Il prof. Giovanni Ariola risponde ai lettori. Un appello accorato di chi vuole leggere e capire: pubblicate un siglario, per rendere comprensibili le sigle che a decine incontriamo ogni giorno.
Leonardo Z. di Napoli scrive: “Mi è capitato di soffermarmi a riflettere sull’espressione “a sera tarda” e mi sono detto che in effetti le due parole significano la stessa cosa, essendo ‘sera’ derivata da serus –a – um, aggettivo latino che significa appunto ‘tardo’. Credo che sia avvenuto uno di quei curiosi guazzabugli linguistici molto frequenti nella fase di evoluzione del latino e della sua trasformazione in volgare.
Risposta – Proprio così. È il caso di dire che i figli dell’ignoranza sono tutti storpi e talvolta ridicoli. Molti sapranno che il lemma sera deriva dall’espressione hora(m) sera(m) (= ora tarda) come mattina – hora(m) matutina(m) (= ora mattutina), mattino-tempus matutinu(m) (=tempo mattutino), giorno- tempus diurnu(m) (=tempo diurno) e simili. È ben noto anche che nel periodo di decadenza dell’impero romano prima e dopo la sua caduta, riducendosi la cultura negli ambienti ecclesiastici e curiali, anche la lingua dotta fu parlata e usata da un numero sempre minore di persone, mentre la massa usava il sermo plebeius (= la lingua della plebe, del popolino), una sorta di dialetto per intenderci.
Non solo ma, seguendo una tendenza comune in tutti i parlanti nella vita quotidiana nell’intreccio relazionale familiare ed amicale, si apportarono continui cambiamenti alla lingua canonica tra cui elisioni, troncamenti e accorciamenti. Così si prese a sottintendere le parole hora e tempus. Curioso ed esilarante esempio è la vicenda evolutiva della parola fegato il cui etimo è stato individuato nell’espressione latina iecur ficatum: il primo termine = fegato e il secondo = ingrassato con i fichi. Ci si riferiva con tale locuzione all’abitudine dei Greci prima e dei Romani poi di ingrassare alcuni animali, maiali e soprattutto oche, con lauti pasti di fichi, di modo che il fegato si ingrossava e assumeva un sapore più gradevole.
Il primo termine col tempo e con l’aumento dell’ignoranza, scomparve e rimase solo il secondo a indicare il povero organo del corpo umano e animale il quale, per l’importanza che riveste, non meritava di essere così snaturato e perdere la sua identità linguistica.
Ciò detto, l’espressione “a sera tarda” oggi è, dal punto di vista lessicale, ineccepibile perché nessuno pensa più all’etimo latino della parola ‘sera’, ma la usa tranquillamente ed esclusivamente per indicare il periodo di tempo intermedio tra la fine del giorno appena dopo il tramonto e l’inizio della notte. A fianco a ‘sera’ comunque, con lo stesso significato si conservò nel volgare italiano la parola ‘vespero’ [dal lat. vesperu(m)], per intera o nella versione sincopata ‘vespro’. Il lemma sopravvisse fino agli inizi del Novecento soprattutto nel linguaggio dei poeti classicheggianti o negli scrittori che usavano una prosa aulica.
Basti pensare che “Vespro” fu intitolata la terza parte de “Il Giorno” del Parini, ma quasi contemporaneo il sonetto “Alla sera” del Foscolo. Il Carducci utilizza ambedue le parole: “sta il cacciator fischiando/ sull’uscio a rimirar/ stormi di uccelli neri/ com’esuli pensieri/ nel vespero migrar.”(Da “San Martino”), ma altrove “Le passere la sera intreccian voli”(da “Davanti San Guido”). Così anche il D’Annunzio: “In sul vespero, scendo alla radura/ prendo col laccio la puledra brada” (da “In sul vespero”) e “Fresche le mie parole nella sera”(da “La sera fiesolana”). Altrettanto il Pascoli: “M’era la casa avanti/ tacita al vespro puro” (da “Casa mia”) e “Nel giorno, che lampi che scoppi!/ che pace la sera!” (da “La mia sera”) .
Vespro è poi termine liturgico tuttora in uso e indica la nona ora canonica dell’ufficio divino che precede l’ultima, la compieta [dal lat. medievale hora(m) completa(m)].
Ancora oggi, infine, si suole chiamare ‘vespero’ (anche ‘espero’ o ‘stella della sera’) il pianeta Venere quando appare al tramonto del sole.
Laura De Santis di Casalnuovo scrive: “Ieri, leggendo la commedia “Nu frungillo cecato” di Eduardo Scarpetta, mi sono imbattuta in questa frase: “Carmela – Lassateme stà pagliè, che stasera tengo na brutta cimma de scerocco”. Ho sentito questa espressione “cimma de scerocco” qualche altra volta pronunziata da persone anziane, ma non so cosa significa. Me la potrebbe tradurre?
