Gli Ottavianesi onorano San Michele anche con le “carcioffole arrustute”, dal sapore “’nziriuso” e arricciato….

I valori simbolici della “carcioffola”: la pazienza, la conoscenza di sé, e dunque la consapevolezza dei propri peccati, l’eros.  Questi simboli spiegano, in un modo o nell’altro, perché l’8 maggio, sacro al patrono San Michele, gli Ottavianesi mangiano “carcioffole arrustute”. Il complesso significato di “’nziriuso”. Perché l’articolo è corredato da un’opera del Maestro Ciro Giaquinto.   ….Dunque, gli Ottavianesi rispettosi delle tradizioni l’8 maggio, giorno sacro a San Michele, loro patrono, mettono in tavola pasta e piselli e “carcioffole arrustute”. La ragione può essere semplice e lineare: piselli e “carcioffole” sono prodotti di stagione, e, oggi si direbbe, a chilometro zero: i piselli, nel territorio, si coltivano anche oggi, e “’e carcioffole” venivano coltivate ancora nella prima metà del ‘900 tra Sant’ Anastasia e Pollena. I venditori di “carcioffole arrustute”, con le loro “furnacelle” piazzate in luoghi strategici e annunciate dal fumo e dall’odore aggressivo, fanno parte del paesaggio vesuviano e ricordano un costume che recente non è. Ma la storia del cibo non si accontenta di spiegazioni troppo semplici. La struttura particolare del carciofo conferisce al campo dei suoi valori simbolici una complicata ampiezza che i Greci cercarono di riassumere nel mito di Cynara, la ninfa bellissima, che Zeus corteggiava. Ma lei, capricciosa, gli diceva sempre di no, finché un giorno il re degli dei si scocciò e la trasformò in un ortaggio dalla forma strana: un “volume” di foglie dure e spinose, che però proteggevano un cuore delicato e tenero. Questo ortaggio Zeus lo battezzò, in greco, con il nome della ragazza, “kynara”, che i Latini trascrissero fedelmente, mentre la parola italiana “carciofo” deriva dall’arabo. Dicevano gli antichi che chi sogna “’ a carcioffola” è preoccupato per l’esito di un’attività in cui è impegnato, ma nello stesso tempo ha fiducia nell’ esito positivo, ha la fondata speranza di raggiungere tutti gli obiettivi indicati dal progetto: dietro le foglie dure, dietro la barriera delle spine, scriveva Neruda in una poesia dedicata all’ortaggio, sta il cuore tenero e saporoso. Il carciofo è simbolo della conoscenza: della conoscenza degli altri e della conoscenza di sé: la verità- il cuore tenero-la scopre solo chi accetta di sopportare l’”ammaruosteco” delle foglie e la trafittura delle spine. Ma chi non conosce sé stesso non può acquistare la consapevolezza dei propri peccati, non può salvarsi dalle fiamme dell’Inferno: l’iconografia teologica spesso indica il cardo e il carciofo come simboli del peccato originale e della Passione di Cristo. Forse proprio il simbolo della conoscenza e del pentimento spiega perché il giorno di San Michele gli Ottavianesi mangiano “’a carcioffola arrustuta”. Il carciofo rappresenta anche, per motivi evidenti, la pazienza: diceva Cavour –  il concetto è attribuito anche ad altri politici – che l’Italia non può essere conquistata in un sol colpo, ma bisogna mangiarla come un carciofo, una foglia alla volta. Nel 1893 Eduardo Di Capua musicò uno “scherzo” di Di Giacomo, “Carcioffolà”: una ragazza scarta, come se fossero le foglie dure di un carciofo, tutti i mariti che la madre le propone: scarta il pompiere, e giustamente, perché egli il fuoco è abituato a spegnerlo, non ad accenderlo, e scarta il campanaro, perché si alza all’alba e lascia la sposa, sola, nel letto freddo. Lo “scherzo” di Di Giacomo ci ricorda che già gli antichi attribuivano all’ortaggio un potere afrodisiaco e che in lingua italiana “carciofo” indica anche l’organo sessuale maschile, mentre in lingua napoletana il nome diventa femminile,”’ a carcioffola”, e indica l’organo sessuale della donna. In verità, nella lingua vesuviana c’è anche la variante maschile “’ o carciuoffolo”, che è un sinonimo di “vruoccolo”, e indica lo stupido. Ogni lingua ha le sue stranezze. San Michele è anche il Patrono dell’agricoltura, maggio è il mese in cui la Natura risveglia gli umori fecondi, e dunque i piselli e le “carcioffole” degli Ottavianesi sono anche un omaggio alla fertilità della terra, degli uomini e delle donne. Il sapore delle “carcioffole arrustute” mi piace definirlo “’nziriuso” e arricciato. Arricciato, perché quel tono amaro lo percorre tutto, dalle foglie al cuore, senza tregua, pur variando l’intensità: è un tono caparbio, come devono essere la pazienza, la ricerca della conoscenza, e la seduzione. In lingua napoletana “’nziriuso” non significa solo “capriccioso”, significa anche “ caparbio, ostinato”. In questo senso “’nziriosa” è la penna di Ciro Giaquinto, notevole artista ottavianese, che “tormenta” il colore con la calcolata tensione dei fasci di linee, e crea, con questa tecnica, un suggestivo contrasto tra la quiete e il moto, tra la luce e l’ombra, tra il presente immediato dello sguardo e il fascino del ricordo. I suoi disegni, che corredano l’articolo, sono un omaggio al Patrono di Ottaviano, e, nello stesso tempo, uno splendido documento di arte “’nziriosa”: di arte  ispirata,  rigorosamente sicura di sé, e perciò anche un poco capricciosa.            

