Assalti armati ai distributori di benzina, catturata la banda che ha terrorizzato il Vesuviano
Marigliano, al via la pulizia dei canali: interventi a Faibano e Lausdomini dopo anni di attesa
“Il Mediano” compie vent’anni e spegne le candeline al “Pluma” di Somma Vesuviana
L’evento si è aperto con un convegno dedicato al valore della comunicazione, che ha dato vita ad un attento dibattito capace di attraversare passato, presente e futuro dell’informazione. Al centro della discussione, i grandi cambiamenti degli ultimi anni: la rivoluzione digitale, l’identità territoriale del giornalismo locale e le nuove sfide che attendono il mondo del giornalismo. A moderare il confronto il giornalista Nello Fontanella.
Se è vero che la comunicazione cambia continuamente, una cosa resta immutata: il bisogno di raccontare la realtà con onestà, competenza e senso di responsabilità. « I giornalisti spesso si considerano operatori di verità assolute. E quindi non si dividono tra ciò che scrivono e ciò che pensano. Questo è il giornalismo pericoloso, il “giornalese”. – Ha evidenziato nel suo intervento il Professor Carmine Cimmino, giornalista, scrittore e storico dell’arte, autorevole penna de Il Mediano – In questa ricorrenza, dico che dobbiamo ringraziare Il Mediano e la sua direttrice, Carmela D’Avino, perché ci consente una cosa molto rara: scrivere del nostro territorio partendo non da certezze precostituite, ma alla ricerca di eventuali incertezze. Questo è il punto che qualifica il giornale.»
In un tempo in cui le informazioni circolano con una velocità senza precedenti e in cui la disinformazione può diffondersi altrettanto rapidamente, il giornalismo resta uno dei presidi fondamentali della democrazia. A ricordarlo anche il consigliere della Regione Campania, l’On. Gennaro Saiello. «Per me è un vero piacere essere qui questa sera e condividere con voi questo momento di festa: vent’anni rappresentano un traguardo importante per una testata giornalistica locale, un risultato che testimonia professionalità, impegno e dedizione. Al di là del percorso che vi ha portato fin qui, credo che il vostro lavoro abbia contribuito, nel tempo, a costruire una memoria storica e collettiva del territorio. Avete raccontato storie, persone, tradizioni ed eventi, diventando un punto di riferimento per chi, come me, ha sempre guardato alla vostra testata per informarsi correttamente. Avete superato tante difficoltà in un mondo della comunicazione profondamente cambiato dall’avvento del digitale e del web, che vent’anni fa erano agli inizi. Oggi siamo sommersi da informazioni, spesso poco autentiche o di natura commerciale. Il vostro punto di forza è stato mantenere autenticità e legame con il territorio, accompagnando la trasformazione della comunicazione e restando protagonisti attivi di questi anni.»
Per questo sostenere l’informazione, soprattutto, quella indipendente e territoriale, significa difendere uno dei principi più importanti della nostra convivenza civile.
«Una testata ha bisogno di giornalisti, persone competenti che raccolgano notizie e storie locali garantendo qualità. – Ha ricordato il giornalista Antonio D’Errico, Presidente dell’Associazione “Carmine Alboretti”– . Per questo è importante anche il sostegno a livello regionale. In passato la politica ha prestato poca attenzione a queste realtà. Eppure, in ambito regionale esistono molte testate, tra cui Il Mediano diretto da Carmela D’Avino, che avrebbero davvero bisogno di maggiore sostegno. Un’iniziativa potrebbe essere quella di promuovere un tavolo di confronto con gli organismi di categoria dei giornalisti e con autorevoli esponenti regionali. Da qui, individuare un percorso comune, perché credo che solo così possiamo garantire davvero il rispetto dell’articolo 21 della Costituzione.»
A informarci, invece, sull’ampio pubblico che ogni giorno legge il giornale è stato, infine, il direttore dell’area digital de Il Mediano, Giovanni Sodano. «Tutto è cambiato con l’arrivo dei social media. Prima per arrivare al nostro giornale, le persone digitavano www.ilmediano.it. Oggi con Google, Instagram, Facebook e i vari social network, non sono più gli utenti a cercare la notizia, ma è la notizia a cercare loro, ad andargli incontro. Questa è la fotografia del cambiamento. Un cambiamento che ha accorciato le distanze, rendendo tutto immediato, consumabile in pochi secondi. Il Mediano ha risposto producendo numeri enormi con milioni di interazioni complessive.»
