Ottaviano, «Corri, ragazzo corri»: il libro di Uri Orlev donato alle scuole per il Giorno della Memoria

Questa mattina, l’assessore Marilina Perna (cultura, pubblica istruzione) ha accolto rappresentanze delle scuole cittadine (Istituto Comprensivo Pappalardo, Istituto Comprensivo Mimmo Beneventano, Scuole Maria Ausiliatrice, Isis De Medici e Liceo Diaz) nell’aula consiliare del municipio dove è stato proiettato il film diretto da Pepe Danquart, tratto dal libro di Orlev: Corri, ragazzo corri. I ragazzi delle scuole cittadine hanno assistito alla proiezione nell’aula consiliare del municipio di Ottaviano, dopo un intervento dell’assessore Perna che ha ricordato loro l’importanza del Giorno della Memoria. Il film scelto per celebrare la giornata della Memoria narra della fuga di Yurek, unragazzino di nove anni che si rifugia nella foresta e attraversa boschi e villaggi: il ragazzino del film esiste sul serio, non è una invenzione letteraria o cinematografica, è Yoram Friedman sopravvissuto all’Olocausto che oggi – ultraottantenne –  vive in Israele. Jurek è il falso nome cattolico di un bambino ebreo che il padre, sacrificando se stesso, spinge a fuggire dal ghetto di Varsavia per sottrarsi ai nazisti. La sua sarà una fuga continua, piena di incontri che lo portano a conoscere il bene e il male dell’umanità. Nella casa della moglie di un partigiano trova l’affetto generoso della donna, che gli insegna le preghiere cattoliche per aiutarlo a rappresentare meglio la sua falsa identità. Quando i nazisti invadono il villaggio. Jurek riprende la fuga, ma una donna lo consegna ai tedeschi per riscuotere un compenso. Il ragazzino ancora una volta riesce a scappare e, aiutato da un contadino, trova lavoro in una grande fattoria. È forte, intelligente, volonteroso ma è pur sempre un bambino inesperto e, lavorando con i cavalli, la sua mano finisce in un pericoloso ingranaggio. In ospedale, un medico si rifiuta di operarlo, perché ebreo, e lo denuncia ai nazisti. Passano le stagioni, l’esercito sovietico è in arrivo. Jurek vive con la famiglia cattolica che alla fine lo ha adottato, ma un esponente della comunità ebraica lo pone di fronte alla scelta: restare nella quieta serenità della famiglia o riappropriarsi delle sue radici, della sua religione? Nella mente di Jurek affiorano le ultime parole del padre: «Dimentica il tuo nome, dimentica tuo padre e tua madre, ma non dimenticare mai di essere ebreo». Il film è un inno alla vita, alla sopravvivenza, alla fede e alla speranza che, alla fine della proiezione, i ragazzi hanno commentato. «Un film potente, significativo, che gli studenti hanno molto apprezzato – commenta l’assessore Perna – intanto abbiamo voluto che di questa giornata restasse un segno tangibile, dunque oltre alla proiezione del film, ciascuna scuola di Ottaviano riceverà in omaggio due copie del libro di Orlev».    

A Napoli Antonella Cilento presenta il suo nuovo romanzo e “Strane Coppie”

