Le ricette di Biagio: il calzone fritto. L’immagine del “friggere” nella sapienza napoletana
Dicevano, nel ‘700, i Maestri della cucina, in Francia e in Italia, che i cuochi che non sanno friggere non sono bravi cuochi. L’immagine del “friggere” nei detti napoletani. I friggitori napoletani, celebrati dai “viaggiatori” italiani e stranieri, suscitavano spesso l’ostilità di chi abitava nei pressi delle loro friggitorie. Il problema del “lezzo” dell’olio sfritto.
Ingredienti: gr.600 di farina; gr. 400 di ricotta; gr. 150 di mozzarella; gr. 150 di salame napoletano; 1 lievito di birra: provolone del Monaco; olio, sale e pepe. Formato, in una ciotola, l’impasto con la farina, con il lievito sciolto in acqua calda e con il sale, dividetelo in piccole parti che farete lievitare per un’ora e mezza in un controllato tepore. Queste parti verranno poi trasformate in dischi, sui quali collocherete il ripieno, fatto con i pezzi di mozzarella e di salame, con la ricotta, con il provolone del Monaco, il sale e il pepe. I “dischi” verranno ripiegati, e i bordi chiusi. I “calzoni” vanno fritti nell’olio, in un’ampia padella: la doratura indicherà che la cottura è completa. Ma prima di portarli in tavola, li poggerete su una carta assorbente che li libererà dall’olio superfluo.
Scrive Fred Rival che salvare le tradizioni culinarie di un territorio significa salvarne l’identità culturale. Non c’è dubbio alcuno sul fatto che l’arte del friggere è capitolo fondamentale della storia di Napoli. Alla fine del ‘700 Vincenzo Corrado, rispettoso del detto napoletano che “tutto ciò che si frigge è buono”, sentenziò che un vero cuoco deve essere anche un abile friggitore e spiegò, nei suoi trattati, che si può friggere di tutto, anche i fiori di sambuco, i rametti teneri di salvia e il prezzemolo. Era naturale che l’immagine del friggere diventasse protagonista di detti e di proverbi.“ Frijere ‘o pesce cu l’acqua” è “sentenza” ambigua, perché si può riferire a persona abile e intelligente, capace di conseguire, nella sua azione, risultati importanti pur disponendo di pochi mezzi, ma si può dire anche di quelle mezze calzette che credono di ingannare gli altri con le chiacchiere, e non sanno che, alla fine, le chiacchiere stanno sempre a zero. Ambiguo è anche “guarda ‘o stocco e frije ‘o baccalà”: c’è chi riesce a svolgere due compiti difficili contemporaneamente, e c’è chi, illudendosi sull’effettivo valore delle proprie virtù, fallisce su tutta la linea. Solo positivo è invece il significato del detto “cu n’uocchio guarda ‘a gatta e cu n’ato frive ‘o pesce”. Molti anni fa sentii dire da un’anziana signora di Cimitile, che parlava con una sua amica di una persona nota ad entrambe, “crede di essere olio per l’insalata, e invece è olio sfritto”. L’olio sfritto procurò molti problemi, in passato, ai friggitori napoletani, che pure erano elogiati e “cantati” dagli scrittori napoletani e dai viaggiatori forestieri. A metà dell’’800 un noto avvocato napoletano, Pasquale Borrelli, combatté un’aspra battaglia contro i proprietari della taverna “Villa di Toledo”, che era anche friggitoria e “metteva frasca” al n.320 di via Toledo. Il proprietario, Gualtieri, nei giorni di festa e la sera del sabato e della domenica assoldava i “bazzarioti” che correvano per i vicoli proclamando a voce alta i pregi delle fritture della “Villa”: “ io tengo ‘a patanella e ‘o sciore; magnateve ‘o fritto misto, ‘o panzarotto e ‘o sciore. Magnateve ‘o sciurillo”. Ma il Borrelli non era infastidito da questa pubblicità chiassosa che poco aggiungeva al concerto di voci, canti e clamori intonato dalla folla a passeggio lungo la strada più bella di Napoli. Borrelli non sopportava le nuvole di puzza e di fumo che si levavano senza sosta dalle “lorde officine” della friggitoria e ristagnavano davanti ai balconi e alle finestre dei suoi appartamenti, impedendogli di affacciarsi. Dopo il 1880 anche i “regolamenti di polizia” dei Comuni Vesuviani ammonivano contro l’uso “improprio” che nelle taverne e nelle friggitorie si faceva dell’olio “sfritto” e ponevano limiti al “costume”- di tavernieri e di privati cittadini – di friggere sulla “pubblica strada”. E severi provvedimenti, nel 1881, vennero adottati dal sindaco di Sant’Anastasia nei confronti di un cantiniere di via Capodivilla che “appestava” l’intero quartiere con l’ “intollerabile olezzo” delle sue fritture.
