“TESTIMONIARE, FACENDO BENE IL PROPRIO LAVORO”

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    In questo dialogo, i personaggi del prof. Giovanni Ariola lanciano precisi segnali, delle parole d”ordine, per reagire a disastri come i crolli negli scavi di Pompei.

    Sono le otto del mattino. Il prof. Carlo siede al suo solito posto nella sala lettura della biblioteca dell’Istituto dove ogni mattina sfoglia i giornali prima di iniziare il suo lavoro. Oggi sarà una giornata alquanto gravosa: ha da terminare il suo contributo mensile da spedire a “Lingua Nostra”, dovrà presiedere una riunione con i coordinatori dei vari dipartimenti e per finire, nel tardo pomeriggio, dovrà tenere una lectura Dantis agli studenti di uno dei due Licei Linguistici cittadini.

    Avverte una strana stanchezza sulle spalle, di cui conosce bene sia la natura che l’origine che vanno, l’una e l’altra, ben oltre le “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero” di George Steiner (Garzanti, 2007) . Lo perseguita da qualche giorno e gli paralizza cervello e mano. Guarda fuori dalla finestra: ad ottobre che è stato per lo più caldo e luminoso è subentrato un novembre uggioso, con quel taglio brusco alle ore di luce per il ritorno all’ora solare, con lo struggimento del cadere delle foglie che mette nell’animo con la tristezza una voglia di fuggire e di sottrarsi alla lucidità della propria coscienza; e stamane lo scirocco, ci voleva lo scirocco con il suo soffio caldo estenuante e quei cambi continui repentini nella volta celeste.

    Non si accorge di Annella che è entrata, silenziosa come sempre, a fare il cambio dei giornali nell’apposita scaffalatura. Se la ritrova a lato che gli chiede se vuole prendere quelli, tra i quotidiani, che abitualmente legge.
    – Perché tu? – le chiede sorpreso – E Antonio?
    – Non si ricorda che Antonio era stato assunto per soli tre mesi, in sostituzione di Raffaele andato in pensione a giugno scorso e in attesa che bandissero un concorso?… non solo non è stato bandito nessun concorso, ma per giunta la nomina ad Antonio non è stata rinnovata e si rischia che il posto rimarrà vacante per sempre…anzi corre voce che qualcun altro di noi con nomina a tempo determinato sarà a breve mandato via…buona giornata …mi scusi professore…

    Va via Annella con passo svelto per nascondere le lagrime che non riesce a trattenere.
    Il prof. Carlo non ha la forza e neppure la voglia di aprire i giornali e immobile continua a guardare fuori, ma senza vedere niente.
    A scuoterlo è il prof. Eligio che, senza neppure dire buon giorno:

    – Hai visto che disastro? – dice mettendogli sotto gli occhi il giornale con la foto a colori della Schola Armaturarum (dove la gioventù pompeiana si addestrava alle armi) di Pompei, ossia delle macerie che ne restano dopo il crollo avvenuto il giorno prima – Che vergogna! Quanto disonore per l’Italia in tutto il mondo! E in contemporanea l’alluvione nel Veneto …e nel Salernitano…e in Calabria. Da una parte la furia degli elementi naturali e dall’altra l’incuria, l’incultura, l’insipienza e l’irresponsabilità degli uomini stanno distruggendo un patrimonio artistico e ambientale che costituisce la nostra maggiore ricchezza, il nostro ineguagliabile tesoro, che, non ci stancheremo mai di ripetere, tutto il mondo ci ha sempre invidiato e ci invidia…

    – Continuate, continuate pure a indignarvi a disastro avvenuto – interviene il prof. Piermario che, entrato subito dopo il collega, ha fatto in tempo ad udire la sua tirata polemica – continuate a riempirvi la bocca con i soliti luoghi comuni, le vostre frasi roboanti, quante volte le abbiamo udite e lette… fino alla nausea… ne abbiamo la pancia piena da scoppiare…ma, per favore, facciamo silenzio e, se proprio ci sta a cuore questo patrimonio artistico e ambientale, cerchiamo e troviamo il modo per dare un nostro contributo di idee, di azioni, di lotta e di lavoro per salvare il salvabile… ma prima che sia troppo tardi

