Somma Vesuviana, Il baciamano in scena presso il Torchio

In scena il testo di Manlio Santanelli diretto da Fabio Cocifoglia per il progetto 31 salvi tutti!   Domenica 10 aprile, alle 19, presso il Torchio di Somma Vesuviana (Parco degli aromi, via Colonnello Aliperta) va in scena Il baciamano, testo di Manlio Santanelli diretto da Fabio Cocifoglia e interpretato da Luca Iervolino e Sonia Seraponte. Musiche di Antonio Perna. Lo spettacolo rientra nel progetto 31 salvi tutti, 31 eventi per la salvaguardia e la valorizzazione delle tradizioni campane, finanziato dalla Regione Campania nell’ambito del Piano Azione e Coesione III. Lo spettacolo è il tragicomico dialogo tra una ‘Janara’ e un ‘Giacobino’, tra una popolana e un intellettuale, nell’atmosfera del post-rivoluzione napoletana del 1799. L’incontro tra i due avviene in un momento in cui il sogno del cambiamento è ormai spezzato e l’esercito della “santa Fede”, guidato dal Cardinale Ruffo, si arma della furia distruttrice di un popolo disperato e affamato scagliandola contro gli ideale di libertà dei rivoluzionari. L’unica cosa che resta è la fame.  Ed è su questo piano che avviene l’incontro diretto tra vittima e carnefice, o meglio tra cuoca e pietanza, nel quale si esprime tutta la tremenda distanza di idee e bisogni tra le due classi. Eppure, in un angolo recondito, un po’ di umanità resiste attraverso la dignità di un “sogno minimo” da realizzare e che per un solo istante illuminerà la scena, poco prima della fine. “Lo spettacolo nasce in una stretta e lunga cantina di Somma Vesuviana, – racconta il regista Fabio Cocifoglia – un paese ai piedi del monte Somma, ombra verde del Vesuvio, in circostanze poco lucide, offuscate dai fumi etilici di braci al mosto, immerse in un dolciastro sapore di umanità. L’incontro con Santanelli ci ha dato la possibilità di liberare, nella sfacciata ironia della sua parola, antiche ansie nascoste. Abbiamo trovato nella sua drammaturgia – spiega Cocifoglia –un eccellente ponte tra tradizione e modernità, un linguaggio che, con sapienza e delicata fantasia, affonda a piene mani nell’universo della tradizione partenopea, riuscendo a trasformare antichi rituali in situazioni quotidiane intrise di tutta la complessità di rapporti dei nostri giorni”. Ingresso gratuito. Prenotazione obbligatoria per posti limitati al 3934033940 o via mail a ilabar@libero.it

Nola. Ex Caserma Battisti, via libera alla nuova destinazione d’uso

Quale sarà di preciso ancora non si sa e questo ancora preoccupa diverse categorie di cittadini, tuttavia con il consiglio comunale di ieri si è sbloccata una situazione che da anni vincolava l’ex Caserma Battisti di Nola a un progetto a vocazione militare finora irrealizzato. È uno dei simboli indiscussi della città di Nola, malgrado da troppi anni versi in condizioni di degrado; è l’ex Caserma Cesare Battisti, più comunemente conosciuta in città come “Quarantotto”, oggetto ieri di un attesissimo consiglio comunale nella quale l’amministrazione ha votato il cambio di destinazione d’uso dell’immobile. L’edificio che si affaccia in Piazza d’Armi, infatti, originario del diciottesimo secolo, era da anni arenato su un progetto urbanistico che la voleva cittadella giudiziaria della città di Nola. Di proprietà del demanio insieme a gran parte della Piazza, l’ex caserma è caduta gradualmente in rovina data la difficoltà per gli enti pubblici di portare avanti un così ambizioso progetto. Un degrado che non ha investito solo la struttura ma con essa tutta l’area prospiciente, diventata oramai una zona emarginata della città e frequentata da disagiati. Da qui la scelta, stimolata a lungo da diversi partiti e associazioni attive sul territorio, di riqualificare l’area con soluzioni fattibili, promuovendone  la variazione della destinazione d’uso. La notizia inizialmente ha allarmato le associazioni cittadine di commercianti, tra cui l’Aicast, che non ha esitato ad indirizzare al sindaco, al consiglio ed alla giunta comunale una lettera nel quale ha richiesto: “di escludere come possibile destinazione d’uso l’edilizia commerciale”, paventando una concorrenza più potente ai danni degli esercizi commerciali locali. Il passaggio dalla destinazione ad attrezzatura di interesse comunale ad attrezzatura di interesse collettivo è stato ieri votato in consiglio comunale, una variante urbanistica che consentirà la vendita dell’immobile. “Il Demanio – ha spiegato il consigliere comunale Pasquale Petillo nel corso del suo intervento in assemblea – ci ha offerto una occasione importante per la valorizzazione di tutta l’area, compresa Piazza d’Armi. Si tratta di una svolta attesa da anni e quindi di un’opportunità da non far perdere a Nola ed ai suoi cittadini”. Tuttavia non sarà il comune di Nola l’acquirente di questa operazione, almeno per il momento. Piazza d’Armi invece diventerebbe del tutto proprietà del comune che, stando alle parole del sindaco Biancardi, dovrebbe promuovere un’azione di recupero partecipata dalla città: “Si potrà finalmente mettere in campo quel progetto di valorizzazione che sarà il frutto di un concorso di idee e del coinvolgimento dell’intera comunità nelle scelte sul futuro destino dell’area” ha dichiarato Biancardi all’indomani del consiglio comunale, rassicurando “a stare tranquilli dunque, dovranno essere prima di tutto i commercianti “.

