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Sant’ Anastasìa? Perché questo nome? Chi lo impose al nostro paese? Quando? A questi interrogativi lo storico anastasiano Mons. Antonio Sodano impiegò tutto il suo studio, tutto il suo impegno, senza però venire a capo di nulla: cercò, all’epoca, negli archivi territoriali, consultò numerosi storici, ma rimase all’oscuro, offrendo però una sua prima ipotesi iniziale sul toponimo della sua città. Toccò, poi, a Padre Giovanni Alagi, nel 1999, trattare in modo più compiuto la questione.

 

 

A riguardo, l’opinione di Mons. Antonio Sodano (1840 – 1924), Prelato Domestico di Sua Santità, fu esposta in una conferenza che si tenne proprio a Sant’Anastasia e, successivamente, data alla stampa nel 1923 col titolo: Sant’Anastasia antica e moderna – Conferenza letta nel Circolo Sportivo da Mons. Antonio Sodano, San Giuseppe Vesuviano, Tip. Degli Orfanelli, il cui testo mi è pervenuto grazie allo storico anastasiano Lello Sodano.

Il culto della martire cristiana Anastàsia (Roma, III secolo – Sirmio, 25 dicembre 304) si diffuse soprattutto nelle province romane orientali. Di questa santa, sappiamo solo che a Sirmio – attuale Sremska Mitrovica, a poca distanza da Belgrado – si venerava la tomba di questa straordinaria donna, martirizzata all’inizio del quarto secolo, durante l’ultima grande persecuzione dell’imperatore Diocleziano: ogni anno, il 25 dicembre, la Chiesa esalta la sua memoria liturgica. In Italia, il culto si diffuse alla fine del V secolo, grazie ai Goti e ai Longobardi. In Italia meridionale, in particolar modo, esso ha origini antiche che si allacciano alla figura di Giustiniano (482 – 565) ed alla guerra greco – gotica, durante la quale l’imperatore bizantino cercò di opporsi all’inevitabile avanzata dei barbari in Italia. A tal riguardo, al crollo dell’Impero romano d’Occidente, Giustiniano inviò il suo generale Narsete (478 – 573) per combattere questi guerrieri del nord. Fu una guerra lunga e cruenta che si decise proprio alle falde del Vesuvio, dove Teia (+ 552 d.C.), ultimo re degli Ostrogoti, fu ucciso in battaglia, e Napoli divenne così dominio bizantino. Lo storico, Procopio di Cesarea (490 ca. – 560 ca.) ci narra che, proprio intorno al VI secolo dopo Cristo, ci furono parecchi soldati greci vittoriosi, che, innamorati di queste dolci contrade vesuviane, decisero di fermarsi in questi ameni luoghi alle falde del Monte Somma, portando con loro il culto della santa orientale. All’epoca, la venerazione per Santa Anastàsia era ormai profondamente affermata a Roma e, proprio in quel periodo, veniva esaltata nella sua maestosità tra le vergini in solenne corteo nei dipinti della Chiesa di S. Apollinare a Ravenna.

La comunità greca – orientale, comunque, dovette essere più nutrita delle altre, visto che l’intera contrada vesuviana assunse il nome della santa tutelare, come afferma la prof.ssa Maria Toscano dell’Università di Napoli in una sua dotta relazione, pubblicata negli Atti del Convegno Santa Anastasia – Donna di pace, Mondovì, Settembre 2007. La denominazione alla santa, oltretutto, scaturiva anche dall’esistenza in loco di una chiesa a lei dedicata, che secondo numerosi documenti – riconferma la Toscano – pare fosse stata edificata dalle soldatesche bizantine nel sesto secolo, sulle spoglie di un antico tempio pagano di cui, secondo le fonti, pare conservasse il timpano ed il colonnato. Un atto, inoltre, del 1353 attesta che la chiesa era tenuta in grande considerazione, tantoché era proprietà diretta della Curia Vescovile di Nola. Un altro documento, ancora, del mese di luglio del 1546, conservato nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, conferma che, in questo periodo, il tempio dedicato alla santa era ormai in rovina: una circostanza, questa, confermata anche da altre testimonianze del XVIII secolo. Dal documento cinquecentesco, comunque, si evince, che la chiesa di S. Anastàsia, all’epoca, era già in condizioni così tali che non era più possibile continuare a dirvi messa, se non mettendo a repentaglio la vita dei cittadini; per questo motivo il Capitolo nolano della Cattedrale espresse la piena volontà di cedere i suoi diritti all’Università (governo locale) del paese, che intanto a sua volta aveva già pensato di dotarsi di una chiesa pubblica più grande.

