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PICCOLE BUGIE TRA AMICI

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Guillaume Canet riunisce alcuni dei migliori attori francesi in circolazione per un classico ritratto generazionale di un gruppetto di amici quarantenni, immaturi e bugiardi, alle prese con i problemi della vita.

Un gruppo di amici si incontra annualmente per le vacanze in una località sulle coste dell’Atlantico. Come nella migliore tradizione del genere, ognuno prova a nascondere i propri turbamenti. Dietro l’amico sorridente si agitano segreti e malumori. Nonostante uno del gruppo – Ludo – abbia subito un grave incidente in moto, gli altri decidono di partire. Ma l’incidente dà il via ad una rimpatriata dove le novità, in negativo, non mancano; c’è chi sta per divorziare dalla moglie e si è innamorato del suo migliore amico, chi vive il sesso come unica scintilla di una vita piatta, chi si avvolge nella nostalgia di un vecchio amore perduto e così via. Tra una rivelazione e l’altra, le bombe verranno a galla. Il clima di relax vacanziero diventa un ricordo, sostituito da tensioni dalle tinte molto emotive.

Il riferimento del genere, scontato, è quel Grande Freddo di Kasdan del 1983, con la sua generazione di ex-sessantottini (e il cast straordinario) trasformati dalla vita in un gruppetto di adulti disillusi e nevrotici. Il film di Canet riprende dal celebre modello americano l’impostazione corale, mettendo da parte eccessive finezze alla regia e lasciando il palcoscenico al suo gruppo di attori e alla reciproche interazioni.
Come quel film cult, anche Piccoli segreti tra amici ha il suo punto di forza nella debolezza dei caratteri. A parte alcune eccezioni, i personaggi sono tutti dipinti come immaturi e impreparati, nonostante l’età.

Tutti nascondono qualcosa e solo a fatica riescono ad uscire allo scoperto. Quando la verità emerge nessuno sembra preparato a gestirla, da qui isterie, cattiverie e scenate di vario tipo.
Il pubblico si gode la consolazione che deriva da questa debolezza altrui. In ogni caso, un merito di Canet è la capacità di lasciare che il film si articoli su toni diversi. Il dramma lascia spesso spazio ai sorrisi amari, fatto non scontato vista la carica emotiva dei temi presentati.

Ovviamente non mancano le “scene madri”, dove rabbia, urla e lacrime occupano il palco. Ed è forse in questi momenti che il film esagera. Il catalogo di sventure è impressionante: omofobia, tradimento, indolenza, fallimenti e tanto altro ancora. L’umanità di Canet è desolante quanto ad incapacità di gestire in modo maturo gli eventi che si presentano. Come da tradizione, la figura che prende il sopravvento è quella del quarantenne con evidenti problemi di crescita, a mollo tra le responsabilità dell’età e dello status sociale e una debolezza che sembra strutturale e inevitabile.
In questi passaggi manca qualcosa.

Il film carica a testa bassa i momenti drammatici. Il lavoro discreto di costruzione dei personaggi si perde sul più bello, cioè quando nei protagonisti sembra prodursi qualcosa che li porta al cambiamento. La sensazione è che Canet abbia preferito giocare di furbizia e sfruttare lo straordinario cast a sua disposizione; così i vari Cluzet, Cotillard, Lellouche, Dujardin – tutti in straordinaria forma – si prendono gradualmente la scena, esibendosi sulla base di un copione non sempre all’altezza.

Tuttavia, qui sta la furbizia, il film prende. Lo spettatore viene colpito allo stomaco da qualcosa che ha sperimentato almeno una volta nella sua vita – dato il ventaglio enorme di debolezze umane che Canet imbastisce – e viene portato quasi inconsciamente a completare da sé quelle lacune di scrittura che saltano fuori.
Così il film scivola via in modo commerciale, nel senso di opera che cerca di ammiccare alla fetta più ampia possibile di spettatori. I meriti del cast superano col passare dei minuti quelli del regista, al quale va comunque dato atto di un’ottima direzione e di una discreta abilità nel gestire i toni diversi.

Si ride e ci si emoziona – obiettivi non da poco – ma ad un livello superficiale. Il risultato è un film trascurabile, lacunoso nella sua smania di parlare a tutti, sovrabbondante, carico di emozioni e sentimenti contrastanti. Tante, troppe cose, per costruire un ritratto profondo e sincero.

Voto: 5,5/10
Regia di Guillaume Canet, con François Cluzet, Marion Cotillard, Gilles Lellouche, Jean Dujardin, Benoit Magimel
Titolo originale: Les petits mouchoirs
Durata: 155 minuti
Uscita nelle sale: 6 aprile 2012

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