Nell”ultimo Consiglio comunale si sarebbe dovuto parlare dell”eterno cantiere di via Cesare O. Augusto. Ben altri, invece, sono gli argomenti venuti fuori dalla discussione. Di Carmine Cimmino
Il verbale della seduta che il consiglio comunale di Ottaviano ha tenuto il 27 febbraio, a leggerlo come un racconto, pare uscito dalla penna di Thomas Pynchon: registra una seduta mossa, un ritmo vivace che non si sviluppa con banale linearità, ma si torce a spirale, baroccheggia: una polifonia, in cui si va dall’impennata enfatica alla smorzata lirica, dall’asprezza polemica alla malinconia memoriale, all’elegia del vogliamoci tutti bene. Molti gli argomenti trattati: storia politica e storia sociale, economia, pedagogia, perfino. E urbanistica: un poco. Forse si è parlato poco proprio del tema che aveva suggerito la convocazione del consiglio comunale, e cioè dei lavori, non si sa se in corso o se sospesi, di via Cesare Ottaviano Augusto.
Ma non fa niente: il cantiere resterà aperto a lungo: c’è tempo per altre sedute del consiglio comunale. Gli interventi dei consiglieri Esposito e Capasso, che stanno all’opposizione, chiamano alla replica due membri della maggioranza. Uno dei due, il sig. Ciniglio Francesco, dice a un certo punto, rivolgendosi a Luca Capasso (pag. 29 del verbale): “ …quegli anni non consentivano a persone come me e come te di venire in consiglio comunale e dire le cose che pensavano con la libertà che c’è ora. Quindi non facciamo i difensori con molta superficialità, perché quella è una parentesi della storia di Ottaviano che non è che ci ha giovato tanto. Allora su questo vi chiederei di non mettere in campo un po’ di revisionismo che oggi si usa molto…”.
Gli anni a cui, secondo il verbale, si riferisce il sig. Ciniglio Francesco sono quelli dell’Amministrazione guidata da Giovanni D’Ambrosio, che nel 1997 fu “sciolta“ , insieme con il consiglio comunale, da un decreto del Presidente della Repubblica. Il sig. Ciniglio Francesco si assume tutta la responsabilità di ciò ha detto (pag. 34), e ricorda ai presenti che il suo “mandato è fatto di limpidezza, trasparenza e onestà.“ ( p. 34). Mi pare una precisazione superflua. I mandati di tutti gli amministratori, dalle Alpi alla Sicilia, prevedono quei tre “accidenti“ (è un termine filosofico). A me interessano due concetti indicati nella dichiarazione tra virgolette: il revisionismo e la libertà di parola. Oggi trattiamo del primo. Gli atti dei politici che amministrano sono sottoposti a due giudizi, diciamo così, “esterni“: il giudizio dell’Opinione Pubblica; il giudizio dei magistrati.
Se l’Opinione Pubblica di una nazione intera può essere, in parte, orientata dai giornali e dalla televisione, l’O.P. delle piccole città non si lascia infinocchiare dalle chiacchiere che alla fine risultino solo chiacchiere, ma senza sosta, nelle piazze e nei circoli, fa circolare e confronta pensieri e notizie L’ O.P. di paese vede, nota, ricorda, costruisce la sua logica su un repertorio di immagini che si arricchisce e si rinnova giorno per giorno, e su un elastico impasto, tutto “italiano“, di moralismo e di cinismo, di “simpatie“ e di dissensi che sulle prime sembrano istintivi, ma poi risultano sempre ragionati. Il Giovanni D’Ambrosio di cui prima si parlava, tre anni fa, alla testa di liste civiche, sfidò il dott.Iervolino, sindaco uscente, sostenuto dal PD e da una folta squadra di civiche. La partita la vinse il dott. Iervolino. Ma Giovanni D’ Ambrosio se la giocò fino in fondo, e nelle sezioni di Ottaviano centro chiuse sul pareggio. L’ Opinione Pubblica fece “revisionismo“? E se lo fece, da che cosa fu indotta a farlo?
Nel 2006 partecipai, a Cimitile, a un convegno sul problema della monnezza e sulla discarica di Tufino. C’erano, tra i relatori, l’on. Paolo Russo, un magistrato del Tribunale di Nola, il Direttore Sanitario dell’ Ospedale di Nola. Vennero proiettate le immagini aerofotogrammetriche delle province di Caserta e di Napoli: una sola, smisurata macchia rossa, che qua e là, a Giugliano, ad Acerra, a Nola si scuriva in grumi viola: la fotografia di una sterminata, ininterrotta pattumiera di rifiuti e liquami di ogni genere ammassati sotto gli orti, sotto i pozzi, lungo le vene dell’ acqua. Non era una novità. Lo sapevo, lo sapevano tutti. Ma la forza espressiva di quell’immagine fu, nella sua chiara essenzialità, un urto violento. La mia mente la associò alla lastra di un tumore. Non so descrivere il disgusto che da allora sento per tutti coloro che hanno costruito questo immondo inferno e ancora se ne servono per montarci sopra le “macchine “ dei loro traffici e dei loro affari.
Nella scala della degradazione dell’uomo essi occupano il posto più basso. Alcuni studiosi del fenomeno della camorra hanno fermamente sostenuto, fino a qualche anno fa, che, con circoscritte eccezioni, la politica e la società civile sono “vittime“ della camorra, del “sistema“, come lo chiama qualcuno. L’affare della monnezza ha dimostrato che settori ben definiti della società civile, i “colletti bianchi“ della politica, della burocrazia, dell’impresa e della finanza, di quel “sistema“ sono il vertice. Non solo oggi: lo sono da sempre. Altro che revisionismo: per l’interpretazione di questa “Peste“, come l’ha chiamata Tommaso Sodano, e del “Sistema”, siamo ancora alla prima lettura.
Le sentenze dei tribunali non le userei mai come strumento della polemica politica. Esse dipendono dalle carte, riflettono i tempi lunghi della giustizia, e sono come i colori: se intorno a un rosso vermiglio metto un celeste reale, il tono del vermiglio sfavilla; ma si ammoscia, se invece del celeste metto un verde terra. Le cronache di questi giorni dedicano spazi importanti a amministratori comunali e regionali di sinistra. che hanno fatto della legalità la loro bandiera, e agli schizzi di fango e alle macchie di cozze pelose che su quella bandiera della legalità i magistrati hanno trovato. La “disinvoltura” amministrativa della sinistra smorza clamori e stupori suscitati dalla “disinvoltura“ amministrativa della destra, e viceversa: il popolo sentenzia “sono tutti uguali“, il pessimismo cinico dei napoletani avverte: “ogni trave scocca“ e “nisciuno se po’ fa’ masto“.
E dunque un amministratore ha il diritto di essere orgoglioso se i magistrati gli dedicano solo sguardi sereni e chiari: ma il vanto è meglio che non si gonfi in superbia: la superbia attira l’invidia degli dei e del fato, e il fato è una brutta bestia. Nessuno sa cosa riserva il domani, in un Paese in cui i giornali fanno lo stesso chiasso per imbrogli di licenze edilizie, diciamo così, audaci (mi riferisco ai fatti di Milano, ovviamente), per mazzette liquide, per qualche posto barca intestato a mogli e a sorelle, per qualche chilo di pesce: in un Paese in cui la concussione e il concorso esterno nell’associazione mafiosa oggi sono reati, e domani chi sa.