Mentre inaugura la decima edizione (Gold) di Strane Coppie, che viaggerà in tutto il Belpaese, Antonella Cilento ci presenta “Morfisa, o l’acqua che dorme”: uno strabiliante romanzo ambientato nella Napoli dell’anno mille.   Non si verifica molto spesso che uno scrittore sia anche un infaticabile promotore della vita culturale della sua città e uno straordinario insegnante del suo stesso mestiere. A Napoli accade, e da moltissimi anni. Stiamo parlando di una scrittrice, naturalmente di Antonella Cilento, finalista al premio Strega 2014 con “Lisario o il piacere infinito delle donne”. Fondatrice a soli ventitre anni di uno dei più antichi laboratori di scrittura creativa in Italia, Lalineascritta, narratrice purosangue, giornalista (da anni su “Il Mattino”, tra le altre cose, ci racconta gli infiniti volti della nostra Napoli), non paga di tante attività ha creato dieci anni fa la manifestazione “Strane coppie”, dove  scrittori di calibro (vengono da tutta Italia) discutono e mettono a confronto grandi personaggi e classici della letteratura internazionale. Quest’ anno abbiamo un’edizione Gold, per celebrare il decennio. Come già da tre anni, gli incontri non si svolgeranno solo a Napoli, ma anche a Roma, Milano, Verona. Il tema è “classici o mainstream”. Insomma, come si legge nella presentazione, “celebri o celebrati? La letteratura e le arti sono diventate, in modo più esplicito che nei secoli passati, prodotto di mercato: …..sono incompatibili bellezza e grande pubblico?”. E nella manifestazione non solo si discute di letteratura, ci si occupa anche di arte (a Verona una mostra documentale delle light work, “opere di luce”, ispirate ai classici letterari realizzate lo scorso anno da Iole Cilento e Teresa Dell’Aversana e una mostra di LAO ART a cura di Daniela Rosi dedicata all’arte degli esclusi) e cinema (con la partecipazione di Valerio Caprara). Il calendario di tutti gli eventi lo trovate nel link in fondo all’articolo. E passiamo a “Morfisa, o l’acqua che dorme”. Il romanzo, presentato il 25 gennaio u.s. da Francesco Durante a La Feltrinelli di Napoli, è ambientato in una Napoli inedita, quella dei tempi del Ducato, ancora completamente libera e autonoma. I Normanni, come altri, premono per prendersela, ma ancora non l’hanno assoggettata. E questa città dell’alto Medioevo, piccola rispetto a quella molto più nota dei secoli successivi, arroccata sulla collina di Monterone, piena di orti e di ricordi pagani (come le celebrazioni orgiastiche dei misteri nella Crypta Neapolitana o il vivissimo culto di Virgilio Mago), è una città magica (“…molto magica”, dice un bambino a Teofanès, il frastornato poeta bizantino protagonista della storia, e consiglia: “è meglio che vi abituate”). Tra Saraceni, Longobardi, Normanni, ducati rivali, la città ci appare in una luce nuova, diversa, fortemente matriarcale, contesa al suo interno da Sangennarine e Virgiliane, piena zeppa di eventi e esseri prodigiosi. Al centro di questo fantasmagorico racconto c’è Morfisa, personaggio “meraviglioso”, Madonna nera, bambina e sirena, essere che muta forma e mutare forma, ci avverte in una delle sue “Istruzioni di lettura” alle Virgiliane, significa mutare anima. La storia attraversa i secoli, sbarca in Giappone, per tornare poi a Napoli ai tempi del colera. Morfisa è custode del magico “Ovo”, quello su cui è fondata la città e che non deve rompersi, pena la distruzione della città stessa, l’apocalisse. E sull’orlo dell’apocalisse in questo romanzo si è sempre, dal fulminante inizio fino alla fine. Del resto quale situazione potrebbe descrivere meglio la città che tutti conosciamo e amiamo, perennemente minacciata di distruzione dal vulcano più famoso del mondo, ammaliante come una sirena, ma sterminatore quando si sveglia? La città che da sempre e per più ragioni sembra essere sempre sull’orlo di una catastrofe? E cosa può salvarci, sembra dirci Antonella Cilento, se non l’Ovo magico, la culla di ogni storia, l’origine e il nutrimento di romanzi e racconti, poemi e fiabe? Perché l’Ovo che Morfisa custodisce, su cui Napoli si fonda, è proprio questo: l’utero che partorisce le storie, le narrazioni del mondo che, sole, al mondo restituiscono senso. Per Strane Coppie trovate tutte le info a questo link: https://www.lalineascritta.it/strane-coppie-97998/strane-coppie-2018-decima-edizione-letteratura-arte-cinema      