Antonio De Simone, una vita dedicata all’archeologia: «Stiamo ricostruendo l’antico percorso tra Napoli e Nola».

Una carrellata storica sul territorio vesuviano. Intervista all’archeologo Antonio De Simone. Una carrellata con uno sguardo lungo il  territorio vesuviano e la sua storia. De Simone, archeologo impegnato nella missione italo – giapponese della Villa Augustea di Somma Vesuviana, tra i massimi esperti in campo internazionale, voce dell’archeologia, della storia dell’area vesuviana, racconta il disegno storico dei nostri luoghi e il lavoro portato avanti anche da Girolamo Ferdinando De Simone, suo figlio, direttore degli scavi di Pollena e dell’Apolline Project per il quale insieme al sindaco Pinto nel 2011 riceveva L’European Archaeological Heritage Prize conferito ad Oslo dalla European Association of Archaeologist. Professore come giudica il lavoro, il valore delle scoperte fatte fino ad ora? «Scoperte eccezionali, non certo fatti ordinari…la prima osservazione generale, premettendo che le conoscenze di storia antica sono riconducibili a due tipi di informazione una scritta e tramandata, l’altra che viene fuori dalla materie che noi scaviamo, è che la forma scritta qui diceva poco o nulla. Tenga quindi ben presente che in questo territorio abbiamo dal mondo antico pochissime notizie in questo senso». Come mai? «Non certo perché il territorio fosse meno interessante, ma solo perché i romani privilegiavano per i loro racconti la costa, che culturalmente rimandava agli insediamenti greci di cui i romani si professavano continuatori. Le notizie che abbiamo ricavato sui nostri territori però, sono ugualmente venute fuori. Proprio grazie agli scavi e agli studi attuali, oggi sappiamo che quando parlavano di un luogo In Vesuviano, intendevano parlare di questo territorio. Le presenze di cui parlavano, riguardano le nostre terre e i nostri scavi alle pendici del Monte Somma raccontano questo aspetto, una realtà nuova, per noi totalmente sconosciuta, e una zona di insediamento di Ville di enorme importanza». Cosa si è ricavato fino ad ora particolarmente tra Pollena e Somma vesuviana?  «Quello che stiamo scavando principalmente, ci permette di ricostruire quel passaggio dal mondo antico al medioevo i cui anelli della catena mancavano, e sono quelli che stanno venendo fuori. Le costruzioni ritrovate, occupano un arco cronologico di cui non avevamo conoscenza, costruzioni databili ai primi decenni del II secolo dopo cristo, e mentre a Pollena nelle fondazioni noi troviamo segni di costruzioni precedenti il ’79 a Somma non ancora. A Pollena abbiamo una serie completa di dati che ci fa capire che in quel determinato sito, doveva esserci una villa colpita dell’eruzione del ‘79 dopo il ‘79 il territorio viene ridisegnato e nel nuovo assetto, noi abbiamo queste grandi strutture produttive. Tenga conto che Pollena e Somma sono lungo il tracciato che univa le due grandi città della Campania antica Napoli e Nola. Noi stiamo cercando di ricostruire questo percorso avendo come marker di riferimento per l’appunto gli scavi di Pollena a e di Somma». Cosa si può dire della famosa Villa in località Masseria De Carolis, quella su cui lavora l’Apolline Project? … «Quello che è venuto fuori in quel luogo è soltanto la zona termale, il quartiere del bagno caldo