Somma Vesuviana, amministrative 2017: il «cantiere» dei moderati
Le ricette di Biagio. Spaghetti al “respiro del mare e del Vesuvio”: e basterà la tua “cera” a spiegare a Salvini e ai suoi cosa pensi di loro
Biagio Ferrara
Quando Filippo Tommaso Marinetti decise di dichiarare guerra ai maccheroni proprio a Napoli e scelse come campo di battaglia l’osteria “Ai due leoni”, venne accompagnato nella mischia anche da alcuni futuristi napoletani. Perciò, non meravigliamoci se ci sono dei napoletani “salviniani”. Lo intuì Achille Campanile: ci sono napoletani che non possono fare a meno dei “luoghi comuni” in cui l’anima della città sta racchiusa come il “frutto” della cozza nel suo guscio: ma oggi certi furbacchioni se ne servono per contestarli, per sbandierare, attraverso la contestazione dei “luoghi comuni”, la propria diversità, segno di superiorità “Sono un napoletano, ma non ho niente in comune con la maggioranza dei napoletani”: e per convincerci e per convincersi battono le mani anche a Salvini. Nel pomeriggio ci sono stati scontri e tafferugli: gruppi di manifestanti di vario “colore” ideologico volevano impedire che il leghista parlasse alla Mostra d’Oltremare. Qualcuno ha accusato De Magistris di aver soffiato sul fuoco, populisticamente: ma mi pare che quando ha difeso la Napoli calcistica dalle prepotenze dei Cavour e dei Cialdini di oggi, il sindaco ha avuto solo “scoccat’e mane”. Molti si auguravano che i napoletani accogliessero Salvini con uno sprezzante silenzio: era anche il mio augurio, soprattutto perché non sopporto la violenza, in qualsiasi forma. Ma pensavo che questo silenzio non dovesse essere segno di noncuranza, di fredda apatia, di quel nobile disinteresse che resta la migliore forma di disprezzo, ma non in questi tempi di grezzo populismo, di demagoghi all’ingrosso che si vendono a prezzi fissi e assai bassi. In questi tempi infelici, in cui la memoria della massa è corta e l’intelligenza è un immobile pantano aperto a tutte le bufale, può capitare che il signorile, silenzioso disprezzo venga contrabbandato come paura, come incertezza, e perfino come segno di approvazione. Dunque Salvini e i salviniani parlino, a Napoli, e in qualsiasi luogo del Sud, oggi e sempre, perché non si può negare a nessuno la libertà di parola: ma mentre parlano, guardiamoli, in silenzio, con una “cera” che sia capace di dire e di far capire al leghista e ai suoi seguaci meridionali che il nostro silenzio è una minestra di sprezzante sarcasmo e di ironia, di una ironia non fredda però, di un’ironia sulfurea, pronta a infiammarsi. Salvini non può illudersi che l’aver chiesto scusa abbia risolto il problema creato dai suoi canti e dalle sue invettive ripetute a raffica contro la città di Napoli: i salviniani nostrani dovrebbero spiegargli che non è facile prendere per i fondelli il popolo di Totò e di Eduardo. Dunque ci serve una “cera” che esprima un sorriso a sfottò, e nello stesso tempo cipiglioso: servono i sapori e i profumi di un piatto che rappresenti, plasticamente, il mito di quell’energia creatrice di storia che i leghisti non hanno mai riconosciuto come virtù napoletana. Il piatto realizzato da Biagio mi pare che possa servire allo scopo. Il sapore e il profumo delle cozze evocano il respiro profondo del mare, pervadono i sensi, distraggono dai fastidi della realtà, accendono tutti gli umori, innervano lampi di intelligenza che sputtanano i chiacchiericci fangosi e brumosi forgiati nelle pianure del Nord. E questi lampi diventano corrusche folgori di contestazione grazie alla appassionata e rumorosa “anima” vesuviana del cipollotto, del lacrima christi e della rucola: la miracolosa “arucola di Spagna” che nei primi anni dell’Ottocento i nobili napoletani cercavano, come si cerca un tesoro, lungo gli alvei di Madonna dell’Arco: l’erba aiutava a scatarrare attraverso raffiche di colpi di tosse e di sputacchi che suonavano, nell’insieme, simili a melodiose pernacchie…Buon senso 0 – Salvini 1
La sollecitazione di Salvini è delle peggiori ma, se questo insulso personaggio in cerca di voti e d’autore fosse stato lasciato solo con i suoi fan e la sua ipocrisia non avrebbe avuto il clamore nazionale che ha avuto in questo stupido fine settimana partenopeo.
Mi dicevano da ragazzo che per tirarsi le questioni, per litigare, bisognava essere sempre in due, nel senso che, se tu vuoi togliere l’occasione, se vuoi evitare lo scontro, puoi sempre farlo e, per quanto possa essere molto difficile trattenere ira e testosterone per frenare i bollenti spiriti, bisogna pur sempre misurarsi la palla e valutare bene quanto convenga gettarsi nella disputa.
