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Le speranze di Bertolaso, che auspica il risveglio del Vesuvio per fare piazza pulita della gente vesuviana, hanno radici antiche. Cercavano un capro espiatorio, hanno trovato La dignità di un popolo. Di Carmine Cimmino

Poiché noi cittadini del Vesuvio siamo stati scelti come capri espiatori di questa diabolica macchinazione dei rifiuti, di questa Peste, come giustamente l’ha chiamata Tommaso Sodano già nel titolo del suo amarissimo libro, e poiché non è la prima volta che i vesuviani fanno da capri espiatori, voglio ricordare a me stesso cos’è un capro espiatorio.

È una figura che si trova in tutte le società, di ieri e di oggi, perché nasce dal connubio tra un bisogno primario della natura umana, l’aggressività, e un bisogno storico della convivenza sociale: la purificazione della colpa. Nel Levitico si racconta che Aronne, il sacerdote fratello di Mosé, celebrò il rito della purificazione collettiva con il sacrificio di due capri: ne sgozzò uno, e con il suo sangue asperse tutti gli oggetti sacri; scaricò sull’altro, attraverso l’imposizione delle mani, tutti i peccati della gente di Israele, elencati in modo chiaro e distinto. Poi una guida trascinò l’animale nel deserto e ve lo lasciò morire consacrandolo ad Azazel, il demone infuriato.

Ma gli uomini non si accontentarono, e non si accontentano, di essere purificati da un capro. Hanno cercato assai spesso il sangue di donne e uomini, scegliendo i maledetti tra i deboli – i deboli nel corpo, i deboli di mente -, tra i prigionieri di guerra, tra i potenti che perdono il loro potere, tra coloro che si sono macchiati di colpe nefande, come Edipo che uccise il padre e si unì con la propria madre: insomma tra i segnati, ‘e signalate: la storia delle catastrofi naturali, delle guerre e delle epidemie ruota intorno ai capri espiatori.

Cristo fu il capro espiatorio per eccellenza, l’Agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo. Pilato, che vide la Sua innocenza, stornò dalle proprie mani il Suo Sangue, mentre gli Ebrei chiedevano a gran voce che cadesse su di loro e sui loro figli. Nel pubblico sacrificio delle streghe la società medioevale scaricò, attraverso l’assunzione collettiva delle responsabilità, la violenza della superstizione, e il terrore delle epidemie inventò gli untori. Il mondo slavo e i nazisti scelsero gli Ebrei come vittime di una follia smisurata e totale, e da Nerone in poi – ci limitiamo alla storia dell’ Occidente – i tiranni e i tirannelli di tutte le taglie sanno che le stesse folle che li santificano saranno capaci di sgozzarli, di appenderli ai pali nelle piazze, di cacciarli via a scrosci di monetine in faccia, e di profanare anche le loro tombe.

Nella società dei consumi la folla ha bisogno del capro ancora più di ieri. Benjamin Malaussène, il memorabile personaggio inventato da Daniel Pennac, fa, di professione, il capro espiatorio: responsabile dell’ufficio reclami di un grande magazzino, sopporta ogni giorno di essere trafitto, moderno San Sebastiano, da nugoli di reclami proteste ingiurie che clienti inviperiti gli scagliano addosso.

Nel 1631 il Vesuvio, dopo secoli di sonno, si risvegliò e fu una catastrofe: di tali proporzioni e così inattesa, che i pensatori di professione, laici e ecclesiastici, si sentirono obbligati a dare un senso a quel cataclisma, a trovargli una logica. E la trovarono, partendo dal presupposto che tutto ciò che accade, accade perché Dio vuole che accada. E dunque se Dio ha scatenato sui Vesuviani questo inferno, vuol dire che i Vesuviani se lo meritano. E cosa scatena l’ira del Signore? I peccati, quando superano, per quantità e per qualità, il limite della decenza. Giuristi, teologi, cronisti e predicatori, essendosi convinti, alla fine di tale ragionamento, che solo colpe innumerevoli, collettive e innominabili, potevano avere scatenato una punizione così terrificante, rovesciarono sui Vesuviani tutto il fango di tutti i peccati nefandi: lussuria secondo natura e contro natura, infanticidi, stupri, magia nera, bestemmie, sacrilegio.

Per non parlare del contorno di atti di brigantaggio, rapine, assassini. E per fortuna non erano state ancora inventate né la minigonna né le scollature audaci. Insomma i Vesuviani vennero pittati come ‘a schifezza d’’a schifezza ‘e ll’uommene e de’ ffemmene. Per donne e uomini così, un Vesuvio solo non bastava. Ce ne volevano almeno due. La Chiesa pensò bene di inviare nel territorio squadroni di missionari, anche perché i sacerdoti locali si erano sporcati, diciamo così, con molti e densi schizzi di quel fango.
La storia si ripete. La peste della monnezza è la giusta punizione per il popolo vesuviano che è due volte camorrista: una volta, perché è camorrista a priori, l’altra, perché non vuole fare la differenziata e non vuole la discarica, e protesta, si ribella, e minaccia di scarrupare dalle fondamenta il castello delle chiacchiere.

Dietro la protesta c’è la camorra, si dice, si dichiara e si ribadisce. E non è vero. Perché la camorra le discariche le vuole, la camorra, che in questo primo decennio del sec. XXI appare come un mostro nuovo, costruito assemblando parti e pezzi e congegni dei modelli antichi, sulle discariche, e sulla differenziata, e sulle crisi cicliche della raccolta dei rifiuti ha costruito l’affare più gigantesco della sua storia. Non appena le montagne di monnezza incominciano a sollevarsi dalle strade di Napoli, qualcuno se la ride, e si stropiccia le mani: dal 2001 al 2009 sono stati spesi in regime d’emergenza tre miliardi e mezzo di euro.

Era facile prevedere che la rivolta contro la discarica di cava Vitiello avrebbe appiccato il fuoco alla disperazione del popolo vesuviano, già messo in ginocchio da una crisi economica, che parte dal terremoto del 1980 e che si è aggravata di anno in anno. La bandiera italiana bruciata è il segno di un sistema sociale che si sgretola, e travolge via, nella frana, il presente, il futuro, la speranza, e spezza gli ultimi lacci, già da tempo corrosi e sfibrati, delle relazioni sociali. Siamo mosche intrappolate in un bicchiere capovolto, e ci sembra che qualcuno al di là si diverta a vederci mentre sbattiamo sul vetro.

Non esagero. Ogni giorno sento nelle parole degli amici una rabbia cieca, il dubbio, una stanchezza estrema, e anche il bilancio del nostro passato appare la presa d’atto di un fallimento.

LA STORIA MAGRA