(fonte foto:foodblog.it)
Cofanetto e vinile per celebrare e divulgare l’incantevole voce di Giuni Russo
Il 10 settembre 2021 la cantautrice e compositrice Giuni Russo avrebbe compiuto settant’anni e, proprio in questa data, la Warner Italy pubblica “Giuni Russo Jazz a casa di Ida Rubinstein” in due versioni: una costituita da 2 CD + DVD e l’altra da un vinile colorato giallo in edizione limitata.
Il CD1 presenta la prima versione dell’album originale A casa di Ida Rubinstein registrato da Giuni Russo nel 1988 con arie e romanze classiche.
Il CD2 presenta una seconda versione, il repertorio è lo stesso, ma la registrazione è del 2011, arricchita dalla presenza dei jazzisti Paolo Fresu, Uri Caine e Brian Auger.
Il DVD, invece, contiene il concerto inedito del 31 luglio 1998 tenutosi a Fano presso la Corte Malatestiana, durante la rassegna Il violino e la selce, con la direzione artistica di Franco Battiato. Il repertorio è sempre dedicato alle arie e alle romanze classiche di Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti e Giuseppe Verdi.
Nei contenuti extra del DVD sono incluse le testimonianze di Paolo Fresu, Uri Caine e Brian Auger che commentano questa straordinaria esperienza artistica.
Il vinile colorato giallo, di 180 g in edizione limitata/numerata, contiene la seconda versione del 2011.
Il cambio di rotta dell’epoca, scelto da Giuni Russo, relativo al genere musicale e al tipo di brani da interpretare, rese A casa di Ida Rubinstein un album molto importante nella carriera della cantante, anche se non venne premiato, come prevedibile, da vendite eccezionali.
Giuni osò prestare soluzioni canore inusitate a un repertorio che, sebbene strepitoso, poltriva, stereotipato, nei ranghi artistici della musica d’autore. Una sfida senza eguali, un coraggioso taglio con la tradizione, un tentativo, artisticamente reso alla grande, di annientare le barriere tra i generi musicali. In questo tentativo emerge la finalitá recondita di consentire, ai piú, l’approccio a un genere destinato solitamente a un pubblico di fatto elitario.
Quando Giuni, con la collaborazione artistica di Maria Antonietta Sisini, decise di dedicarsi a un repertorio d’autore, con brani di alta qualità, e non più solo a “canzonette estive”, trovò serie difficoltà a proporsi presso le varie case discografiche. Soltanto l’amico Franco Battiato credette in lei, permettendole di pubblicare con la sua etichetta L’Ottava.
A casa di Ida Rubinstein è rimasto per anni nel limbo della discografia italiana nonostante rappresenti il primo esempio in assoluto della cosiddetta “musica di confine”: un cocktail fatto di musica da camera, blues, jazz e musica lirica.
Il nuovo repertorio confermò la naturale vocazione dell’interprete e cantautrice palermitana a voler guardare avanti, al punto da essere considerata ancora oggi, a circa vent’anni dalla sua prematura scomparsa, come un’artista d’avanguardia unica nel suo genere, tanto per le sue indimenticabili e proverbiali hit estive, quanto per le sue lodevoli scelte artistiche, corroborate da un grande talento naturale, da un’impeccabile tecnica esecutiva e da un’estensione vocale pazzesca… da brividi e senza eguali.
Somma Vesuviana, arrestato 38enne di Marigliano per tentato omicidio di un 59enne sommese
Carabinieri arrestano 38enne per tentato omicidio
I Carabinieri della Compagnia di Castello di Cisterna hanno arrestato Raffaele Toscano, 38enne di Marigliano già noto alle forze dell’ordine, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Nola su richiesta della locale Procura.
L’uomo è ritenuto gravemente responsabile del reato di tentato omicidio di un 59enne di Somma Vesuviana.
Le indagini dei Carabinieri coordinati dalla Procura di Nola hanno permesso di accertare che lo scorso 20 giugno a via Malatesta nel comune di somma vesuviana, all’interno di una rivendita all’ingrosso di frutta, Toscano abbia attinto con 3 colpi d’arma da fuoco la vittima 59enne – titolare della ditta – per un presunto credito nei suoi confronti in realtà mai riscontrato.
I carabinieri hanno notificato il provvedimento a Toscano, già detenuto per il fermo effettuato nei suoi confronti il 26 giugno scorso.
Nola, tenta di soffocare un frate per estorcergli denaro:arrestato 39enne
Rapina un frate del cellulare e gli chiede del denaro per restituirlo. Carabinieri arrestano 39enne
A Nola i Carabinieri della locale Compagnia hanno arrestato per rapina ed estorsione un 39enne di origini ucraine già noto alle forze dell’ordine.
I Militari – allertati dal 112 – sono intervenuti presso il convento dei frati cappuccini.