I magistrati: “ricette false intestate anche ai morti”: medico dell’Asl arrestato e 3 farmacisti interdetti. Ecco nomi e cifre

L’ordinanza di custodia cautelare e di interdizione è stata firmata dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Nola Giuseppe Sepe su richiesta del procuratore della Repubblica Anna Maria Lucchetta. E dalle carte dell’indagine, messa a segno dai carabinieri del Nas di Napoli, il Nucleo Anti Sofisticazioni, emerge un quadro tanto “abituale” quanto sconfortante di come siano trattate le casse della nostra sanità pubblica. Quest’ultima inchiesta intanto ha fatto emergere l’ennesimo giro di false ricette, ricette intestate anche a persone decedute, nel quale sono coinvolti un medico di base convenzionato con l’Asl Napoli 3 Sud e tre farmacisti, tutti dell’area vesuviana. Dovranno rispondere, tra gli altri, dei reati di falso e truffa ai danni del sistema sanitario nazionale dello Stato. Il medico di medicina generale, convenzionato con l’Asl 3 Sud, finito agli arresti domiciliari si chiama Emilio Cepparulo, ha 64 anni, è di Ottaviano ed esercita nel suo paese. In base alle accuse avrebbe redatto una serie molto numerosa di ricette intestate a pazienti ignari di tutto ed anche a pazienti ormai deceduti. Ricette che, sempre in base alle accuse, sono state poi affidate nelle mani di tre farmacisti, il dottor Severino Russo, 78 anni, di Nola, operante nella farmacia “Cinzia” di Ottaviano, la dottoressa Carmelina Rainone, 62 anni, di San Giuseppe Vesuviano, operante nella farmacia Rainone del paese in cui vive e risiede, e il dottor Massimiliano Giordano, 45 anni, anche lui di San Giuseppe Vesuviano e la cui farmacia si trova nello stesso paese. I tre farmacisti sono stati interdetti per un anno dall’esercizio della professione. Il gip Sepe ha inoltre ordinato il sequestro “per equivalente” di una serie di somme di danaro: 45.523 euro a Cepparulo, 35.600 euro a Russo, 10.384 euro a Rainone e 1.186 euro a Giordano.

Parco Nazionale del Vesuvio, intervento di soccorso sul Monte Somma

Nuovo importante intervento del Soccorso Alpino (CNSAS), coadiuvato dal CAI, Soccorso Montano, Protezione Civile di Somma Vesuviana “Cobra 2” e FIE NTV durante la Vesuvio Sky Matathon.

