La nostra è una società multiculturale e multireligiosa. Eppure, ancora prevale la paura del “diverso”. Dobbiamo educarci alla “Convivialità delle differenze”. Di Don Aniello Tortora
Domenica prossima sarà celebrata dalla Chiesa italiana la tradizionale “Giornata nazionale per le Migrazioni”. Questa occasione ci dà l’opportunità di riflettere sul grande fenomeno di tanti nostri fratelli che lasciano, per povertà e mancanza di lavoro, le loro radici per venire nel nostro Paese.
In Italia noi cristiani siamo invitati a guardare agli oltre 5 milioni di persone, di cui quasi un milione di fedeli cattolici “differenti” per tradizioni e riti, ma anche ai 4 milioni di italiani all’estero, la quasi totalità dei quali cattolici, che hanno formato comunità importanti soprattutto in Europa e nelle Americhe.
Le comunità cattoliche di immigrati in Italia come le comunità cattoliche di emigranti nel mondo hanno costituito e costituiscono un valore aggiunto nell’esperienza cristiana di molte comunità di antica e nuova tradizione cristiana. Le une e le altre comunità, costituite soprattutto da giovani, sono risorse importanti per la società, ormai plurireligiosa e multirazziale.
Le note della cattolicità della Chiesa trovano nell’incontro tra popoli, nelle migrazioni un luogo fondamentale di espressività. In questo senso le migrazioni sono – ricorda il Papa – “un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”, un segno dei tempi per rileggere la nostra vita cristiana, confrontandoci con chi proviene da mondi e chiese differenti. Lasciare soli i migranti, abbandonarli, respingerli o non considerarli nelle nostre comunità significa perdere persone importanti per ripensare e ridisegnare la Chiesa, ma anche la città, con “nuove progettualità politiche, economiche e sociali”.
Lavoratori e famiglie migranti, richiedenti asilo e rifugiati, studenti internazionali – le categorie di migranti che Benedetto XVI ricorda nel Messaggio – sono tre luoghi pastorali per verificare e ordinare la vita delle Chiese locali anche in Italia, “evitando forme di discriminazione”, favorendo “il rispetto della dignità di ogni persona, la tutela della famiglia, l’accesso ad una dignitosa sistemazione, al lavoro e all’assistenza”. Occorre evitare il rischio – che fu anche per gli italiani in 150 anni di storia italiana – che le migrazioni corrispondano alla perdita e all’abbandono dell’esperienza di fede, magari motivate anche da una debole testimonianza della carità oltre che da una fede chiusa verso il nuovo o incapace di esprimersi in maniera rinnovata: evitare il rischio per i migranti “di non riconoscersi più come parte della Chiesa” – dice il Papa.
Possiamo, tenendo presenti queste affermazioni, senz’altro testimoniare che il tema e l’esperienza della comunione ecclesiale come realtà articolata e plurale è la base per costruire il rispetto e la promozione di un universalismo differenziato anche nei rapporti con le culture e le tradizioni religiose presenti oggi sul nostro territorio. Il fenomeno della globalizzazione e della mobilità crescente mentre favorisce nuove (e fino a ieri insospettate) possibilità di scambio tra i popoli, alimenta pesanti conflittualità, dovute alla presenza di tradizioni e di costumi diversi, talora radicalmente alternativi.
L’odierna società multiculturale e multireligiosa stenta a trovare la strada di un confronto pacifico e arricchente; prevale la paura del «diverso», considerato come un potenziale attentatore della propria identità (soprattutto se debole) o, inversamente, l’atteggiamento della «sfida», nel caso in cui si vanti un’identità totalizzante, caratterizzata dalla tendenza a imporre la propria visione religiosa o ideologica agli altri.
Di fronte a questa situazione, in cui è forte la tentazione della chiusura, sono fondamentali atteggiamenti ispirati all’ascolto, all’accoglienza e alla ospitalità nei confronti dello «straniero», superando tanto il modello dell’assimilazione che nega la differenza, quanto quello della tolleranza che mantiene la distanza, e promuovendo una forma di integrazione, che si sforzi di trasformare la multiculturalità e la multireligiosità in interculturalità e in interreligiosità. Dobbiamo sempre più, in altri termini, educarci, come diceva don Tonino Bello, alla “convivialità delle differenze”.
(Fonte foto: Rete Internet)