Potevamo essere l’Inter…

Il Napoli vince col Bologna e soffre. Ma si diverte, al contrario di altre Anche ieri il Napoli è rimasto al primo posto nel campionato prendendo tre punti contro il Bologna al San Paolo tra mille difficoltà, un rigore molto generoso ed il contributo significativo del portiere Pepe Reina (che, è bene ricordarlo, sempre un giocatore del Napoli è: insomma non ci ha fatto un favore, ha fatto il suo dovere). Siamo, insomma, destinati alla sofferenza calcistica fino alla fine. E se scudetto sarà, sarà roba dell’ultimo minuto. L’ultimo minuto dell’ultima giornata di campionato. Altri passeggiano, noi dobbiamo correre. Altri si rilassano, noi sudiamo. Ma non importa, poteva andare peggio. Potevamo essere l’Inter: ballare per un paio di sere e atteggiarsi comunque a etoile, rimanere aggrappati ai piani alti del campionato giusto il tempo di sentirsi dire “forse è l’anno buono” per poi sprofondare nel giro di qualche settimana e ridimensionarci notevolmente. Potevamo essere l’Inter: giocare malaccio, intossicare il pranzo ai tifosi quando si gareggiava alle 12,30, inciampare nelle piccole ed assistere impotenti al dibattito sulla grande squadra che magari fa l’impresa ma poi scivola con la provinciale. Potevamo essere l’Inter e passare più domeniche tristi che allegre. Invece siamo il Napoli e accade il contrario: facciamo arrabbiare gli altri mentre noi ci divertiamo a vedere gli opinionisti allestire improbabili sedute spiritiche per evocare il fantasma di Carlo Sassi e farsi dire se Koulibaly ha fatto o no fallo di mano (a proposito, ma Sassi è vivo o morto?). Potevamo essere l’Inter. O la Roma. Persino la Juventus. Invece siamo il Napoli e siamo primi. Per adesso.

“Amianto e finte bonifiche”: gli ambientalisti smascherano una ditta di Acerra. Ma la polizia municipale non sequestra.

Bonifiche col trucco: rifiuti pericolosi triturati e occultati nello stesso terreno che doveva essere risanato. Rifiuti che sono stati anche gettati nei canali vicini invece di essere portati nelle discariche autorizzate. Intanto la polizia municipale, esortata ripetutamente dagli ambientalisti, ieri ha bloccato i lavori di “risanamento” facendo delimitare l’area con un cartello che segnala il pericolo. L’avviso è stato fatto affiggere in un’ampia zona di località Aria di Settembre, tra Acerra, Pomigliano e Casalnuovo, lungo il greto di un canale, l’alveo Santo Spirito, che fa parte dei Regi Lagni e che attraversa i tre comuni confinanti tra loro. Un’area la cui bonifica era terminata ufficialmente a novembre, con un costo complessivo di circa 150mila euro per le casse comunali. Ma qualche giorno fa gli ambientalisti hanno denunciato alle forze dell’ordine che in realtà la bonifica non sarebbe mai stata fatta. Secondo gli ecologisti i rifiuti sono stati prelevati dalla superficie del terreno e quindi triturati e occultati a pochi metri di distanza, accanto al canale Santo Spirito, senza dunque essere regolarmente smaltiti in discarica. A quel punto ieri, dopo la denuncia degli ecologisti, è tornata sul posto una delle due ditte incaricate della bonifica, teoricamente terminata due mesi fa. Gli operai si sono messi a raccogliere a mano i rifiuti, senza mascherine e senza tute, alzando notevoli quantità di polveri. E alla fine, grazie all’insistenza dei “Volontari Antiroghi”, sono giunti i poliziotti municipali di Acerra, che hanno verificato la presenza di una enorme quantità di rifiuti pericolosi triturati (c’è soprattutto amianto) proprio nella zona che doveva essere bonificata. I lavori appena ripresi sono stati quindi bloccati e l’intera zona è stata delimitata con dei nastri bianchi e rossi. I poliziotti municipali hanno fatto apporre dei cartelli che avvisano il pericolo: “Attenzione: presenza di rifiuti pericolosi”. Una delle ditte che avevano vinto i due appalti comunali finalizzati alla bonifica di Aria di Settembre è di Acerra ed è di proprietà di un cugino di primo grado dei fratelli Pellini, i re dello smaltimento in provincia di Napoli ora in carcere per i reati di disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti. La seconda, quella che è stata fermata ieri dai vigili urbani, è della provincia di Caserta. A queste due aziende il Comune ha conferito lavori per un totale di 144mila euro. “Da tre giorni stavo segnalando alla polizia municipale la presenza di amianto triturato nella zona, che è un pericolo enorme per la salute pubblica – racconta Alessandro Cannavacciuolo, l’ecologista autore della denuncia insieme ai Volontari Antiroghi – ma nonostante tutto questo l’area non è stata ancora sequestrata. Hanno solo fermato lavori, peraltro effettuati in modo irregolare, che in realtà sono ufficialmente terminati a novembre. Inoltre l’Asl non è stata chiamata. Perché il Comune non ha controllato?”. Durissima l’analisi complessiva di questa vicenda fatta da Cannavacciuolo: “Nonostante le continue segnalazioni,anziché sequestrare l’area e impedire che si reiterasse il reato, hanno consentito nuovamente che la stessa società mettesse mano sui rifiuti altamente pericolosi. Rifiuti, come gli stessi ufficiali hanno potuto verificare, venivano trattati e manovrati con rastrello e badile. Ravvisando una circostanza di pericolo immediato, conseguente alle dispersioni di polveri di varia tipologia e natura nell’ambiente, conseguenti alle azioni delle correnti d’area, ho richiesto agli ufficiali presenti l’intervento del personale ASL competente visto che nelle immediate adiacenze insistono : un campo rom (abusivo ) con presenza di bambini, agricoltori intenti a svolgere il proprio lavoro, e qualsivoglia cittadino che casualmente, ed inconsapevolmente, attraversava l’area. Purtroppo ho dovuto rilevare che non è stata convocata ne l’ASL ne attivata una messa in sicurezza d’urgenza. Per questi motivi ancora una volta ho dovuto denunciare il tutto alla procura competente. Ora mi aspetto che la procura metta in atto quanto previsto e sanzionato dalla legge. Una cosa è certa… la procura di Nola ha in mano il presente e il futuro di questa città. Faccia sentire la sua presenza”.

