Nerone in poi – ci limitiamo alla storia dell’ Occidente – i tiranni e i tirannelli di tutte le taglie sanno che le stesse folle che li santificano saranno capaci di sgozzarli, di appenderli ai pali nelle piazze, di cacciarli via a scrosci di monetine in faccia, e di profanare anche le loro tombe.

Nella società dei consumi la folla ha bisogno del capro ancora più di ieri. Benjamin Malaussène, il memorabile personaggio inventato da Daniel Pennac, fa, di professione, il capro espiatorio: responsabile dell’ufficio reclami di un grande magazzino, sopporta ogni giorno di essere trafitto, moderno San Sebastiano, da nugoli di reclami proteste ingiurie che clienti inviperiti gli scagliano addosso.

Nel 1631 il Vesuvio, dopo secoli di sonno, si risvegliò e fu una catastrofe: di tali proporzioni e così inattesa, che i pensatori di professione, laici e ecclesiastici, si sentirono obbligati a dare un senso a quel cataclisma, a trovargli una logica. E la trovarono, partendo dal presupposto che tutto ciò che accade, accade perché Dio vuole che accada. E dunque se Dio ha scatenato sui Vesuviani questo inferno, vuol dire che i Vesuviani se lo meritano. E cosa scatena l’ira del Signore? I peccati, quando superano, per quantità e per qualità, il limite della decenza. Giuristi, teologi, cronisti e predicatori, essendosi convinti, alla fine di tale ragionamento, che solo colpe innumerevoli, collettive e innominabili, potevano avere scatenato una punizione così terrificante, rovesciarono sui Vesuviani tutto il fango di tutti i peccati nefandi: lussuria secondo natura e contro natura, infanticidi, stupri, magia nera, bestemmie, sacrilegio.

Per non parlare del contorno di atti di brigantaggio, rapine, assassini. E per fortuna non erano state ancora inventate né la minigonna né le scollature audaci. Insomma i Vesuviani vennero pittati come ‘a schifezza d’’a schifezza ‘e ll’uommene e de’ ffemmene. Per donne e uomini così, un Vesuvio solo non bastava. Ce ne volevano almeno due. La Chiesa pensò bene di inviare nel territorio squadroni di missionari, anche perché i sacerdoti locali si erano sporcati, diciamo così, con molti e densi schizzi di quel fango.
La storia si ripete. La peste della monnezza è la giusta punizione per il popolo vesuviano che è due volte camorrista: una volta, perché è camorrista a priori, l’altra, perché non vuole fare la differenziata e non vuole la discarica, e protesta, si ribella, e minaccia di scarrupare dalle fondamenta il castello delle chiacchiere.

Dietro la protesta c’è la camorra, si dice, si dichiara e si ribadisce. E non è vero. Perché la camorra le discariche le vuole, la camorra, che in questo primo decennio del sec. XXI appare come un mostro nuovo, costruito assemblando parti e pezzi e congegni dei modelli antichi, sulle discariche, e sulla differenziata, e sulle crisi cicliche della raccolta dei rifiuti ha costruito l’affare più gigantesco della sua storia. Non appena le montagne di monnezza incominciano a sollevarsi dalle strade di Napoli, qualcuno se la ride, e si stropiccia le mani: dal 2001 al 2009 sono stati spesi in regime d’emergenza tre miliardi e mezzo di euro.

Era facile prevedere che la rivolta contro la discarica di cava Vitiello avrebbe appiccato il fuoco alla disperazione del popolo vesuviano, già messo in ginocchio da una crisi economica, che parte dal terremoto del 1980 e che si è aggravata di anno in anno. La bandiera italiana bruciata è il segno di un sistema sociale che si sgretola, e travolge via, nella frana, il presente, il futuro, la speranza, e spezza gli ultimi lacci, già da tempo corrosi e sfibrati, delle relazioni sociali. Siamo mosche intrappolate in un bicchiere capovolto, e ci sembra che qualcuno al di là si diverta a vederci mentre sbattiamo sul vetro.

Non esagero. Ogni giorno sento nelle parole degli amici una rabbia cieca, il dubbio, una stanchezza estrema, e anche il bilancio del nostro passato appare la presa d’atto di un fallimento.

LA STORIA MAGRA

“ASINO CHI LEGGE”

Leggere è un verbo che viene coniugato sempre di meno. Ne ha parlato con competenza Antonella Cilento, autrice del libro “Asino chi legge”.

Il 22 ottobre scorso, presso la Libreria Fnac di via Luca Giordano a Napoli, Antonella Cilento, in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro “Asino chi legge” – I giovani, i libri, la scrittura (Guanda ed.), ha raccontato ad un vasto pubblico, attento e interessato, la sua esperienza di insegnamento di scrittura creativa “in luoghi dove la passione per la pagina non è mai nata o si scontra con difficoltà insormontabili”.

In questa sua ultima opera racconta, infatti, la sua esperienza di docente esperto esterno, nelle più svariate realtà scolastiche della nostra penisola: nelle complesse periferie della nostra città, dal Rione Luzzatti, la cui realtà mi è ben nota per aver insegnato per oltre un decennio presso la S. M. S. “Ruggiero Bonghi”, al Liceo scientifico “G.Mercalli”, dove attualmente insegno, dalle scuole del Trentino Alto Adige a quelle della Sicilia, in un paese che legge sempre meno e dove è in calo il valore dello studio perché “non ti porterà da nessuna parte, non ti aprirà le porte del mondo del lavoro, non farà di te una persona migliore, tanto vale trovare false scorciatoie”.