della Villa. Secondo noi l’abitazione dovrebbe essere stata distrutta dalle fondazioni dei palazzi adiacenti. Se solo la zona delle terme è così grande, immaginate cosa dovesse essere la villa. Oltre alla dimensione, parliamo di importanza e di questo abbiamo una spia nel fatto che poiché sul margine delle terme vediamo quello che resta delle stanze che le collegavano al resto della villa, nella pavimentazione in mosaico al di là del fatto che sia dipinto o meno, un’opera così preziosa è indizio di una costruzione rilevante. Quello che stiamo scavando rimanda al periodo di costruzione che è dopo il ’79. E questo è un ulteriore elemento di novità».  La terribile eruzione del ’79, ne ha trovato tracce?  «Sì, come saprà il Vesuvio nel ’79 rovesciò la sua furia particolarmente su Pompei ed Ercolano, nelle nostre zone invece la distruzione fu parziale. Diciamo che verso la pianura arrivano pochi materiali dell’eruzione, e mentre certe tracce lungo la fascia costiera non le abbiamo, qui, lungo la fascia del monte Somma dopo il ‘79 le tracce ci sono e raccontano di vita che riprende con un tono anche abbastanza importante, ci sono testimonianze di ricostruzione significative, fondamentali». A proposito del territorio, a certi luoghi considerati periferici non sempre si riconosce l’importanza di aree più centrali, eppure il vigore dell’identità è forte quasi più che altrove… «Noi abbiamo la pretesa, l’orgoglio, di operare anche con una forte ricaduta nel consolidamento di questa identità. Queste zone hanno avuto sempre un trattamento da dio minore e stiamo dimostrando da un punto di vista di valori che siamo una realtà autonoma e forte. Questo territorio ha delle origini molto antiche: la Villa romana che stiamo portando alla luce con gli archeologi dell’Università di Tokyo risale al primo secolo d.C. fu sepolta dall’eruzione del 472 nota proprio come “l’eruzione di Pollena” perché i materiali prodotti sono stati qui riconosciuti per la prima volta, permettendo di ridefinire le caratteristiche di un’eruzione molto importante di cui si avevano notizie ma non si avevano le prove come quelle che appunto, stiamo trovando». A fine maggio ripartiranno gli scavi dell’Apolline Project, ci sarà un grande afflusso di studenti stranieri…  «Onore a mio figlio che ha avuto la capacità di sviluppare a Pollena un centro di ricerca con i colleghi stranieri, lui che ha completato la formazione ad Oxford, ha svolto un lavoro internazionale. All’apertura di scavo ogni anno arrivano 250, 300 studenti stranieri, la cui presenza, come quella degli stessi esperti internazionali che in questi luoghi lavorano, valida ancora di più il discorso, con l’amplificazione delle notizie. E vorrei ricordare oltre al sito di Masseria De Carolis, i Conetti Vulcanici, Villa Cappelli e andando oltre, Sant’Anastasia un culto di seicento anni, il museo di Madonna Dell’Arco, a livello europeo il più grande, il più bello ed elegante architettonicamente, dei musei di tradizioni religiose e popolari dal 1400 ad oggi. Somma Vesuviana una realtà incredibile che non avrebbe nemmeno bisogno di scavi, Santa Maria del Pozzo e la cripta con un ciclo di pitture che iniziano nell’anno mille…Una tale vastità di luoghi che vorremmo portare a conoscenza di una platea internazionale». (fonte foto: rete internet)  

