GLI ASSISTITI, IL LOTTO: UNA STORIA VERA

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I veneti, dopo l”alluvione, urlano il diritto di avere tanti soldi per la ricostruzione; “sono i nostri”, strepitano, e se la prendono con gli assistiti del Sud. L”assistito: una figura nata dalla passione per il Lotto. Di Carmine Cimmino

Spero che la tv mi ispiri, devo scrivere l’articolo. Smanetto sul telecomando, pesco una trasmissione dedicata all’alluvione nel Veneto. Nel salotto del conduttore siedono politici e giornalisti, e da Vicenza è collegato un gruppo di alluvionati. Protestano, ovviamente, fanno la voce grossa, giustamente, chiedono la sospensione del pagamento dell’ irpef, un giornalista ricorda che lì, nell’artigianato e nella piccola e media impresa del Triveneto, c’ è il cuore dell’economia italiana. Un sindaco collegato ricorda a gran voce che essi, i triveneti – uno spicchio d’Italia- producono ricchezza per tutti gli altri italiani, lavorano anche il sabato, e se è necessario anche la domenica, per tutti noi sfaticati scialacquatori, e se si fermano, se incrociano le braccia, per noi, soprattutto per noi dello stipendio fisso, per noi del 27 del mese, per noi assistiti dello Stato è la fine.

È la fame. E chiarisce, un tale, che i soldi che il Presidente del Consiglio ha portato da Roma, non sono soldi dello Stato: sono soldi loro, degli alluvionati, e sono solo una quisquilia, solo una pinzillacchera di quella massa enorme di moneta che essi, gli abitanti dello spicchio, mandano a Roma pagando le tasse. Il Governatore della Lombardia ricorda che la sua Lombardia da sola versa più del 50% della dote di cui dispone il Fondo di solidarietà nazionale. Mi accascio tramortito sul divano. La parte piagnucolosa, chiagnarosa, della mia napoletanità è commossa, già inumidisce gli occhi, si morde le labbra, si sente una cimice succhiasangue. Siamo un popolo di assistiti.

La parte acida e ironica, invece, pur turbata dal dramma degli alluvionati di ogni parte d’Italia, dal Veneto alla piana del Sele, vorrebbe dire e domandare ai triveneti e ai lombardi tante cose sui fondi Fas, sugli appalti assegnati con procedura d’urgenza all’ Aquila e in Sardegna, sulla storia aggrovigliata dell’inceneritore di Acerra. Vorrei domandare a quel sindaco a chi i triveneti i lombardi i piemontesi e i liguri vendono i prodotti della loro fatica: latte, biscotti, pasta, salami e salumi, panettoni a Natale e a Pasqua colombe, e cioccolato, e cucine componibili, e frigoriferi, televisori, asciugacapelli e dopobarba. A chi li venderanno, se a sud del Garigliano la povertà diventa ancora più nera.

Ma se i padani inzuppano il biscotto nel brodo della nostra inefficienza, è solo colpa nostra. Ai padani chiediamo soltanto di non farci anche la predica. Non è gente da sermone e nemmeno da spada, anche se ogni tanto l’ on. Bossi minaccia di marciare su Roma alla testa di un milione di baionette. Il Sele ha sommerso terre e aziende agricole, e ha demolito una struttura importante dell’acquedotto: i rubinetti si riapriranno tra qualche mese, se tutto va bene. Subito si è messa in moto la speculazione sulle bottiglie di acqua minerale e sulle taniche. Nel Veneto non è successo: speculatori così gaglioffi e così stupidi, i vicentini li avrebbero buttati nel Bacchiglione.

