COSA ACCADRÁ DOPO? DILEMMI E APORIE

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Il dialogo di questa settimana del prof. Giovanni Ariola,si sofferma sul cinismo dei centri di potere ed economico e sugli egoismi dei politici nostrani.

Il prof. Piermario è tornato finalmente dalla Libia, precisamente da Bengasi dove ha lasciato carissimi amici, provati tutti chi più chi meno dalla guerra, e tanto lavoro da fare. È turbato, inquieto, roso da dubbi lancinanti su tutta la vicenda della guerra civile, del prima e del dopo, sulle motivazioni dell’intervento della NATO e sulle finalità nascoste di questa operazione c.d. umanitaria.

Ha appena finito di leggere il libro di Paolo Sensini (“Libia 2011”, con prefazione di mons. Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, Ed. Jaka Book, Milano, 2011) che svela retroscena a dir poco sconcertanti, con la tesi, sostenuta da alcuni osservatori, di una presenza di Al-Qa‘ida nelle truppe rivoluzionarie che hanno rovesciato il governo del Colonnello, che potrebbe influenzare e dare una impronta terroristica e fondamentalistica allo scenario politico che si è andato delineando nel dopo Gheddafi (o dopogheddafi). Ancora più inquietante l’altra tesi strettamente correlata con la prima, che i paesi Nato, in primis gli USA, fossero ben consapevoli della composizione delle forze ribelli in campo e ciò nonostante avrebbero dato il loro appoggio, che si è concretizzato in una lauta fornitura di armi anche sofistificate, ripetendo così un clichè che era stato seguito prima in Afghanistan al tempo dell’occupazione sovietica e in seguito in Iraq.

Ecco perché è così restio a rispondere alle domande che i colleghi gli rivolgono sulla sua esperienza in quella terra ormai non più uno “scatolone di sabbia” come la definì circa cento anni fa Francesco Saverio Nitti, ma uno dei paesi più ricchi del continente nostro dirimpettaio e del Medio Oriente per i suoi giacimenti di oro nero.
Ora è intento a leggere un brano del diario che il filosofo francese Bernard-Henry Levy ha pubblicato alcuni giorni fa in Francia con il titolo “La Guerre sans l’aimer” per le edizioni Grasset. Tra l’altro lo ha colpito e ora gli martella la mente una domanda che l’intellettuale rivolge al presidente Sarkozy : “Cosa accadrà il giorno dopo la vittoria?”. È così assorto che non s’accorge dei colleghi né ode il loro saluto.

– Piermario – lo scuote, toccandolo su una spalla, il prof. Geremia – capisco il tuo dispiacere ma dovresti reagire, metabolizzare, rimuovere…se ti può aiutare, parlane con noi…
– “Tu vuo’ ch’io rinnovelli/ disperato dolor che ’l cor mi preme/ già pur pensando, pria ch’io ne favelli.” Ho visto tanti morti…e bambini barbaramente trucidati…Purtroppo, lo so bene, le rivoluzioni e le guerre in determinati momenti storici sono una necessità ma alla fine a chi giova tutto questo orrore? E penso ai tanti crudeli burattinai di turno che tramano, ordiscono e muovono le fila per i loro interessi.

– Sono questioni – osserva il prof. Carlo – che chiamano in causa i centri di potere politico ed economico del nostro mondo globalizzato, la cinica spartizione delle risorse del pianeta: ormai siamo ad un incontrollato libero mercato e lo slogan in voga è “arraffi chi può” e chi può… arraffa e detta le regole
– Noi Italiani ne sappiamo qualcosa – commenta amaro il prof. Eligio – costretti come siamo a render conto all’Europa…

– Da lamentare – continua il prof. Carlo – che manca in Europa una direzione politica unitaria, che stabilisca regole e linee di comportamento da valere per tutti e alla fine abbiamo l’impressione non infondata che alcuni paesi dell’Unione contino più degli altri, ma questo avviene non perché quei paesi più forti prevalgano, piuttosto perché gli altri sono troppo deboli e soccombono. Di qui la necessità per i deboli di riacquistare forza e credibilità per potersi sedere alla pari con i partners europei e insieme fronteggiare le sfide del mercato globale.

– Questo dovrebbero capire i nostri politici – ribatte il collega Eligio – Invece, più la situazione peggiora e più i vari schieramenti partitici s’imbozzolano nel loro particulare e s’invischiano in inutili quanto esiziali bizantinismi

– Dici bene – concorda il collega Geremia – stiamo assistendo ad un tragico balletto linguistico, che sarebbe comico se non ci costasse “lacrime e sangue”, per usare un luogo comune: “un passo indietro”, “un passo di lato”, ancora “un passo avanti”, qualcuno già parla del “sentiero dei passi perduti”…Ho udito anche un neologismo orribile “i passindietristi” (coloro che hanno consigliato e consigliano al premier di fare un passo indietro, insomma di sparire una buona volta, risalendo alle alte sfere da cui è graziosamente disceso) che fa da pendant con l’altro mostro lessicale “malpancisti” (alias gli scontenti, o i ribelli o i traditori…Che scialo sinonimico!)

– È davvero insopportabile – continua il prof. Eligio – questo continuo violentare il linguaggio. Alcuni commentatori di eccelsa cultura di cui fanno spudoratamente sfoggio, hanno sfoderato termini specialistici per descrivere e anche rappresentare la realtà attuale…l’hanno definita “cataforica”, volendo intendere una condizione a mezzo tra la sonnolenza e il coma…Altri, filosofeggiando, parlano di una realtà aporetica, ossia dominata da una dubitatio (dubbio, incertezza) generalizzata rigurgitante di dilemmi, trilemmi e perfino polilemmi (“si dimette o non si dimette?”, “si dimette ma…resta o si dimette e… sparisce”, “governo tecnico, elezioni anticipate o nessuna delle due?”, “Monti, Alfano, Maroni, Dini – sic – o, perché no, Scilipoti come nuovo capo del governo? …e così lunga via enumerando).