Ieri pomeriggio sui Cognoli di Sant’Anastasia, alta cresta di roccia vulcanica del Somma, è stato necessario l’intervento del CNSAS coadiuvato dal CAI, dal Soccorso Montano di Giffoni Valle Piana e FIE Napoli Trek Vesuvio, presenti lungo il percorso per la sicurezza della competizione Vesuvio Sky Marathon.

Nella fase finali (ore 15.30) dell’annuale competizione della Vesuvio Sky Marathon, il trail che vede centinaia di atleti provenienti da tutto il mondo cimentarsi sulle alture vesuviane; Vincenzo, un sessantacinquenne di Pianura esperto di maratone trail, collassava lungo il tragitto. Pronto l’intervento del CNSAS e gli altri volontari presenti che organizzavano il soccorso richiamando rinforzi da là dove non ce n’era più bisogno per l’avvenuto passaggio degli atleti.

Fondamentale l’intervento del Defender di “Cobra 2” che trasportava in tempi rapidissimi i volontari da Ottaviano a Somma, e soprattutto lungo l’accidentato sentiero che porta fin sopra la “Traversa” da dove a piedi si sono congiunti con l’attrezzatura necessaria con chi vigilava l’atleta.

Per fortuna Vincenzo dava segni di ripresa ed era cosciente ma era fortemente spossato e disidratato e per questo, vista anche l’età, si è deciso di montare la barella per portarlo giù a valle, a Santa Maria a Castello, dove lo attendeva l’ambulanza del “118”, in precedenza allertata dallo stesso CNSAS. L’angusto tragitto che dal Ciglio (Punta Nasone 1.132 m.slm.), dove lo si era nel frattempo condotto a piedi dai Cognoli di S.Anastasia, è un sentiero di montagna è non è stato facile portare giù l’uomo in barella, ma l’unione ha fatto la forza e, giunti alla “Traversa” lo si è caricato sulla Panda del CNSAS ed è stato più facile portarlo a valle e consegnarlo alle cure dei sanitari che ne hanno costatato la disidratazione e provveduto nel rimetterlo in sesto.

Tutto è bene quel che finisce bene e una pregevole manifestazione come quella della Vesuvio Sky Marathon quest’anno ha avuto anche il suo nobile epilogo. Resta l’amaro in bocca nel costatare che c’è chi invece di tacere non può fare di meglio che criticare, dimenticando il fatto che chi interviene, non solo lo fa con cognizione di causa, ma lo fa a suo rischio e pericolo, gratuitamente e volontariamente e se qualcuno vuole per forza stare al centro dell’attenzione per fare il simpatico, lo facesse altrove e non mentre i volontari operano per salvaguardare la salute altrui.

Ercolano, nuovo servizio antibracconaggio delle Guardie Venatorie FIDC

 

Nuova azione delle Guardie Venatorie nel Parco Nazionale del Vesuvio, sequestrato un richiamo per catturare quaglie presso via Novelle Casteluccio ad Ercolano.

Nella notte tra il 2 e il 3 maggio le Guardie Venatorie della FIDC napoletane hanno sequestrato un richiamo acustico posto per attirare quaglie ed altri volatili, per cacciarli o per allenare i cani da caccia.

Già nelle settimane precedenti c’era stata, nel Vesuviano e da parte delle stesse guardie, la confisca di simili congegni che come si può vedere dalle foto sono alquanto rudimentali ma efficaci per il loro scopo illegale.

Resta l’amaro sconforto di un’area protetta alla merce’ di chiunque voglia svolgere bracconaggio ed uccellagione, oltre a tutta una serie di altre attività illecite e dannose per l’ambiente.

