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RAGIONANDO ATTORNO A UNA PARTITA DI CALCIO

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Gol fatti e non visti, schiaffoni agli avversari, calcio scommesse. Continuiamo a vedere le partite di calcio forse per il piacere di scoprire i trucchi. Di Carmine Cimmino

La bruttezza del presente ha valore retroattivo (Karl Kraus)

Una partita di calcio può essere un modello del sistema sociale, una spia del ruolo che vi giocano l’abilità, il caso, l’intelligenza e la fortuna. Diceva Brera che “nel prillare di una sfera padroneggiata dall’uomo qualcuno ha visto espressa l’armonia dei mondi“. L’armonia di questo nostro mondo non esclude che i calciatori, in quanto uomini, si facciano corrompere. L’ultimo scandalo del calcio italico è di tali proporzioni che uno dei magistrati impegnati nelle indagini ha proposto un’amnistia generale: tirare fuori dal cesto le mele che sono tutte marce, definitivamente marce, e preparare nuove regole. Non se ne farà nulla.

Il giro delle scommesse è un vortice che sposta in rapido volo, da un angolo all’altro del pianeta, milioni di euro, i conti in rosso espongono i club “al ricatto e alla pressione della criminalità organizzata“ (Tito Boeri, La Repubblica, 4 giugno 2011), il potere del danaro é tale che l’organizzazione dei mondiali del 2022 è stata assegnata al Quatar. Lo scandalo del calcio italico ha suscitato un’indignazione da teatro: abbiamo tentato di esprimere stupore e avvilimento, ma non ci siamo riusciti. Abbiamo detto tutti: si sapeva già. Pare che solo i presidenti delle società e i dirigenti federali non si fossero accorti di nulla. Del resto, se ci fossimo meravigliati di meraviglia vera, avremmo dimostrato di essere degli incompetenti e degli ingenui. È difficile liberare noi Italiani dall’idea che non c’è partita – negli stadi e fuori dagli stadi – che non si possa truccare: e se si può truccare, è già truccata.

Ma continuiamo a vedere le partite di calcio: forse per il piacere di scoprire i trucchi. Massimo Cacciari ha scritto (La Repubblica, 28 febbraio) un luminoso commento sulla baraonda che si è scatenata intorno alla partita Milan – Juve, a causa del gol che era gol, ma non è stato gol, perché l’arbitro e il guardialinee non hanno visto la palla superare la linea bianca della porta. “È stata una tragedia“: così ha sentenziato un giocatore del Milan: lo stesso che nella partita contro il Napoli aveva mollato, di soppiatto, un papagno ad Aronica, rendendosi protagonista di una delle scene più disgustose che mi sia toccato di vedere negli ultimi anni: si è nascosto dietro il compagno, ha finto di toccargli la spalla, e facendo il distratto ha rifilato lo schiaffo all’avversario.

Non mi pare che la società, l’allenatore e i compagni l’abbiano rimproverato per la plateale slealtà: è uno che fa i gol, che vince da solo le partite, e la ragion di stato viene prima di ogni altra cosa. Ai geni si perdona tutto: si sa che sono eccentrici. Scrive Cacciari che le decisioni di un arbitro di calcio, prese in 2 decimi di secondo, dipendono, prima ancora che dal capire, dal vedere. “Seguo un’azione. Ma nello stesso momento attori della stessa partita si cazzottano lontano dal mio sguardo”. I comportamenti dei giocatori “sono tutti tesi a ingannarmi, ad occultare le loro intenzioni. Fa parte del gioco il farsi gioco di me.”. L’ Arbitro non è al di sopra della mischia: vi è tutto dentro, e l’imparzialità è garantita dal fatto che le due squadre gli sono ostili nella stessa misura, poiché nella stessa misura vogliono farsi gioco di lui.

Se la partita di calcio fosse solo la metafora del duello tra intelligenza e fortuna, tra abilità e caso, sarebbe un modello veramente banale del sistema sociale. Essa è prima di tutto il paradigma di una visione del mondo in cui un Principio Assoluto e Onnipotente traccia senza sosta il limite tra essere e non essere. Nota Cacciari che arbitro e arbitrio hanno la stessa radice: se l’arbitro vede la palla entrare, anche se non è entrata, è gol; se non la vede, non è gol. Anche se la palla ha superato nettamente e chiaramente la linea. L’arbitro è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono: avrebbe detto Protagora.

La baraonda durerà per qualche giorno ancora: ancora per qualche giorno qualcuno chiederà l’aiuto dell’elettronica, proporrà l’installazione di un Occhio meccanico a spiare la linea bianca che separa il non essere gol dall’essere gol. Ma sono certo che alla fine prevarranno le ragioni del buon senso e della filosofia. L’Occhio meccanico può dirci se il pallone ha superato del tutto il confine fatale, ma non può capire se dietro quel gol c’è una giocata leale o una sporca combine: non c’è macchina che possa svelare le intenzioni degli uomini. Per fortuna. L’Occhio meccanico non smaschererà gli imbroglioni che truccano le partite, e nello stesso tempo ci toglierà lo sfizio di far filosofia intorno a un gol non visto dall’arbitro, e di dar ragione, con stizza, a Platone e ai filosofi idealisti, per cui nulla è più falso e ingannevole di ciò che i nostri sensi, e soprattutto i nostri occhi, percepiscono.

Sono anni che viviamo in un teatro in cui illusionisti più o meno bravi cercano di sfilarci la verità da sotto agli occhi, di persuaderci che ciò che non è invece è, e viceversa. Noi assistiamo ai giochi di prestigio con il sorriso di superiorità di chi è convinto di capire ogni trucco, di essere immune dall’inganno. E invece il prestigiatore ci trascina a poco a poco dentro i suoi numeri, ci abitua all’idea che tutto si possa manipolare, e capita così che questo gioco dell’ingannare e dell’ingannarci sulla verità delle cose, dei pensieri e dei sentimenti contamini e corrompa la nostra interiorità e la nostra capacità di provare passioni, e ci renda inautentici.

Se anche piazzassero sulla linea bianca un infallibile Occhio meccanico, saremmo pronti a credere, soprattutto noi che facciamo il tifo per le squadre minori, che un Grande Vecchio, un Comitato Segreto e l’ Ordine del Banco Magistrale possano, quando e come vogliono, truccare anche l’ Occhio meccanico, e far sì che la linea bianca della porta sia come la crisi economica: c’è. Per quasi tutti. Per altri, pochi e fortunati, non c’è.

È l’amarissimo insegnamento di una partita di calcio: non serve fare gol, se il Giudice Arbitro non dichiara che è gol. Il risultato della partita è quello che l’arbitro scrive nel suo referto. La verità del referto annulla la verità dei fatti realmente accaduti sul campo, sotto migliaia di occhi vigili. La legalità delle carte, anche quando è fittizia, produce la sola verità ufficiale. A proposito di legalità. Mentre scrivo, mi dicono che durante l’ultima seduta del Consiglio Comunale di Ottaviano è stata tenuta una lezione magistrale, a due voci, sulla legalità. Aspetto con ansia la pubblicazione del verbale. Serve una rinfrescata alle mie conoscenze su tanto tema.
(Quadro di Carlo Carrà, “Sintesi di una partita di calcio”)

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