PERCHÉ NON SI POSSONO RIMPIANGERE I BORBONE

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Di seguito la seconda parte della risposta ai lettori che pongono quesiti e sollevano questioni sulla disamina storica dei fatti accaduti nelle nostre zone a ridosso dell”unità d”Italia.
Di Carmine Cimmino

Dicevano i Greci che nella storia degli individui e in quella dei popoli c”è “il momento”, la circostanza in cui individui e popoli devono svelarsi, e non possono più mentire nè a sè stessi nè agli altri. Il momento di Francesco II si manifesta il 30 maggio 1860, quando, avendo avuto notizia dell”ingresso di Garibaldi in Palermo, egli convoca il Consiglio di Stato, per esaminare e per decidere. E decide di rivolgersi alla Francia, e di aprire un canale diplomatico con Vittorio Emanuele II.

Sono tentativi disperati, che servono a Francesco II solo per misurare con esattezza l”isolamento a cui il padre aveva condannato il Regno e la dinastia decidendo, dopo il “48, che Napoli non avrebbe avuto una politica estera. In quel consiglio di Stato del 30 maggio incomincia a prendere forma un progetto, che si realizza il 25 giugno, con un Atto Sovrano: Francesco II adotta il regime costituzionale e concede l”amnistia per tutti i reati politici. Attenti alle date. Francesco II dà al suo popolo la costituzione mentre Garibaldi sta ancora in Sicilia a riflettere sul groviglio di problemi politici e diplomatici in cui si è infilato prendendo Palermo. La Calabria è ancora saldamente nelle mani dell”esercito borbonico: vi si trovano 16000 soldati, di cui almeno 8000 sono truppa scelta. Li comanda il generale Vial, che ha affidato il controllo di Reggio al generale Gallotti e la difesa dello stretto a una solida squadra navale e alle truppe dei generali Briganti e Melendez.

Eppure, Francesco II concede la costituzione. Alla radice della concessione c”è il riconoscimento degli errori del nonno, Francesco I, e del padre e c”è il ricorso all” espediente di cui la dinastia si era già servita per venir fuori dalle tempeste del “21 e del “48. Ritornato il sereno, Ferdinando I e Ferdinando II si erano rimangiati costituzione e giuramento: e parve ad alcuni che Francesco II fosse stato condannato dal destino a pagare quei tradimenti. Anche gli storici più benevoli con gli ultimi Borbone riconoscono che quella concessione, fatta fuori tempo massimo, scardinò il sistema: quando Garibaldi sbarcò in Calabria, il Regno si stava già sfasciando.

Il nuovo governo presieduto da Antonio Spinelli allontana i funzionari più compromessi e sottopone la polizia a uno spurgo così radicale che l”8 agosto – Garibaldi sta ancora in Sicilia – il prefetto di polizia avverte il ministro dell”interno Liborio Romano che l”ordine pubblico non può essere garantito nemmeno nella capitale (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di polizia, fasci 1144-48). Il 5 luglio il governo aveva approvato la legge per la creazione della Guardia Nazionale di Napoli, ma aveva aspettato due settimane prima di estendere il provvedimento a tutti i comuni del Regno: sapeva, forse, che sarebbe rimasto lettera morta. La Guardia nazionale avrebbe dovuto armarsi con i fucili delle disciolte guardie urbane, odiate dalla gente non meno della polizia: ma perfino a pochi chilometri da Napoli, a Portici, a San Giorgio a Cremano, a Somma, i “fedelissimi” urbani avevano nascosto sciabole, schioppi e munizioni e ne ritardavano la consegna.

Il 23 luglio il governo autorizzò gli Intendenti a rinnovare la metà dei decurionati (i consigli comunali) e a nominare nuovi sindaci al posto di quelli troppo manifestamente antiliberali. Sarebbe interessante il racconto di quello che avvenne nei comuni vesuviani quando l”Intendente di Napoli cercò di applicare il decreto. Solo a Sant”Anastasia e a Torre Annunziata si trovò un liberale moderato che avesse i requisiti e accettasse la nomina. Francesco II venne abbandonato anche dal clero. Il 26 giugno, il giorno dopo la pubblicazione dell” Atto Sovrano con cui egli concedeva la costituzione, il cardinale Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, gli scrisse personalmente per ricordargli che la libertà di stampa e l”istituzione della guardia nazionale e dei circoli popolari costituivano una grave minaccia per l”ordine sociale ed erano atti contrari agli interessi e alla dottrina della Chiesa. Proprio così scrisse il Cardinale.

Molti vescovi, consapevoli dell”ostilità che la gente provava nei loro confronti, dopo il 25 giugno abbandonarono le loro sedi. L”ostilità nasceva dall”urgenza della miseria e dalla fame di terre. In Basilicata, in Puglia, nell”alta Calabria, ma anche nel Cilento e nella stessa Provincia di Napoli curie vescovili e ordini religiosi avevano allungato le mani rapaci sui demani comunali, spartendoseli, dovunque, con le “cricche” dei “galantuomini” locali, in quel rimescolio di atti falsificati e di documenti occultati e distrutti che è la nera matrice delle pagine più vergognose della storia del Sud, e che ha contaminato alle radici le relazioni sociali delle comunità imprimendo sull”immagine della proprietà fondiaria il sospetto del dolo e del latrocinio.

Francesco II cercò di rassicurare i rapaci usurpatori promettendo che “i demani usurpati” non sarebbero stati toccati, ma dopo il 25 giugno accadde ciò che era accaduto dopo la costituzione del “21 e dopo quella del “48. I contadini invasero le terre dei vescovi e dei monasteri e pretesero che i Comuni, riacquistatane la proprietà, le distribuissero in quote tra coloro che avevano il diritto e il bisogno di coltivarle. Il 2 agosto 1860 i contadini di Bronte, illudendosi che Garibaldi portasse qualcosa di veramente nuovo, cercarono di ottenere con la forza ciò che il potere borbonico negava da quaranta anni: la divisione delle terre demaniali, e in particolare di quelle che nel 1798 i Borbone avevano regalato, insieme con il titolo di duca, all”ammiraglio Nelson.

I fatti sono noti: l”episodio esemplare dettò a Verga un capolavoro assoluto, la novella Libertà. I ribelli incendiarono l”archivio comunale, massacrarono i “galantuomini” che erano il perno del potere borbonico, e cioè il notaio e l”avvocato, e non risparmiarono i loro figli. Sollecitati dal console inglese, arrivarono i garibaldini: Bixio arrestò i colpevoli, veri e presunti, dell”eccidio, fucilò, minacciò, riportò l”ordine a Bronte. Fece quello che non avrebbe fatto nemmeno Salvatore Maniscalco, che nel “51 Ferdinando II aveva messo a capo della polizia dell”isola.

Ora, mi pare strano che i nostalgici dei Borbone si approprino l”eccidio di Bronte. Bixio arrestò e fucilò dei “ribelli” che non avevano preso le armi contro i Piemontesi, ma contro gli uomini di penna e di toga, contro i “galantuomini” che incarnavano, ai loro occhi, una dinastia in cui i loro occhi non vedevano che il potere del sopruso e del privilegio.

Questo è il nodo del problema. La borghesia agraria si schierò con i Piemontesi a patto che “cambiassero tutto, affinchè nulla cambiasse”. Nei prossimi articoli descriveremo i giorni nefasti del biennio 1860 – 61 in cui i liberali napoletani contribuirono a costruire lo sgangherato edificio in cui siamo costretti ad abitare, e presenteremo un Gattopardo vesuviano, Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano.
(Fonte foto: Repubblica.it)

LA PRIMA PARTE DELLA RISPOSTA