È emerso in modo manifesto che i protagonisti del libro sono gli adolescenti, non solo perché ad essi è rivolto il lavoro che la Cilento svolge con loro e con i docenti, ma perché l’autrice ha riportato le loro pagine scritte in sede di laboratorio, le loro storie, i loro racconti intessuti di umanità profonda e che svelano mondi troppo spesso sopiti e messi a tacere da un frenetico operare che impedisce la riflessione sul ricco mondo che i giovani posseggono e di cui gli adulti hanno il dovere di facilitarne espressione e sviluppo.

La creatività non è una dote infusa negli esseri umani, ma una abilità che va insegnata per favorirne la crescita, così come l’abitudine alla lettura e alla scrittura va incoraggiata inseguendo il “piacere del leggere e dello scrivere”, nel rispetto di una progressione guidata, assistita, sostenuta e autonomamente conquistata: tale percorso ci racconta Antonella nel suo libro, nel quale alle storie degli adolescenti fa da sfondo il suo instancabile operare di docente che si fonde e si confonde con quello di scrittrice gradevole e appassionante per la spiccata capacità di far immergere il suo lettore nelle trame più strette e profonde dei luoghi, dei tempi, degli spazi e dei personaggi che descrive e che diventano ben presto noti e familiari.

Il Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta (www.lalineascritta.it), fondato nel ‘93 ha consentito e consente a tanti, giovani e meno giovani, di tuffarsi appunto nel mondo della linea scritta, dando vita a tante piccole e grandi “creature letterarie” che sarebbero rimaste in un limbo ignoto e che grazie al suo contributo prendono forma, spessore e vita.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

L’ETERNA BATTAGLIA TRA LA GRAMMATICA E L’USO DELLE PAROLE

0
Il prof. Giovanni Ariola risponde ai lettori che gli sottopongono curiosità e dubbi circa l”uso delle lingua italiana. Dalle domande viene fuori il disagio per i troppi forestierismi.

Salvatore M. da Nola scrive: “Vorrei sottolineare ancora una volta la cattiva abitudine di noi italiani di usare le parole straniere anche quando esistono parole della nostra lingua corrispondenti. Ieri ad una conferenza sul tema dell’intercultura l’oratore di turno ha esordito: «Vi mostrerò alcune slide che potranno più efficacemente ecc. ecc.» Perché non usare la parola italiana diapositiva?

Risposta – Più volte i linguisti hanno consigliato di evitare i forestierismi (barbarismi) quando è possibile, ossia proprio quando si possono utilizzare termini italiani di significato uguale o affine. Nel caso di slide tuttavia vanno fatte alcune considerazioni. È pur vero che slide si traduce in italiano, tra l’altro, con diapositiva ma questa non indica propriamente un’immagine documentaria originata da un computer ma genericamente un’immagine fotografica proiettata con un apparecchio chiamato diaproiettore. È pertinente perciò l’uso del termine slide che attualmente, e non solo in Italia, si intende come una particolare schermata (o videata) di computer proiettata su un apposito telo.

C’è da dire piuttosto che, nel trasporre e nell’innestare il termine dall’inglese nella lingua nostra, forse proprio condizionati dal lemma italiano diapositiva che è sostantivo femminile, gli si è arbitrariamente attribuito il genere femminile da neutro che era nella lingua originaria. Quindi the slide è diventato la slide. Errore o se si vuole un’anomalia. A fronte di esempi di diverso impiego per parole come the week – end = il week end. (= il fine settimana. Si considerino anche il fine mese, il fine corsa o finecorsa, il fine partita, ma … la fine stagione).

In verità, correttamente i vari dizionari di lingua italiana qualificano grammaticalmente il lemma definendolo s.m. inv. = sostantivo maschile invariabile. Quindi propongono di dire e scrivere lo slide e quindi gli slide.
Che fare? Chi vincerà alla fine, o chi ha già vinto, la grammatica o l’uso? Intanto, non so quale reazione avrebbero avuto gli ascoltatori, se l’oratore di cui sopra avesse detto: Vi mostrerò alcuni slide illustrativi ….

Carlo L. da Dugenta scrive: “La nostra lingua avrebbe bisogno di una bella ripulita …dalle frasi fatte…Mi è capitato di udire persone che continuano ad usare espressioni come ‘a spron battuto’ quando di sproni ormai non se ne vedono più in giro, ‘a tamburo battente’…. figuriamoci!, ‘levata di scudi’ o ‘a spada tratta’, veramente da ridere!”

Risposta – Sì, perdurano nella nostra lingua molte frasi fatte o modi di dire che all’origine erano traslati, per lo più metafore, efficaci che vivacizzavano il linguaggio. Tali frasi, spesso di sapore militaresco o persino guerresco, con il mutare delle situazioni storiche e culturali, sono in seguito collassate, ossia si sono svuotate della loro funzione trasfigurativa, perdendo la freschezza e la efficacia comparativa dell’inizio, e sono rimaste incistate nella lingua, conservando tuttavia la valenza semantica generale. A riprova della pervicace sopravvivenza di queste larve lessicali, propongo una esilarante conversazione tra due politici:

A – Sono rimasto di stucco di fronte a tanta arroganza…
B – E io di sasso a vedere quel pallone gonfiato spadroneggiare liberamente…
A – Quella volta ho dovuto fare marcia indietro e mi sono ritirato in buon ordine ma ora basta, resisterò fino all’ultimo respiro…
B – L’importante è non restarsene con le mani in mano
A – E quando mai? Dimentichi che ho sudato sette camicie
B – Per questo, anch’io mi sono fatto un cuore così…
A – Purtroppo non ho cavato un ragno dal buco…il servilismo e la pecoraggine sono dure a morire…mi sono sgolato ma non sono riuscito a smuovere di un millimetro tutti quei battilocchi (nel dialetto napoletano = persone stupide e servili), quelle mazze di scopa che pendono dalle labbra del loro capo e sono pronti, allineati e coperti, ad applaudirlo qualsiasi cosa dica o faccia…