Con la stella di David sul petto: “Riaprite il Museo della Memoria e non privatizzatelo”

  Ieri i componenti del comitato cittadino “SottoSopra” si sono presentati al centro della vecchia piazza Mercato con una stella di David appuntata sul petto. Due gli obiettivi del flash mob silenzioso: ricordare la tragedia dell’Olocausto e sollecitare la riapertura del museo della Memoria, dedicato alla seconda guerra mondiale ma chiuso da anni per la mancata gestione comunale.Museo che si trova proprio sotto piazza Mercato, nello storico rifugio antiaereo di Pomigliano. Intanto il comitato è in tumulto. Le dichiarazioni dell’assessore ai lavori pubblici, Raffaele Sibilio, circa una possibile privatizzazione del museo nella prospettiva di una sua riapertura stanno infatti indignando non poco. A questo proposito è stato emanato da SottoSopra un comunicato in risposta alle dichiarazioni dell’esponente della giunta presieduta dal sindaco di centrodestra Raffaele Russo. “Quel Museo da otto anni è sottratto alla comunità perché chiuso – si scrive nel massaggio – e rischia di esserlo nuovamente anche una volta riaperto, stando alle intenzioni di privatizzazione e settorializzazione dichiarate dall’attuale amministrazione. Noi però ci siamo costituiti con lo scopo di far riaprire il Museo ma, sopratutto, di garantire una gestione partecipata e trasparente, aperta alle parti sociali, alle associazioni del territorio, alle intelligenze ed alla creatività. A tal proposito molto presto lanceremo una petizione popolare”.

Somma Vesuviana, muore schiacciato da un ascensore Vincenzo Stassi

Era di Somma Vesuviana, abitava nel rione Casamale, in via Castello. Vincenzo aveva 25 anni.

 

Stava tentando di riparare l’impianto ma è morto schiacciato dal contrappeso dell’ascensore. L’ennesima morte sul lavoro, l’ennesima vittima, un’altra tragedia che ha segnato un sabato di lavoro per un operario che tentava di costruirsi il futuro. A San Giuseppe Vesuviano, in via Gracchi, dove è finita la vita di Vincenzo, sono arrivati i vigili del fuoco, l’ambulanza, soccorsi immediati risultati vani per le condizioni apparse subito disperate. Non sono serviti a nulla i tentativi di rianimazione e la corsa in ospedale dove Vincenzo è arrivato già senza vita.