Grazie Napoli. Ma il patto per lo scudetto non è stato rispettato

Pareggio in casa col Torino e addio al sogno tricolore: gli azzurri vengono meno nelle ultime due partite Bisogna sicuramente dire grazie ai calciatori azzurri e all’allenatore Maurizio Sarri, che sono riusciti a finire al secondo posto un campionato complicato (mettete voi i contenuti più opportuni dentro questo aggettivo), mostrando un gioco bellissimo e facendo assistere ai tifosi a dei momenti emozionanti. E tuttavia questa stagione è il naturale proseguimento della seconda parte della stagione passata, quando il Napoli mostrò di essere superiore alle due squadre che aveva davanti, pur finendo terzo. Ed è proprio per quella superiorità tattica e per certi aspetti finanche tecnica che i calciatori, la scorsa estate, fecero un patto. Un patto per lo scudetto. Un accordo per vincere, di quelli che si fanno negli spogliatoi. Dell’esistenza di questo patto abbiamo ampie testimonianze e ammissioni, alcune anche dirette (cioè di calciatori del Napoli). Naturalmente un patto non è sufficiente a garantire una vittoria: ci sono gli avversari, ci sono gli inconvenienti (per esempio un sistema che aiuta i più forti, per esempio gli infortuni, per esempio un presidente egocentrico). E però un patto rafforza, ti fa sentire più sicuro. È proprio al patto che pensi quando sei in difficoltà: sì, ok l’impresa si è fatta ardua ma io non sono solo, ho i miei compagni con me, ho un pubblico che mi ama e che si aspetta il massimo. Ho, appunto, un patto da onorare. Ecco perché non è accettabile la sconfitta in trasferta con la Fiorentina e il pareggio in casa col Torino. Non è accettabile l’atteggiamento, sia chiaro, non il risultato. La stessa concentrazione tirata fuori con la Juventus doveva essere esibita anche a Firenze e al San Paolo. Che vuol dire, come ha detto Sarri ieri in conferenza stampa, “siamo andati a Firenze con la morte nel cuore”? E il patto? E l’obiettivo? E il sangue agli occhi? Onore al Napoli, dunque, per quello che ha fatto vedere e fatto sognare ai suoi tifosi. Ma le ultime due partite avrebbero dovuto essere giocate diversamente.

Nascondeva droga in cantinola, arrestato 20enne nel Napoletano

 Gli agenti del Commissariato di Polizia San Giovanni Barra hanno arrestato Adolfo Gabriele Parisi, 20enne napoletano per il reato di detenzione e spaccio di sostanza stupefacente. A bordo di una moto Honda Sh l’uomo mentre percorreva C.so IV Novembre: sottoposto a controllo, è stato trovato in possesso di euro 185,00. Gli agenti hanno esteso il controllo all’abitazione dell’uomo ed anche a una cantinola dove hanno sequestrato poco meno di 300 dosi di marijuana oltre a due bilancini di precisione e tutto il materiale per il confezionamento. Durante le fasi del controllo, il cellulare del giovane ha ricevuto diverse chiamate, tutte di persone che chiedevano un appuntamento per l’acquisto della marijuana; incontri ai quali si è presentata la polizia. L’uomo è stato posto, su disposizione dell’autorità giudiziaria, alla misura degli arresti domiciliari.