Il 39enne era all’esterno del convento e si è diretto verso 2 monaci che stavano passeggiando. Ha stretto le mani al collo di un frate e lo ha minacciato di morte: voleva del denaro. Durante l’aggressione, alla vittima cade il cellulare a terra. L’assalitore prende lo smartphone e si allontana. Interviene l’altro francescano che chiede al 39enne di restituire quanto rubato. Lo avrebbe fatto, ma solo dietro ad un compenso. La cifra pattuita – quello di cui erano in possesso i frati – è di 20 euro, lo scambio avviene. Arrivano però i Carabinieri che bloccano l’uomo e riscostruiscono la vicenda.
L’arrestato è stato tradotto al carcere di poggioreale in attesa di giudizio.
Commissione parlamentare Ecomafia: ispezione nei beni confiscati e poi devastati ad Acerra
Il deputato Del Monaco (M5S): “I patrimoni sottratti ai condannati per disastro ambientale versano in un ignobile abbandono. Sono il simbolo della sconfitta dello Stato”
Ieri pomeriggio il deputato della commissione parlamentare sulle ecomafie, Antonio Del Monaco (M5S), ha ispezionato i beni confiscati ad alcuni imprenditori dello smaltimento di rifiuti condannati per disastro ambientale. Beni che versano in uno stato di totale abbandono, letteralmente saccheggiati, e che stanno pure subendo ripetuti incendi dolosi. L’ispezione è iniziata in un agriturismo di Acerra, in località Lenza Schiavone, dove di recente le fiamme hanno devastato l’uliveto e altre strutture. Scene da zona bombardata. Si presenta saccheggiato il casale del ‘700, corpo principale dell’agriturismo ristrutturato in maniera molto discutibile, ai limiti del cattivo gusto, una ristrutturazione fatta all’epoca in cui veniva utilizzato per feste e ricevimenti. I ladri hanno rubato persino il cancello d’ingresso e la recinzione di metallo. Terra di nessuno. L’ispezione di Del Monaco è stata protetta da una pattuglia di scorta della Polizia di Stato afferente al locale commissariato. Il componente della commissione parlamentare sulle ecomafie è stato accompagnato sul posto dagli ambientalisti Alessandro Cannavacciuolo, Michele Pannella e Valerio Montesarchio. Del Monaco ha anche visitato gli attigui impianti di stoccaggio e trattamento dei rifiuti confiscati agli stessi imprenditori condannati per disastro ambientale. Uno di questi impianti, ora di proprietà del comune di Acerra, è circondato da rifiuti di ogni sorta e da carcasse di auto bruciate. “Ho anche notato – ha dichiarato Del Monaco durante l’ispezione – che alcuni terreni coltivati qui si presentano sopraelevati rispetto al livello del suolo e questo mi fa sospettare che sotto possano essere stati seppelliti rifiuti: lo segnalerò alle autorità competenti. Nel frattempo tenterò di contattare i commissari nominati dal tribunale per la gestione dei beni confiscati ai soggetti condannati in via definitiva per il disastro ambientale del territorio”. L’ispezione è proseguita in uno stabilimento di via Tappia, sul lato opposto dell’agro acerrano. Anche quest’impianto è stato confiscato agli stessi soggetti condannati. “Grazie ai fori nelle porte scaturiti dall’incuria – ha detto Alessandro Cannavacciuolo – abbiamo potuto osservare che all’interno del capannone sono stati depositati materiali edili e scarti di vario tipo. E sospettiamo che si tratti di materiali depositati di recente”. “Non è possibile che un capannone del genere – ha concluso Del Monaco – riporti sul muro ancora il nome dei vecchi proprietari che hanno ricevuto ormai anni fa il provvedimento di confisca. Intanto qui non riesco a vedere nulla, ma proprio nulla, che possa ricondurre il tutto al Comune o comunque alla presenza dello Stato. Questa condizione di totale abbandono istituzionale ad Acerra non dovrà passare inosservata. Mi rivolgerò a chi di dovere”.
Sant’ Anastasìa, le probabili origini del toponimo tra il glorioso e il misterioso
Sant’ Anastasìa? Perché questo nome? Chi lo impose al nostro paese? Quando? A questi interrogativi lo storico anastasiano Mons. Antonio Sodano impiegò tutto il suo studio, tutto il suo impegno, senza però venire a capo di nulla: cercò, all’epoca, negli archivi territoriali, consultò numerosi storici, ma rimase all’oscuro, offrendo però una sua prima ipotesi iniziale sul toponimo della sua città. Toccò, poi, a Padre Giovanni Alagi, nel 1999, trattare in modo più compiuto la questione.
A riguardo, l’opinione di Mons. Antonio Sodano (1840 – 1924), Prelato Domestico di Sua Santità, fu esposta in una conferenza che si tenne proprio a Sant’Anastasia e, successivamente, data alla stampa nel 1923 col titolo: Sant’Anastasia antica e moderna – Conferenza letta nel Circolo Sportivo da Mons. Antonio Sodano, San Giuseppe Vesuviano, Tip. Degli Orfanelli, il cui testo mi è pervenuto grazie allo storico anastasiano Lello Sodano.