Musica! Parte la rassegna 2016 della Festa dei Folli

Nola – Sarà lo spettacolo “La Posteggia Napoletana”, della cantante attrice Aurora Giglio a inaugurare, venerdì 8 aprile alle 22, la rassegna musicale Musica! Stagione 2016 del ristobistrò culturale La Festa dei Folli. Una serata all’insegna della tradizione con la professionalità, maestria, voce e grande simpatia di Aurora Giglio che proporrà il più noto repertorio classico napoletano come veniva eseguito durante la vera “Posteggia”, antica forma di spettacolo estemporaneo e conviviale, molto presente nella Napoli di fine Ottocento. L’esecuzione, ricca di sfumature interpretative o a voce piena, richiama l’atteggiamento vocale tipico dei veri custodi dell’arte canora del Novecento. Il repertorio spazia dal melodico al “macchiettistico”, mentre l’accompagnamento richiama l’antica tecnica di improvvisazione verticale dei “Prufessure ‘e cuncertino”, i quali cambiavano frequentemente i giri armonici delle centinaia di canzoni memorizzate ad un solo cenno del capo o ricorrendo a precisi termini della “parlesia“, linguaggio segreto e inaccessibile “ai comuni” musicanti. L’ appassionata interprete proporrà anche le canzoni che hanno condotto all’apice del successo le quattro primedonne della canzone napoletana degli inizi del Novecento: Elvira Donnarumma, Ria Rosa, Gilda Mignonette e la sciantosa Ersilia Samperi. La brava cantante sarà pronta a eseguire canzoni su richiesta, cercherà di coinvolgere in modo simpatico, discreto e, perché no, civettuolo, il pubblico, invitandolo a cantare, ballare, seguire il ritmo con le mani, declamare poesie. Lo spettacolo, La Posteggia Napoletana, sancisce, anche, l’inizio della collaborazione dell’associazione culturale la festa dei folli con l’associazione socio-culturale l’angolo democratico. Una collaborazione nata dalla forte esigenza della festa dei folli e dell’angolo democratico con l’on. Massimiliano Manfredi di voler organizzare e promuovere una ricca e variegata attività culturale a Nola e su tutto il territorio nolano. Una volontà e un impegno di proporre e offrire, fortemente motivati, una programmazione culturale qualitativa, stimolante, innovativa, che faccia crescere la voglia di stare insieme,  di confrontarsi, di favorire il dialogo, costruire ponti, sviluppare una sana e viva curiosità, creare nuove buone pratiche quotidiane. In breve, una cultura con i piedi nel territorio. Oltre alla rassegna musicale che, partendo dalle radici della propria tradizione/storia, con la Posteggia, propone una serie di concerti alla ricerca di sonorità internazionali, ci saranno spettacoli teatrali,  un interessante cineforum dal forte impatto sociale e artistico, nonché incontri/presentazioni di libri per Il Maggio dei Libri. Partiranno, inoltre, per I bei luoghi: a spasso nella storia, una serie di appuntamenti di visite guidate a cura dell’architetto Giuseppe Mollo. Con la possibilità quotidiana di vivere anche la cultura enogastronomica, di rendere l’esperienza conviviale un rito “gustoso” e di socializzazione: bere un caffè e navigare in wifi, sorseggiare un aperitivo mentre si legge il quotidiano o un libro scelto tra quelli presenti in sede, assaporare una fetta di torta accompagnata da una tazza di tè. Insomma, rassegna teatrale, rassegna musicale e cinematografica, incontri/presentazioni con scrittori e poeti, il tutto “condito” dal cibo, dal buon vino e da un’ottima birra artigianale.

In piazza per Higuain, protestando sulle note “Di un giorno all’improvviso”

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L’evento, promosso dalla giornalista Sonia Sodano,   si terrà  in Piazza Plebiscito venerdì 8 aprile.
Le quattro giornate di squalifica inflitte a Gonzalo Higuain, rischiano di compromettere seriamente il campionato del Napoli. Rinunciare ad uno degli attaccanti più forti del mondo, infatti, sarebbe un peso durissimo da sopportare per ogni squadra italiana e non.
La giornalista Sonia Sodano, direttore di www.culturaacolori.it,  si è fatta promotrice di un flash mob per il Pipita.
L’evento su facebook è stato programmato in Piazza Plebiscito venerdì 8 aprile alle ore 10 col titolo “Flash Mob per Higuain”. I tifosi canteranno insieme “Un giorno all’improvviso”. Una protesta pacifica, ma solidale nei confronti dell’argentino e dell’ intera squadra azzurra. Così come si legge dalla stessa descrizione dell’evento: “Invitiamo i tifosi di Napoli a Piazza Plebiscito e gli altri di tutta Italia nelle piazze principali. Riuniamoci e facciamo sentire all’Italia il nostro amore azzurro”
Lo slogan adottato per la manifestazione sarà “Ridateci il nostro calcio!”

