Per l’ “affaire ” dell’orologio della signora Cavani sono state sprecate molto lacrime napoletane. La gentile articolista di un importante quotidiano si domandava, con amarezza: perché la notizia della rapina alla signora del Matador ha fatto il giro del mondo, e invece si è parlato poco, “ lo spazio di un mattino ”, della grassazione di cui è stata vittima, a Parigi, la moglie di Ibrahimovic ?
Ma perché i giornalisti di Napoli hanno raccontato il fatto a mo’ di telenovela, a puntate quotidiane, al megafono, e con accompagnamento di tamburi e tromboni; i giornalisti francesi, invece, hanno esalato un breve sussurro, al silenziatore. Inoltre, a Parigi è difficile che i rapinatori facciano distinzione tra i soldi di un calciatore e quelli di un povero cristo: per i francesi, si sa, siamo tutti uguali: ciò che è rapinato, è rapinato, non si restituisce nulla a nessuno. A Napoli, invece, capita che la camorra ordini di restituire l’orologio alla signora, e ci aggiunga anche le scuse (La Repubblica Napoli.it, 6 luglio); manca solo il mazzo di fiori.
Non ci dobbiamo meravigliare se i giornali tedeschi riprendono la notizia, e ci ricamano intorno merletti e arabeschi, e mettono nel ricamo tutto l’amore che, soprattutto in questi giorni, sentono per noi. Non so se è stata la camorra a organizzare il lieto fine. Ma se dietro il copione e la regia della sceneggiata c’è l’ingegno di un capocamorra, bisogna dire che è un ingegno fino, conoscitore, per dottrina o per istinto, dei meccanismi della pubblicità . Ha preso molti piccioni con una fava: ha calmato i nervi scossi della signora, ha sfilato di mano al sig. Cavani (solo a lui?) un buon pretesto per chiedere il trasferimento, ha perciò conquistato l’eterna gratitudine dei tifosi, ha dimostrato che la camorra c’è, che il “ sistema ” è intatto, e funziona.
Come l’immagine di Napoli esca dalla vicenda, non so: prima di tutto, non so quale sia l’immagine di Napoli. A me pare che sia come il volto di una bella donna riflesso in uno specchio rotto: vi appare come uno sconquasso di forme. La camorra, “sistema” cittadino e mercantile, ha da sempre sentito il bisogno di farsi pubblicità , di proporsi, all’immaginazione collettiva, come un Ordine più concreto, più rapido e affidabile dell’ Ordine dello Stato. La camorra si manifesta e si dichiara: la mafia si nega. La mafia, e che cos’è ? È una invenzione dei giornali, dicono i mafiosi, una infamità di chi vuole male alla Sicilia.
Leonardo Sciascia raccontava di aver percorso ogni strada per procurarsi il “santino” funebre del boss Francesco Di Cristina, su cui il figlio Giuseppe, erede del bastone, aveva fatto scrivere: “ Dimostrò con le parole e con le opere che la mafia sua non fu delinquenza, ma rispetto della legge e dell’onore, difesa di ogni diritto: fu amore”. Per la prima e per l’ultima volta sul “santino” funebre di un boss (morto di morte naturale) fu scritta la parola mafia e fu infranta la regola cardinale del codice mafioso, che Luciano Liggio illustrò nel tribunale di Palermo: “Ho letto Dickens, Dostoevskij, Croce. Ho letto Socrate, uno che ammiro, perché come me, non ha scritto niente.” (La Repubblica, 25 ottobre 2009).
Un secolo prima Francesco Cappuccio, “‘o signurino”, aveva spiegato ai camorristi del presente e del futuro che la “filosofia” della camorra era l’esatto contrario della dottrina della mafia. Ciccio Cappuccio lo spiegò con le parole e con i fatti. Intrattenne rapporti cordiali con i giornalisti della “nera”, e certamente fu contento quando, nel 1891, incominciò a circolare per Napoli la voce che egli aveva ordinato a ladri incauti di restituire al ministro degli Interni, Giovanni Nicotera, l’orologio che avevano rubato in casa sua. I ladri avevano immediatamente obbedito. Altrettanto velocemente fu restituita, per ordine del “signurino”, la tabacchiera d’oro rubata al procuratore generale Michele Pironti.
Vada per la tabacchiera, che forse venne sfilata da un ingenuo scugnizzo, ma non ce li vedo proprio un basista e dei ladri che “puntano”, nel 1891, la casa del ministro degli Interni. A meno che tutta la vicenda non sia stata un’astuta messinscena, organizzata per conquistare meriti e crediti in Questura. Forse le due storie vennero inventate dalla tradizione orale, come altre imprese attribuite a Ciccio Cappuccio: in ogni caso, esse danno l’idea dell’abilità con cui il camorrista costruì il proprio mito. È certo invece che Enrico Alfano, capintesta della Bella Società Riformata, protagonista, a partire dal 6 giugno 1906, di quella incredibile vicenda giudiziaria che va sotto il nome di “processo Cuocolo”, non volle rivelare al governo della camorra come aveva recuperato i gioielli della canzonettista Eugenie Fougère: si limitò a dire che i gioielli la sua amica li aveva persi, e lui li aveva ritrovati. Un colpo di fortuna.
I suoi avversari, invece, ritenevano che egli li avesse ricomprati dai ladri, uno spazzino e un cocchiere, per 300 lire. Gli altri capi giudicarono fondato il sospetto, e, poiché il codice della camorra non consentiva a un capintesta di concludere affari con i mariuoli, sfiduciarono Alfano e gli chiesero le dimissioni. Ed egli le diede. Senza batter ciglio. Così racconta Giuseppe Garofalo, nella sua esemplare storia della “Seconda guerra napoletana alla camorra”. Enrico Alfano sapeva che i capi più importanti non lo consideravano capace di guidare la camorra in quei primi anni del Novecento, in cui la società napoletana venne sconvolta dall’ inchiesta Saredo e dalla guerra senza quartiere che si combatté , nelle strade e nei palazzi delle istituzioni e della politica , tra gli amici di Giolitti e i nemici di Giolitti.
Una guerra per bande, che insanguinò Napoli e la provincia, e non solo metaforicamente. Dimettersi volontariamente, tra gli applausi di tutti per aver dato prova di galanteria e di nobiltà d’animo, era molto meglio che venire congedato dagli altri. Con un colpo di pistola o di pugnale.
(Quadro: Giacinto Gigante, La grotta di Palazzo Donn’ Anna, metà sec. XIX)