La passione napoletana per il gioco del lotto e per i riti, i drammi e i melodrammi che fanno da corteo a questo gioco nasce da un incoercibile amor philosophiae, poiché solo un popolo di filosofi può costruirsi un mondo in cui la forza della fortuna e del caso è sfidata a duello dai principi della ragione matematica e la sostanza dei sogni è costretta a incarnarsi nel rigore algido dei numeri. Solo un popolo di filosofi ha potuto creare la figura dell’assistito, erede delle sibille cumane, segnato dalla natura che lo condannava, e lo condanna – perché gli assistiti esistono ancora nel ventre e nel cuore di Napoli – al privilegio di parlare con le anime dei morti, e di conoscere in anteprima, prima dell’estrazione, i numeri estratti.

Nel Paese di cuccagna la Serao descrive la figura mesmerica di un assistito: ha mani scarne e giallastre, "guance smunte, barbaccia nera, un colore malaticcio, a strie, di sangue guasto, consumato da una febbre" che non guarisce. La folla gli si stringe intorno con un cerchio di facce ansiose, e crede di avvertire il rumore della battaglia che gli spiriti assistenti, gli spiriti buoni e gli spiriti cattivi, combattono senza sosta intorno a lui, intorno all’ uomo signalato. Non era facile costringere l’assistito a dare i numeri. Egli si rifiutava di aprirsi alla presenza e alla voce degli spiriti: come le sibille e le pizie, non voleva essere invasato dai démoni dei morti, perché in ogni invasamento egli perdeva una parte di sé, dell’ energia del corpo e della mente. Si dibatteva, cercava di sfuggire al suo destino scivolando via come un’anguilla tra le mani che lo afferravano. O si chiudeva in un allucinato silenzio.

E allora, per costringerlo ad aprir bocca e a svelare i messaggi dell’aldilà, i giocatori lo picchiavano a sangue. Lo dice la Serao. E lo dicono i verbali di polizia. Nel maggio del 1880 un famoso assistito napoletano, Antonio Trisciuzzi, scomparve nel nulla. La polizia interrogò molti giocatori del lotto, poiché gli informatori avevano riferito che Trisciuzzi era stato ucciso da un patito della giocata: patito è, nella lingua napoletana, uno in cui la passione per qualcosa è diventata una malattia, un morbo. L’ispettore di pubblica sicurezza Aniello Altieri interrogò a lungo uno dei sospettati, tale Sabato Nardi, che al lotto aveva giocato e perso somme cospicue. E nell’interrogarlo l’ispettore si confessò: anche lui giocava al lotto, e anche lui s’era mangiato, nel gioco, il patrimonio. Il Nardi da indagato divenne consigliere: promise al commissario di consegnargli un assistito potentissimo, Luigi Calligari, la cui antiveggenza era sovrumana.

E glielo consegnò. Per un mese il Calligari venne sequestrato in caserma, sollecitato a dare i numeri, pregato, supplicato, infine percosso, bastonato, seviziato. A turno, dall’ispettore e dal vice- brigadiere Teti, anche lui giocatore a perdere. Ma il Calligari sopportò e non parlò. Infine, stanco di sevizie, l’ispettore Altieri comunicò all’ assistito che l’avrebbe consegnato a un fiero giocatore di lotto, Gennaro Amabile, di Pollena, cantoniere, che la Questura aveva già ammonito, nel ’79, come pessimo soggetto, ozioso e ladro. Calligari riuscì a informare i suoi, che si rivolsero ai carabinieri. Liberato dall’Arma e immediatamente interrogato, l’assistito svelò che Trisciuzzi era stato ucciso proprio dall’Amabile, e che i suoi resti erano stati gettati in una grotta, nel territorio di Sant’ Anastasia.

L’Altieri venne sospeso e il brigadiere Francesco Marino dichiarò che il Calligari aveva dormito per un mese in caserma, e l’ispettore l’aveva nutrito sottraendo alle guardie una parte del loro vitto. "Mi sono lamentato per l’abuso", confessò il Marino, "ma l’ispettore mi ha inflitto 5 giorni di consegna assoluta". Aveva protestato, il brigadiere, non per l’abuso del sequestro, ma per quello della sottrazione dei pasti. I verbali di polizia non dicono se la vicenda suggerì ai giocatori terni e quaterne.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA