Le domande dei lettori sono uno spaccato della realtà a cui un giornale non può rinunciare. Le risposte del prof. Giovanni Ariola, poi, sono pezzi unici e rari.
Anna Maria da Scafati scrive: “Mi sono sempre arrabbiata quando ho udito persone del centro-nord d’Italia che sottolineavano, ripetendo per lo più luoghi comuni, i difetti dei meridionali e in particolare la loro incapacità cronica di essere precisi, la loro evasività (leggi: superficialità). Purtroppo ho dovuto constatare di persona che certe accuse non sono semplici stereotipi, bensì giudizi fondatissimi. L’altro giorno alla stazione di Napoli della Circumvesuviana ho chiesto al bigliettaio a che ora avrei potuto prendere il prossimo treno per Scafati e mi sono sentito rispondere:
“Probabilmente… alle 18,15”. Sono rimasta esterrefatta. “Che significa probabilmente? ” – ho chiesto appena mi sono riavuta dal doloroso stupore. “Signurì, – mi ha risposto l’impiegato senza scomporsi – significa che ogni tanto sopprimono qualche treno…”. Peggio che andar di notte! “E quando si sa se sopprimono quello delle 18,15? “. “Signurì, voi guardate sul display, se il treno non compare, significa che l’hanno soppresso…”
Possibile che qui, a Napoli, le cose non cambino mai?
Risposta – Intanto bisogna distinguere le situazioni ordinarie da quelle di eccezionalità in cui si verificano casi di emergenza che, come sempre e come è comprensibile, si caratterizzano per la mancanza di regole e percorsi operativi precisi. L’episodio che lei racconta si riferisce credo proprio ad una di queste ultime. Tuttavia non si può negare che l’evasività sia un tratto caratteristico del modo di pensare e di comportarsi del napoletano, anzi inerisce alla sua “filosofia”. Il napoletano infatti non ama illudersi (troppe volte lo ha fatto e quasi sempre ha pagato lo scotto della delusione), tantomeno, specie quando il suo cuore sul quadrante umorale quotidiano segna altruismo e generosità, ama illudere gli altri. Nella fattispecie, un bigliettaio settentrionale alla sua domanda, avrebbe risposto seccamente e precisamente, secondo orario ufficiale, “Alle 18,15”.
Punto e basta, non ritenendo suo dovere aggiungere altro. Il napoletano, no. Qualcuno direbbe che non sa farsi i fatti suoi, ma non per la sua natura di impiccione, quanto per un naturale istinto a porgere un aiuto, a dare una mano, ad essere utile, a soccorrere chi gli sta vicino o di fronte e che si trova o potrebbe trovarsi in difficoltà. Il bigliettaio napoletano con quella parola probabilmente ha voluto suonare un campanello, mandarle un segnale, insomma avvertirla di quello che poteva accadere di spiacevole e raccomandarle di non farsi illusione per non soffrire poi per un’ eventuale delusione, anzi di prepararsi psicologicamente al peggio.
Come vede, non sempre l’evasività meridionale è un disvalore, in certi casi può addirittura tornare utile e risultare così positiva.
Marcello S. da Terzigno scrive – Siamo alle solite. Assistiamo impotenti all’invasione (è il caso di dire barbarica) della nostra lingua da parte di termini stranieri, quasi tutti inglesi. È un fenomeno che purtroppo si intensifica ogni giorno di più. Il guaio è che fino a ieri bastava munirsi di un buon vocabolario di italiano, adeguatamente aggiornato, per conoscere il significato di questi “barbarismi”, ma il numero delle parole immigrate è tanto e tale che i vari dizionari non ce la fanno più a tener loro dietro e a registrarle. Per fortuna che c’è internet e la benemerita Wikipedia che sopperisce…E ormai di internet si può disporre anche camminando per strada o viaggiando in treno…Con tutti gli iPhone e smartphone che sono in commercio.
Si può dire che si ha il mondo dello scibile… in pugno. Comunque, è un fastidio interrompere la lettura di un giornale per cercare la parola ostica che ti sbuca all’improvviso sotto gli occhi. L’altro giorno leggevo in treno “Il Sole 24 ore” (8/01/2012), nell’inserto domenicale Nòva, c’è la rubrica “Crossroads” di Luca De Biase…per tale termine non ho avuto difficoltà, so che significa per aver consultato tempo fa il dizionario…quindi ho cominciato a leggere: “In Italia, forse i garages costano troppo. Sicché il mito fondativo delle nuove aziende non è quello tipico della Silicon Valley ma si svolge in una pletora di luoghi. Cantine e appatamenti, incubatori e stabilimenti dsimessi…Ma anche in Italia, per i giovani che incontrano tante difficoltà per entrare nel mondo del lavoro, una strada sempre più vera sembra essere quella della creazione di start-up …” Start-up?
Che sarà mai? Avevo dimenticato a casa il mio gingillo elettronico e ho dovuto, divorato com’ero dalla curiosità, chiedere ad un giovanotto seduto al mio fianco, che smanettava beato il suo smart nuovo fiammante di controllarmi il significato dell’oggetto misterioso…Piuttosto seccante, non crede?”
Risposta – Sì, oltremodo seccante, anche perché il ragazzotto, sicuramente digital native, (ormai si chiamano così, no, quelli nati nell’era digitale?), avrà acconsentito alla sua richiesta ma avrà condito la sua prestazione generosa con un sorrisetto di beffarda commiserazione. Ma anche questo caratterizza il nostro modernissimo tempo. Per tornare alla questione principale, quello che rende insopportabile questo uso così spregiudicato e invasivo di termini stranieri, è la moda, cui indulgono certi giornalisti e scrittori, dell’ostentazione della parola straniera stessa, quasi che questa potesse dare lustro e valore ad uno scritto mediocre. A rendere più grave il vizietto è la noncuranza (mi auguro non voluta) degli scriventi per i loro eventuali lettori che possono anche essere non acculturati e addottorati come loro.
Eppure, fermo restando che la circolazione di certe parole è oggi e sarà in avvenire inarrestabile, vivendo noi volenti o nolenti in un mondo globalizzato, faccio notare che basterebbe davvero poco per rendere accettabile questo fenomeno di anglicizzazione della nostra lingua, anzi per farlo diventare un’occasione di arricchimento culturale e una ulteriore possibilità comunicativa. Ecco, al termine start-up, lo scrivente poteva aggiungere, traducendo, “…ossia di imprese nuove, imprese nascenti”. Signori giornalisti, vi costa fatica ricorrere alla solare (in senso metaforico) congiunzione “ossia” (meglio della troppo abusata e ormai dai più aborrita “cioè”) per illuminare e rendere conoscibili (fruibili) tante camere oscure?
Gennaro Z. da Pozzuoli scrive – A proposito delle parole che potrebbero caratterizzare il nostro tempo, di cui si parlava nell’articolo di Lingua in laboratorio (“Il Mediano” del 19/12/’11), vorrei indicare anche “sfiducia” e “fiducia”. La realtà politica, sociale e soprattutto economica ci spinge alla sfiducia più completa sul futuro che ci aspetta, specialmente noi giovani. Eppure sappiamo bene, e non perché ci è raccomandato da più parti fino alla noia, che se non teniamo accesa una fiammella, anche se esile e tremolante, di fiducia, siamo veramente perduti.
Risposta – Sfiducia e fiducia fanno parte, linguisticamente parlando, di una famiglia semantica straordinariamente viva nella nostra travagliatissima epoca. Proviamo ad elencare. Parole positive: fiducia, fiduciario, fiducioso, fidente, fede, fedele, fidare, fidarsi, affidarsi, fidato, affidabile etc. Parole negative: sfiducia, sfiduciare, sfiduciato, diffidare, diffidenza, infido, perfido, perfidia, inaffidabile etc. È vero, oggi la nostra società inclina a coniugare e declinare più le parole negative che le altre. Ma, non per essere o per invitare ad essere stupidamente e superficialmente ottimisti, bensì per consigliare un sano e produttivo realismo, si consideri che non mancano coloro che hanno scelto e quindi militano nel campo delle parole positive. E dunque, non ci resta che scendere anche noi nel campo giusto e operare di conseguenza. O è da rottamare il vecchio saggio: l’unione fa la forza?
Quanto a voi giovani, non vi scocci leggere l’ennesima esortazione, stavolta proveniente da una persona davvero eccezionale che ve la invia dal silenzio inquieto, preoccupato ma nobilmente attivo dei suoi novantuno anni compiuti: “Ma tu, giovane amico, puoi farcela ad affrontare le difficoltà di cui ti so, fin d’ora, realisticamente consapevole.. Se non ti spaventa l’impegno, se vorrai e saprai mobilitare e investire le tue risorse di intelligenza, di volontà, di coraggio, di forza morale, riuscirai a percorrere con soddisfazione la strada del futuro. Guarda avanti, perché non sfuggano alla tua attenzione sentieri nuovi, mai praticati; non aver paura di osare, devi sperimentare e sperimentarti.” (Carlo Azeglio Ciampi, “A un giovane italiano”, Rizzoli, 2012, pag.39).