– Ora che siamo giunti ad un capolinea e si parla della fine della seconda repubblica (passerà questa alla storia come l’epoca del berlusconismo e dell’antiberlusconismo?) – riprende il prof Geremia – ora che prende piede la possibilità di uscire dalla crisi, nominando un governo di tecnici con a capo il prof. Mario Monti, si è già scatenato un putiferio
– Sono già cominciati – ribatte il collega Eligio – gli attacchi mediatici e speriamo non si metta in moto la famigerata macchina del fango (bella metafora per campagna diffamatoria a mezzo stampa o anche “metodo Boffo” per antonomasia).

Ho già letto su un giornalucolo la frecciata malevola di un opinionista di grido che oggi come oggi ha ancora voglia di scherzare: “come può fare un Monti quello che non è riuscito a fare un Tre-monti?”. Un altro avverte l’illustre economista che è pericoloso accettare (lui Monti) l’invito del Colle e stia attento che da Monti si può scivolare a valle… Perfino ho udito un prete (forse ispirato dallo Spirito Santo) ventilare, e sventolare, sogghignando divertito, l’ipotesi che Monti potrebbe entrare a Palazzo Chigi papa e uscire cardinale, anzi perfino semplice sacerdote…C’è pure un mio conoscente, un poveraccio, invece, che è rimasto e se ne sta tuttora basito dal turbinio di belle notizie che gli si rovesciano addosso, e si limita a mormorare “Chi ’a vo’ cotta e chi ’a vo’ crura…che babbilonia! (= Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda …Che baraonda, che confusione!).

– Cari colleghi – non può far a meno di intervenire il prof, Piermario – state riferendo un chiacchiericcio becero, petulante spesso qualunquistico…anche in una situazione così drammatica non si può accettare tutto quello che ci sarà ammannito, per usare un eufemismo…non bisogna derogare da certi principi né si possono tradire i valori per i quali si è sempre combattuto, quindi apriamo gli occhi e capiamo cosa veramente sta succedendo, soprattutto siamo pronti a impedire che a pagare questa crisi siano i soliti deboli

– Hai ragione caro Piermario – dice preoccupato il collega Carlo – ma ora ci troviamo in un mare tempestoso, cerchiamo prima di non affondare, poi penseremo come poter salire su un’altra nave più solida e più giusta per tutti, a costo di costruirne una nuova.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

A SCUOLA SI ANTICIPANO LE “PULIZIE DI PRIMAVERA”

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Le dimissioni di Berlusconi porteranno anche un cambio del ministro della Pubblica Istruzione. È vero che il centro-destra ha badato solo a tagliare la spesa, ma col centro-sinistra le cose non andarono diversamente. Di Ciro Raia

Da qualche giorno si vive un clima da “cambio di governo” in tutto il Paese. Nonostante la drammatica e preoccupante situazione delle Borse, serpeggia, ovunque, una moderata speranza di cambiamento. Nella scuola c’è un’atmosfera particolarmente vivace, perché -più delle implicazioni personali per valori, ideologie, cultura, modi di esporsi e partecipare orientati verso il centrodestra o verso il centrosinistra (ma anche, marcatamente, verso la destra o verso la sinistra)- si respira un vento (una quasi certezza) da “cambio di ministro”.

Si sa, alla fine di ogni esperienza, le colpe dello sfascio sono sempre dei vertici e, nella fattispecie, del ministro in carica. Si chiami Maria Stella Gelmini o Beppe Fioroni, Letizia Moratti o Luigi Berlinguer fa lo stesso. C’è da dire, però, che, pur se ogni giorno investiti da continua mancanza di senso, solo raramente si è messa in discussione la deludente politica scolastica governativa degli ultimi quindici/venti anni, considerandola una diretta emanazione di un sistema governativo coscientemente così costruito! Dalle stanze del centrodestra, infatti, la politica nei confronti della scuola (pubblica) è emersa come animata solo da una volontà punitiva: i docenti fannulloni e vacanzieri impenitenti, l’organizzazione aziendale con i pacchetti produttivi, la subordinazione gerarchica, gli standard d’apprendimento livellati e la valutazione meritocratica.

L’esatto contrario dell’altra sponda, il centrosinistra, dalle cui stanze, invece, ha spirato sempre l’aria di una politica scolastica di tipo eccessivamente rivendicativo, del tutto inadeguata a tradursi in occasione di rinnovamento serio, programmato e non demagogico.
Il piano di intervento scolastico del centrodestra dell’ultimo decennio ha avuto un solo leitmotive: il risparmio, la riduzione della spesa. Basta, per questo, rileggere la motivazione del ritorno al maestro unico nella scuola primaria (L. 169/2008), giustificata, unicamente, dall’esigenza di perseguire “gli obiettivi di razionalizzazione di cui all’articolo 64 del dl 25 giugno 2008, n.112”.

Precedentemente, negli anni di avvicendamento alla guida del Paese, quando era toccato al centrosinistra, non è che le cose fossero andate molto diversamente. Più fumo che arrosto, più forma che sostanza, più dichiarazione di intenti che riforme sensate e convinte: la demagogia degli organi collegiali, un poco chiaro concetto di collegialità (corresponsabilità, unanimità, maggioranza o altro?), il concorsone e i gradoni, una frettolosa revisione dei curricoli.
Forse, è inopportuno ma vero pensare che nessuno dei due schieramenti politici, negli ultimi quindici/venti anni, ha mai avuto in mente una sana e corretta politica per la scuola. Destra e Sinistra si sono contrastate, quasi sempre, contrapponendosi nelle scelte, abolendo (non migliorando) quanto fatto dagli altri, revisionando programmi e sistemi, abbandonandosi alla micidiale logica dello spoil system.