Dramma call center, oggi Renzi si confronterà a Napoli anche su Almaviva e Gepin

L’arrivo del premier è stato spostato alle 18 per motivi di sicurezza.  Le segreterie del sindacato un incontro con il capo del governo. Napoli è blindata, i cortei non sono possibili nel giorno in cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, giunge per la cabina di regia di Bagnoli. La tensione è alta. Il sindaco De Magistris ha detto di no all’iniziativa del capo del governo sulla riconversione dell’area Italsider mentre i disoccupati promettono battaglia per le strade della città. Nello stesso tempo Mimmo Mignano, licenziato della Fiat di Pomigliano, ha resistito fino a ieri sera a 100 metri di altezza proprio su una ciminiera dell’Italsider. E’ poi sceso, dopo due giorni lassù in cima: ricoverato in ospedale. Se la caverà. In un clima così teso i sindacati sono però riusciti a ottenere un incontro, a margine della cabina di regia, per la disperata situazione in cui versano i call center Almaviva di via Brin (400 licenziamenti annunciati su 867 addetti ) e Gepin di Casavatore (220 licenziamenti annunciati, tutto l’organico, e contestuale chiusura definitiva della sede ). Le segreterie territoriali di Cgil, Cisl e Uil saranno ricevute da Renzi oggi pomeriggo, in prefettura. La procedura di licenziamento per Gepin scadrà il 10 maggio. Il 5 giugno quella  per Almaviva, che ha dichiarato 3mila licenziamenti complessivi in Italia. E’ stato ottenuto poco finora. L’incontro con i segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil servirà  solo a ribadire l’allarme. A ogni modo il pallino della vertenza call center, soprattutto nel caso di Gepin, che ha sempre servito Poste Italiane, sta in mano al governo.

 Sant’Anastasia, muore pochi giorni dopo un intervento che aveva voluto per dimagrire

Francesca Esposito, 53 anni, è morta sabato scorso, pochi giorni dopo che le era stato impiantato, alla clinica Trusso di Ottaviano, un «palloncino intragastrico». Disposta l’autopsia. Dalla casa di cura, solidarietà e vicinanza alla famiglia: «È anche nostro dovere e interesse comprendere la dinamica degli eventi». Muore pochi giorni dopo essersi fatta introdurre nello stomaco un palloncino intragastrico, una tecnica per il trattamento dell’obesità. Aveva provato a stare a dieta, dimagriva un po’ e poi riprendeva tutti i chili e anche qualcuno in più. Francesca Esposito, 53 anni, disoccupata di Sant’Anastasia, nubile, non sopportava più la sua obesità. Le aveva tentate tutte, senza risultati. «Franchina», così la chiamavano in casa, era una donna semplice. Aveva lavorato per un po’ come collaboratrice domestica ma era già da tempo senza occupazione. Restava nella sua casa del quartiere Starza a cucinare per la sua mamma, per la sorella, per la nipotina. Il peso in eccesso era però divenuto un problema per lei, fino a spingerla a soluzioni drastiche. Del «palloncino intragastrico» gliene avevano parlato dei conoscenti e da loro si era fatta indirizzare alla clinica Trusso di Ottaviano. È lì che glielo hanno impiantato nello stomaco, un intervento che avviene per via endoscopica e che è solitamente, come statisticamente, una tecnica molto sicura e a bassissimo grado di mortalità. Era andata contro i consigli della mamma e della sorella che, preoccupate, si erano dette fin dall’inizio perplesse rispetto a quella che è pur sempre una tecnica invasiva. Francesca però non si era lasciata convincere. Martedì 29 marzo è stata ricoverata in clinica per l’intervento, il giorno dopo – dimessa –  era già a casa sua. I problemi e i sintomi che hanno allarmato i familiari si sono palesati giovedì 31: ripetuti e insistenti conati di vomito, debolezza, malore diffuso. Così Francesca ha chiamato il medico che le aveva praticato l’intervento per spiegargli i sintomi, per chiedere come doveva comportarsi. «Il medico le ha risposto di andare in ospedale se avesse vomitato sangue – conferma una familiare – ma non è accaduto». La donna sta sempre peggio e la situazione precipita sabato 2 aprile, quando i familiari chiamano il 118. L’ambulanza arriva poco dopo, ma è troppo tardi. Francesca dice di non sentire più le gambe, non riesce a stringere i pugni, si lamenta finché va in arresto cardiaco. Riescono anche a rianimarla, gli operatori tentano qualunque cosa, ma infine cede. È il medico del 118 a chiamare i carabinieri. Viene disposta l’autopsia che avverrà probabilmente questa mattina e ieri la famiglia Esposito ha nominato il suo perito nonché un legale, l’avvocato Enrico Ranieri. Dalla clinica, intanto, l’amministratore Mario Pietracupa esprime cordoglio, solidarietà e vicinanza alla famiglia. «Riteniamo l’aspetto umano ed emozionale prioritario rispetto a qualsiasi altra valutazione – dice l’amministratore unico della Cardiomed Spa che gestisce la casa di cura Trusso – abbiamo già dato disponibilità e collaborazione per le valutazioni di carattere medico legale. Condividiamo che siano eseguiti gli accertamenti del caso, anche perché la paziente era stata dimessa già da qualche giorno in buone condizioni di salute ed è anche nostro dovere e interesse comprendere la dinamica degli eventi». Fuori dall’abitazione di Sant’Anastasia dove Francesca ha vissuto, un drappo listato a lutto. Per l’ultimo saluto, i familiari dovranno aspettare che sia eseguita l’autopsia.  