B – E io? Mi sono arrampicato sugli specchi, e mi sono ritrovato con il sedere per terra, sembra di essere tornato a usi e costumi medievali…
A – Ma io non mi faccio passare la mosca per il naso
B – Non mi prenderanno per i fondelli
A – Li tallonerò…
B – Gli starò con il fiato sul collo
A – Certo che la vita politica è diventato un campo minato
B – Bisogna forse imparare l’arte di fare buon viso a cattivo gioco
A – Tu sai che non ho peli sulla lingua
B – Non ce la farai con quelle facce di bronzo

A – Non fingerò…
B – Non ti sto invitando a menare il can per l’aia né a fare il gioco delle tre carte ma ad essere cauto ad adottare una strategia efficace…quando si fiuta la sconfitta, meglio levare le tende
A – Ho sempre combattuto a viso aperto mi piace l’arma bianca e ho sempre vinto…
B – Non sedere sugli allori con questi ci vuole altro che l’arma bianca…
A – Sono un osso duro
B – Nun te fa’ masto (= non farti maestro). non cantare vittoria troppo presto…
A – Deve aver paura chi ha scheletri nell’armadio
B – Ti rivolteranno come un calzino, faranno le carte false e ce lo metteranno loro uno scheletro nel tuo armadio…

A – Ma non getterò la spugna
B – Non ti conviene fare il braccio di ferro…A fare il bastian contrario, ci lascerai le penne
A – Chi vivrà, vedrà
B – Buon pro ti faccia!

Doveroso, anche se decisamente superfluo, precisare che ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.
Ma qualcuno, alquanto malizioso, dice che spesso questa frase cautelativa risulta chiaramente una antifrasi.

LINGUA IN LABORATORIO

RIFIUTI: L’EMERGENZA STRATIFICATA

0
La popolazione campana vittima di azioni politiche poco lungimiranti, ma adesso cӏ da disinnescare la bomba ecologica delle discariche storiche. Serve un concorso internazionale di idee per eliminare il pericolo e per risanare. Di Luigi Jovino

“Se la camorra non avesse incassato i soldi per sotterrare rifiuti pericolosi, proveniente da tutta l’Italia adesso dovremmo parlare di una semplice banda di criminali a diffusione regionale”. Paolo Chiariello, inviato di Sky è stato molto chiaro nel riportare una opinione corrente, ormai accettata dagli studiosi dei fenomeni della malavita organizzata. Mentre il giornale La Padania titola “Non vogliamo i rifiuti di Napoli”, risulta ben chiaro che le campagne del casertano e del napoletano hanno invece “ingoiato” rifiuti e veleni delle fabbriche del nord Italia, favorendo un surplus di benessere esentasse che poi è stato spalmato nei territori a vocazione industriale.

A loro i soldi e a noi i veleni! E non si riesce neanche ad evitare la beffa. Infatti è difficile far capire all’opinione pubblica internazionale che i campani sono vittime incolpevoli di un sistema illegale che ha avuto come braccio armato la camorra, nata proprio all’interno della sottocultura locale. La classe politica campana ha però grandi responsabilità. Vorrei sapere che cosa hanno fatto per risolvere la situazione rifiuti in Campania anche i “Soloni” che oggi, essendo oramai all’opposizione, pontificano sulle disgrazie del popolo vesuviano e sull’inefficienza del Governo nazionale? Che la camorra stesse puntando sul business del rifiuti è cosa nota da almeno 25 anni.

Ricordo che una sera di tanti anni fa, Enrico Fontana, giornalista dell’Espresso e redattore dei primi rapporti di Legambiente su Ecomafia, mi confidò le sue paure perché era entrato nel mirino del clan dei casalesi. Le parole, i numeri e i grafici davano fastidio ai camorristi prima ancora che ci fosse il clamore letterario di Gomorra. Insomma un caso “Roberto Saviano” ante litteram che nessuno, però si è preoccupato di prendere in considerazione. Bisognerebbe ricordare che Legambiente ed Enrico Fontana, attualmente consigliere regionale del Lazio, sono patrimonio della cultura di sinistra, così come appartengono alla cultura progressista esperienze ambientaliste che proprio a Napoli hanno trovato terreno di elezione.

Viene voglia di chiedere, a questo punto, cosa abbiano fatto le amministrazioni di centro sinistra che hanno governato il 75 per cento dei paesi campani almeno per un quindicennio? Se non si voleva entrare in rotta di collusione con la camorra che alle buone intenzioni, agli studi pianificati e alle carte bollate oppone colpi di fucili e stragi organizzate si poteva pensare di avviare una strategia per rendere vana la loro azione criminosa. Si poteva far partire la raccolta differenziata per tentare di costruire fabbriche e impianti di riciclaggio piuttosto che discariche incontrollate. Bastava inondare le città di campane e contenitori delle frazioni riciclabili per costruire nella gente una nuova coscienza. Una diversa sensibilità.

Non è detto che questa strategia dovesse per forza produrre una situazione diversa da quella vissuta oggi, però almeno avremmo provato a resistere, creando un argine alla diffusione del malcostume in cui (ahimè) la malavita organizzata è abituata a pescare. Alcuni comuni del salernitano e la stessa città di Salerno, ad onor del vero, questo progetto l’hanno realizzato e adesso sono in testa nella graduatoria dei comuni virtuosi e ricicloni. Sono convinto, però, che non serve recriminare e che le accuse valgono solo se finalizzate ad evitare errori del passato. Adesso c’è da disinnescare le bombe ecologiche delle discariche che pullulano in molti terreni della provincia di Napoli e in quella che fu Terra di lavoro. Potrebbero esserci disastri ecologici dalle conseguenze inimmaginabili per le popolazioni residenti.