Il culto della martire cristiana Anastàsia (Roma, III secolo – Sirmio, 25 dicembre 304) si diffuse soprattutto nelle province romane orientali. Di questa santa, sappiamo solo che a Sirmio – attuale Sremska Mitrovica, a poca distanza da Belgrado – si venerava la tomba di questa straordinaria donna, martirizzata all’inizio del quarto secolo, durante l’ultima grande persecuzione dell’imperatore Diocleziano: ogni anno, il 25 dicembre, la Chiesa esalta la sua memoria liturgica. In Italia, il culto si diffuse alla fine del V secolo, grazie ai Goti e ai Longobardi. In Italia meridionale, in particolar modo, esso ha origini antiche che si allacciano alla figura di Giustiniano (482 – 565) ed alla guerra greco – gotica, durante la quale l’imperatore bizantino cercò di opporsi all’inevitabile avanzata dei barbari in Italia. A tal riguardo, al crollo dell’Impero romano d’Occidente, Giustiniano inviò il suo generale Narsete (478 – 573) per combattere questi guerrieri del nord. Fu una guerra lunga e cruenta che si decise proprio alle falde del Vesuvio, dove Teia (+ 552 d.C.), ultimo re degli Ostrogoti, fu ucciso in battaglia, e Napoli divenne così dominio bizantino. Lo storico, Procopio di Cesarea (490 ca. – 560 ca.) ci narra che, proprio intorno al VI secolo dopo Cristo, ci furono parecchi soldati greci vittoriosi, che, innamorati di queste dolci contrade vesuviane, decisero di fermarsi in questi ameni luoghi alle falde del Monte Somma, portando con loro il culto della santa orientale. All’epoca, la venerazione per Santa Anastàsia era ormai profondamente affermata a Roma e, proprio in quel periodo, veniva esaltata nella sua maestosità tra le vergini in solenne corteo nei dipinti della Chiesa di S. Apollinare a Ravenna.
La comunità greca – orientale, comunque, dovette essere più nutrita delle altre, visto che l’intera contrada vesuviana assunse il nome della santa tutelare, come afferma la prof.ssa Maria Toscano dell’Università di Napoli in una sua dotta relazione, pubblicata negli Atti del Convegno Santa Anastasia – Donna di pace, Mondovì, Settembre 2007. La denominazione alla santa, oltretutto, scaturiva anche dall’esistenza in loco di una chiesa a lei dedicata, che secondo numerosi documenti – riconferma la Toscano – pare fosse stata edificata dalle soldatesche bizantine nel sesto secolo, sulle spoglie di un antico tempio pagano di cui, secondo le fonti, pare conservasse il timpano ed il colonnato. Un atto, inoltre, del 1353 attesta che la chiesa era tenuta in grande considerazione, tantoché era proprietà diretta della Curia Vescovile di Nola. Un altro documento, ancora, del mese di luglio del 1546, conservato nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, conferma che, in questo periodo, il tempio dedicato alla santa era ormai in rovina: una circostanza, questa, confermata anche da altre testimonianze del XVIII secolo. Dal documento cinquecentesco, comunque, si evince, che la chiesa di S. Anastàsia, all’epoca, era già in condizioni così tali che non era più possibile continuare a dirvi messa, se non mettendo a repentaglio la vita dei cittadini; per questo motivo il Capitolo nolano della Cattedrale espresse la piena volontà di cedere i suoi diritti all’Università (governo locale) del paese, che intanto a sua volta aveva già pensato di dotarsi di una chiesa pubblica più grande.
Diversa impressione ci fornisce il compianto storico di San Giorgio a Cremano, Padre Giovanni Alagi (1923 – 2016), che in uno suo accurato studio pubblicato sulla rivista Summana 45 del 1999, ci offrì numerosi e dettagliati studi sul toponimo. A riguardo, Padre Alagi non solo riporta la prima citazione del toponimo attraverso una notizia di un documento del 29 aprile del 988, dove si registra la conclusione di una lite tra due monasteri napoletani per il possesso di un vasto fondo sito ad santa Anastàsia, ma cita perfino otto documenti del periodo ducale napoletano (763 – 1139), in cui evidenzia come il nome della santa locale, Anastàsia, fosse scritto in diverse maniere: Anastasia, Anastasa, Anastase, Nastasa e cosi via. Da questa diversità di scrittura, Alagi dedusse che all’epoca la pronunzia del toponimo locale era diversa da quella odierna, che è accentata sulla sillaba si (Anastasìa); a quel tempo si pronunziava invece alla latina, con l’accento tonico sulla sillaba sta: Anastàsia. Se per assurdo l’antica pronunzia fosse stata Santa Anastasìa, a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere Anastasa, Nastasa, Anastase.