Psicosi terrorismo nei centri commerciali, parla il manager di Alleanza 3.0 Campania: “I nostri negozi sono sicuri”

Intervista a Vladimiro Rapini. Sotto i riflettori le misure di prevenzione nei luoghi pubblici.   La psicosi terrorismo che lunedì ha dilagato nel centro commerciale le Porte di Napoli e i protocolli di sicurezza dopo gli attentati in Francia e in Belgio. Visto quello che è successo l’altro giorno anche nel Napoletano ci s’interroga sul tema. Una risposta la dà Vladimiro Rapini, responsabile di Coop Alleanza 3.0 in Campania. Cosa è successo lunedì mattina alle Porte di Napoli? “E’ un evento che si è verificato casualmente ma che ci ha dato la possibilità di testare le nostre procedure: un pulsante è stato pigiato per caso. Il piano di evacuazione è partito ma i clienti sono stati avvisati. Le persone sono uscite, anche la galleria è stata avvisata. In cinque minuti erano tutti fuori”. Cos’è il tasto di evacuazione? “E’ un tasto che funziona come quello anti incendio: l’allarme per un incendio scatta in maniera automatica quando vengono rilevati dei fumi. Il tasto di evacuazione si preme quando ce un allarme bomba. Si trova dove si fanno gli annunci, in cassa centrale”. Perché lunedì è stato attivato? “Può essere stato anche stato un urto ad attivarlo. Comunque nessuno ha parlato di bomba. C’è stata solo una banalissima richiesta di uscire”. Però questo fatto casuale ha innescato la paura nelle persone… “In questo momento è comprensibile”. Come pensate di esservi comportati durante l’allarme involontario? “Nel momento in cui è partita questa comunicazione vocale il presidio di sicurezza è andato alla cassa centrale. Nessuno si è accorto che era stato pigiato involontariamente il tasto. Era stata data l’informazione dell’evacuazione anche nella galleria, dopo tre minuti che era scattato il comando vocale dell’Ipercoop. Il tasto attiva automaticamente una voce che invita a lasciare il carrello della spesa e a uscire dalla struttura. Nemmeno una settimana fa avevamo fatto questa prova senza clienti. Poi è capitata questa situazione con i clienti. Lo ripeto: in cinque minuti erano tutti fuori. E le forze dell’ordine erano lì fuori. Sono entrate in due minuti”. Come si stanno predisponendo i centri commerciali al rischio terrorismo? “Abbiamo trenta pagine di manuale in cui vengono specificati gli eventi di crisi. L’evacuazione è avvenuta in sinergia tra l’ipermercato e la galleria dei negozi. Noi  comunque abbiamo già delle procedure molto dettagliate per gestire questi eventi. Abbiamo sistemi di sicurezza che ci consentono di monitorare persona per persona tutto quello che entra e che esce dal punto vendita. Sicuramente sono strumenti che servono per tutelare il patrimonio ma servono anche per garantire la sicurezza di tutti. Quindi sono sistemi in grado di vedere se qualcuno vuole lasciare qualcosa, una borsa, uno zaino, una valigetta. Da noi chiunque entra con la busta deve imbustarla per cui la sicurezza ne prende sempre visione. Noi ci avvaliamo di una società specializzata. Sono circa 30 professionisti  della sicurezza nei tre iper della Campania. Mediamente per ogni iper ci sono sempre quattro-cinque persone dedicate. Poi le gallerie commerciali hanno anche altre persone e altri strumenti per controllare. L’unica cosa che non possiamo fare è perquisire le persone. Per il resto facciamo di tutto”.                              

“Con la camorra io non mi siedo a parlare”.