Viaggio nell’altra musica

L’altra musica è il termine che gli studiosi, alla fine dell’ottocento, utilizzano per indicare le forme musicali espresse dalla cultura popolare. Più tardi, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, si afferma il concetto di etnomusicologia intesa come disciplina che si occupa della rilevazione sul campo e dello studio della musica di tradizione orale. L’etnomusicologia si sviluppa a partire dal cambiamento che gli studi demoetnoantropologici compiono nel corso del novecento: il terreno di ricerca, che per lungo tempo è rappresentato soprattutto dall’Africa, si sposta in occidente; viene posta l’attenzione soprattutto sui contesti a cultura contadina e pastorale. In Italia una campagna di ricerca, condotta da Ernesto De Martino, tra il Settembre e l’Ottobre del 1952, contribuisce allo sviluppo di un’esperienza etnografica unica e segna l’atto di battesimo di un’etnomusicologia Italiana fatta “sul Campo” e non al chiuso dell’accademia.   Un alunno mi interroga, costringendomi ad alzare la testa dal registro: “Professo’ ho letto sul web che vi interessate di etnomusicologia, di che si tratta? Cose per curare i depressi?”. Chiarito il fatto che molto probabilmente si sta confondendo con la musicoterapia, resta da dare una risposta al suo interrogativo. Che cos’è l’etnomusicologia? Una domanda che impegna, da diversi decenni, studiosi e addetti ai lavori. Cerchiamo brevemente di venirne a capo. Spiego al mio alunno che, prima di tutto, l’etnomusicologia nasce in seno all’antropologia culturale, disciplina che va costituendosi alla fine dell’ottocento su un tema di fondo: gli altri. Gli studiosi, dentro e fuori l’accademia, hanno cambiato più volte idea sul significato di altro. Sul finire dell’ottocento, per la nascente antropologia, gli altri sono per lo più quelle comunità che si discostano nettamente dagli occidentali per aspetto fisico e per le dinamiche culturali che esprimono. Degli altri fanno parte soprattutto popolazioni che l’occidente ha soggiogato e che cerca di osservare e studiare non solo per fini culturali. Nel XX secolo, sull’onda di una rinnovata idea del concetto di altro, questo studio e questa osservazione, nell’esperienza di alcuni ricercatori, diventa qualcosa di sistematico. L’antropologo si trasferisce nella comunità studiata e lì vi rimane per un lungo periodo. Citiamo qualche caso famoso: il professor Bronislaw Malinowski trova dimora nelle isole Trobiand, al largo delle coste orientali della nuova Guinea; il professore Boas nelle isole Baffin dell’artico canadese. Tuttavia, nel dibattito sulla definizione di questi temi, va accadendo qualcosa: se gli altri, su cui le discipline demoetnoantropologiche hanno posto l’attenzione, vivessero accanto a noi? Se fossero quelle donne e quegli uomini che vivono ai margini della cultura dominante? Queste domande spostano il baricentro dell’osservazione verso le classi popolari dell’occidente sia dei contesti urbani ma soprattutto di quelli contadini e pastorali. Cosa succede se contadini, pastori, artigiani nella quotidianità suonano, cantano  ballano e lo fanno attraverso forme che non sono della cultura dominante ma appartengono ad un sapere orale condiviso? Sulla base di ciò nasce  un settore specialistico nel contesto del sapere etnoantropologico, con la funzione  di rilevare e analizzare tali forme musicali. In Italia l’attenzione sulla musica degli altri contribuisce alle nascita di un’esperienza etnografica unica. Siamo a fine settembre del 1952. Lo storico Ernesto De Martino avvia una campagna di ricerca con un’ equipe in alcuni comuni della Basilicata, lo scopo è quello di registrare la forme musicali espresse dai contesti agropastorali di area lucana. I Comuni indagati sono: Matera, Grottole, Ferrandina, Pisticci, Colombraro, Valsinni, Stigliano, Tricarico, Marsico Vetere, Viggiano e Savoia di Lucania. Nasce così un’etnografia Italiana capace di dire agli addetti ai lavori che il “campo”, inteso come luogo d’azione dello studioso, come contenitore di comunità che esprimono e condividono una cultura orale diametralmente opposta alla società di massa, si trova anche da questa parte del mondo. La spedizione Lucana inoltre riafferma il concetto di “terreno” come esercizio di verità e come punto di partenza e di arrivo dell’esperienza del demoetnoantropologo. L’equipe dello studioso napoletano si approccia all’area lucana soffermandosi, quindi, su un aspetto preciso: la musica. Il Termine di etnomusicologia, come studio di forme musicali orali appartenenti a culture subalterne,  si afferma solo nella seconda metà del secolo scorso. I primi tentativi di analisi e di studio, alla fine dell’ottocento, avevano definito questo tipo di forme musicali “L’altra musica”.  L’ espressione di “musica altra”  mi ha sempre interrogato, soprattutto mi ha fatto spesso immaginare una dimensione parallela, celata; parallela ad un modo di guardare il mondo, la vita, la gente, i rapporti sociali, familiari. Questa impressione del “mondo altro” mi accompagna da sempre, fin dalla prima volta che sono entrato, poco più che ventenne, in una casa con un registratore in mano. Ho cominciato da qui, dal mio paese, anzi, da quella che era stata la “periferia contadina” del mio paese: Terzigno e San Giuseppe Vesuviano. Da quest’esperienza ho scoperto che l’etnografia è un martello pneumatico, una volta acceso contribuisce a rompere lo strato di grigio che ci porta a vedere i luoghi come spazi senza identità e magari senza cultura. Trovarmi in sale da pranzo, in quartieri al confine tra Ottaviano, Terzigno e San Giuseppe Vesuviano,  con  tavoli e sedie sotto ai muri e un cerchio di persone con all’interno una coppia  che balla e dei suonatori, mi ha fatto riflettere sulla  rivoluzione che De Martino compie negli anni ‘50, contribuendo ad affermare un aspetto fondante della moderna etnografia: “Il campo” è molto più vicino di quanto si possa immaginare, bisogna avere il coraggio, la passione, la tenacia e anche la chiave di lettura per farlo emergere, per tirarlo fuori. La musica, per le comunità che ho osservato e studiato in circa dieci anni di ricerca, rappresenta un caposaldo della loro esistenza: il canto, il suono di alcuni strumenti e il ballo, a seconda delle ricorrenze, può trasformarsi in augurio, svago, preghiera e in alcuni casi, fino ad un quarantennio fa,  anche in ultimo saluto. Insomma, nei contesti detentori della cultura orale, la musica accompagna l’uomo “dalla culla alla bara”, da sempre. Chiedo al mio alunno, dopo una lunga spiegazione, se ha capito qualcosa. Con il volto illuminato di meraviglia, tipico della sua età, mi risponde: “Prufesso’, forse ho capito…… l’ etnomusicologia si occupa di quei canti che si fanno nel pullman, quando la nonna va a fare la gita a Padre Pio…”. Che dire, affermazione esaustiva?   IN COPERTINA: foto di Franco Pinna scattata a Bella (Potenza 10 luglio 1959). Dall’alto in basso e da sinistra a destra: due bambini di Bella; Annabella Rossi; Giovanni Jervis; un notabile locale; Letizia Comba; Giuseppe De Sina; Amalia Signorelli; Vittoria De Palma; un altro personaggio con il libro Sud e magia in mano; infine, in primo piano, Ernesto de Martino. (Fonte: istituto centrale per la demoetnoantropologia)