Una logica, quest’ultima, che, oltre a contrapporsi a quella del merit system, ha generato una distribuzione di incarichi, cariche e responsabilità unicamente agli affiliati della parte politica che aveva vinto le elezioni. Una sorta di “vae victis (guai ai vinti!)”, un monito per gli sconfitti: ai vincitori spetta il bottino! Così, è capitato che in poco più di un decennio si siano succeduti tre tentativi di riforme ordinamentali (riforma dei cicli di Berlinguer, riforma Moratti [2004] e riforma Gelmini), tre indirizzi programmatici (i contenuti essenziali del 2000, le Indicazioni Nazionali del 2004 e le Indicazioni per il curricolo del 2007) e tre riforme della valutazione della professione docente (il concorsone di Berlinguer, il tutor della Moratti e l’incentivazione (la premialità) ai docenti migliori della Gelmini).

In questa continua partita a dama, però, mentre le pedine bianche o nere (dipendeva da chi era al governo!) di Viale Trastevere si muovevano sulla scacchiera della politica, in contemporanea, è capitato che si sia perso di vista il progetto di scuola tracciato dalla Costituzione Repubblicana e imperniato sull’istruzione obbligatoria e gratuita, per almeno otto anni, come diritto e dovere di ogni cittadino! Si sono persi di vista, purtroppo, la scuola intesa come bene comune e l’alunno, che deve essere l’unico e privilegiato fruitore, con i suoi diritti, con i suoi doveri, con i suoi bisogni.

Allora è, forse, per questo che in questi ultimi giorni, in ogni scuola italiana si sta vivendo un clima di speranza, quasi, da pulizia di primavera. È come se si stesse, infatti, prossimi ad aprire le finestre, ad arieggiare la casa, a battere i tappeti e a spolverare i mobili. Ma non è solo con la speranza che può cambiare la scuola. Sono troppi i guasti prodotti negli ultimi anni e la scuola non è altro che lo specchio di una società in decadenza, senza ideali, senza motivazioni, senza risorse e senza cultura. Ci sarà pure qualcuno che l’ha voluta ridurre così?

Spesso c’è venuto fatto di parlare del padrone che vi manovra. Di qualcuno che ha tagliato la scuola su misura vostra. Esiste? Sarà un gruppetto di uomini intorno a un tavolo con in mano le fila di tutto: banche, industrie, partiti, stampe, mode” (Don Milani, Lettera a una professoressa, 1967). Diabolico, forse, è stato accettare, sostenere e, talvolta, difendere le logiche e le giustificazioni di quel “gruppetto di uomini intorno a un tavolo” per contiguità partitica, per simpatia, per fede o solo per vigliaccheria. Però, è confortante, ora, prenderne atto: sta riemergendo, di nuovo, la speranza che qualcosa possa cambiare, nella società come nella scuola! Ed insieme sta riprendendo quota la voglia di reinveistire nell’arma formidabile dell’istruzione (in struere= costruire su).

Nei corridoi e nelle sale delle scuole continuano, però, le litanie contrapposte: “Preside, ci sono molti ragazzi non hanno ancora i libri, non studiano, non capiscono, rallentano l’apprendimento dei pochi bravi, necessitano di immediati provvedimenti punitivi, non mi lasciano finire il programma…”. E subito un altro coro rincara: “Preside, sono disoccupato, se avessi i soldi non comprerei i libri a mio figlio? Preside, abbiamo uno sfratto in corso; mio figlio non vuole più venire a scuola, perché si sente respinto, non si sente accettato, gli hanno già detto che sarà bocciato”.

Credo che la scuola potrebbe fare moltissimi progressi se cercasse i modi per aiutare gli studenti a realizzare il loro potenziale invece di etichettarli quando non lo fanno”? (Carol Dweck, 2000). Non fosse altro che per questo, perciò, che è assolutamente necessario che le nuove politiche scolastiche, siano molto meno aziendalistiche e si sforzino di dare, invece, un senso concreto a parole come istruzione, educazione, formazione. Un impegno, insomma, teso a costruire una scuola, che cerchi seriamente di eliminare gli errori (tempi, spazi, strutture, programmi, metodi e conoscenze inadeguati, individualismi) e smetta di condannare unicamente gli erranti (gli alunni che perde e/o boccia).
(Fonte foto: Rete Internet)

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L’IMPRENDITORIA NEI TERRITORI CON ORGANIZZAZIONI CRIMINALI (PARTE II)

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Cosa può succedere quando l”imprenditore continua a lavorare e produrre, eventualmente crescendo ed incrementando la propria produzione in presenza di organizzazioni criminali sul territorio.

Nel precedente articolo si è discusso delle modalità di adattamento che l’imprenditoria può assumere quando vive nelle zone con una qualunque concentrazione di organizzazioni criminali, che influenzano il comportamento operativo delle imprese.
Come detto non tutte le imprese reagiscono in modo uguale alla presenza delle organizzazioni criminali:
• Vi è chi chiude l’attività;
• E vi è chi continua a lavorare e produrre, eventualmente crescendo ed incrementando la propria produzione.

Per ciò che riguarda la seconda tipologia, rispetto alla modalità di adattamento alla presenza di organizzazioni criminali sul territorio, nel libro di R. Cantone e G. Di Feo “I Gattopardi” si mostra per l’appunto la suddetta tipologia di comportamento dell’impresa, che può avere due sottomodalità:
• Chi diventa più competitivo sul mercato, riciclando denaro sporco tramite la propria impresa;
• E chi invece utilizza le organizzazioni criminali instaurando un franchising, tramite una forma di estorsione classica, dove i clan impongono l’assunzione di familiari in cambio di protezione.