Credo che la Comunità europea, il Governo, la Regione e i Comuni debbano avviare al più presto un concorso internazionale di idee, finalizzato a smaltire le montagne maleodoranti. Questa deve essere l’emergenza primaria. La scienza, l’ingegno umano dovrebbero essere capaci di trovare alternative di smaltimento diverse da quelle che considerano il trasferimento dei rifiuti in vagoni ferroviari diretti in Germania.

LA RUBRICA

QUANDO IL TERRITORIO FORMA ANCHE IL CARATTERE. I “FARENIELLI…

Narcisi e farenielli: chi sono e che mangiano. Considerando che quando camminano se quarteano, ecco cosa provano per loro i napoletani. Di Carmine CimminoI caratteri degli uomini saranno pure forme universali, ma alcuni di essi hanno certamente anche una storia territoriale. Dedicheremo alcuni articoli alla versione napoletana e vesuviana del narciso, del lussurioso, dell’avaro, del violento, e al loro rapporto con il cibo e in particolare con i maccheroni e con la loro filosofia.

Il narcisismo è una costellazione di vizi, difetti e patologie, al cui centro c’è la vanità assoluta. Il narciso esiste solo per sé stesso, e crede che gli altri esistano solo grazie a lui e per lui, solo per dipendere da lui. La sua vita scorre davanti a un perpetuo specchio, in cui egli perpetuamente trova solo la propria immagine, ed è perciò fatale che egli si innamori di sé. Il tipo lo conosciamo tutti, anche perché dosi, piccole o grandi di narcisismo, si trovano in ciascuno di noi. Il narcisismo patologico domina tutta la storia contemporanea, e, secondo Christopher Lasch, è una delle radici della dittatura. Il morbo si manifesta in forme nuove nella civiltà della televisione, di Internet e dei telefonini, in cui esistere significa essere visti.

Oggi, se uno non appare, non è. Ma in questa strana società dell’apparire può anche capitare che qualcuno, giunto al culmine della fama, si nasconda, fugga dalla folla, si sottragga all’attenzione, soprattutto se al centro di essa può mettere un segno di sé: Mina mette la voce, la voce mise Lucio Battisti, Thomas Pynchon si fa sostituire dai libri che continua a scrivere e a pubblicare. J. D. Salinger fu ancora più rigoroso: nel 1953 si ritirò a Cornish, non concesse più interviste, e non pubblicò più nulla, eccezion fatta di un racconto che comparve sul New York Times nel ’74. Il narcisismo è impastato di antitesi e di paradossi.

Il disprezzo che da sempre i napoletani hanno provato per questo carattere si manifesta nella cattiveria con cui ne hanno distinto i livelli, e nell’ironia dei nomi che hanno appioppato alle sue varie forme. Il narciso può essere un buriuso e un muccuso: può essere nu fareniello. I Toscani usavano il termine farinello, che il Lessico Battaglia spiega come ribaldo, mariuolo. Questo farinello non appena da Firenze arriva a Napoli, e incomincia a respirare aria densa di zolfo vulcanico, si trasforma: cambia nome in ‘o fareniello, e da ribaldo che era diventa impiccione, intrigante, invadente, nu ‘nciuciere, o se è donna, na nciucessa. Usiamo, per abitudine, il maschile: ma ci sono anche le narcise, le farenielle. Ma al femminile questo carattere napoletano è tutta un’altra cosa e merita una trattazione a parte.

Traducendo narciso con fareniello, i napoletani hanno voluto dire che a loro non interessa la versione tragica del tipo: interessa quella comica. Il narciso napoletano è una macchietta. A partire dal modo di camminare. Il fareniello non cammina normalmente: incede, se quartea, sempre, anche quando va in bagno: come se passasse eternamente tra ali di folla delirante; quando entra nel bar, non è solo la porta, ma è tutto il bar che gli si spalanca davanti. Prima di entrare in una piazza si ferma, nell’angolo alto, bene in vista, e se potesse, si farebbe annunciare da orchestre di tamburi e di trombe. Cammina a testa ritta: ma l’occhio obliquo ruota tutt’intorno, controlla se lo stanno guardando aspettando salutando, se si stanno scappellando. Il narciso fareniello vuole essere il centro, e dunque ha bisogno che gli altri gli facciano da circolo.

Se gli altri se ne vanno per i fatti loro, e non gli badano, il narciso si affloscia si smonta si sgretola. Per un momento la prende con filosofia: mi invidiano. Ma un attimo dopo, i nervi saltano, e allora egli sbraita, si dimena, fa ‘a vaiassa. Vi farò vedere io, chi sono. Poiché egli è innamorato solo di sé, la sua personalità è lacerata: e dalla netta fessura vengono fuori tutte le maschere della sua vanità. ‘O fareniello, carattere ermafrodito, fa il generoso e il miserabile, il nobile e l’ignobile, il timido e l’aggressore, il mite e il crudele. Fa, non è. Egli combatte ogni momento feroci battaglie con la realtà delle cose: ora le vede, le cose, con una certa chiarezza, ora se ne tiene lontano, ora cerca di nasconderle, di alterarle, di manipolarle: si propone di ingannare tutti, e prima di tutto cerca di ingannare sé stesso.