Cheesecake salata con topping al San Marzano e basilico

Ingredienti (per uno stampo di 18-20cm) Per la base  
  • 200g di taralli napoletani
  • 1 ciuffo di basilico
  • 60 di burro
  •  pepe
Per la crema
  • 250g di ricotta
  • 150g di Philadelphia
  • 15g di gelatina in fogli
  • latte
  • sale pepe
Per la copertura
  • 250g di pomodori San Marzano
  • 10g di gelatina in fogli
  • basilico
  • zucchero e sale
Fare ammorbidire il burro a temperatura ambiente e mettere a bagno in acqua fredda la gelatina. Tritare i taralli finemente e amalgamarli al burro unendo  il basilico e il pepe. Stendere il composto sul fondo dello stampo a cerniera rivestito da carta da forno, compattandolo e uniformando la superficie con il dorso di un cucchiaio. Riporlo in frigo. Preparare la crema mescolando i formaggi con la frusta aggiungendo il sale (regolatevi in base a quanto sono salati i formaggi utilizzati) e il pepe. Scaldare in un pentolino poche dita di latte, sciogliere la gelatina ammorbidita ben strizzata senza far bollire. Aggiungere ai formaggi e amalgamare. Versare sulla base e far solidificare in frigo per almeno 3 ore. Mettere a bagno in acqua fredda un foglio di gelatina per il topping. Sbollentare i pomodori San Marzano in acqua, pelarli, rimuovere i semini e frullarli. Farli scaldare senza portare a ebollizione con una foglia di basilico, un pizzico di sale e zucchero. Sciogliere la gelatina ben strizzata. Far raffreddare per poi versare sulla crema ormai solidificata. Far riposare in frigo coperta con un foglio di alluminio fino a quando la gelatina si solidificherà (almeno un’altra ora). Tirare fuori dal frigo mezz’ora prima di servire.