E’ logico – continua Alagi – che il toponimo, S. Anastàsia, faceva supporre l’esistenza di una chiesa o di una cappella dedicata alla santa e importante punto di riferimento per la comunità che nasceva (…). Ma a chi sarebbe venuta in testa l’idea di dedicare una chiesa a S. Anastàsia, praticamente sconosciuta? L’idea poteva sorgere solo in chi aveva una devozione fiduciosa verso questa santa. In merito, Padre Alagi ipotizzò nei suoi scritti, dapprima, la presenza sul territorio delle monache di Santa Patrizia di Napoli, le quali non solo nutrivano una cospicua e profonda venerazione per la santa, ma avevano, all’epoca, due monasteri: uno nella vicina Pollena Trocchia ed un altro a Pomigliano. Oltretutto, in zona, si ha notizia di una masseria Santa Patrizia, già attestata nel 1123, epoca ducale, dallo storico Bartolomeo Capasso (1815 – 1900) nella sua opera Monumenta ad Neapolitani ducatus, vol. II, p. 76 (cit. A. Angrisani).
Sull’antico territorio anastasiano, inoltre, era anche presente il monastero dei Santi Severino e Sossio dell’Ordine benedettino, il quale ben conosceva i fasti e le glorie di Santa Anastàsia. Padre Alagi, comunque, rimase dell’opinione che furono le monache Patriziane oppure i Benedettini a suggerire il toponimo e non gli abitanti della zona. A tal riguardo, ipotizzò che questa mancata scelta del nome da parte degli abitanti, e l’inefficace rapporto instaurato, nei secoli, con la Santa, abbia poi prodotto non solo la strana vicenda della trasformazione di Sant’ Anastasia in Sant’ Anastasio o Nastaso, ma anche la decisione di scegliere come patronanza locale quella del missionario spagnolo San Francesco Saverio nel 1822. Di questo, però, ne parleremo in un prossimo articolo. La confusione, comunque, tra Sant’ Anastàsia e Sant’ Anastàsio sarà avvenuta certamente per la facilità di confonderli nella pronunzia. Vale ricordare, in merito, le famose medagliette miracolose a devozione popolare della cosiddetta ‘a capa ‘e Sant’Nastaso, il cui culto è molto venerato a Roma presso le Tre Fontane sulla via Ostiense. Il popolo anastasiano, sin dall’antichità, è stato sempre un popolo scaramantico per eccellenza e per tale motivo ‘a capa del santo persiano fu accolta con tanto fervore dal popolo come una sorta di amuleto magico.
Ebbene, forse la più antica testimonianza di questa confusione, tra il santo e la santa, risalirebbe, secondo Alagi, già al 5 dicembre del 1270, quando un certo Pietro Frisone, habitator loci qui nominatur S. Anastasio foris Flubeum, promette determinati ricavi alla badessa del Monastero di San Gregorio Armeno. Interessante è, invece, una notizia di Giampietro Leostello da Volterra (+ 1493 ca.), citata dallo storico sommese Alberto Angrisani nella sua opera Breve Descrizione della Regia Città di Somma, in cui si riporta che Alfonso (1448 – 1495), duca di Calabria, torturato da tre mesi dalla febbre terzana, per guarirsi si trasferisce in Somma alla masseria della Regina il 14 ottobre del 1489 e che il giorno 19 seguente cavalcò a S. Nastagio ove aspettò la Signora Regina che veniva a Somma. Come si nota, spiega Alagi, non si tratta adesso dello scambio di una vocale o di un banale errore, come potrebbe essere per il primo documento sopracitato, ma il toponimo del tutto adoperato in quell’epoca. Un altro esempio illustre, infine, ce lo fornisce il Padre domenicano Arcangelo Dominici di Madonna dell’Arco, che nella sua opera sulle origini e gli sviluppi del Santuario mariano, usa sempre la parola Santo Anastasio. Il cognome Anastasio, peraltro, è fortemente radicato su questo territorio sin dai tempi più antichi. Comunque, rimane il fatto che il toponimo Santo Anastasio non riuscì mai a soppiantare quello femminile, che restò fisso in tutti gli atti amministrativi e religiosi della storia. Infine, a conclusione, in considerazione all’accento tonico del toponimo – dall’antico Sant’ Anastàsia all’attuale Sant’ Anastasìa – Padre Alagi ritenne che il passaggio fosse avvenuto durante il decennio francese (1806 – 1815) in conformità con la pronuncia francese: Sainte Anastasìe.