Con il cibo si comporta allo stesso modo. Digiuna spesso e a lungo, poiché attraverso il rifiuto del cibo rifiuta gli altri, ma può essere anche un raffinato piluccatore di squisitezze, e nei momenti in cui la vanità gli arroventa il cervello, è uno che si ingozza con volgare avidità. Se mangia ‘o munno. Potrebbe trovare un po’ di serenità nella patata bollita, o nel sushi, il solo cibo, scrive Ilaria Bellantoni, che sia capace di rasserenare i sensi. ‘O fareniello non ama per principio i maccheroni, che inducono alla meditazione e al culto del valore unico e irripetibile dell’individuo. Ma non è ostile agli spaghetti, perché possono essere ingoiati in corposi viluppi, e senza una masticazione analitica.

Se potesse, egli si consentirebbe sempre il lusso della violenza, e dunque non farebbe mai mancare dal menu quotidiano gli alimenti dell’aggressività, la carne prima di tutto, il basilico, il peperoncino, i frutti di mare, e il piacere sadico di raschiarli succhiarli strapparli dalle valve, lacerando e sfrangiando in filamenti il morbido tessuto della polpa, prima di torturarla sotto la macina lenta dei denti o di sfibrarla implacabilmente nella pressione della lingua contro il palato. Ma poiché oggi il pane della violenza è alla portata di tutti, ‘o fareniello preferisce acquattarsi nella sua viltà e da qui manovrare inganni e trappole, e accontentarsi di insalate di lattuga.

Francesco I Borbone, re di Napoli, e in quanto re, narciso istituzionale, fu un carnivoro convinto: ospiti assai frequenti dei suoi menù erano starne, piccioni, quaglie, pollanche, fegatini, ‘ntruglietielli di capretto, filetti di maiale casertano. Ma non disdegnava piattini di asparagi, budini alla francese e filetti di anguilla del Garigliano. Due volte alla settimana chiedeva maccheroni incaciati, e la zinna in umido: la mammella cotta in un bagno di vino bianco, sedano e cipolla.

Scrisse Nicola Nisco che c’era in Francesco un fondo di crudeltà, che nessuno avrebbe trovato in Ferdinando I suo padre, e in Ferdinando II suo figlio. Quel fondo di crudeltà penso che sia svelato pienamente dal piacere che egli provava nell’addentare la mammella sconciata della vacca.
(Foto: Narciso, di Caravaggio. Fonte: C.C.)

CIBI E RITI VESUVIANI

QUANDO IL TERRITORIO FORMA ANCHE IL CARATTERE. I “FARENIELLI…

Narcisi e farenielli: chi sono e che mangiano. Considerando che quando camminano se quarteano, ecco cosa provano per loro i napoletani. Di Carmine CimminoI caratteri degli uomini saranno pure forme universali, ma alcuni di essi hanno certamente anche una storia territoriale. Dedicheremo alcuni articoli alla versione napoletana e vesuviana del narciso, del lussurioso, dell’avaro, del violento, e al loro rapporto con il cibo e in particolare con i maccheroni e con la loro filosofia.

Il narcisismo è una costellazione di vizi, difetti e patologie, al cui centro c’è la vanità assoluta. Il narciso esiste solo per sé stesso, e crede che gli altri esistano solo grazie a lui e per lui, solo per dipendere da lui. La sua vita scorre davanti a un perpetuo specchio, in cui egli perpetuamente trova solo la propria immagine, ed è perciò fatale che egli si innamori di sé. Il tipo lo conosciamo tutti, anche perché dosi, piccole o grandi di narcisismo, si trovano in ciascuno di noi. Il narcisismo patologico domina tutta la storia contemporanea, e, secondo Christopher Lasch, è una delle radici della dittatura. Il morbo si manifesta in forme nuove nella civiltà della televisione, di Internet e dei telefonini, in cui esistere significa essere visti.

Oggi, se uno non appare, non è. Ma in questa strana società dell’apparire può anche capitare che qualcuno, giunto al culmine della fama, si nasconda, fugga dalla folla, si sottragga all’attenzione, soprattutto se al centro di essa può mettere un segno di sé: Mina mette la voce, la voce mise Lucio Battisti, Thomas Pynchon si fa sostituire dai libri che continua a scrivere e a pubblicare. J. D. Salinger fu ancora più rigoroso: nel 1953 si ritirò a Cornish, non concesse più interviste, e non pubblicò più nulla, eccezion fatta di un racconto che comparve sul New York Times nel ’74. Il narcisismo è impastato di antitesi e di paradossi.

Il disprezzo che da sempre i napoletani hanno provato per questo carattere si manifesta nella cattiveria con cui ne hanno distinto i livelli, e nell’ironia dei nomi che hanno appioppato alle sue varie forme. Il narciso può essere un buriuso e un muccuso: può essere nu fareniello. I Toscani usavano il termine farinello, che il Lessico Battaglia spiega come ribaldo, mariuolo. Questo farinello non appena da Firenze arriva a Napoli, e incomincia a respirare aria densa di zolfo vulcanico, si trasforma: cambia nome in ‘o fareniello, e da ribaldo che era diventa impiccione, intrigante, invadente, nu ‘nciuciere, o se è donna, na nciucessa. Usiamo, per abitudine, il maschile: ma ci sono anche le narcise, le farenielle. Ma al femminile questo carattere napoletano è tutta un’altra cosa e merita una trattazione a parte.

Traducendo narciso con fareniello, i napoletani hanno voluto dire che a loro non interessa la versione tragica del tipo: interessa quella comica. Il narciso napoletano è una macchietta. A partire dal modo di camminare. Il fareniello non cammina normalmente: incede, se quartea, sempre, anche quando va in bagno: come se passasse eternamente tra ali di folla delirante; quando entra nel bar, non è solo la porta, ma è tutto il bar che gli si spalanca davanti. Prima di entrare in una piazza si ferma, nell’angolo alto, bene in vista, e se potesse, si farebbe annunciare da orchestre di tamburi e di trombe. Cammina a testa ritta: ma l’occhio obliquo ruota tutt’intorno, controlla se lo stanno guardando aspettando salutando, se si stanno scappellando. Il narciso fareniello vuole essere il centro, e dunque ha bisogno che gli altri gli facciano da circolo.

