Continua la descrizione minuziosa e dettagliata delle vicende della banda del brigante Vincenzo Barone, sacrificato dai suoi stessi manutengoli, dichiarati e occulti. Di Carmine Cimmino
Il fallimento della sgangherata spedizione a Ottajano confuse ancor di più le idee di Vincenzo Barone che, stretto tra due necessità, riacquistare prestigio e procurarsi il danaro, decise di andare a Pollena, a far visita a Felice Miceli, ottantenne funzionario in pensione del Ministero borbonico della Giustizia: l’avrebbe costretto a consegnare i 30000 ducati che, secondo un informatore, egli custodiva in una cassetta di ferro. Abbiamo già raccontato come andarono le cose la sera del 20 agosto. Miceli fu assassinato dal Martinelli, la cassetta non fu trovata, i briganti portarono via una manciata di monete, un orologio, un cannocchiale, qualche salame, alcune giacche e un paio di pantaloni.
Barone voleva regalare a Luisa Mollo gli orecchini strappati a Teresa Buonincontri, moglie del Miceli, ma qualcuno dei suoi gli fece capire che anche quegli orecchini facevano parte del bottino comune. Per ristabilire la sua autorità, scossa da tre giorni di fallimenti e di contestazioni, Barone processò per insubordinazione i quattro sommesi che si erano rifiutati di partecipare alla spedizione in casa Miceli. I quattro vennero condannati a morte, e il sommese Alfonso Sessa la Porchiacca, “offrendosi spontaneo ai bisogni del capo“, sparò un colpo di pistola “alla tempia“ del sommese Arcangelo Parisi, che dei quattro “insubordinati“ era il più “ostinato“ contro il capo . Quella notte finì la breve vicenda della banda Barone.
Scosse dall’assassinio del Miceli, le autorità civili chiesero strepitando che si procedesse manu militari contro gli sbandati del Vesuvio: "i tristi avvenimenti- scrisse in un eccesso di eccitazione psichica e linguistica il sindaco di San Sebastiano- affliggono la natura umana del paese e manomettono i propri affari, per non incontrare un’aggressione di questa banda". Un assessore di Sant’Anastasia, Luigi Sodano, confermava al Governatore che la gente era sconvolta: i briganti erano rimasti in casa Miceli molte ore, ma i bersaglieri accampati nelle vicinanze non si erano accorti di nulla. Tra il 21 e il 22 agosto la brigata Aosta strinse il territorio in una ferrea morsa di posti di blocco. Manutengoli dichiarati e occulti, informatori, doppiogiochisti capirono che era venuto il momento di sacrificare il capobrigante.
Solo così si poteva evitare che con gli arresti di massa diventasse ancora più pericoloso il gioco dei pentimenti e delle delazioni, che già il primo agosto aveva portato in carcere personaggi importanti di San Sebastiano, e tra questi, Nicola e Achille Figliola. Il primo ad abbandonare Barone fu uno dei suoi luogotenenti, Pasquale Minore, che sceso a Napoli per comprare munizioni e polvere, non tornò più in montagna. Il 22 agosto i carabinieri di Pomigliano bloccarono Stefano Iannicelli mentre tentava di portare alla banda formaggio, tabacco, pipe e zolfanelli. Era costui un manutengolo inaffidabile, perchè aveva l’abitudine di picchiare la moglie, e la moglie, sotto le percosse, aveva l’abitudine di gridare a squarciagola che suo marito era un amico di Barone.
Una pattuglia del 6° Reggimento catturò in montagna Sabato Piccolo che fischiettava tra le piante di un castagneto: il ragazzo venne accusato di aver indicato ai briganti, con quei fischi, i movimenti della truppa. Fu preso anche Domenico Natalizio, che raccontò al giudice Mezzacapo di aver incontrato Barone, il quale gli aveva detto che lo avrebbe accettato nella “comitiva“ a patto che non avesse commesso reati e non volesse compiere vendette private. Aggiunse il Natalizio che solo il bisogno – aveva moglie e figli- lo aveva spinto a salire in montagna, e che lo avevano confortato al gran passo "galantuomini di Somma e di Sant’Anastasia", che egli – così fu scritto nel verbale- "conosceva solo di veduta".
Il giudice Mezzacapo, lo abbiamo già visto, non era un uomo curioso, e perciò non importunò il Natalizio, non gli ordinò di descrivergli qualcuno di quei galantuomini: quieta non movere. Nella notte tra il 22 e il 23 i compari di Pollena, Vincenzo Vecchione il Foriere e Giacomo Ferriero il Caciottone , scesero nel loro paese a procurarsi "sicheri". All’alba tornarono, ma a metà dell’ascesa, avendo sentito spari in direzione del colle Sant’Angelo, capirono che l’avventura era conclusa. Sul colle la mischia fu breve. Rimasero sul terreno 6 o 7 briganti, tra cui un Fabiano di Afragola e un napoletano detto il Guastatore. Soldati e guardie nazionali non diedero tregua agli scampati, e gli arrestati non ebbero pietà di quelli che erano riusciti a trovare un varco tra le maglie della rete.
Le guardie nazionali di San Giorgio a Cremano arrestarono Francesco Ottajano, figlio di Raffaele, l’oste di Sant’ Anastasia che "arruolava sbandati": il giovane aveva le "mani e il viso sudici di polvere da sparo, e in tasca poca stoppa incatramata.". Confessò subito d’essere andato a Portici per consegnare una lettera di Barone al Conte Caracciolo di Torchiarolo, "che già era in grave sospetto al Governo e sorvegliato di P.S.". Mentre lo portavano a Napoli, l’Ottajano vide nella folla Leonardo Di Gaetano, e “spontaneo“ lo indicò alle guardie: “prendetelo, forniva cibo alla banda per ordine di Andrea Tarallo.“.
La mattina del 26 agosto 40 guardie nazionali di Somma, guidate da Enrico e Carlo Giova, e una compagnia di bersaglieri al comando del maggiore Calcagnini salirono sul monte per eseguire "le più minute ricerche nelle pagliare e cascine sospette di ricovero dei briganti." Trovarono un uomo che, rannicchiato dietro una roccia, mugolava “come stranito“; in una mano stringeva la coroncina del Rosario, nell’altra una pistola di grosso calibro. Gli domandarono cosa facesse. Vincenzo Terracciano rispose che stava recitando il rosario.
La pistola, le 22 cartucce, le stagnarole e i proiettili a caprioli, che i bersaglieri dissero di avergli trovato addosso, ne segnarono il destino. I soldati lo trascinarono a Sant’Anastasia e all’alba del 27 lo fucilarono.
(Foto: Gouache di Alessandro D’ Anna, “Donna di San Giovanni a Teduccio”,1785)