La comunità greca – orientale, comunque, dovette essere più nutrita delle altre, visto che l’intera contrada vesuviana assunse il nome della santa tutelare, come afferma la prof.ssa Maria Toscano dell’Università di Napoli in una sua dotta relazione, pubblicata negli Atti del Convegno Santa Anastasia – Donna di pace, Mondovì, Settembre 2007. La denominazione alla santa, oltretutto, scaturiva anche dall’esistenza in loco di una chiesa a lei dedicata, che secondo numerosi documenti – riconferma la Toscano – pare fosse stata edificata dalle soldatesche bizantine nel sesto secolo, sulle spoglie di un antico tempio pagano di cui, secondo le fonti, pare conservasse il timpano ed il colonnato. Un atto, inoltre, del 1353 attesta che la chiesa era tenuta in grande considerazione, tantoché era proprietà diretta della Curia Vescovile di Nola. Un altro documento, ancora, del mese di luglio del 1546, conservato nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, conferma che, in questo periodo, il tempio dedicato alla santa era ormai in rovina: una circostanza, questa, confermata anche da altre testimonianze del XVIII secolo. Dal documento cinquecentesco, comunque, si evince, che la chiesa di S. Anastàsia, all’epoca, era già in condizioni così tali che non era più possibile continuare a dirvi messa, se non mettendo a repentaglio la vita dei cittadini; per questo motivo il Capitolo nolano della Cattedrale espresse la piena volontà di cedere i suoi diritti all’Università (governo locale) del paese, che intanto a sua volta aveva già pensato di dotarsi di una chiesa pubblica più grande.
Diversa impressione ci fornisce il compianto storico di San Giorgio a Cremano, Padre Giovanni Alagi (1923 – 2016), che in uno suo accurato studio pubblicato sulla rivista Summana 45 del 1999, ci offrì numerosi e dettagliati studi sul toponimo. A riguardo, Padre Alagi non solo riporta la prima citazione del toponimo attraverso una notizia di un documento del 29 aprile del 988, dove si registra la conclusione di una lite tra due monasteri napoletani per il possesso di un vasto fondo sito ad santa Anastàsia, ma cita perfino otto documenti del periodo ducale napoletano (763 – 1139), in cui evidenzia come il nome della santa locale, Anastàsia, fosse scritto in diverse maniere: Anastasia, Anastasa, Anastase, Nastasa e cosi via. Da questa diversità di scrittura, Alagi dedusse che all’epoca la pronunzia del toponimo locale era diversa da quella odierna, che è accentata sulla sillaba si (Anastasìa); a quel tempo si pronunziava invece alla latina, con l’accento tonico sulla sillaba sta: Anastàsia. Se per assurdo l’antica pronunzia fosse stata Santa Anastasìa, a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere Anastasa, Nastasa, Anastase.
E’ logico – continua Alagi – che il toponimo, S. Anastàsia, faceva supporre l’esistenza di una chiesa o di una cappella dedicata alla santa e importante punto di riferimento per la comunità che nasceva (…). Ma a chi sarebbe venuta in testa l’idea di dedicare una chiesa a S. Anastàsia, praticamente sconosciuta? L’idea poteva sorgere solo in chi aveva una devozione fiduciosa verso questa santa. In merito, Padre Alagi ipotizzò nei suoi scritti, dapprima, la presenza sul territorio delle monache di Santa Patrizia di Napoli, le quali non solo nutrivano una cospicua e profonda venerazione per la santa, ma avevano, all’epoca, due monasteri: uno nella vicina Pollena Trocchia ed un altro a Pomigliano. Oltretutto, in zona, si ha notizia di una masseria Santa Patrizia, già attestata nel 1123, epoca ducale, dallo storico Bartolomeo Capasso (1815 – 1900) nella sua opera Monumenta ad Neapolitani ducatus, vol. II, p. 76 (cit. A. Angrisani).
Sull’antico territorio anastasiano, inoltre, era anche presente il monastero dei Santi Severino e Sossio dell’Ordine benedettino, il quale ben conosceva i fasti e le glorie di Santa Anastàsia. Padre Alagi, comunque, rimase dell’opinione che furono le monache Patriziane oppure i Benedettini a suggerire il toponimo e non gli abitanti della zona. A tal riguardo, ipotizzò che questa mancata scelta del nome da parte degli abitanti, e l’inefficace rapporto instaurato, nei secoli, con la Santa, abbia poi prodotto non solo la strana vicenda della trasformazione di Sant’ Anastasia in Sant’ Anastasio o Nastaso, ma anche la decisione di scegliere come patronanza locale quella del missionario spagnolo San Francesco Saverio nel 1822. Di questo, però, ne parleremo in un prossimo articolo. La confusione, comunque, tra Sant’ Anastàsia e Sant’ Anastàsio sarà avvenuta certamente per la facilità di confonderli nella pronunzia. Vale ricordare, in merito, le famose medagliette miracolose a devozione popolare della cosiddetta ‘a capa ‘e Sant’Nastaso, il cui culto è molto venerato a Roma presso le Tre Fontane sulla via Ostiense. Il popolo anastasiano, sin dall’antichità, è stato sempre un popolo scaramantico per eccellenza e per tale motivo ‘a capa del santo persiano fu accolta con tanto fervore dal popolo come una sorta di amuleto magico.