Dopo il momento di confronto, la serata è proseguita in un clima di festa e condivisione. A brindare di fronte a un ricchissimo buffet proposto dal Pluma di Irene e Ciro Molaro, illustri ospiti: lo scrittore e giornalista Luigi Jovino, il primo direttore de Il Mediano, il giornalista Luigi Pone, l’imprenditore Agostino Ragosta, il politico Tommaso Sodano, la dirigente scolastica del 2° circolo, la Prof. Silvia Svanera, il Parroco moderatore della Comunità Interparrocchiale San Pietro, San Michele, San Giorgio di Somma Vesuviana, Don Nicola De Sena, l’ archeologo Antonio De Simone, il parroco di Santa Maria di Costantinopoli a Somma Vesuviana, Don Francesco Feola, l’Avv. Michele Coppola, il Presidente della Pro Loco di Somma Vesuviana, Franco Mosca e alcuni esponenti delle forze dell’ordine e della protezione civile.
Infine, c’è stato il taglio della torta, che ha sancito il senso di un cammino lungo vent’anni. Un percorso costruito giorno dopo giorno sempre con lo sguardo rivolto al territorio e alla difesa di quel pensiero libero che rappresenta il cuore più autentico del giornalismo.
Donna accoltellata sul bus: “Non avevo motivo di farlo”
Ieri sera, 5 marzo, intorno alle 22.00, una donna è stata accoltellata a bordo di un autobus ANM della linea C32 in via Simone Martini, al Vomero.
Il colpevole è stato individuato e arrestato tempestivamente dai carabinieri del Nucleo Radiomobile di Napoli, nell’attesa del loro arrivo fondamentale è stato il contributo dell’autista che ha tentato di calmare la situazione.
Si tratta di un 39enne di Pianura, che ha dichiarato di non conoscere la donna e che non ci sarebbero stati veri e propri motivi alla base del gesto.
Alcune fonti suggeriscono che l’uomo possa soffrire di problemi psichici, ma la circostanza è ancora da verificare.
La donna è stata trasportata all’ospedale Cardarelli di Napoli: presenta ferite al volto e alle braccia, ma non è in pericolo di vita.
L’episodio ha generato momenti di agitazione tra i presenti, il colpevole ha anche rischiato il linciaggio dai passanti, ma successivamente il servizio è tornato a svolgersi regolarmente
Somma Vesuviana, al Casamale l’evento “CàSanremo 2026”
Somma Vesuviana, il culto di Santa Maria di Costantinopoli tra antica devozione e fede cristiana

Il culto nell’antica Terra di Somma
Nella Terra di Somma troviamo le prime attestazioni del culto nelle Sante Visite del 1561, 1580, 1586, 1603. A tal riguardo, nella parrocchiale chiesa di San Giorgio Martire, la quarta cappella, a destra di chi entrava, era dedicata a Sanctae Mariae de Costantinopoli in qua magnifici Lucas et Porzias Figliola pro comune devotione celebrari faciunt duas missas […]. La cappella nel 1561 non aveva beni né dotazioni [cit. Francesco Migliaccio (1826 – 1896), Notizie inedite di Somma Vesuviana, Tomo II, dal 1268 al 1885 – 1939]. Nella Santa Visita del 1580 fu disposto che l’altare fosse dotato di tre tovaglie e due candelabri di legno. Nella Santa Visita del 1603 si attesta la celebrazione di quaranta messe per un legato di d. Scipione Figliola.