Risposta – Ecco la traduzione “Lasciatemi stare, paglietta (avvocato), che stasera sono molto nervosa (o arrabbiata)”. Aggiungiamo qualche chiarimento e qualche considerazione. “Pagliè” è parola troncata per paglietta (= “cappello di paglia che si usava un tempo all’inizio della bella stagione; nel sec.XIX a Napoli cominciò ad essere considerata distintivo di categoria degli avvocati, per cui la voce è passata ad indicare per scherzo l’avvocato da strapazzo…” Così Francesco D’Ascoli nel suo “Nuovo vocabolario dialettale napoletano”. Diminutivo di paglietta è ‘pagliettiello’ che sempre il D’Ascoli definisce “avvocatuccio, avvocatucolo, avvocato di poco conto e scarsa abilità ”.
Nel dizionario di A. Altamura troviamo registrato anche il diminutivo ‘pagliettella’). Quanto a “cimma de scerocco”, ‘cimma’ significa “cima, culmine” oltre a “pollone, virgulto, (di ortaggi soprattutto); broccolo” (D’Ascoli). ‘Scerocco’ invece è lo scirocco, il vento che soffia da sud (anche da sud-est), dall’Africa settentrionale e, sorvolando il Mediterraneo, si carica di umidità ; arriva quindi sulla nostra penisola infuocato e appiccicoso, nel migliore dei casi rende nervosi, ma spesso, specie quando è al culmine della sua potenza, è capace di fiaccare anche gli organismi più resistenti con il suo caldo-umido soffocante. L’espressione scarpettiana è una metafora, che poi diventa una frase idiomatica nel nostro dialetto in cui abbondano le immagini colorite, per dire che la povera Carmela si sente nervosa e sul punto di esplodere come quando soffia lo scirocco al culmine della sua potenza.
Michela D. di Pomigliano D’Arco scrive: “Sono alquanto indignata per essere costretta a chiedere continuamente a uno dei miei figli il significato di parole straniere, quasi sempre inglesi, che incontro nella lettura del giornale, ma anche nelle operazioni della vita quotidiana. Per esempio, mi ero da poco rassegnata a digerire (ascoltare senza innervosirmi, perfino ad usare nel parlare) parole come mini e supermarket e outlet e ticket, quando, essendomi recata in stazione a comprare un biglietto per Milano, dopo una lunga attesa in fila, allo sportello all’impiegato mi è venuto spontanea rivolgere la domanda: perché non aprite uno sportello in più?. Mi sono sentita rispondere “Signora, se non vuole fare la fila, oggi si può fare il biglietto o al fast ticket oppure on-line con la modalità del ticketless”.
Per il fast ticket non ho avuto problemi di comprensione, perché sulla macchinetta che lo emette c’è l’espressione corrispondente in italiano, ossia “biglietto veloce”. Lo stesso non è stato per ticketless, parola che mi era del tutto ignota.
Perché allora, mi chiedo, questa modalità on-line si deve indicare solo con la parola straniera? A questo sconcio si aggiunge l’altra bella abitudine di parlare per sigle. Lo stesso impiegato delle Ferrovie mi chiede “Vuole il TAV o l’IC?”. Meno male che per pregresse esperienze sapevo di che si trattava e ho potuto rispondere senza fare la figura dell’ignorante e dell’imbranata.
Successivamente, dovendo fare lo stesso biglietto, ho chiesto a mio figlio di farmi questo ticketless e lui l’ha fatto in un momento e mi ha consegnato un foglio dicendomi che era il PNR da esibire al controllore…insomma alla fine sono stata informata che questo PNR significava Passenger Name Record ( le parole corrispondenti in italiano si capiscono, no?), ossia il codice di prenotazione…Tutto semplice, no?
Risposta – Purtroppo certi processi evolutivi legati al progresso scientifico e tecnologico ma anche interdipendenti o semplicemente interagenti con innovazioni e cambiamenti che continuamente si determinano nel campo economico e sociale, non si possono fermare. Tuttavia essi si possono gestire con intelligenza e nel rispetto delle esigenze di coloro che ricevono da certi cambiamenti non solo benefici ma anche disagi e perfino danni. Resta fermo tuttavia il fatto che oggi ogni individuo, nei limiti certo delle sue possibilità , dovrebbe provvedere a istruirsi continuamente per non essere tagliato fuori, a causa di questo analfabetismo funzionale, come è stato recentemente definito, da un sistema e da un tenore di vita più comodo e piacevole, perché facilitato, ma anche per certi versi reso più complesso dalle innovazioni scientifiche e tecniche.
Quanto alle sigle, è vero, è molto difficile districarsi nella selva di questi mostriciattoli lessicali che ci scaraventano addosso sia i media sia enti pubblici e privati. L’altro giorno in una rivista ne ho contate quarantanove delle quali, lo confesso, conoscevo appena la metà . Allora ai giornali, alle riviste, alle associazioni, alle ditte commerciali, alle istituzioni un appello accorato: se volete che le vostre comunicazioni siano recepibili e fruibili, pubblicate un siglario in cui le sigle siano accompagnate dalle corrispondenti forme per esteso e rese così comprensibili. A nome mio e dei lettori che volenterosamente vogliono leggere e capire, grazie!