 

Il giovane operaio abitava a Somma Vesuviana ed era uscito di casa molto presto per recarsi appunto in via Gracchi a San Giuseppe Vesuviano dove era stato richiesto un intervento tecnico per la riparazione di un ascensore. Stava lavorando all’impianto quando, per cause ancora da accertare, è stato investito in pieno dal contrappeso della cabina mobile.  Le lesioni, gravissime. Vincenzo è morto in ambulanza, intorno alle 10 del mattino.  Sulla vicenda è già scattata un’inchiesta della Procura e le forze dell’ordine, con i vigili del fuoco, hanno effettuato i rilievi del caso per stabilire eventuali responsabilità. Sulla bacheca del profilo Facebook di Vincenzo sono visibili le sue foto che mostrano un giovane allegro, con un bimbo tra le braccia e tante altre immagini dedicate ad una giovanissima ragazza.

Non era un operaio inesperto, Vincenzo. Riparava ascensori da molti anni, nonostante la sua giovanissima età.  Oggi lo piangono i familiari e la sua Somma Vesuviana dove il sindaco Salvatore Di Sarno, con un post sui social ha definito «ingiusta» la sua morte: «Non si dovrebbe mai morire per portare a casa il “pane” necessario a mantenere i propri cari. Tutta la comunità di Somma Vesuviana è vicina alla famiglia di Vincenzo, preghiamo per lui affinché riposi in pace».

Ravioli vegetariani

La pasta fresca, semplicissimo miscuglio di farina e acqua (oppure uova), è di sicuro una delle colonne portanti dell’alimentazione italiana. Ma c’è di più. L’impastare è anche uno dei gesti che più ci riconcilia col mondo e che porta via pensieri, stress e fatica: dare forma a due ingredienti di per sé inconsistenti per farne qualcosa di buono, magari da condividere con le persone che amiamo. Anche (e soprattutto) nell’ambito della vita frenetica che noi tutti oggi conduciamo, l’idea di prenderci del tempo -e non poi così tanto- per fare la pasta in casa può essere foriera di quel giusto riappropriarsi di una serenità accantonata e di una convivialità desiderata. Anche perché, naturalmente, ognuno di noi a casa propria ha la ricetta della pasta fresca “quella vera” Ingredienti per 4 persone: Per la pasta fresca 500 gr di farina di semola di grano duro acqua q.b. sale Per il ripieno olio evo 1 porro 2 pere abbastanza grandi 200 gr di parmigiano di scaglie sale q.b. pepe q.b. Per il pesto di rucola 1 confezione di rucola 1 pezzetto di parmigiano 1 spicchio di aglio 7/8 capperi dissalati mezza bustina di pinoli olio evo q.b. Cominciamo col preparare il ripieno. Tagliare il porro a rondelle sottili. In una padella mettere a scaldare l’olio, quando è caldo aggiungere il porro e farlo appassire a fuoco medio. Intanto tagliare a tocchetti la polpa delle pere. Dopo avere appassito il porro, aggiungere le pere a tocchetti, fare andare a fuoco medio fino a che le pere non si saranno ammorbidite e diventate quasi cremose. A questo punto aggiungere il parmigiano, sale e pepe e mantecare; spegnere il fuoco e lasciare raffreddare. Mentre il composto riposa dedichiamoci alla preparazione della pasta fresca. Abbiamo scelto una pasta senza uova perché più leggera e di composizione più liscia. Al centro del tavolo posizionare la farina a fontana insieme al sale, aggiungere l’acqua lentamente fino a che il composto non inizia a prendere forma. Ci accorgeremo presto e da soli quando sarà il momento di non aggiungere più acqua. Lavorare l’impasto fino a che diventa liscio e non appiccicoso, metterlo da parte e farlo riposare una mezz’oretta sotto un tovagliolo pulito. Nel frattempo possiamo dedicarci alla preparazione del pesto di rucola ed ai pomodorini confit. Partiamo da questi ultimi. Prendiamo dei pomodorini ciliegini ben maturi, tagliamoli a metà e adagiamoli su di una leccarda foderata di carta forno, con la parte tagliata verso l’alto. Condiamoli con sale, zucchero e un filo di olio e mettiamoli in forno a 180° col solo grill superiore acceso per circa una decima di minuti. In un mixer, intanto, mettiamo l’olio evo, il pezzetto di parmigiano, lo spicchio d’aglio, i capperi e la rucola e facciamo andare. Io consiglio di aggiungere gli ingredienti in modo graduale, per evitare che il mixer vada in affaticamento. Nel caso in cui fosse necessario, potete aggiungere un po’ di acqua per diluire il tutto. Consiglio di non aggiungere sale, in quanto la presenza dei capperi è sufficiente a garantire la giusta sapidità. Una volta preparato il pesto, possiamo dedicarci ai ravioli. Per questi ultimi, tutto è un po’ lasciato al libero sfogo del nostro estro. Possiamo tirare la sfoglia col matterello o con l’apposita macchinetta; si possono creare dei dischetti su cui poggiare un pezzetto di ripieno e poi coprire con un altro dischetto, creare la forma che più ci aggrada. L’importante è, quando li andiamo a chiudere, facciamo uscire tutta l’aria, in modo che non si aprano in cottura. Portate, quindi, a bollore l’acqua salata e calateci i ravioli. Intanto, in una padella bassa, fate sciogliere un pezzettino di burro e scaldate un pochino il pesto, giusto il tempo di farlo diventare tiepido. Quando i ravioli sono cotti, scolarli con delicatezza per evitarne la rottura e calateli nel pesto. Girateli piano piano. Impiattateli e decorate tutto con i pomodorini confit. Io, in chiusura del piatto, ho aggiunto anche qualche goccia di nduja sia per dare colore che per rinforzare il gusto.  