Se gli altri se ne vanno per i fatti loro, e non gli badano, il narciso si affloscia si smonta si sgretola. Per un momento la prende con filosofia: mi invidiano. Ma un attimo dopo, i nervi saltano, e allora egli sbraita, si dimena, fa ‘a vaiassa. Vi farò vedere io, chi sono. Poiché egli è innamorato solo di sé, la sua personalità è lacerata: e dalla netta fessura vengono fuori tutte le maschere della sua vanità. ‘O fareniello, carattere ermafrodito, fa il generoso e il miserabile, il nobile e l’ignobile, il timido e l’aggressore, il mite e il crudele. Fa, non è. Egli combatte ogni momento feroci battaglie con la realtà delle cose: ora le vede, le cose, con una certa chiarezza, ora se ne tiene lontano, ora cerca di nasconderle, di alterarle, di manipolarle: si propone di ingannare tutti, e prima di tutto cerca di ingannare sé stesso.

Con il cibo si comporta allo stesso modo. Digiuna spesso e a lungo, poiché attraverso il rifiuto del cibo rifiuta gli altri, ma può essere anche un raffinato piluccatore di squisitezze, e nei momenti in cui la vanità gli arroventa il cervello, è uno che si ingozza con volgare avidità. Se mangia ‘o munno. Potrebbe trovare un po’ di serenità nella patata bollita, o nel sushi, il solo cibo, scrive Ilaria Bellantoni, che sia capace di rasserenare i sensi. ‘O fareniello non ama per principio i maccheroni, che inducono alla meditazione e al culto del valore unico e irripetibile dell’individuo. Ma non è ostile agli spaghetti, perché possono essere ingoiati in corposi viluppi, e senza una masticazione analitica.

Se potesse, egli si consentirebbe sempre il lusso della violenza, e dunque non farebbe mai mancare dal menu quotidiano gli alimenti dell’aggressività, la carne prima di tutto, il basilico, il peperoncino, i frutti di mare, e il piacere sadico di raschiarli succhiarli strapparli dalle valve, lacerando e sfrangiando in filamenti il morbido tessuto della polpa, prima di torturarla sotto la macina lenta dei denti o di sfibrarla implacabilmente nella pressione della lingua contro il palato. Ma poiché oggi il pane della violenza è alla portata di tutti, ‘o fareniello preferisce acquattarsi nella sua viltà e da qui manovrare inganni e trappole, e accontentarsi di insalate di lattuga.

Francesco I Borbone, re di Napoli, e in quanto re, narciso istituzionale, fu un carnivoro convinto: ospiti assai frequenti dei suoi menù erano starne, piccioni, quaglie, pollanche, fegatini, ‘ntruglietielli di capretto, filetti di maiale casertano. Ma non disdegnava piattini di asparagi, budini alla francese e filetti di anguilla del Garigliano. Due volte alla settimana chiedeva maccheroni incaciati, e la zinna in umido: la mammella cotta in un bagno di vino bianco, sedano e cipolla.

Scrisse Nicola Nisco che c’era in Francesco un fondo di crudeltà, che nessuno avrebbe trovato in Ferdinando I suo padre, e in Ferdinando II suo figlio. Quel fondo di crudeltà penso che sia svelato pienamente dal piacere che egli provava nell’addentare la mammella sconciata della vacca.
(Foto: Narciso, di Caravaggio. Fonte: C.C.)

CIBI E RITI VESUVIANI

QUESTA TERZIGNO DA BERE

Come anche altre volte, oggi la riflessione è a due teste; con me, Sergio Beraldo, docente presso la “Federico II” e membro della Commissione “Problemi sociali e lavoro, Salvaguardia del Creato” della Diocesi di Nola…

Sabato scorso, insieme al vice-parroco della mia comunità residente a Terzigno, ci siamo recati sui luoghi della guerriglia.

“Uagliò, tu stai camminando sopra una bomba”, dice don Carmine a Sergio. Sembra strano questo richiamo; la discarica è molto più in là.
“Parlavo del Vesuvio; qui le case nemmeno dovrebbero esserci”.
Ma questa forse è un’altra storia. O forse è la stessa storia di sempre. O magari è una storia che meriterà di essere raccontata quando le altre emergenze saranno risolte: ma quando saranno risolte? Terzigno è un posto come tanti dell’Italia martoriata, dove la sfida sembra essere quella di individuare uno spazio in cui non svetti la carcassa di un edificio in costruzione. Senza alcuna velleità di essere ultimato. Senza fretta. Un altro condono arriverà.

Dove la bellezza è stata sacrificata, sarà sacrificata; e con la bellezza, l’etica. Il bello è anche buono, come la biografia di qualsiasi principe azzurro dimostra.
Siamo stati a Terzigno. E poi a Boscoreale, a Boscotrecase. Una breve immersione in alcune tra le comunità interessate da una discarica che nelle previsioni dovrebbe essere la più grande d’Europa. In un paese in cui vantare i primati del proprio campanile pare essere tra le preoccupazioni dominanti (di recente i giornali regionali hanno salutato con grande orgoglio l’ingresso di alcuni campani nella casa del grande fratello), questa potrebbe anche essere considerata una cosa di cui andare fieri.
Siamo stati a Terzigno: ecco alcune riflessioni.