In quest’ultima sottomodalità, il soggetto solitamente mantiene un basso profilo. È un soggetto estremamente razionale, calcolatore, il quale tende ad essere sfuggevole e asociale.
Una immagine che non rispecchia il profilo tipico di un imprenditore, secondo l’immaginario comune.

Il magistrato Raffaele Cantone nel succitato libro afferma che in un indagine con la Guardia di Finanza, si è notata “una mappa della diffusione che non assomiglia ai classici esordi aziendali: in genere le aziende tendono a concentrarsi, anche per rendere più semplici rifornimenti e gestione. Mentre queste attività risultavano disperse in più territori”.

Nell’esempio riportato ci troviamo di fronte ad un imprenditore del petrolio, che rientra nella seconda sottomodalità comportamentale di adattamento, per il quale i camorristi erano un vero e proprio service. Gli garantivano servizi. La protezione era uno di questi. Nessuna società lecita offre prestazioni simili: una copertura rischi completa.
“In pratica in questo caso ci troviamo davanti a un nuovo modo di fare imprenditoria in cooperazione con la mafia: l’imprenditore non è una vittima ma un partner consenziente”.

In questi casi non è semplice contestare il reato di associazione mafiosa né tantomeno il concorso esterno. Dato che il soggetto, il nostro imprenditore, non è inserito in un clan di riferimento specifico, ma è un imprenditore che in qualche modo utilizza i clan.

Una figura inedita. Non è un riciclatore esterno al clan e non è nemmeno un affiliato o un favoreggiatore. Siamo ai confini, del concetto di associazione a delinquere.
Un caso difficile da individuare dato il carattere borderline del modo di agire dell’imprenditore.

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ADESCATI E SEDOTTI AL BELLINI

“Dignità Autonome di Prostituzione”, di Luciano Melchionna, per l”ultima sera a Napoli. Luci rosse per uno spettacolo che trasforma il teatro, lo restituisce agli spettatori in tutt”altra esperienza.

Si trasforma già l’ingresso del Teatro Bellini, musica e lanterne rosse sulla strada. Lo spettacolo è un’enorme giostra, un’unica grande macchina teatrale in cui il teatro è il «bordello», gli attori le «prostitute». Si ri-vive il teatro secondo un’esperienza forte e coinvolgente, che consente di abitare anche la struttura in modo assolutamente insolito. Si entra. Si acquista il biglietto e si hanno in cambio i «dollarini» la moneta locale per poter acquistare le «pillole di piacere», i monologhi degli attori. Si assiste dapprima alla «presentazione della casa» con la sua «famiglia» fatta di prostitute, gigolò, maitresse, poi si procede alla «giostra», gli attori «adescano» gli spettatori, promettendo di saper regalare un’esperienza indimenticabile, così si innesca un «gioco seduttivo» in cui gli spettatori sono protagonisti, sono artefici della propria scelta, chiacchierano con gli attori, decidono chi seguire.

Scelto l’attore, si viene accompagnati dalla maitresse in corridoi e scale, si ha accesso a luoghi del teatro in cui probabilmente non saremmo mai potuti entrare, si passa nei camerini, sul palco del teatro, nei corridoi riservati agli artisti, si entra anche negli uffici, si vedono le grucce con gli abiti di scena e le parrucche, non si può che lasciarsi prendere da questa giostra!
Gli attori intanto girano per il teatro come noi, capita di incontrarne per le scale, quando entrano ed escono dai camerini in cui si «offrono» agli spettatori, riempiono il teatro di suggestioni, performance, musiche, canti. In platea intanto c’è sempre qualche attore intento a sedurre, una «fantasmina» che volteggia tra gli spettatori, un palchetto su cui si esibiscono musicisti e performer per intrattenere i clienti che intanto aspettano il proprio turno.

Così a noi è capitato di girare in lungo e largo e chiacchierare con diversi attori fino a quando abbiamo scelto con chi «consumare». La prima «pillola di piacere» la gustiamo con «il Dritto» un intenso monologo della bravissima Rosaria D’Urso, ci capita di aspettare che l’attore si «conceda» costretti ad attendere finché la camera/camerino non sia finalmente libera, intrattenuti dalla maitresse di turno che ha il compito di contrattare i prezzi e di rallegrare i clienti.
Tornati in platea veniamo attratte da «il Nella», al secolo Gianluca Merolli, che ci fa dono di una «pillola» del tutto inaspettata, assolutamente lontana da ogni aspettativa creata in platea e nel percorso sulle scale. Se in platea i modi erano quasi aggressivi, sicuramente sopra le righe, lo scopriamo invece capace di tutt’altri toni nel monologo.Una prova da attore vibrante ed intensa.

L’ultima «pillola» che il tempo ci concede di consumare è con «Lia», Daniele Russo, la direttrice del bordello. È lei a portarci in uno degli uffici in cui si vedono alle pareti affisse tracce della storia del teatro, locandine, foto, è come entrare in un luogo segreto. Il racconto di Lia è doloroso e sarcastico, molto trascinante, Daniele Russo coinvolge il pubblico anche in una vera e fisica partecipazione alla performance.
Gli attori sono tutti molto bravi, capaci di sorprende, di passare rapidamente dal personaggio di seduzione che mostrano in platea al personaggio della performance e viceversa senza alcuno strappo.