“ ‘A pasta mmiscata”, un’invenzione napoletana che non ha nulla a che vedere con “la pasta mista”.

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Una minestra con “pasta mmiscata” e legumi, o verdure diventa per i napoletani un esercizio di analisi della conoscenza, perché bisogna “sentire”, e gustare, i singoli frammenti della pasta corta e di quella lunga. La pasta “riposata” e la pasta e fagioli “attassata”. La cucina napoletana dei mestieri.   Per antica consuetudine gli scaricatori e i facchini dei porti liguri e toscani avevano il diritto di appropriarsi le granaglie di scarto e di recupero che rimanevano a terra durante le operazioni di carico e di scarico delle navi.  Con queste “ spigolature “, così le chiama Molinari Pradelli, i liguri di La Spezia crearono la mesciua, una zuppa mista,  in cui confluirono  farro, ceci, fagioli cannellini, fave: non si badava all’armonia e alla “ simpatia “ degli ingredienti, ma al loro numero, simbolo primo di abbondanza. L’olio, il pepe nero e la fame provvedevano, a sufficienza, ad attenuare i salti di sapore  e a costruire, in bocca, l’unità sostanziale della minestra. A Napoli ‘a  pasta mmiscata  ebbe un’origine analoga. Era la somma dei “ resti “ raccolti nei porti, negli opifici che lavoravano la pasta, nei cassoni delle botteghe e nelle dispense delle case dei poveri.  Il popolo napoletano giudicò con apparente disprezzo questa congerie di paste corte e di paste lunghe spezzate. Ufficialmente la bollò come fregunaglia, mucchio di frammenti, e come minuzzaglia: da qui fu facile, e gravemente ingiurioso, il passaggio a munnezzaglia.  I termini vennero, e sono, usati, con gioco analogico, per indicare sia le briciole di ziti vermicelli spaghetti linguine penne e pennette tubetti e tubi, sia le briciole di uomini, che, messe insieme, non fanno un uomo intero.   E’ sempre dal cibo che i napoletani tirano fuori le immagini più adatte ad esprimere l’ ira sprezzante e la nera cattiveria. Ma nel caso della  pasta mmiscata  questa rabbia fu solo un gioco linguistico, una maschera da teatro: i napoletani sapevano di aver inventato, con i frantumi della pasta, una pasta  “ nuova “,  un geniale “ composto “ che,  con i fagioli, con le patate, con i ceci, con le lenticchie, e perfino con l’ insipida cocozza e con l’insignificante cavolfiore, creava un piatto  che è un alto  esercizio di gnoseologia.  Poiché bisogna  imparare a cogliere l’unità in un mucchio confuso, in una  “ cotta “ in cui vermicelli spaghetti linguine sedanini  trivelli cannaroni  tufoli  pipe lisce pipe rigate  galletti cavatappi  rotelle tubetti mezzi tubetti, interi o a frammenti, si trovano insieme per puro caso e si chiedono smarriti come potranno andare d’accordo. Ma il miracolo è possibile.  