Il Patapart, poster, rivista, gioco dell”Istituto Napoletano di Patafisica, è allo stesso tempo contenuto e forma. Oggetto d”arte esso stesso.
«Scienza delle soluzioni immaginarie», paradosso, parodia, eccesso, gioco, ironia. Un pensiero, uno stile di vita, una filosofia. Niente di chiaro e definito, solo così non si tradisce l’essenza della patafisica. Solo se si rinuncia ad una interpretazione univoca, «scientifica» si ha accesso al punto di vista patafisico sulla realtà. Al di là della fisica Aristotele inserì la meta-fisica, al di là della metafisica, Alfred Jarry creò la Patafisica, alla lettera «ciò che è vicino a ciò che è dopo la fisica».
Corrente artistica e culturale che si sofferma sulle eccezioni che affiancano le teorie e i metodi propri alla scienza. Non-scienza non si occupa del generale ma del particolare, non delle regole ma delle eccezioni.
Giacomo Faiella è l’artista napoletano che cura «l’assemblaggio» della rivista d’arte Patapart, ci spiega la sua storia e gli intenti della rivista. «La nascita del Patapart risale al 2000», ci spiega, «rappresenta il momento di rinascita della patafisica, che dagli anni ’70 è stata occultata per volere dello stesso collegio francese. Il 2000 è l’anno in cui l’artista Mario Persico (esponente del movimento nuclearista, ndr) diventa rettore dell’Istituto di Patafisica di Napoli e direttore artistico della rivista».
Il Patapart è esso stesso un oggetto creativo, come si è venuti al formato attuale?
«Mario persico voleva un tipo di rivista che spezzasse la rigidità del formato libro, man mano si è raggiunto il formato attuale, che però consente di creare qualcosa di sempre diverso, è un poster, si chiude con forme diverse. Un’altra cosa interessante è l’utilizzo dello sfrido. Ogni numero porta in prima pagina forme ritagliate, così di volta in volta, lo sfrido viene utilizzato come inserto, a volte come oggetto di utilità, come può essere un segnalibro, a volte con pura funzione estetica».
Come avviene la scelta degli argomenti e dei materiali?
«La rivista è allo stesso tempo un modo per denunciare, per questo ci teniamo alla nostra totale autonomia, economica ed intellettuale. Così, ad esempio, il numero otto è stato dedicato alle banche, ai temi del signoraggio, con un editoriale di Maria Martini. L’autonomia è un valore assoluto, si può spaziare dai temi più scottanti di attualità a temi di bizzarra importanza, mantenendo intatto l’impegno nell’operazione. Dall’altro lato l’aspetto ludico è fondamentale, è un principio della stessa patafisica: niente è afferrabile nella sua interezza, c’è un eccesso di serietà da parte di tutte le istituzioni, la patafisica ne denuncia l’autoreferenzialità intrinseca.
Scelto l’argomento il materiale viene scelto tra tutto quello che viene inviato, sia per i testi che per le immagini. L’istituto si fa spesso da ponte con Istituti di Patafisica internazionali, e capita di inserire materiale inviato da altri istituti».
Come riuscite a mantenere intatta l’autonomia?
«Sotto un profilo economico, il Patapart si sostiene grazie alle sottoscrizioni, ma soprattutto grazie all’inserimento di serigrafie all’interno di un numero limitato di copie che vengono acquistate da collezionisti. La rivista è annuale e la distribuzione è soprattutto interna, postale, sia a livello nazionale che internazionale».