Il 6 aprile sarebbe stato il compleanno di Amato Lamberti. Al Sociologo, scomparso qualche anno fa, si deve il ricordo di cosa significa agire per una rivoluzione dei comportamenti civili. Ma cosa vuol dire oggi essere come Amato Lamberti? Abbiamo sconfitto la mafia e nessuno ci ha detto niente? Su una delirante frase di Renzi ci torneremo dopo, prima bisogna spiegare a chi è dedicato questo ricordo con lo scopo di intuire al meglio quanto ancora c’è da fare. È inevitabile non fare i conti con un’epoca dove si destrutturano giorno dopo giorno le norme, i valori e le ambizioni di questa realtà regionale. La realtà di un territorio che è dotata di una sua forte anima intensa, una brillante anima ricca di vigori e di amare constatazioni che impediscono il raggiungimento dei primati tanto agognati. È difficile non amare questa città e, soprattutto chi la vive, deve dividere il cuore tra riconoscimento e rabbia nei confronti di chi le ha dato nel tempo carezze e ferite. Amato Lamberti fu tra coloro che accarezzarono Napoli con rispetto e con l’umiltà di chi possiede il dono del “sentire”. Gli studi in Sociologia, il giornalismo di frontiera, le esperienze politiche, le ricerche scientifiche oltre i clamori dei “divi dell’antimafia”, le analisi del territorio durate una vita, la lotta sociale, la denuncia, le risorse di uno storico che ha insegnato metodologie nuove a tante persone impegnate a sentire. Sentire gli affanni, sentire le necessità, sentire le possibili soluzioni, sentire quell’anima che, da sempre, ha sete di protezione. Oggi più che mai c’è sete di mentalità collettiva come quella che possedeva Amato Lamberti. Oltre a lottare contro i tanti volti della camorra, lottò per la difesa dell’ambiente, creò commissioni per denunciare le terre contaminate, quando parlare di “terra dei fuochi” appariva come il divagare di fanatiche follie. Quel Sociologo, quel semplice osservatore, possedeva il carattere intenso di chi non si fermava alla retorica, di chi con puntuale costanza lottava contro la simbiosi tra crimine organizzato e amministrazioni governative. Di Lamberti restano le sue intuizioni e il suo carisma ereditato da chi continua a studiare e denunciare, è viva la sua volontà di aiutare i ragazzi, “fondamentali per il cambiamento”, così come li definiva, ed è con questo principio che ogni anno si svolge un Premio Nazionale che porta il suo nome e che attraverso borse di studio spinge i giovani a continuare le ricerche sull’analisi del territorio. Ma ciò che soprattutto i ragazzi dovrebbero oggi conoscere di Amato Lamberti è la caratura morale di una sana e inestimabile identità partenopea, ed è quella che andrebbe emulata, condivisa, messa in pratica, adottata come idea per agire civilmente. Non molto tempo fa subito dopo le stragi di Budapest, il premier Renzi osò dichiarare “Sconfiggeremo il terrorismo come abbiamo sconfitto la mafia”, una breve fulminea e surreale osservazione lasciata nel dimenticatoio e di sicuro sottovalutata. Dire una frase di questo tipo, dirla davvero, dirla gridando a petto in fuori, sottintende il triste tentativo demagogico di zittire un popolo spaventato, ma soprattutto lascia trapelare un’altra lucida e assurda follia: siamo ancora in uno stato di totale assenza del sentire, in cui l’apparenza vince sull’emergenza e dove si ha il coraggio sfrontato di dire quella frase. Viviamo un tempo dove è meglio fingere piuttosto che notare quanto in Italia la cultura della mafia sia ancora viva nelle trame dell’agire politico, sociale ed economico dell’intero paese. Uomini come Lamberti decidevano di non accontentarsi con scampanellanti vincite di guerra alleandosi con il nemico piuttosto che abbattendolo. “Con la camorra non ci si siede a parlare, non è possibile discutere, mi rifiuto di legittimare politicamente la camorra, il nodo è: abbiamo il coraggio di rompere il meccanismo del silenzio? Io non ci sto, non accetto di vivere in una regione dove esiste la camorra” ripeteva in un suo discorso. Non si vince accontentandosi delle apparenze, si vince adoperandosi affinché il benessere non sia il dipinto mediatico dei bei panorami delle cartoline italiane, si vince scendendo in campo dove il panorama è quello più buio, dei vicoli, quello dei quartieri della droga, quello della corruzione, quello dove il benessere è contaminato dai tanti che dicono “abbiamo vinto!” magari ballando sulle ossa delle vittime. Abbiamo bisogno di figure come quel Sociologo, scomparso troppo presto nel 2012, un protagonista del fare, che non avrebbe gridato alla vittoria e che avrebbe continuato a denunciare, tentando nuove soluzioni senza voltare lo sguardo altrove, senza dimenticare, ad esempio, gli occhi vitrei dei tanti bambini che sono morti per quella spazzatura infossata sotto mezza Italia, quei bambini non possono vedere più il futuro per cui forse vale ancora la pena lottare, quei bambini non potranno mai più contraddire l’espressione “Abbiamo sconfitto la mafia”, quei bambini, senza bonifiche, continueranno a morire, esili, innocenti, con il sangue mescolato al veleno delle chemioterapie, continueranno esanimi ad essere disperatamente cullati da madri distrutte vestite di nero, zittite e soffocate dall’indifferenza. Il 6 aprile sarebbe stato il compleanno di Amato Lamberti: un uomo. Il ricordo di chi si dedicò all’azione. Abbiamo bisogno di un esercito di tanti Amato Lamberti. Tanti. Buon compleanno Professore. OSSERVATORIO SOCIALE http://ilmediano.com/category/sociale/osservatorio-sociale/  