Risolverò il problema in dieci giorni
È strumentale attribuire all’attuale governo la colpa di un problema riconducibile, nella più benevola delle interpretazioni, all’incapacità degli amministratori locali. Il peccato dell’attuale governo è piuttosto quello di aver trascurato la virtù cardinale della prudenza, lasciando intendere che dove altri avevano fallito, il successo avrebbe ad esso arriso in un breve volgere di tempo. In questi anni, a Napoli, era comune la domanda: “ma dove l’hanno messa l’immondizia?”. Già, dove l’ha messa?

Abbiamo peraltro sempre ritenuto curiosa la leggerezza con cui tale domanda veniva posta. L’importante era naturalmente che il proprio uscio di casa venisse sgomberato; dove andasse a finire l’immondizia non era certo affare di chi la domanda se la poneva, quando se la poneva.
C’è stato naturalmente un piano. Disatteso in molti punti. Innanzitutto perché non si è riusciti ad attuare un “ciclo integrato” per lo smaltimento, il cui presupposto è un’efficace raccolta differenziata. Una circostanza peraltro che induce a chiedersi cosa, in effetti, venga bruciato nell’inceneritore di Acerra.

Quando non è stato disatteso, il piano non è stato compreso. Per esempio, gli amministratori locali – e ciò già rende l’idea della loro qualità – pare non avessero previsto la sollevazione di massa che sarebbe risultata non appena fosse arrivato il momento di dare corso alla discutibile idea di utilizzare una cava dismessa all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio (patrimonio dell’umanità secondo l’Unesco: ma evidentemente solo secondo l’Unesco), per dare luogo alla più grande discarica d’Europa.

È la criminalità ad attizzare gli animi
Che quella di Terzigno sia una protesta complessivamente pilotata dalla criminalità è una tesi non condivisibile, anche se negli ultimi giorni di guerriglia urbana si sono verificati eccessi su cui occorre fare piena luce. Sia il Procuratore Giandomenico Lepore, persona di conclamata onestà e competenza, sia Guido Bertolaso, cui spetta la soluzione dell’ emergenza, sono d’accordo su questo. Entrambi si sono resi conto che, al di là di uno sparuto gruppuscolo di facinorosi, si tratta di una protesta largamente sostenuta da persone oneste.

Le madri vulcaniche, come le chiama don Alessandro, parroco a Boscoreale: quelle con il Rosario sgranato davanti ai blindati; quelle del pellegrinaggio a Pompei. In un Paese in cui devi rivolgerti alla Madonna per veder tutelato il tuo diritto ad un’esistenza dignitosa.

Meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera
L’argomento che circola con insistenza è il seguente: gli abitanti della zona interessata dalla nuova discarica – oltre centomila – non devono mettersi di traverso, altrimenti Napoli sarà sommersa dai rifiuti. Quest’argomento non è solo moralmente sbagliato, è anche profondamente dannoso.
È profondamente dannoso perché deresponsabilizza. Se i miei rifiuti vanno in casa d’altri, che incentivo ho, per dire, ad effettuare la raccolta differenziata? Che incentivo ho a limitare gli sprechi?
Inoltre: anche la nuova discarica di Terzigno (per inciso: confinante con la vecchia discarica, già colma) non è l’ingresso degli inferi. Stando ai calcoli traboccherà nel giro di quattro anni. E dopo? Dove andranno a finire i rifiuti di Napoli?

Nel giro di quattro anni, è la risposta, saranno pronti i nuovi inceneritori e avrà preso piede la raccolta differenziata. Con l’aiuto della Madonna i cittadini di ciascun Comune saranno in grado di prendersi la responsabilità dei rifiuti che producono.
Con l’aiuto della Madonna. Appunto.

LA RUBRICA

IL CASO CONCRETO DEL MINORE NEL PROCESSO PENALE

0
Quando il minorenne è autore di reati, il processo penale mostra tutte le sue particolarità rispetto al processo ordinario. Di Simona Carandente

Torniamo ancora una volta a parlare di quella particolare forma di processo penale i cui istituti, nella loro interezza, volgono ad esclusivo vantaggio di soggetti minorenni, pur se autori di gravi reati.
Quando l’indagato è, come si suol dire, a "piede libero" il processo penale, pur con le inevitabili ansie ed i timori che accompagnano assistito e difensore, viene affrontato in maniera diversa, sicuramente più rilassata rispetto ai casi, frequentissimi nella pratica, in cui a seguito di un arresto si decide della libertà personale di un individuo in tempi strettissimi.

Nel caso in cui, poi, l’individuo sia soggetto minorenne, gli interessi in gioco sono anche maggiori: da una parte vi è il minore, che vive un’esperienza nuova e difficile, dall’altra i familiari, il più delle volte scossi ed incapaci di gestire la situazione, dall’altra ancora gli assistenti sociali, che hanno il difficile compito di supportare il minore nel corso dell’intera avventura giudiziaria.
Qualche giorno fa ho assistito un minore, appena sedicenne, il quale era stato arrestato per aver preso parte, insieme a maggiorenni, ad uno spaccio di stupefacenti piuttosto improvvisato, messo su per la prima volta e senza neanche particolare perizia.

In casi del genere, il processo penale minorile mostra tutte le sue particolarità rispetto al processo ordinario: il minore ha il supporto della famiglia, colloquia con assistente sociale e difensore, segue un percorso diverso e viene collocato, nelle fasi iniziali della privazione della libertà, in appositi Centri di Prima Accoglienza.
La vita non è stata benevola con il mio giovane assistito: solo due anni fa ha perso il proprio padre, al quale era legatissimo, davanti ai propri occhi, per overdose. Per uno scherzo del destino, o forse per una precisa volontà di emulazione, il ragazzo ha cominciato giovanissimo ad assumere droghe, arrivando addirittura a spacciarle per procurarsi denaro.