Ebbene, forse la più antica testimonianza di questa confusione, tra il santo e la santa, risalirebbe, secondo Alagi, già al 5 dicembre del 1270, quando un certo Pietro Frisone, habitator loci qui nominatur S. Anastasio foris Flubeum, promette determinati ricavi alla badessa del Monastero di San Gregorio Armeno. Interessante è, invece, una notizia di Giampietro Leostello da Volterra (+ 1493 ca.), citata dallo storico sommese Alberto Angrisani nella sua opera Breve Descrizione della Regia Città di Somma, in cui si riporta che Alfonso (1448 – 1495), duca di Calabria, torturato da tre mesi dalla febbre terzana, per guarirsi si trasferisce in Somma alla masseria della Regina il 14 ottobre del 1489 e che il giorno 19 seguente cavalcò a S. Nastagio ove aspettò la Signora Regina che veniva a Somma. Come si nota, spiega Alagi, non si tratta adesso dello scambio di una vocale o di un banale errore, come potrebbe essere per il primo documento sopracitato, ma il toponimo del tutto adoperato in quell’epoca. Un altro esempio illustre, infine, ce lo fornisce il Padre domenicano Arcangelo Dominici di Madonna dell’Arco, che nella sua opera sulle origini e gli sviluppi del Santuario mariano, usa sempre la parola Santo Anastasio. Il cognome Anastasio, peraltro, è fortemente radicato su questo territorio sin dai tempi più antichi. Comunque, rimane il fatto che il toponimo Santo Anastasio non riuscì mai a soppiantare quello femminile, che restò fisso in tutti gli atti amministrativi e religiosi della storia. Infine, a conclusione, in considerazione all’accento tonico del toponimo – dall’antico Sant’ Anastàsia all’attuale Sant’ Anastasìa – Padre Alagi ritenne che il passaggio fosse avvenuto durante il decennio francese (1806 – 1815) in conformità con la pronuncia francese: Sainte Anastasìe.
Terra dei Fuochi, vescovi e sacerdoti suonano la carica: veglia accanto al compostaggio di Pomigliano
I prelati di Nola e Acerra, Marino e Di Donna, terranno la manifestazione per la difesa del Creato nei pressi del costruendo impianto comunale. Don Peppino: “E dopo daremo di nuovo il via alle processioni nei luoghi dello scempio ambientale”
I roghi tossici, le polveri sottili e gli scarichi incontrollati di rifiuti continuano a togliere il sonno alle popolazioni della Terra dei Fuochi. Intanto, a giudicare dalla portata dell’evento che si sta avvicinando, la Chiesa sta dando la netta sensazione di voler colmare il vuoto lasciato dalla politica. Si perché la ripresa di fine estate si preannuncia parecchio “movimentata”: mercoledi sera, primo settembre, ben due vescovi e i sacerdoti del territorio terranno tutti insieme una veglia di preghiera per “la custodia del Creato”, a Pomigliano. Una veglia organizzata a partire dalle 19 nel campo di rugby e cioè proprio a pochi passi, non a caso, dal cantiere dell’impianto comunale di compostaggio dei rifiuti organici. Un impianto la cui costruzione non è ancora iniziata ma che è già fortemente osteggiato dai componenti del circolo cattolico locale Laudato si’, circolo che insieme con la parrocchia di San Francesco d’Assisi ha sollecitato questa veglia. E’ prevista la partecipazione del vescovo di Nola, Francesco Marino, nella cui diocesi ricade Pomigliano, e di quello di Acerra, Antonio Di Donna, autore, in occasione dell’ultima omelia dell’Assunta, il 16 agosto, dell’ennesima denuncia contro i mali ambientali dell’hinterland. “Quest’ appuntamento – preannuncia don Peppino Gambardella, parroco della chiesa madre di San Felice in Pincis – precederà una serie di processioni nei luoghi dell’inquinamento, processioni che attraverso il circolo Laudato si’ stiamo già facendo da mesi. Sono coinvolte tutte le parrocchie e tanti fedeli ci stanno seguendo”. Don Peppino è in prima linea contro l’arrivo del compostaggio. Posizioni comuni. Il vescovo Di Donna da tempo tuona contro l’arrivo degli impianti di stoccaggio e di trattamento dei rifiuti. “Qui non abbiamo visto né bonifiche né risanamento – ha sempre detto il prelato – quindi non abbiamo certo bisogno di altri rifiuti: non siamo una pattumiera”. “Dobbiamo custodire il Creato – aggiunge don Aniello Tortora, vicario episcopale per la Carità e la Giustizia della diocesi di Nola – il nostro territorio è già fortemente inquinato dalle polveri sottili e da altre forme di inquinamento per cui la Chiesa di Nola, attraverso un momento di preghiera, vuole risvegliare le coscienze per difendere la nostra terra e consegnarla finalmente salubre alle future generazioni”. La qualità dell’aria nell’hinterland a est di Napoli sta facendo registrare dati sempre brutti. In base ai rilevamenti delle centraline dell’Arpac il comune di San Vitaliano conta già 86 giorni di sforamento delle polveri sottili risultando il primo territorio più inquinato della regione. Al secondo posto di questa triste classifica c’è Pomigliano, 70 sforamenti, e al terzo, con 67, la zona compresa tra Volla e Casalnuovo. Al quinto posto, dopo Aversa, c’è Acerra, con 49 sforamenti nel centro cittadino. Qui la centralina della zona industriale è fuori uso da sette mesi.,