La grande giostra racchiude sensi e significati dell’offerta che l’attore fa di se stesso, sempre e comunque in ogni sua performance: nell’atto teatrale l’attore offre se stesso, il suo corpo, le sue abilità, regala emozioni, ed è assolutamente esposto al giudizio del pubblico, senza alcuna griglia di protezione.
Non abbiamo avuto la possibilità di godere delle pillole di «Gnegno», al secolo Adriano Falivene, e di «il Non Lo Voglio Sapere», Giovanni Bussi, da cui siamo state sedotte e corteggiate in platea.
Gli attori sono talmente bravi che si esce con la voglia di tornare, di vedere gli altri, di provare tutte le «pillole».

SE GLI STUDENTI IN GITA DETENGONO DROGA

Quest”oggi parliamo del possesso di droga da parte di uno studente e del allontanamento temporaneo dalla scuola, anche se non è stato accertato il reato in sede giudiziale.

Il fatto
I genitori di uno studente di un liceo scientifico statale hanno impugnato il provvedimento di sospensione dalle lezioni del figlio che aveva fatto seguito all’accadimento avvenuto in occasione ad una gita scolastica. In tale occasione i carabinieri avevano avvicinato e perquisito due studenti, da tempo seguiti, e gli avevano trovato addosso una quantità di hashish sufficiente per confezionare da 40 a 60 dosi di “fumo”.

I genitori in sede di giudizio hanno sostenuto la insussistenza allo stato attuale di un reato che giustifichi l’allontanamento dello studente dalla comunità scolastica di due mesi e mezzo. I genitori sostengono altresì che manca l’avvenuto accertamento della commissione di un reato e stupisce che l’istituzione scolastica, anticipando la stessa magistratura, abbia espresso un verdetto di colpevolezza.

Dalla lettura della trascritta disposizione, al Collegio non pare che sia necessario per l’applicazione della sanzione disciplinare l’accertamento del reato da parte dell’Autorità giudiziaria. È l’organo disciplinare che deve verificare, nell’ambito delle sue competenze e per le finalità sue proprie, se i fatti verificatesi possano integrare gli estremi del reato. Come giustamente osservato dalla difesa erariale, il processo penale ed il procedimento disciplinare riguardante gli studenti di scuole statali muovono su binari paralleli che perseguono scopi diversi: il processo penale mira infatti ad accertare la colpevolezza dell’imputato nel mentre l’azione disciplinare ha la finalità di sanzionare comportamenti in violazione dei doveri degli studenti come indicati nell’art. 3 citato DPR n. 249/1998.

Pare quindi al Collegio che l’organo disciplinare possa prescindere dall’esame se -ed in altra sede- vi sia stata applicazione delle norme di diritto processuale penale, risultando sufficiente ai fini dell’azione disciplinare che sia avvenuto un fatto previsto dalla legge come reato. Nella specie dall’istruttoria effettuata nonché dall’accertamento reso dall’Arma, detto presupposto risultava sussistente atteso che all’Organo di disciplina i due studenti avevano dichiarato che avrebbe consumato la sostanza con i compagni di viaggio.

Quanto poi al profilo, pure dedotto dai genitori, di non corrispondenza della durata dell’allontanamento con la gravità del reato, a sua confutazione basti osservare che, oltre allo “scandalo” che l’accadimento ha destato nella comunità locale e l’immagine negativa che ne ha avuto l’Istituto scolastico (alcuni genitori sono intenzionati a ritirare i loro figli da detta scuola per iscriverli in altri istituti), nel caso il possesso della droga fosse passato inosservato dalla partenza dall’Italia e scoperto dalla autorità della Grecia si sarebbe incorsi nella ipotesi di spaccio internazionale di droga, con ripercussioni non solo sui due allievi ma sulla l’intera comunità scolastica in viaggio, ivi compresi i docenti accompagnatori.

Il sorvolare sull’accadimento ben potrebbe determinare nella locale comunità scolastica il convincimento che l’assunzione di droga (magari in modeste quantità, “tiro” alla sigaretta preconfezionata con hashish) sia fatto del tutto trascurabile, nel mentre è evidente interesse educativo della scuola, oltre che delle famiglie, stigmatizzare e da subito detti comportamenti “adolescenziali”, stante il rischio dell’assuefazione e che quindi dalle droghe leggere si passi a quelle pesanti.

Se è pur vero, poi, che la scuola deve essere vicina agli studenti più manchevoli, è altrettanto vero che in casi gravi (e questo lo è) l’allontanamento rimane l’estremo rimedio atto a far comprendere il disvalore delle azioni commesse. Comunque, e rientrando nel campo più propriamente giuridico, l’allontanamento per un periodo superiore a 15 gg. è una sanzione pur prevista dall’ordinamento, e legittima quando è applicata secondo le procedure.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – sede di Bari Sez. I, con – Sentenza n. 4172 del 15-09-2004, ha respinto il ricorso.

LA RUBRICA

QUEI COMPROMESSI CHE HANNO SVENDUTO TERRE E AGRICOLTURA

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La Festa del Ringraziamento dei prossimi giorni, ci offre lo spunto per riflettere sull”importanza del lavoro agricolo e sulla necessità di promuoverlo tra i giovani. Sviluppo e crescita passano anche dal sano uso delle risorse naturali…

Ad Acerenza il prossimo 13 novembre la Chiesa italiana celebrerà la importante Festa del Ringraziamento, al termine di un anno agricolo, segnato anch’esso dalle conseguenze di una grave crisi economica e finanziaria. È occasione per riflettere sullo “stato di salute” delle nostre campagne. Anche da noi l’agricoltura sta morendo e quasi nessuno lavora più la terra, che dà ancora da mangiare a tutti.

Nel tradizionale Messaggio, la Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace afferma che senza Dio “viviamo nell’egoismo, nella chiusura del cuore e delle mani, nel latifondo e nei respingimenti, nell’inquinamento delle terre, nella speculazione sul grano, nel lavoro nero degli immigrati, il nostro pane diventa pietra e serve a innalzare muri tetri e invalicabili”. Al contrario “se con la forza del Vangelo e la chiarezza della dottrina sociale della Chiesa sapremo porre Dio al vertice di ogni nostra fatica, allora ogni lavoro diverrà pane che sazia, le nostre mani si apriranno all’accoglienza fraterna e gli immigrati saranno accolti e rispettati nella loro dignità di persone”.