All’esito dell’udienza di convalida il giudice, nell’ottica rieducativa tipica del processo minorile, ha disposto che lo stesso venisse collocato in comunità, seguendo un regime di fatto detentivo ma, nella sostanza, improntato a logiche di reinserimento giuridico e sociale.
Al ragazzo verrà, di fatto, data la possibilità di ripensare al suo gesto, contando sull’aiuto di persone esperte e sull’esperienza di coetanei difficili come lui, potendo nel frattempo recuperare il rapporto con la propria madre e la possibilità, offertagli in comunità, di coltivare anche interessi afferenti al campo scolastico e ricreativo. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

GOVERNO E CAVA VITIELLO. MUORE IL SOGNO DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

0
Il piano del governo e di Bertolaso è chiaro: cava Vitiello sarà aperta, prima o poi. E allora, come dare torto ai cittadini che lottano per difendere la loro terra? Di Amato Lamberti

La strategia di Bertolaso, e quindi del Governo, è ormai chiara. Cava Sari resterà aperta e accoglierà in prevalenza i rifiuti prodotti dai diciotto Comuni che fanno parte del Parco del Vesuvio. I rifiuti della discordia, quelli di Napoli, andranno, oltre che a Chiaiano, al termovalorizzatore di Acerra che diventa dedicato alla città di Napoli, in attesa che la stessa si doti di un proprio termovalorizzatore. È probabile che i rifiuti che si sono negli ultimi giorni accumulati per la strada, e che sono largamente putrescenti e, quindi, inutilizzabili dal termovalorizzatore, prendano la strada di Chiaiano, con tutte le conseguenze che già hanno reso impraticabile la discarica vesuviana. Mi riferisco ai miasmi dovuti alla presenza di umido nei rifiuti urbani.

Per quanto riguarda i rifiuti prodotti dagli altri Comuni della provincia di Napoli, per ora non viene detto nulla, ma appare probabile che verranno distribuiti sulle discariche provinciali ancora in funzione, alcune delle quali, come Tufino e Giugliano, dichiarate esaurite da tempo, ma anche sulle discariche ancora capienti dell’avellinese e del beneventano, contando sulla scarsità dei residenti nelle vicinanze delle discariche.
Al di là di ogni altra considerazione, una cosa sembra certa: il Parco del Vesuvio continuerà ad ospitare discariche, gestite forse meglio di quanto si è fatto finora, ma pienamente operative.

Quando Cava Sari sarà stracolma e non più utilizzabile, si passerà a Cava Vitiello, per
ora congelata visto che la Sari ha ancora diversi mesi di vita prima di poter essere colmata; anzi, se la si utilizza come le discariche Paenzano di Tufino, sopraelevate fino a quando i camion cominciavano a ribaltarsi, potrebbe durare anche qualche anno. Tanto, al posto di un invaso gli abitanti di Terzigno si troverebbero una bella collina che prima o poi potrebbe anche riempirsi di alberi, speriamo non da frutta.

D’altra parte, avrà pensato l’efficientissimo Bertolaso, i diciotto Comuni del Parco da qualche parte dovranno pure sversare i loro rifiuti e quale migliore soluzione di una discarica in casa, bella, larga e capiente, come Cava Vitiello, la discarica più grande d’Europa. Se poi la casa è il Parco Nazionale del Vesuvio tanto meglio: le folle di turisti che affollano Pompei, oltre all’antiquarium a Boscoreale potranno visitare, o almeno ammirare, la più grande discarica d’Europa, con il suo corredo di migliaia di gabbiani che volteggiano e si azzuffano per qualche brandello di carne o di pesce.

Il destino è segnato: c’è poco da scherzare. Come insegna Giugliano, ma anche Parete, S.Maria la Fossa, Lo Uttaro, una discarica segna il destino e lo sviluppo del territorio circostante. Quasi sempre lo desertifica, ma può anche dar vita a un distretto industriale del rifiuto, a cominciare da una piattaforma di stoccaggio di rifiuti industriali da riciclare e riutilizzare, per finire a inceneritori e termovalorizzatori. Certo, gli abitanti dei Comuni vesuviani avevano immaginato un altro futuro, fatto di agricoltura biologica, di vini ed olii di qualità, di accoglienza turistica, di valorizzazione delle risorse ambientali, a cominciare dal Vesuvio, dall’aria e dall’acqua, ma anche dei monumenti, delle chiese, dell’archeologia che pian piano stava venendo alla luce, delle tradizioni popolari ancora vive ed attive.

Forse è per questo che sono così irritati, delusi, incazzati e anche un po’ sfiduciati. Certo i miasmi rendono oggi l’aria irrespirabile e fanno pensare a conseguenze anche gravi sulla salute; non si può vivere senza poter aprire le finestre in luoghi celebrati per la salubrità dell’aria; non si può vivere senza poter uscire a farsi una passeggiata e sedersi all’aperto in una trattoria a mangiare il pezzo di stocco e bere vino vesuviano. Ma vedrete che gli odori saranno via via abbattuti; certo non completamente; sempre di una discarica si tratta.

Ma quel futuro, bello, pulito, di qualità, immaginato e perseguito, dopo tante incertezze, ricordiamolo, rischia di restare un sogno: e, dovrebbero ricordarlo i nostri governanti, non è facile, anzi è dolorosissimo e fa venire il sangue alla testa della gente, essere costretti a rinunciare ad un sogno, specialmente quando finalmente, dopo anni di attesa e di contrasti, stava crescendo e cominciava, anzi, a correre.

Come dargli torto se lottano anche aspramente per difendere un futuro di sviluppo e di benessere del territorio vesuviano che non avrebbe più costretto i loro figli e nipoti ad andarsene lontano per cercare lavoro e speranza.
 

LA RUBRICA DI AMATO LAMBERTI