 

Diversa impressione ci fornisce il compianto storico di San Giorgio a Cremano, Padre Giovanni Alagi (1923 – 2016), che in uno suo accurato studio pubblicato sulla rivista Summana 45 del 1999, ci offrì numerosi e dettagliati studi sul toponimo. A riguardo, Padre Alagi non solo riporta la prima citazione del toponimo attraverso una notizia di un documento del 29 aprile del 988, dove si registra la conclusione di una lite tra due monasteri napoletani per il possesso di un vasto fondo sito ad santa Anastàsia, ma cita perfino otto documenti del periodo ducale napoletano (763 – 1139), in cui evidenzia come il nome della santa locale, Anastàsia, fosse scritto in diverse maniere: Anastasia, Anastasa, Anastase, Nastasa e cosi via. Da questa diversità di scrittura, Alagi dedusse che all’epoca la pronunzia del toponimo locale era diversa da quella odierna, che è accentata sulla sillaba si (Anastasìa); a quel tempo si pronunziava invece alla latina, con l’accento tonico sulla sillaba sta: Anastàsia. Se per assurdo l’antica pronunzia fosse stata Santa Anastasìa, a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere Anastasa, Nastasa, Anastase.

E’ logico – continua Alagi – che il toponimo, S. Anastàsia, faceva supporre l’esistenza di una chiesa o di una cappella dedicata alla santa e importante punto di riferimento per la comunità che nasceva (…). Ma a chi sarebbe venuta in testa l’idea di dedicare una chiesa a S. Anastàsia, praticamente sconosciuta? L’idea poteva sorgere solo in chi aveva una devozione fiduciosa verso questa santa. In merito, Padre Alagi ipotizzò nei suoi scritti, dapprima, la presenza sul territorio delle monache di Santa Patrizia di Napoli, le quali non solo nutrivano una cospicua e profonda venerazione per la santa, ma avevano, all’epoca, due monasteri: uno nella vicina Pollena Trocchia ed un altro a Pomigliano. Oltretutto, in zona, si ha notizia di una masseria Santa Patrizia, già attestata nel 1123, epoca ducale, dallo storico Bartolomeo Capasso (1815 – 1900) nella sua opera Monumenta ad Neapolitani ducatus, vol. II, p. 76 (cit. A. Angrisani).

Sull’antico territorio anastasiano, inoltre, era anche presente il monastero dei Santi Severino e Sossio dell’Ordine benedettino, il quale ben conosceva i fasti e le glorie di Santa Anastàsia. Padre Alagi, comunque, rimase dell’opinione che furono le monache Patriziane oppure i Benedettini a suggerire il toponimo e non gli abitanti della zona. A tal riguardo, ipotizzò che questa mancata scelta del nome da parte degli abitanti, e l’inefficace rapporto instaurato, nei secoli, con la Santa, abbia poi prodotto non solo la strana vicenda della trasformazione di Sant’ Anastasia in Sant’ Anastasio o Nastaso, ma anche la decisione di scegliere come patronanza locale quella del missionario spagnolo San Francesco Saverio nel 1822. Di questo, però, ne parleremo in un prossimo articolo. La confusione, comunque, tra Sant’ Anastàsia e Sant’ Anastàsio sarà avvenuta certamente per la facilità di confonderli nella pronunzia. Vale ricordare, in merito, le famose medagliette miracolose a devozione popolare della cosiddetta ‘a capa ‘e Sant’Nastaso, il cui culto è molto venerato a Roma presso le Tre Fontane sulla via Ostiense. Il popolo anastasiano, sin dall’antichità, è stato sempre un popolo scaramantico per eccellenza e per tale motivo ‘a capa del santo persiano fu accolta con tanto fervore dal popolo come una sorta di amuleto magico.

 

Ebbene, forse la più antica testimonianza di questa confusione, tra il santo e la santa, risalirebbe, secondo Alagi, già al 5 dicembre del 1270, quando un certo Pietro Frisone, habitator loci qui nominatur S. Anastasio foris Flubeum, promette determinati ricavi alla badessa del Monastero di San Gregorio Armeno. Interessante è, invece, una notizia di Giampietro Leostello da Volterra (+ 1493 ca.), citata dallo storico sommese Alberto Angrisani nella sua opera Breve Descrizione della Regia Città di Somma, in cui si riporta che Alfonso (1448 – 1495), duca di Calabria, torturato da tre mesi dalla febbre terzana, per guarirsi si trasferisce in Somma alla masseria della Regina il 14 ottobre del 1489 e che il giorno 19 seguente cavalcò a S. Nastagio ove aspettò la Signora Regina che veniva a Somma. Come si nota, spiega Alagi, non si tratta adesso dello scambio di una vocale o di un banale errore, come potrebbe essere per il primo documento sopracitato, ma il toponimo del tutto adoperato in quell’epoca. Un altro esempio illustre, infine, ce lo fornisce il Padre domenicano Arcangelo Dominici di Madonna dell’Arco, che nella sua opera sulle origini e gli sviluppi del Santuario mariano, usa sempre la parola Santo Anastasio. Il cognome Anastasio, peraltro, è fortemente radicato su questo territorio sin dai tempi più antichi. Comunque, rimane il fatto che il toponimo Santo Anastasio non riuscì mai a soppiantare quello femminile, che restò fisso in tutti gli atti amministrativi e religiosi della storia. Infine, a conclusione, in considerazione all’accento tonico del toponimo – dall’antico Sant’ Anastàsia all’attuale Sant’ Anastasìa – Padre Alagi ritenne che il passaggio fosse avvenuto durante il decennio francese (1806 – 1815) in conformità con la pronuncia francese: Sainte Anastasìe.