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IL BRIGANTE BARONE SCOVATO A TROCCHIA E UCCISO NELL’ARMADIO

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Nell”estate del 1861 tra Somma e Napoli erano tutti favorevoli a Garibaldi e ai piemontesi e questo segnò la fine del brigante Barone, tradito da Luisa Mollo. Il tesoro mai trovato del brigante.
Di Carmine Cimmino

Vincenzo Barone fu condannato a morte dalla sua follia, e dai gruppi che solo qualche mese prima lo avevano “riscaldato”. Nell” estate del “61 di borbonici, non se ne trovavano quasi più, tra Somma e Napoli: nobili, “galantuomini”, proprietari e funzionari erano saltati in blocco sul carro dei “piemontesi” vincitori, e le tre squadre di contrabbandieri del territorio, i Borrelli, gli Scarpati e i Minore, si erano alleate con “famiglie” importanti dell”Onorata Società napoletana, quelle del Porto e del Carmine, fin dal primo momento favorevoli a Garibaldi e ai “piemontesi”. Non c”era più spazio per Vincenzo Barone.

Suo fratello Giovanni, “monaco del Sacro Cuore di Secondigliano”, lo aveva avvertito con due lettere già agli inizi di luglio: guardati da Pasquale Scarpati Vammana e dai De Luca: ti fanno “picchetto”, per metterti nelle mani dei soldati: “Allontanati dalla montagna, perchè può accadere che un giorno di questi sei preso come un fesso, come così sei, perchè se avessi intisa la famiglia, non ti avessi trovato in tanti guai:perciò stati attento, finchè non abbiamo accomodato questa faccenda”.

Ma era troppo tardi: e la “faccenda” si era fatta così grossa, che non poteva più essere “accomodata”, nemmeno in un territorio come il nostro, in cui non c”è assurdità che non possa diventare realtà: “se po” ffa”.” La mattina del 26 agosto 1861 40 Guardie nazionali di Somma, guidate da Enrico e Carlo Giova e una compagnia di bersaglieri al comando del maggiore Calcagnini salirono in montagna dall” Olivella e rastrellarono accuratamente covi, grotte, forre e pagliai. Vincenzo Terracciano lo trovarono dietro una roccia, inginocchiato, confuso: in una mano stringeva una coroncina, nell”altra una pistola carica: in tasca aveva una manciata di proiettili per caprioli.

È probabile che le cose siano andate proprio così. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che le sentenze per i briganti fucilati sul posto, con il rito sommario previsto dalle leggi eccezionali, “per essere stati presi con le armi addosso” le scrissero non i giudici, ma i fucilatori stessi. Terracciano farfugliò che stava recitando il rosario: i bersaglieri lo trascinarono a Sant”Anastasia e all”alba del 27 lo fucilarono.

La sera toccò a Vincenzo Barone. Saverio Ardolino informò i De Luca che Barone stava a Trocchia, in casa della vedova Palamolla (all”orecchio dello scrivano dei carabinieri, che era piemontese, il nome suonò come Paldomolla). I De Luca, che dagli ufficiali della Guardia nazionale di Somma e dei bersaglieri erano stati autorizzati, “per iscritto”, a raccogliere notizie su Barone, anche “dovendo mettersi in corrispondenza”, passarono la notizia a Vincenzo Miranda, capitano della Guardia Nazionale di Sant” Anastasia, e Miranda informò carabinieri e soldati. Al calar della sera il palazzo Palamolla fu circondato. Il ragazzo che stava di sentinella aprì immediatamente la porta, e Sartoris, comandante dei carabinieri, il maggiore Calcagnini, il capitano Magnani e il tenente Giuseppe Negri, che sarebbe diventato senatore e sindaco di Milano, salirono di corsa al primo piano.

I soldati riuscirono a bloccare Gennaro Maione che si stava lanciando giù da una finestra e in una stanza trovarono Luisa Mollo, la donna del brigante, la Bonnie del Vesuvio. Che però tradì il suo uomo: Gaetano Negri, nelle sue lettere, e Sartoris, nella relazione ufficiale, raccontarono che Luisa aveva indicato, con un cenno del capo, un armadio chiuso. Lì si era nascosto Vincenzo Barone. Si legge nella relazione ufficiale che Sartoris e Calcagnini sfondarono uno sportello con il calcio delle carabine, che il brigante sparò, che Sartoris, attraverso lo squarciò, gli scaricò addosso la sua arma. Negri, invece, scrisse che “una scarica generale” si era abbattuta sull”uomo chiuso nell”armadio. Quando lo portarono fuori, il brigante, ferito al petto, respirava ancora, e impugnava ancora la pistola. Si spense pochi minuti dopo.

La mattina del 28, alle 7.30, in Sant” Anastasia i bersaglieri di Calcagnini fucilarono Gennaro Maione. I cadaveri di Barone e di Maione vennero esposti in piazza “e tutti corsero a vedere”. La sera il sindaco di Trocchia, Domenico Russo, scrisse l”atto di morte: “L”anno 1861, il 28 agosto, alle ore 21 davanti a noi sono comparsi Raffaele Gammella, di anni 41, salassatore domiciliato in via Regina a Trocchia, e Vincenzo Mellone, di anni 42, serviente regnicolo, domiciliato in Pollena, e hanno dichiarato che il 27 agosto 1861 alle ore 2.30 di notte è morto nella casa degli eredi Palamolla Vincenzo Barone di anni 22 circa, telajolo e proprietario, domiciliato in Sant” Anastasia, figlio di Luca proprietario e di Serafina Coppola”.

Il brigante teneva con sè un fascio di lettere, in cui c”erano molti nomi e molte informazioni. Venne interrogata la Matilde ventunenne, che si era innamorata di Vincenzo, e per due volte era stata accompagnata proprio da Luisa Mollo alla masseria La Zazzera, per “un abboccamento” con l”amato. Venne interrogata la De Luca monaca di casa, che era stata autorizzata, con i due fratelli, a fare il doppio gioco, ma che aveva scritto al brigante, salutandolo come “carissimo nipote”, per garantirgli che “gli avrebbe rimesso altra polvere da sparo”, non appena il carico fosse giunto da Capua. Il giudice Mezzacapo riteneva che il rifornimento di polvere da sparo non rientrasse tra i “contatti” autorizzati, ma i De Luca vennero subito sottratti all”inchiesta. Vi restarono impigliati i pesci piccoli.

Le carte svelarono che per due mesi tra i covi montani del brigante e l”abitato di Sant” Anastasia e di Somma si era snodata, ogni giorno, una processione di “amici”, di affaristi, di informatori, e che quasi ogni giorno Carmine e Natale Perez e il Torrese di Casa Miranda portavano su pane, pasta, carne, vino, abiti. Nessuno cercò di capire chi avesse “protetto” il viavai. Venti anni dopo si favoleggiava ancora, a Sant” Anastasia, del tesoro di Barone, e qualcuno scavava ancora, senza sosta, di vallone in vallone, nella speranza di trovarlo.

LA STORIA MAGRA

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