Quando l’attacco dei vescovi al “ volo degli angeli” venne respinto dai sindaci  Aurelio Trusso e Enrico Iervolino….

L’ 8 maggio 1953 gli Ottavianesi abbandonano la statua di San Michele in mezzo a Piazza Annunziata, per protestare contro il vescovo che aveva vietato il “volo degli angeli”. Il sindaco è Enrico Iervolino Il vescovo dispone che il  9 maggio, domenica, le chiese di Ottaviano restino chiuse . L’8 maggio 1947 il parroco della Chiesa di San Michele, avendo capito che sarebbe stata rispettata la tradizione dei “voli”, decide di non far uscire la statua di San Michele dalla Chiesa. Ma il sindaco Aurelio Trusso ordina ai cittadini di prendere la statua e di portarla in processione.   Agli inizi del sec.XX la questione del “volo degli angeli” , ritenuto un rito “pagano”, si riaprì ad opera della curia nolana. I vescovi Renzullo, Melchiori e Camerlengo  tentarono di dare una regola alle processioni della diocesi, e al rito ottajanese: si sarebbero accontentati anche di un solo “volo”, ma l’ostinazione dei fedeli, la mal dissimulata renitenza  del clero locale e gli eventi della storia alta – la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale – imposero le ragioni della prudenza. Finita la guerra, Camerlengo tornò alla carica: i voli non s’avevano da fare. L’8 maggio del ’47 il parroco di San Michele, don Francesco Saviano, avendo appreso che si sarebbero tenuti i voli secondo tradizione, non diede il suo assenso a che “ ‘o piccerillo ” uscisse dalla chiesa. Il popolo incominciò a ribollire, le voci a concitarsi: le teste erano ancora scaldate dai vapori della guerra, e i nervi erano scossi dalla nera miseria di quell’anno durissimo. Il sindaco Aurelio Trusso fece esattamente ciò che l’intelligenza, la saggezza e il rispetto dei ruoli pretendevano che egli facesse. Con quella sua voce che nell’ira diventava aspra e metallica pregò don Francesco Saviano e i suoi colleghi di ritirarsi in sacrestia e ordinò ai fedeli di prendere la statua e di avviare la processione. Il corteo sfilò per le vie con i priori delle congreghe al posto dei parroci e gli “angeli” si alzarono in volo in tutte e quattro le piazze. Il clero ottavianese comunicò a Nola che il sindaco aveva preso la drastica decisione per impedire una sommossa: il vescovo prese per buona la versione, e non adottò i severi provvedimenti che aveva minacciato di prendere. Nel ’53 arrivarono da Nola nuovi clamori di guerra. Il nuovo vescovo, Adolfo Binni,  dispose che si abolissero non solo i voli degli angeli, ma anche la raccolta di offerte fatta “praesente simulacro”, e cioè portando in giro le statue dei santi, e vessilli e stendardi lardellati di banconote che aprivano cortei e processioni. Le due ultime disposizioni, che colpivano consolidati interessi, furono sommerse in un fulmineo oblio. La prima, quella del “volo degli angeli”,  fu vigorosamente applicata e l’anno dopo portò a uno scontro clamoroso il clero di Ottaviano e il sindaco Enrico Iervolino, democristiano. Sollecitato dalle autorità civili e religiose, Binni concede che si tenga un solo volo, in piazza  Annunziata: uno e uno solo. In caso contrario, il clero deve abbandonare la processione. Le disposizioni episcopali vengono comunicate al Prefetto, che l’8 maggio invia sul posto il viceprefetto dott. Grassi. Alle 13.45 Don Francesco  Saviano  permette che il Santo esca dalla Chiesa e la processione si avvii, sebbene nessuno gli garantisca che il popolo si accontenterà dell’unico volo in Piazza Annunziata: anzi il Sindaco ha detto a lui, al Vicario Foraneo don Pietro Capolongo  e al viceprefetto che è sua ferma intenzione far rispettare la tradizione, che impone quattro voli. A piazza Annunziata arriva uno sparuto corteo: è assente anche il Sindaco. La folla fa silenzio e fissa il punto da dove i due angioletti dovrebbero spiccare il volo: ma il volo non si farà. I portatori hanno deposto la statua a terra  e fanno capire  “ coi fatti più che con le parole ” – scrisse Raffaele Mezza – che non l’avrebbero più sollevata se il clero non avesse dato il permesso per gli altri 3 voli. Il clero si ritira immediatamente “ tra le ire, le imprecazioni e gli insulti ” della folla. E San Michele resta là, solo, abbandonato in mezzo alla piazza. Nessuno dei cronisti e dei testimoni dell’epoca si è domandato perché gli Ottavianesi che alla vista di San Michele  “ ‘o piccerillo ” si commuovono, piangono, applaudono, l’abbiano lasciato così per qualche ora, perché tutti si siano rifiutati di issarselo sulle spalle e di riportarlo al suo posto. Era necessario che avvenisse tutto questa, necessario di quella ferrea necessità che deriva dalla logica del mito. Senza i voli  il rito andava in frantumi: e la dissoluzione repentina investiva anche la statua, ne spegneva l’aura, spezzava la tensione dell’arcano la cui radice stava, e sta, nella commozione della folla: che è la vera protagonista, e trasforma un episodio di religiosità popolare, qual è in definitiva una processione, in una “discesa” intensa e misteriosa alle radici stesse dell’identità civica.  Dopo un’ora furono i Carabinieri a riportare la statua nella Chiesa Madre. Nel pomeriggio, informato dai parroci Saviano e Romano, Adolfo Binni scrive di suo pugno, con una grafia incisiva e nervosa, un severo biglietto a Pietro Capolongo: “ In seguito agli incresciosi inconvenienti verificatisi quest’oggi, in occasione della Processione di San Michele, dispongo che tutte le chiese della città rimangano chiuse  per tutta la giornata di domani, né vi si celebrino i divini uffici. La prego di darne notizia alle autorità locali. La benedico ”. Scrive nel suo diario don Pietro: “ Oggi nove maggio, domenica, tutte le chiese sono state chiuse. E’  stato certo un provvedimento che avendo levato alla festa il carattere religioso, quanto si è fatto dai festaiuoli non ha avuto più valore. Non sono finiti gli insulti, le imprecazioni e le minacce contro il clero, anche purtroppo da parte di appartenenti all’Azione Cattolica ”. Per tre giorni don Pietro non esce di casa: Eppure, don Pietro Capolongo era uno che la paura non sapeva cosa fosse…. ( dal mio libro “Le pietre il fuoco la cenere”)  

