Le foto del passato illustrate da chi visse quei tempi e ne custodisce la memoria. Il libro curato dall’ “Associazione Agape” è solo l’inizio di un lungo e affascinante viaggio, destinato a sollecitare la riflessione e ad accendere emozioni.
FOTOUn libro di fotografie di “ come eravamo “ non è più solo l’omaggio a una moda: è una necessità culturale, è, per chi fu giovane, un guardarsi allo specchio con una malinconia che dipende non solo dalla percezione del tempo che passa implacabile, ma anche dal conto dei giorni che abbiamo gettato via senza guardarci intorno, anzi distraendoci dal flusso di vicende e di valori che scorrevano sotto i nostri occhi.
Chi erano, quei compagni di strada? Chi ero? La dott.ssa Diana Carbone, che dirige l’ Istituto Comprensivo di San Gennarello di Ottaviano, se lo chiede, nella splendida introduzione: “ cosa c’è dietro ciascuna persona? Perché ci commuove una foto in bianco e nero che ci ritrae bambini sorridenti tra volti cari in un giorno di festa ?”: in un libro come questo non c’è “ languido sentimentalismo”, c’è il bisogno di cercare “ il passato che dà certezze dell’oggi “, c’è il piacere di essere trasportati “ in una atmosfera di magia che ti consente di sentire le voci, di odorare l’erba, di leggere le vite andate “.
L’ “Associazione Agape “ e Anna Prisco, che ne è presidentessa ( voglio ricordare la preziosa collaborazione di Anna Catapano e Angela Cinque ) hanno fatto un lavoro importante: che però è solo l’inizio di un viaggio che sarà lungo e affascinante. Questo viaggio è un dovere civico: perché San Gennarello di Ottaviano ha saputo conservare, nei secoli, le forme e la sostanza della sua identità affrontando e superando difficoltà di ogni genere. E le immagini di questa storia meritano di essere conservate. Giovanni Alterio, che dei valori dell’ identità di San Gennarello fu testimone profondo e difensore inflessibile, e che fu, prima di tutto, uno dei politici più lucidi che il nostro territorio abbia espresso nella seconda metà del sec.XX, viene ricordato, nel libro, nel modo migliore: attraverso due splendide poesie di cui egli fu autore.
Allo stesso modo, don Pasquale Auricchio, che interpretò con intensa umanità il ruolo del parroco carismatico, presente, con la sua incisiva autorevolezza, in ogni momento della vita della comunità, ci parla attraverso le note autobiografiche che egli stesso dettò nel “ 50° anno di sacerdozio “. Giustamente è stato ricordato, con una notevole fotografia di famiglia ( vedi archivio) Alessandro Miranda, padre di Francesco che con i suoi figli ha scritto una parte importante della storia sanitaria del nostro territorio.
Il libro parte dal presente, dalle fotografie che registrano lo stato di abbandono delle cappelle rurali intorno alle quali fu tessuta la storia sociale di San Gennarello. Erano tempi in cui le parole “ comunità “ e “ solidarietà “ non erano solo chiacchiere e tutte le donne del cortile facevano insieme il bucato grosso , quello con la cenere dei focolari e con i pentoloni che erano un monumento alla fatica, sopportata con un sorriso ( vedi archivio ) e tutte insieme strizzavano le lenzuola.
Le suocere andavano a controllare “ il cascione “ del corredo che le fidanzate dei figli avrebbero portato come dote, e le meno giovani ricordavano alle giovani che non ci si sposa né di martedì, né di venerdì, né a maggio – sarebbero nati figli stupidi -, né a settembre – sarebbero rimaste vedove “ tropp’’ampresso “. La cultura popolare rafforzava i “ divieti “ di chiara origine religiosa con la minaccia di sciagure che si sarebbero abbattute non solo sul colpevole, ma anche sulla discendenza ( fino alla settima generazione).
L’ Associazione ringrazia, per le notizie sui matrimoni, la signora Amelia che le ha fornite: è questa la strada da percorrere: raccogliere, insieme con le fotografie, le memorie, come ha fatto una ragazza, Maria Prisco, che ha chiesto al nonno, Giovanni Ipomeo, di raccontarle come, quando e perché egli eseguì i lavori di copertura dell’ alveo Rosario.
Non potevano mancare le “ foto di classe “: in alcune l’ insegnante sta al centro ed è figura severa e protettiva; in altre si mette di lato: c’è, in tutte le fotografie del libro, un campionario di gesti, di posture e di “ relazioni “ di spazio che costituiscono un capitolo importante della storia della “ vesuvianità.”.
Il libro si chiude con schede e immagini degli usi e dei costumi: arti e mestieri; ricette; i rimedi della nonna. Rivedo, in fotografia, i “ seccamenti “ che mia madre preparava per mio padre: dischetti di zucchino, “ ‘o cucuzziello “, essiccati al sole sia prima che dopo la bollitura e la salatura, e conservati in bocce di vetro e in sacchetti di stoffa per accompagnare le insalate invernali e per abbassare il piccante dei peperoni. Quando “ si facevano ‘e butteglie ‘e pummarole “ – un rito a cui partecipava tutto il vicinato- le donne anziane avvertivano le più giovani che valeva il divieto imposto da Demetra e da Dioniso per la mietitura e per la vendemmia: le donne mestruate dovevano tenersi lontane dai “ luoghi “ dove venivano “ lavorati “ l’uva, il vino, il grano, i pomodori.
A lungo nella piana di San Gennarello si coltivò il grano: la “ Festa del grano “ – nel libro trovo belle fotografie della manifestazione – ricorda quell’ importante attività. Ricordo, vagamente, di aver sentito dire anche io, quando ero ragazzo, che le ragnatele tese ai lati della porta non si doveva toccarle, perché servivano a imbrigliare e a tener fuori di casa gli sguardi degli occhi maligni e invidiosi. Ricordo più chiaramente “ chillo d’’o cienzo “, che vendeva, con amuleti e “ curnicielli “, bustine di incenso da bruciare contro “ ‘a scommoneca “, la nera maledizione della iettatura.
I ricordi mi dicono che dagli anni ’50 ad oggi è passato molto più tempo dei sei decenni indicati dal calendario: nei banchi di legno dove trascorremmo gli anni delle elementari erano ancora incastrati i calamai di metallo per l’inchiostro, e ci davano ancora il voto per la calligrafia, e imparavamo a usare i pennini a “ cavallotti “ e quelli “ a ciucciariello”. La mia generazione ha vissuto un tempo storico la cui continuità è stata più volte spezzata dalle vertiginose accelerazioni della scienza e dell’economia. Questo libro ci ricorda, ancora una volta, che ognuno di noi cerca di riannodare il filo della propria identità e che non possiamo farlo se non ricostruiamo il percorso del gruppo sociale di cui siamo parte. Per uscire dal labirinto ci serve l’aiuto di Arianna: l’ associazione Agape può svolgere, sotto ogni aspetto, il ruolo della splendida figlia di Minosse.
(foto tratta dal libro “San Gennarello d’ottaviano” –associazione agape)