“Così il grano biondeggerà sulle nostre colline – continua il Messaggio -, per farsi pane condiviso, offerto al cielo da comunità ospitali e vivaci, fedelmente vicine alla gente dei campi e delle montagne”. Se la terra sarà amata come dono gratuito che viene dall’alto e che ci è stata affidata, allora sarà anche custodita da imprenditori agricoli intelligenti e attivi, capaci di speranza, pronti a investire, per “intraprendere” anche con notevoli rischi economici.

E qui i vescovi benedicono “l’opera di quei giovani imprenditori che hanno scelto di ritornare alla terra, nel lavoro agricolo. Essi sono cresciuti più del sei per cento in tutta Italia, indice di un riscoperto amore alla terra, scelta per vocazione e non per costrizione. È consolante constatare che proprio nell’agricoltura le nuove leve stanno ritrovando dignità e forza”.
Il Messaggio conclude dicendo: “Non basta, però, ammirare chi investe nella terra. Questi giovani vanno aiutati e accompagnati, a cominciare da un chiaro impegno educativo, È un impegno che parte dalla scuola, dove si apprende la stima per ogni arte e ogni impiego. Tutti i lavori hanno pari dignità, perché è l’uomo a dare dignità al lavoro e non il lavoro a rendere grande l’uomo: il lavoro, infatti, è fatto per l’uomo!

In quest’azione di sostegno e promozione, è decisivo il ruolo degli istituti di credito: pensiamo, in particolare, alla nobile tradizione delle casse rurali, oggi banche di credito cooperativo, nate all’interno delle comunità ecclesiali e che tanto hanno giovato a trasformare le campagne, costituendone un elemento di garanzia e di sviluppo sociale, economico e culturale. È anche evidente che, in una crisi tanto dura, non dovranno certo essere le campagne a pagare il prezzo più alto. Per questo va rilanciata la cooperazione, perla di autentica crescita in tante terre d’Italia”.
Dobbiamo accogliere con forza questo Messaggio di impegno e di speranza per il nostro territorio, a vocazione altamente agricola. L’agricoltura, qui, più che altrove, va rilanciata con forza e coraggio. C’è bisogno di vere e serie politiche agricole, che assicurino pane, lavoro e sviluppo alla nostra terra.

Mi sorge spontanea una domanda: quali e quanti compromessi politico-clientelari ha ideato la nostra classe dirigente per permettere insediamenti industriali (vedi Fiat a Pomigliano) o commerciali (vedi Cis, Interporto, Vulcano buono nella zona di Boscofangone) in una terra tra le più fertili e feconde d’Europa, tanto da essere definita Campania felix?
Se vogliamo veramente dare speranza ai nostri giovani bisogna assolutamente puntare sulle risorse naturali della nostra gente: l’agricoltura, l’artigianato, i beni culturali e il turismo.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

FAUST

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A metà strada tra Goethe e Mann, Alexsandr Sokurov rilegge il mito del Faust con il suo stile inconfondibile fatto di lunghe carrellate e immagini deformate, per chiudere con un personaggio della letteratura il suo discorso sul potere.

Oltre ad essere uno dei più importanti registi contemporanei, a Sokurov non manca certo l’ambizione. Dopo aver girato un intero film con un unico piano-sequenza (Arca Russa) ed essersi lanciato nella biografia rivisitata di tre grandi personaggi del Novecento (Hitler, Lenin, Hirohito), il regista russo chiude la sua tetralogia sul potere con una trasposizione libera del Faust di Goethe.

Il risultato – premiato con il Leone d’Oro a Venezia – è un’opera affascinante e morbosa, la cui forza quasi inaccessibile si sprigiona ad ogni inquadratura, misteriosa ma potente.
Nelle precedenti opere della trilogia Sokurov aveva letto la grandezza tragica del potere scegliendo di metterne in luce alcuni aspetti particolari. Dalla chiave grottesca per l’Hitler di Moloch alla solennità dell’imperatore giapponese ne Il sole, passando dal degrado cui porta l’esercizio del potere (Stalin e Lenin in Taurus), il filo conduttore era sempre rappresentato da un ribaltamento dei canoni classici associati al potere, cercandone invece il dettaglio ridicolo, pietoso, sofferente.

Attraverso le vicende del dottor Faust, Sokurov arriva all’ultimo tassello del suo discorso, il più complesso. L’uomo di scienza, affascinato dal potere della conoscenza, rimane inquieto perché l’essenza della vita, il piacere, la carne, il denaro, si sottrae al suo dominio, rimanendo comunque una fonte di desiderio inevitabile.
Sokurov sceglie di concentrarsi su alcuni passaggi dell’immensa costruzione di Goethe, mettendo al centro della scena l’idea che il potere – inteso come dominio – sia un assillo dell’uomo e che la strada per la piena conoscenza passi – qui è il tragico – dalla discesa nell’inferno della carne.

La grandezza di questo film sta nelle scelte stilistiche di Sokurov, capaci di creare un perfetto equilibrio tra il testo classico e la rappresentazione. Pur prevedendo gli stacchi del montaggio, il Faust ricorda l’idea che è alla base dell’Arca russa: lunghe sequenze che riprendono i personaggi in continuo movimento, frenetici e spesso accatastati gli uni sugli altri nelle inquadrature. In questo fluire continuo, le scene memorabili sono tante, costellate da simboli e trovate di regia mai inutili. Accanto alle lunghe sequenze, Sokurov prende dai suoi precedenti film anche l’espediente delle lenti deformate, dipingendo in modo espressionista, nei momenti di maggiore intensità, i volti dei suoi personaggi.