    – Che possiamo fare noi – ribatte il prof. Eligio – quale potere abbiamo per intervenire e cambiare anche minimamente certe situazioni che si sono incancrenite e alla fine continuano ad essere gestite da chi ha il mano il potere e non lo molla?
    Testimoniare, ecco che cosa bisogna fare e soprattutto partecipare – quasi grida l’altro ed ha gli occhi di fuori – aggregarsi, anche a costo di “sporcarsi nella politica”, partecipare alle battaglie che le forze più consapevoli, più responsabili, più oneste stanno combattendo…Ci sono mille modi per poter dare il proprio contributo. Ho visto giovani e anche anziani prestare la loro opera volontariamente e gratuitamente nelle chiese, nei musei, nei siti archeologici, nei mille e mille palazzi considerati per se stessi opere d’arte e in più luoghi di conservazione di oggetti d’arte, per vigilare, custodire, accogliere i visitatori italiani e stranieri e fare loro da guida…

    – Io dico – continua il prof. Eligio – che ognuno deve testimoniare facendo bene il suo lavoro… È questione di competenza…come si può pretendere, anzi, chiediamoci, è opportuno che io che mi intendo e mi occupo di letteratura, metta bocca sul sistema di difesa ambientale, ad esempio su come rafforzare gli argini di un fiume o su come salvaguardare i monumenti, le varie abitazioni nella Pompei antica o le torri di Bologna o la Domus Aurea a Roma? Insomma, voglio dire, non è meglio che i letterati facciano i letterati e i politici facciano i politici e i tecnici ciò che è di loro competenza?

    – Questo è un altro luogo comune che ha fatto il suo tempo…Ognuno deve fare prima di tutto il cittadino e poi esercitare la sua professione o il suo mestiere…
    – Ha ragione Vargas Llosa – dice convinto il prof. Eligio – quando scrive: “Una letteratura non può dipendere dall’inevitabile carattere pratico della politica; al contrario, in molti casi, serve a tirarci fuori dalla prassi che ci imprigiona…” (Mario Vargas Llosa, “Letteratura e politica”, Passigli Editore, 2005, p.12).

    – Ma dice anche – puntualizza il giovane e focoso collega – “Credere che la letteratura non abbia niente a che vedere con la politica…equivale a considerare la letteratura come gioco, distrazione, semplice intrattenimento…se la letteratura si limita solo a questo e non si pone altri obiettivi, è condannata a impoverirsi e addirittura a scomparire.” (ivi, pp. 22-23).
    – Noto – osserva il prof. Eligio – che il collega Carlo è stranamente silenzioso…non vuoi dirci come la pensi in proposito?

    – Troppe sono già le opinioni e le parole in giro perché debba aggiungervi anche le mie – risponde con voce stanca l’interpellato – Vorrei solo, a proposito del grande narratore peruviano, meritatamente insignito quest’anno del Nobel, invitarvi a leggere le parole conclusive del suo scritto che sottolineano come “è importante che letteratura e politica, senza rinunciare alla loro identità, con una consapevolezza precisa di quelli che sono i rispettivi limiti, si avvicinino e mantengano un’intensa dialettica…Uno scambio dinamico e critico che le arricchisca entrambe e le difenda dalla barbarie.” (ivi, p.47)

    Ha parlato a fatica il prof. Carlo, segno evidente di uno stato di saturazione che rischia di diventare patologico. Si alza e se ne va al suo lavoro, mormorando tra sé e sé, come se fosse solo:
    Occorrono soluzioni alternative…ma chi saprà adottarle?… “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo/…C’è un tempo per demolire e un tempo per costruire/ un tempo per tacere e un tempo per parlare/ un tempo per pensare e un tempo per agire…” (La Bibbia, Ecclesiaste, 3).

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