I reati ambientali vanno in classifica.

Con la nuova legge, la Campania è al 2° posto nella graduatoria  nazionale. Le osservazioni di Legambiente e le tentazioni di “leggine” regionali.  

Le classifiche ci appassionano, si sa. Ma quando vengono rese pubbliche, chi non è contento della posizione fa di tutto per tirarsi da parte. Succede così , in questi giorni  con i primi dati sull’applicazione della legge sugli ecoreati. Sono passati 8 mesi dalla sua entrata in vigore e Lazio e Campania svettano per il più alto numero di contestazioni e sequestri. Lo Stato ha messo sotto chiave beni per 12 miliardi di Euro. Il totale delle infrazioni rilevate è di 774 reati  su  4.718 controlli. Tre Regioni – se alle prime due aggiungiamo la Toscana –  non sembrano, però, dare troppa evidenza alla nefasta classifica. Confermano che chi non è contento della posizione cerca di sfilarsi. I reati contro l’ambiente sono entrati nel codice penale italiano dopo anni di discussione e con una  sostanziosa spinta dalla “terra dei fuochi “. Lo strumento adottato è valido ed ha  bisogno di tempo per modificare sul serio usi e costumi.  Quello che ha, invece,  bisogno di  slancio  è il sistema dei controlli sul territorio. In particolare in quelle zone del Paese dove gli ecoreati  hanno una notevole stratificazione. E’ dovuta non solo a spiacevoli consuetudini, ma ai sistemi industriali e paraindustriali, con tutto ciò che ne consegue in business ed arricchimenti illeciti. Un plauso oggi lo merita certamente Legambiernte, che al primo bilancio dell’applicazione della legge, ha evidenziato come si sia passati da codicilli e sottocommi di vecchie leggi, a norme più cogenti.Le contestazioni attuali non contengono più barocche  espressioni  come “insudiciamento di colture”, “danneggiamento di beni ” , “disastro innominato “. Siamo diventati più moderni e efficaci , anche se le prescrizioni a carico di chi inquina hanno  bisogno di qualche limatura. Molti casi in mano a giudici , prevedono esclusivamente sanzioni. Tropo poco, francamente se  vogliamo riconquistare posizioni a livello europeo ed evitare multe salatissime.Si capisce che gli scaltri,i più danarosi, potranno far finta di essersi sbagliati nella gestione dei rifiuti o dei danni prodotti dalle loro attività.  Nella prassi  sono le Agenzia Regionali di protezione ambientale a dare prescrizioni tecniche  sui reati formali. Per cui – osserva  Legambiente – si sistemano gli impianti non in regola, si paga la sanzione e il reato è estinto.Non ha torto l’organizzazione Può andar bene così all’infinito ? Troppo presto per dire che la legge va emendata. Ripetiamo: ha bisogno di progredire,di essere applicata concretamente ben al di sopra dei  774 reati . Ciò che va  rilevato subito, a beneficio oggi  almeno delle  tre Regioni ” disonorate” , è la capacità di controllare in modo più incisivo il territorio, frenando qualsiasi voglia di autoregolamentazione locale con circolari, direttive, subprovvedimenti regionali . Una tentazione dei poteri  decentrati ,  mai placata del tutto e che in eccesso può generare nuove forme di illegalità. Di  sicuro cambierebbe la classifica*****

SOCIETA/PUBBLICO E PRIVATO

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