Il Faust di Sokurov è un uomo che non conosce la quiete. La ricerca degli aspetti sconosciuti della vita – centro del film – porta alla completa assenza di staticità, ad un nevrotico spostarsi da un ambiente all’altro, con personaggi che irrompono nell’inquadratura spesso soffocando il protagonista, costringendolo al contatto con la materialità dell’esistenza. Volti brutti, sporchi, alternati alle carni piacevoli e bianche di donne nude, accompagnano l’errare instancabile di Faust, sottoposto ad un baccanale dei sensi orchestrato da un Mefistofele ripugnante e sofferente perché condannato alla solitudine.

La simmetria della composizione è straordinaria. Il film si apre sull’immagine dell’organo maschile di un cadavere sezionato da Faust, tra carni putride, in un ambiente sporco e sgradevole. Nel momento di massimo piacere, a contatto finalmente con la bellezza pura di Margarethe, la camera indugerà sulla luce del corpo femminile nudo. Il cammino tormentato di Faust lo porterà da un corpo all’altro (dalla conoscenza lineare della ragione a quella ingestibile dei sensi), in un percorso di formazione dove la logica del potere si ritrova nella capacità di affrontare tutte le esperienze umane. Stravolto alla fine di un viaggio onirico e surreale, il dottor Faust potrà gridare al mondo di essere l’unico trionfatore, perché in possesso della conoscenza completa.

Tuttavia, i borbottii fuoricampo di Mefistofele ricordano il prezzo da pagare per arrivare a questa forma di potere. La completezza dell’esperienza umana richiede la debolezza del piacere. Dietro il trionfo rimane come un’ombra l’aspetto sgradevole di un’icona alla quale abbiamo trasferito quanto di più basso e malevolo risiede nell’animo umano.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Alexsandr Sokurov, con Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla.
Durata: 135 minuti
Uscita nelle sale: 26 ottobre 2011-11-10
Voto 8/10

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“PAZZI E POETI”. LE STRISCE LIVE A MARIGLIANO

Venerdì 11 Novembre “Le Strisce” saranno ospiti della rassegna musicale organizzati da Radio Entropia alla Loggia dei Pirati di Marigliano.

Dopo il successo delle prime due serate con Foja e The Niro continua la rassegna di Radio Entropia. Ospite di turno la band Campana che ha partecipato al festival di Sanremo dello scorso anno presentando il brano «Vieni a Vivere a Napoli». Testo in cui si fondono rabbia e amarezza quasi urlati contro il pubblico con strofe che cantano i luoghi comuni e le realtà contraddittorie e violente della città, «Vieni a vivere a Napoli, potremmo farci rapinare nei vicoli, ti porto a cena tra la diossina e il mare non crederai all’opinione generale?». Freschi della pubblicazione del loro ultimo disco «Pazzi e Poeti», le Strisce rappresentano l’impegno di Radio Entropia sul territorio di Marigliano.

Gli organizzatori, con una vena di amarezza e di orgoglio si considerano «l’ultimo baluardo, o gli ultimi pazzi, a cercare di offrire musica indipendente al pubblico campano. Questo non senza molte, moltissime difficoltà». Si legge sulla pagina del blog di Radio Entropia «Credo fortemente nella provincia di Napoli. Molto più del Centro Città. Osteggiati da una certa cultura napoletana che vede nella provincia una realtà meno figa e più provinciale. Andiamo avanti convinti che i limiti che il centro di Napoli ha sono invalicabili, e che il futuro è sempre più nostro. Certo, sempre che riusciamo a superare i limiti propri della provincia e cercare, anzi, di sfruttarli a nostro piacimento.

Perché Faenza è riuscita a diventare il polo della Musica Indie Italaina? Faenza e non Bologna …»
Prossimi ospiti a salire sul paco il gruppo DUB rivelazione InDUbStry, i francesi Ulan Bator, il cantautore napoletano Francesco di Bella, voce dei 24 grana. Concluderanno la prima parte della stagione Il Genio, con un concerto atteso per il 16 Dicembre.
(Fonte Foto: Rete Internet)

GLI ATTI PERSECUTORI ED IL REATO DI STALKING: PRIMI BILANCI

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A poco più di due anni dalla legge contro lo stalking, il Ministero per le pari opportunità evidenzia l”aumento delle denunce. Di parere opposto l”Osservatorio nazionale sullo stalking, che invece ne registra un calo. Di Simona Carandente

Più di due anni fa, ed in particolare nell’aprile del 2009, veniva introdotto nell’ordinamento italiano il reato di "atti persecutori", comunemente noto come stalking, con lo scopo di rendere perseguibili in sede penale tutta quella serie di comportamenti a carattere persecutorio, posti in essere nei confronti di vittime predesignate, di tenore tale da ingenerare persistenti stati di ansia o paura e costringere le stesse a mutare le proprie abitudini di vita.

Una legge da perfezionare, a tratti assolutamente lacunosa, che ha però consentito a migliaia di persone di liberarsi, almeno per un periodo determinato, dei loro molestatori: stando ai dati forniti dal Ministero per le pari opportunità, si sarebbe registrato un trend in costante crescita, con 568 denunce nel gennaio 2010 e più di 1300 tra gennaio e febbraio 2011, con una media nazionale di 100 stalker arrestati al mese in media. Dati incoraggianti, per i quali il numero di persone rivoltesi alla giustizia, per denunciare la condizione di vittime di atti persecutori sarebbe in costante ascesa, implicando di riflesso una generale e diffusa fiducia nella macchina della giustizia e nel regolare funzionamento di quest’ultima.