I fagioli, i ceci, le lenticchie, le patate, i cavolfiori fanno da “ letto “: accolgono nel languore della loro dolcezza ora delicata, ora robusta, ora sciatta,  i frammenti di pasta mmiscata, ne ricevono in cambio una preziosa goccia di quel nobile amaro che viene dal grano, e nell’ Ottocento, racconta qualche maligno viaggiatore, veniva, più intenso, dal sudore degli operai che lavoravano la semola. E questo è il primo grado del movimento dialettico. Nel grado successivo, il più importante, la lingua è chiamata a spastenarsi a forza dalla moscezza anestetica di cannellini lenticchie e patate e a confrontarsi con i singoli “ individui “ della pasta mmiscata. Le papille gustative vengono scosse da un fascio di toni tattili che vanno su e giù per la scala delle forme: dalle superfici lisce a quelle lievemente increspate, da queste  alle superfici rigate, dagli spaghetti che nella loro ambigua sottigliezza e nella superba sostenutezza hanno, come dire, una nobiltà romantica, alla barocca torsione dei fusilli corti, dalle pieghe asimmetriche delle penne alla breve illusoria piattezza delle linguine.  Perché questa unificazione del molteplice si realizzi piacevolmente nell’officina filosofica della bocca, è necessario che la minestra non sia né troppo calda, né fredda.  Va mangiata “ riposata “.  E scrive con penna leggera Riccardo Pazzaglia, ricordando  Eduardo e Totò, che durante la seconda guerra mondiale la pasta    “ riposata “ veniva sorvegliata a vista, mentre riposava, perché non venisse portata via “ da parenti non autorizzati, da visitatori occasionali e da persone di servizio infedeli “. Le minestre di pasta mmiscata  con fagioli, soprattutto, ma anche con ceci, facevano parte di  quella cucina d’’ o scarpariello, cioè del ciabattino,  su cui venti anni fa scrisse uno splendido articolo Marco Guarnaschelli Gotti. A Napoli c’era una cucina dei  “ mestieri “,  la cui storia meriterebbe di essere raccontata. I “ portieri “, per esempio, erano considerati i maestri del ragù, perché avevano tutto il tempo di sorvegliare le complesse vicende della sua cottura, mentre le parmigiane di melanzane e di zucchine e enormi cuozzi di pane, imbottiti di polpette e di cotiche, accompagnavano, nei loro viaggi,  carrettieri, vatecari  e cocchieri di carrozzelle.  I ciabattini, che sui fornelli scioglievano la pece e gli stucchi per le scarpe,  tra una ciabatta e l’altra ripassavano a fiamma lenta la pasta e fagioli del giorno prima,  e la tiravano via  al momento giusto –  il culmine della sapienza era nel cogliere questo attimo -, quando cioè era perfettamente attassata: una superficie compatta e ancora distinta. Uno spavento attassa il sangue nelle vene, lo ferma, ne fa un blocco. Da qui il collegamento con il ghiaccio prodotto da un forte spavento.  Da qui la dipendenza etimologica della parola dal thàpsos, una pianta i cui succhi velenosi, versati nelle acque pescose, stordivano i pesci e li portavano diritti all’ amo e alle reti. Sarà. Ma la spiegazione non mi convince. La pasta mista che alcune ditte vendono in confezioni  che sono un omaggio all’eleganza e alla simmetria è solo pasta mista. Appunto.  ‘ A pasta mmiscata è un’altra cosa.  Di questo sono assolutamente persuaso e convinto.    