Caivano, aia abusiva al Parco Verde: al centro anche nascondiglio per cocaina

I Carabinieri della Tenenza di Caivano e del Nucleo Operativo Ecologico di Napoli insieme a personale dell’ASL Napoli 2 Nord sono intervenuti nel rione di edilizia popolare del “Parco Verde”, dove era stata segnalata la presenza di animali d’allevamento e d’affezione tenuti in condizioni precarie. All’interno delle aree di verde pubblico antistanti alle palazzine popolari e in prossimità della pubblica via, è stata riscontrata la presenza di un recinto installato abusivamente per contenervi all’interno, in scarse condizioni sanitarie, 13 volatili (11 galline, un gallo, un’oca) che personale dell’ASL ha sequestrato e affidato al servizio veterinario dell’ASL Napoli 1 Centro. La Polizia Municipale ha poi provveduto a far demolire l’opera abusiva e ripristinare lo stato dei luoghi. Nel corso delle attività i CC della Tenenza di Caivano, ispezionando l’area contigua al recinto abusivo hanno scoperto che sotto una tavola di legno vi era un avvallamento del terreno e che vi erano nascosti 2 involucri di plastica avvolti in nastro adesivo da imballaggio. Nelle 2 confezioni sono stati rinvenuti e sequestrati a carico di ignoti 165,4 grammi di cocaina.