Pollena Trocchia, adeguamento spazi e noleggi strutture modulari per le scuole: in arrivo mezzo milione di euro
Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Pollena Trocchia
Arriva nelle casse comunali oltre mezzo milione di euro per la messa in sicurezza e l’adeguamento di spazi e aule scolastiche e per i noleggi di strutture modulari. Nelle graduatorie redatte dal Ministero dell’Istruzione relative all’avviso pubblico destinato agli enti locali per i lavori di edilizia leggera e per gli affitti di spazi per la didattica, infatti, c’è anche il comune di Pollena Trocchia, che ancora una volta è riuscito a beneficiare di finanziamenti sovracomunali, in questo caso 550mila euro per l’avvio dell’anno scolastico 2021/22 in presenza e in sicurezza. «Nello specifico il Comune di Pollena Trocchia ha ricevuto 350mila euro per i noleggi di strutture modulari e per le relative spese di conduzione, e ulteriori 200mila euro per i lavori di messa in sicurezza e adeguamento degli spazi e delle aule. Le candidature all’avviso pubblico ministeriale sono state aperte dal 6 al 13 agosto: nonostante il periodo dell’anno particolare e i pochi giorni a disposizione, ci siamo candidati e la nostra candidatura è risultata meritevole di accoglimento: grazie a un ottimo lavoro di coordinamento, siamo riusciti a non farci scappare questa valida opportunità per la nostra popolazione scolastica» ha commentato il sindaco di Pollena Trocchia Carlo Esposito. «L’arrivo di queste risorse è una notizia importante, già da lunedì saremo a lavoro per coordinare le attività necessarie a predisporre le variazioni di bilancio e fare in modo di rendere utilizzabile quanto prima il finanziamento ministeriale» ha aggiunto Francesco Pinto, vicesindaco e assessore al bilancio
Somma Vesuviana, Piscitelli, Allocca e Di Pilato al sindaco:”Accogliamo l’invito a cooperare per il popolo afghano”
Riceviamo e pubbluchiamo una nota stampa dai consiglieri Piscitelli, Allocca e Di Pilato
Egregio Sindaco,
il dramma che sta vivendo il popolo afghano negli ultimi giorni non può lasciare inerme nessuno di noi.
È necessario che tutti facciano la loro parte e che si dia atto alla solidarietà con dati di fatto.
È in tale ottica che bisogna prendere in considerazione gli inviti a cooperare che giungono da piú parti ( non ultima quella della sezione locale del PD) : la disponibilità della nostra comunità ad accogliere alcune famiglie afghane deve unirsi a quella degli altri Comuni.
L ‘ ufficio politiche sociali, l ‘ufficio patrimonio l’ufficio LL.PP. , lavorino per una soluzione ottimale da proporre nel merito agli organi superiori.
Siamo convinti che le cittadine e i cittadini di Somma Vesuviana sapranno ben dimostrare, ancora una vota, il grande cuore solidale che Li ha sempre contraddistinto.
Sicuri di un positivo ed immediato riscontro restiamo a completa disposizione.
I Consiglieri Comunali
Lucia Di Pilato
Celestino Allocca
Vincenzo Piscitelli
Ottaviano, “La Baita del Re”, 29 agosto: un evento musicale dedicato a Charlie Parker
Un evento musicale per celebrare il 101.mo anniversario della nascita di un grande innovatore, una delle voci più influenti della musica moderna. Artisti del territorio e internazionali si riuniranno nel segno della musica alle pendici del Vesuvio per rendere omaggio al grande Charlie Parker, il giorno 29 agosto 2021.
Cornice dell’evento un “luogo” meraviglioso, “La Baita del Re” in Ottaviano. Le porte saranno aperte dalle ore 18, e i festeggiamenti si articoleranno in 3 set di musica, con la partecipazione di Gino Giovannelli, Loredana Lubrano, Valerio Silvestro, Errico Cutolo, Silvia Manco, Laura Taglialatela, Giulio Scarpato, Carmine Casciello. Gran finale dell’evento- il terzo e ultimo set – sarà l’esibizione di un trio inedito e sensazionale: Logan Richardson, Dario Deidda e Gregory Hutchinson, tre star internazionali del panorama jazzistico, che con la loro arte e la loro tecnica indicano ai musicisti di oggi e a quelli di domani percorsi musicali di straordinario valore.
(fonte foto: rete internet)