Che Salvini sia razzista è vero quanto Napoli sia antifascista, ovvero lui è un fascista di convenienza come Napoli è antifascista per convenienza, e questo per dare sostanza ad un’amministrazione che vive più di immagine che di fatti. Ditemi voi quindi cosa c’è di democratico ed antifascista nel non permettere anche ad un avversario politico di parlare, lo si era permesso nel dopoguerra a chi ti aveva massacrato e deportato pochi anni prima, mentre oggi c’è chi con grande saccenza pretende di fregiarsi di antifascista negando la libertà d’opinione.
Lo spessore dell’antifascismo napoletano lo si è visto nei campi rom bruciati a Ponticelli e nell’hinterland, lo si sente nei pulmann, lo si legge sui social, lo si ascolta ai bar dello sport e nei gazebo politici, là dove ci si renderà conto di quanto Salvini sia forse meno alieno a Partenope di quanto lo si voglia far credere. Il rom, il rumeno, il migrante, il cinese, il pakistano, il magrebino e il senegalese, l’estraneo in genere riscuote lo stesso trattamento, lo stesso acre giudizio presso l’uomo comune napoletano, lo stesso che gli riserverebbe Salvini e i suoi accoliti. Questo perché Napoli non è i centri sociali, Napoli non è la bella borghesia vomerese che parla molto e agisce poco, Napoli non è la citta di Gigino ‘o bello, Napoli è molto più complessa e quest’altra parte della città, borghesucola e provinciale, egoista e razzista c’è, e fa il paio con quella rabbiosa e confusa delle periferie, esiste e si fa forza nei luoghi comuni che anche Salvini porta avanti e in cui, ora più che mai, si riconosce.
Contestare Salvini è stato un errore e lo è stato nella misura in cui si è alzata la tensione nelle settimane precedenti l’arrivo del capo leghista. C’è chi ha aizzato la folla mediatica allo stesso modo con cui lo ha fatto il politico milanese attraverso i suoi canali preferiti, quelli che additano lo straniero come unico problema del Paese. Allo stesso modo i social sinistrorsi hanno attizzato il fuoco antifascista che restava assopito forse dalle eroiche giornate del ‘43 e in maniera acritica si è indicato il mostro dimenticando la radicata presenza sul territorio di realtà veramente fasciste e senz’altro più pericolose quali Casa Pound.
Salvini non è infatti un mostro ma un furbo, uno che ha capito quale strada seguire; abbandonare l’astio verso lo stereotipo del meridionale per la demagogia e il populismo più becero, ha capito che l’uomo, al nord come al sud, smettendo i panni di cavernicolo con quelli contemporanei, posando la clava e brandendo lo smartphone, è rimasto tutto sommato cedevole alle sue paure più remote e teme, oggi come allora, lo straniero. Contestare un furbo è pericoloso e chi lo ha fatto, lo ha fatto nel peggiore e più ingenuo dei modi, lasciando, come era prevedibile, lo spazio a chi ha messo a ferro e fuoco viale Augusto, così come fanno i peggiori dei tifosi di calcio (e l’accostamento non è del tutto casuale), porgendo l’assist a Matteo Salvini, che davanti al suo popolo leghista passerà come l’eroe di Napoli, colui che è andato nella fossa dei leoni, colui che, senza argomenti validi ma, stringendo forte gli attributi degli italiani, inneggia alla paura e al luogo comune e riscuotendo consenso anche al Sud.
Nella battaglia sullo sciovinismo partenopeo che vedeva in competizione De Magistris con Salvini, ha vinto quest’ultimo; entrambi si contendevano il livore e la frustrazione partenopei mascherati da neoborbonismo e vanto pseudo calcistico, entrambi hanno inneggiato all’unicità napoletana, senza capirne le criticità; l’uno ha però cercato il male nella nordica monnezza, dimenticando però di quanta ne abbiamo di nostra e che, pratica e metaforica, ci attanaglia, l’altro invece lo ha cercato nello straniero e in chi ne tutela le sorti.
Ecco! Chi lo ha contestato è stato il suo migliore alleato, lo ha favorito; e lo ha reso vincitore pensando di avere nuovi spazi politici e cercando di mettersi in mostra anche lui.
A chi pensate che abbia inviato le migliori e più strabilianti bestemmie napoletane l’abitante di Fuorigrotta? A Matteo Salvini o agli antagonisti? Cosa vi appare più democratico, permettere a Salvini di parlare o incendiare auto e cassonetti e tirare molotov contro la polizia?
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In caso di eventi o manifestazioni nei parchi urbani, saranno gli organizzatori ad avere l’obbligo di esercitare il controllo sull’osservanza del divieto, individuando a tal fine gli addetti alla sorveglianza tra il proprio personale. 
