Streghe, santoni, istigatori e vittime: ci inoltriamo in un mondo di impulsi, paure e credenze che ha propagato la sua energia fin dentro il Novecento. Di Carmine Cimmino Da “La Repubblica“ dell’ 11 giugno 2008: “Un libro scritto da una studiosa, Gaetana Mazza, su documenti dell’ Inquisizione conservati nell’archivio diocesano di Sarno, Curia diocesana di Nocera Inferiore – Sarno, ha scatenato la furia di una entità che sembrerebbe un fantasma da operetta se non fosse reale: la censura ecclesiastica.
All’autrice, che aveva inviato cortesemente una copia al vescovo della diocesi prima di mettere in distribuzione l’opera già stampata, è stato intimato di mandare al macero l’intero secondo volume dell’opera che riproduceva documenti d’archivio (definiti “testi di dubbia delicatezza, che potrebbero scandalizzare non poco il lettore“ ) e di sottoporre il primo volume all’esame di una commissione ad hoc al fine di emendarlo secondo quello che sarebbe stato imposto.”.
I volumi già stampati vennero distrutti, perché la curia diocesana di Nocera Inferiore-Sarno sostenne che la studiosa “non aveva un regolare permesso di riproduzione dei documenti storici”. Nel 2009 il lavoro di Gaetana Mazza venne ristampato e distribuito dall’editore Carocci: con la presentazione di Adriano Prosperi, che è un sontuoso documento di nobile sdegno per “un caso tanto strano da sembrare inventato“. “Streghe, guaritori, istigatori “- questo è il titolo del libro- descrive un cosmo di impulsi, di paure e di credenze, che ha propagato la sua energia fin dentro il Novecento: durante l’epidemia colerica del 1893 i medici di Ottajano furono costretti a registrare i nomi di alcuni “infetti“ che, dopo aver ricusato “assolutamente le cure dell’arte medica, perché dubbiosi dei medici e delle autorità“, inutilmente avevano cercato di salvarsi con pozioni e unguenti di erbe.
Le streghe, i santoni, gli “istigatori“ e le loro “vittime“, nei termini di una uguale pena di vivere, che la sensibilità della studiosa coglie e registra in ogni suo aspetto, sono parti di una stessa trama di valori culturali: la magia naturale, i riti della religiosità popolare, il sapere dell’esperienza che ha radici negli strati più remoti di una civiltà millenaria, edificata lungo il fiume dei Sarrastri, di fronte al Monte di fuoco. E mentre scrivo sale alla superficie della memoria e si delinea davanti ai miei occhi, prima confusa, poi, a poco a poco, più nitida, l’immagine di Chiarina, una gentile donna di Sarno, che, non pochi decenni fa, tre volte alla settimana veniva a Ottaviano sul carretto del fratello, a vendere gli ortaggi della sua terra ferace, e, aggiustandosi continuamente sul naso, con nervosa timidezza, gli occhiali troppo larghi, descriveva alle donne, strette intorno a lei in mezzo al cortile, le virtù delle lattughe, delle cipolle, e degli “odori”: il sedano, il prezzemolo, il basilico. Racconta il libro di Gaetana Mazza che a metà del Settecento una donna di Sarno, Teresa, imparentata con una delle più antiche e più note famiglie della città, confessa a un frate francescano, delegato del vescovo, di aver ceduto alle lusinghe della magia per vincere il tormento della “tristezza“: la malinconia depressiva, “affezione“, allora, esclusiva delle nobildonne innamorate o in cerca dell’amore. Un giorno, mentre Teresa stava in cucina con altre persone, davanti al focolare, è apparsa , manifestandosi solo a lei, una donna, non bella, ma elegante nel parlare: in seguito, avrebbe confessato di essere “delle pagliare di San Gennaro“, di San Gennaro di Palma.
Ella dà a Teresa una “piccola cartella“ in cui c’è una misteriosa “polvere“: che la malinconica ingoia. Ma quando, alcuni giorni dopo, la donna di San Gennaro, manifestandosi nello stesso modo, le consegna altre “tre cartelline di polvere“, la signora “triste“ chiede consiglio al confessore, il quale getta nel fuoco la malefica medicina. La donna di San Gennaro ricompare, rimprovera Teresa perché non ha saputo mantenere il segreto, la invita a incontrare, di notte, tre sue amiche, che l’aiuteranno a guarire. L’incontro avviene su “una loggia“ della casa: Teresa viene invitata dalle quattro donne a buttar via tutte “le devozioni dei Santi“ che porta addosso. Ma non riescono a convincerla: e perciò prima che l’alba rischiari il cielo, le quattro “magare“ scompaiono, e non si faranno più vedere.
Teresa si affida agli esorcisti patentati, la cui diagnosi non pare assai diversa da quella delle “donne diaboliche“: le dicono che la sua “tristezza“ è provocata dai “malefici ritrovati più volte e di varie maniere in camera e in letto, come pure nelle proprie vesti “. I rimedi consigliati contro “la fattura“ sono i soliti: medicine spirituali, e cioè la fede in Dio, la preghiere e le reliquie dei Santi, e la medicina naturale del digiuno penitenziale a pane a acqua.
La “polvere“ della “magara“ di San Gennaro compare in molte situazioni analoghe, tra il Seicento e il Settecento: è probabile che fosse non una diabolica mistura, ma quel sale di sassifraga, che Giovan Battista della Porta, centocinquanta anni prima degli incontri della malinconica sarnese, consigliava come purgativo potente contro tutti gli umori che inquinano l’apparato della digestione e quello dei sentimenti: questo sale “ti farà immune dal cibo e dal pane velenato, e ti guarda dalla peste e dall’infezione dell’aria pestilenziale…ammazza i vermi, purga il sangue, provoca il sudore, giova assai nella cura del mal francese (la sifilide).
Il sale cavato dalla pimpinella, se uno lo mangia per tre giorni, per ogni tre mesi, per tutto il tempo della sua vita, lo farà sicuro dalla idropisia, etica (la tisi) e apoplessia… conferma il corpo meravigliosamente dallo aere pestilente. “. Riservando per un altro articolo la splendida storia della strega Palmetella chiudo con una preghiera e con uno scongiuro recitati da due donne di Sarno, e diffusi, fino a ieri, in tutto il territorio: Sant’ Anna vecchia potente, aprite l’uocchie e tinitice mente./ quanno ‘o remmonio nce vene a tentà, Vuie, Sant’ Anna, nc’ avite aiutà.
Sant’ Antò, cammina tu / lengua santa, parla tu. / Trirece grazie faie o iuorne.
(Foto: Quadro di Salvator Rosa, “Le tentazioni di Sant’ Antonio”