Museo della Memoria chiuso: flash mob con la stella di David sul petto. Il Comune: “iniziati i lavori di riapertura”

  Nel giorno internazionale della memoria è rimasto chiuso il museo dedicato proprio alla memoria di un passato che non dovrà più tornare. La struttura, inaugurata nel 2004, all’interno del ristrutturato rifugio antiaereo della città, per ricordare seconda guerra mondiale, Resistenza ed Olocausto, è interdetta al pubblico da otto anni. Porte sbarrate ufficialmente a causa di un’infiltrazione d’acqua nei muri. Intanto oggi pomeriggio, alle cinque, i giovani e meno giovani del comitato civico “SottoSopra” hanno organizzto all’esterno del museo, in piazza Mercato, un flash mob “silenzioso”, sia per ricordare la Shoah che per sollecitare la riapertura immediata del museo. E’ stato un evento significativo. I militanti del comitato si sono riuniti sul pavimento di marmo che sovrasta il museo con una stella di David appuntata sul petto. “Sentiamo la necessità di riunirci in un luogo che possa rappresentare al meglio l’importanza della memoria e, non potendolo fare nel museo, “Sotto”, lo faremo “Sopra” di esso”, scrivono nel messaggio alla città gli esponenti di SottoSopra. A ogni modo ci sono buone notizie sul fronte della riapertura del museo e del suo riutilizzo a scopo didattico. Sono infatti appena iniziati i lavori di ripristino. Li aveva promessi un mese e mezzo fa l’assessore comunale alle opere pubbliche, Raffaele Sibilio. Promessa concretizzata dunque: operai al lavoro per riconsegnare alla città la storica galleria ubicata sotto la centralissima piazza Mercato. La ristrutturazione costerà tra i 70mila e gli 80mila euro, a meno di imprevisti. “Bisogna fermare le infiltrazioni di acqua dalle griglie che si trovano sotto le panchine della piazza e che sono state vandalizzate nel tempo – spiega l’assessore Sibilio – ma l’intervento che abbiamo appena iniziato punterà anche a verificare la funzionalità degli impianti termici recuperandone il salvabile. Credo però che per una messa in esercizio totale ci vorrà qualcosa in più di quanto preventivato”. Comunque, nonostante le difficoltà da superare Sibilio, se la sente di preannunciare una data di chiusura dei lavori di ristrutturazione. “Non oltre un mese da ora”, dichiara. Il problema di fondo però è di rendere il museo una struttura permanente in grado di offrire una programmazione capace di attrarre pubblico. E’ stato infatti questo uno dei principali problemi che hanno poi portato alla chiusura.”Il museo fu chiuso subito dopo le elezioni comunali del 2010 – ricorda Sibilio – in quell’occasione fu messa in liquidazione una società composta da addetti alla struttura di piazza Mercato. Addetti poi assunti dalla fondazione Imbriani, che gestisce la biblioteca. Io però credo – l’idea dell’esponente della giunta retta dal sindaco Raffaele Russo – che per avere un museo a tutti gli effetti sia necessario avere idee e rivolgersi a società specializzate nella gestione di eventi artistici e, più in generale, culturali. Si potrebbe quindi pensare di affidarlo a una società competente. Ciò creerebbe occupazione e non graverebbe sui costi comunali”. Il Museo della Memoria è dedicato al pomiglianese Vincenzo Pirozzi, martire delle Fosse Ardeatine. Fu inaugurato il 25 aprile del 2004: 600 metri quadrati ubicati sotto l’antica piazza Mercato, nel rifugio antiaereo di Pomigliano, e utilizzati durante la seconda guerra mondiale per difendere la città dai bombardamenti. Grandi spazi sotterranei poi trasformati, tredici anni fa, grazie alla spesa di ben 8 milioni di euro dell’Unione Europea, in un centro culturale polivalente capace di illustrare le pagine più tragiche della storia umana.

Ingv: “Nessun vulcano in formazione nel Matese”

La presenza di una sorgente di magma sotto l’Appenino non è legata a un vulcano in formazione. É quanto è emerso nel corso della riunione che si è svolta stamattina a Napoli, nella sede della Giunta regionale della Campania, indetta per discutere dello studio sui fenomeni registrati nell’area del Matese compresa tra le province di Benevento e Caserta, condotto da Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia. Per quanto riguarda la pericolosità vulcanica “si esclude che il processo registrato nel dicembre 2013 sia riconducibile alle fasi, anche iniziali, di formazione di un vulcano nel Sannio-Matese”, ha affermato il tavolo tecnico. Inoltre “non cambia la pericolosità sismica della zona”, che comunque è classificata a più elevata pericolosità sismica d’Italia. In una nota si evidenzia che, comunque, a prescindere dal fenomeno osservato dai ricercatori, “l’attenzione va comunque posta sulla sicurezza del territorio”.