Tuttavia, di opposto tenore appaiono i dati dell’Osservatorio nazionale sullo stalking, per il quale invece le denunce di atti persecutori sarebbero in calo, addirittura del 25 %, potendo il fenomeno ascriversi alla sfiducia verso l’autorità ma anche ai costi della giustizia che, specie per chi non può accedere al gratuito patrocinio, continuano ad essere inaccessibili. Il vero problema, denunciato dall’Osservatorio nazionale ma non solo, rimane quello della tutela della vittima, sia durante il processo che dopo, posto che la misura cautelare del divieto di avvicinamento prevista dalla norma ha una durata limitata nel tempo.

Accanto alla tutela penale, sia in sede giudiziaria che strettamente cautelare, mancano infatti degli strumenti di repressione delle condotte illecite di carattere rieducativo, quali ad esempio la previsione di un percorso di risocializzazione per gli stalker, coadiuvato da psicologi specializzati, con lo scopo di recuperare sia l’autore del reato che la serenità delle vittime.

Tuttavia, sul territorio nazionale è già dato registrare interventi in tal senso, anche se a carattere eminentemente privato: sono sorte, difatti, associazioni volti al recupero degli autori di tali reati, mossi il più delle volte da sentimenti di gelosia, timore dell’abbandono, incapacità di digerire un rifiuto, tutti chiara espressione di un enorme disagio psicologico e personale non arginabile con la sola misura cautelare. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA POP ART ITALIANA: ANGELI, FESTA, ROTELLA E SCHIFANO ALLA DOMUS ARTIS DI NAPOLI

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Alla Domus Artis Gallery a Chiaia un” occasione per riunire gli artisti che, partendo dal Caffè Rosati e dalla Galleria della Tartaruga, diedero vita ad uno scambio alla pari con la pop art americana.

La Domus Artis Gallery festeggia quest’anno i primi due anni di attività. Aperta infatti nel novembre del 2009 nel cuore del quartiere Chiaia di Napoli, la galleria procede in perfetta sintonia con la linea di tendenza inaugurata dalle altre storiche gallerie d’arte contemporanea napoletane, da quella di Lucio Amelio a quella di Lia Rumma.

Un luogo che è diventato, in questo breve periodo, un punto di riferimento grazie al suo concept che prevede l’alternarsi dei lavori di giovani talenti con opere di maestri dell’arte contemporanea già affermati e storicizzati. E allora ecco un nuovo capitolo per la storia della Domus Artis che rappresenta il prolungamento ideale di un percorso che, in passato, ha portato alla galleria alcuni lavori di mostri sacri del Novecento come Andy Warhol, Keith Haring e Roy Lichtenstein. Si tratta di “Italian Pop Art – Franco Angeli, Tano Festa, Mimmo Rotella, Mario Schifano” a cura di Andrea Ingenito, mostra mirata a riunire i protagonisti italiani di quella tendenza capitale per l’arte contemporanea che fu la Pop, le cui conquiste e geniali soluzioni sono a tutt’oggi ancora un punto fermo di molti artisti.

La forma d’arte “popolare” maturata negli anni sessanta negli Stati Uniti in netta contrapposizione con l’estremo intellettualismo dell’Espressionismo Astratto (vedi Jackson Pollock), incarnava appieno lo spirito di quell’epoca, consacrazione di una società dei consumi spinti all’eccesso, e di cui la Pop (il cui appellativo va inteso correttamente non come arte del popolo o per il popolo ma, più precisamente, come arte di massa, prodotta in maniera seriale) dava la visualizzazione compiuta, rivolgendo l’attenzione ai miti, ai linguaggi e agli oggetti della società consumistica. La Pop Art, insomma, attingendo a quel cosmo di soggetti mediatici che imperversavano nel quotidiano della vita americana, senza rivestire le proprie soluzioni di alcun concettualismo oscuro, risultava perfettamente coerente con la società di massa che l’aveva prodotta.

Gli italiani, di fronte al vento pop d’oltreoceano non potevano stare a guardare; a Roma negli anni sessanta i giovani talenti che colsero le novità di Warhol e co. si riunivano presso il Caffè Rosati a Piazza del Popolo o presso la Galleria della Tartaruga di Plinio de Martiis. Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli, Pino Pascali, Lo Savio e Jannis Kounellis furono alcuni dei protagonisti di quella che venne celebrata, successivamente, come Scuola di Piazza del Popolo. La mostra napoletana, dunque, intende valutare le varie risposte degli artisti di quella generazione che aveva subito la fascinazione “popolare” statunitense, declinando ciascuno in maniera personalissima il verbo secondo Warhol.

Le opere degli artisti nostrani evidenziano, ovviamente, una matrice pop, ma soprattutto un modus operandi tutt’altro che pedissequamente improntato alla mera copia del modello a stelle e strisce; tecniche e soluzioni differenti, concordi con la sensibilità di ciascuno di loro. “Un americano a Roma” fu Mario Schifano, che nei suoi preziosi smalti esprimeva con lucidità come qualsiasi messaggio potesse avvenire solo attraverso i simboli della società di massa (basti pensare alla stretta parentela delle sue opere con “Coca Cola” con le serigrafie di Andy Warhol). Da Schifano si passa agli “emblemi” di Franco Angeli, simboli dei poteri forti stabilmente consolidati nel presente e nel passato, e poi alle eleganti rivisitazioni del passato di Tano Festa, che rivolge l’attenzione a cimeli di nobile origine, prelevati a brani o a spicchi.

Un’ulteriore attenzione riguarda le operazioni grafiche di Mario Rotella e i suoi celebri effaçage (abrasione), consistenti in un procedimento in positivo dove l’artista “cancella da una pagina tipografica l’immagine che ritorna allo stadio d’impronta”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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