Cappella Sanctae Mariae de Costantinopoli extra dictam terram


Oggi la fatiscente struttura è ubicata al km 14,800 dell’attuale statale 268 del Vesuvio, al margine sinistro, all’incrocio della dismessa strada borbonica che collegava Napoli a Nola. In essa – continua Migliaccio – stava un bel quadro con l’immagine della SS.ma Annunziata. Nel 1605, infatti, due devoti, Giovanni Antonio Capuano e Clerico Alfonso de Marco o Marzo, si impegnarono – con l’oblazione dei fedeli circonvicini e con molti mezzi forniti dalla detta Casa Santa dell’Annunziata e col permesso del Reverendissimo Vescovo di Nola Fabrizio Gallo [+ 1614] – di costruire e ridurre quella cappelluccia a una grande e comoda chiesa come attualmente rattrovasi. Fu fornita di quadri, suppellettile sacra e di un comodo altare, al quale fu sovrapposto il sopraccennato quadro della SS.ma Annunziata. Aveva un paliotto di broccato di seta con le armi o insegne della Nunziata di Napoli. Vi erano due altri altari: l’uno al lato destro, entrando dalla porta, fatto a spese del cennato Clerico Alfonso di Marzo dedicato a S. Vito, col quadro rappresentante detto Santo, e l’altro a sinistra dedicato a S. Giovanni Battista, col quadro raffigurante il Battesimo di Gesù, donato dal sig. Gio: Battista d’Alessandro [Visita episcopale, 1616].
In base alle ricerche effettuate, la pergamena del 1613 fa riferimento ad una prima dedicazione della cappella alla figura dell’Arco dell’Annunziata. In latino, il sostantivo femminile figura – ae significa anche immagine; mentre la raffigurazione dell’ Annunciazione in contesti architettonici specifici, come portali o archi trionfali, fu una moda evidente in epoca angioina per celebrare la Vergine sotto tal vocabolo. L’intitolazione originaria della cappella, quindi, era a Maria SS. dell’Annunziata. Non abbiamo, però, notizie certe e documentate su come sia arrivato il culto alla Madonna di Costantinopoli; ma una considerazione, sostenuta dallo studioso arch. Nicola Castaldo di San Paolo Belsito, sostiene che il beneficio della Cappella di Santa Maria di Costantinopoli in San Giorgio Martire, sia transitato, tra il 1605 e il 1613, proprio nella piccola chiesetta di proprietà della SS. Ma Annunziata, da cui la denominazione successiva alla Vergine bizantina. A riguardo, nella Santa Visita del 1621 non appare più la cappella costantinopolitana in San Giorgio. Tutto ciò, però, è ancora da appurare attraverso studi, indagini e consultazioni. Rimaniamo col dubbio. Nella Santa Visita del 4 luglio del 1642, comunque, appare Cappella Sanctae Mariae de Costantinopoli extra dictam terram legata alla vicina Ottajano, officiata da Gio: Battista Valletta che ne teneva cura.


Il 10 dicembre del 1927, il Vescovo Mons. Egisto Domenico Melchiori (1879 – 1963) firmò il decreto di erezione canonica della suddetta chiesa a parrocchia. L’utilità della formazione della nuova parrocchia fu ravvisata dal vicario D. Antonio dott. Amarotta, il quale individuò in S. Maria di Costantinopoli la chiesa adatta alla cura d’anime. L’atto di erezione fu scritto il giorno 3 dicembre del 1927 nell’oratorio del SS. Rosario, sotto al campanile di San Domenico, alla presenza del vicario foraneo [cit. G. Mirolla, Aspetti della vita religioso – ecclesiastica a Somma Vesuviana in Rivista trimestrale Merdione, Anno XVI, N.4, 2016, 109]. La nuova comunità religiosa assorbiva in parte le due antiche parrocchie di S. Michele Arcangelo o dell’Angelo, in cui ricadeva, e di S. Croce. I parroci che si susseguirono nel corso degli anni furono: Don Angelo Antignani nel 1928; Don Francesco Rastelli nel 1932; Don Giuseppe Bifulco da febbraio a ottobre del 1941; Don Francesco Mormile (1915 – 1969) dal 24 maggio 1944 al 19 maggio 1969. Nel 1954 la struttura, interna ed esterna, era già in cattivo stato di conservazione. Gli altari erano cinque ed erano dedicati alla Madonna titolare, all’Immacolata, al Sacro Cuore, all’Addolorata ed a Sant’ Anna. Vi era un quadro di santa Maria Goretti. Contava 4000 anime, con circa 700 famiglie. La sacrestia era alquanto umida, mentre il campanile era in buono stato di conservazione. Sull’abside si trovava la casa canonica, adibita ad abitazione del parroco. Le cappelle rurali o gentilizie, che rientravano nei confini territoriali della parrocchia e dipendevano dalla sua gestione, erano ubicate nella villa De Siervo al Bosco, nella masseria Madama Filippa (Bambino Gesù), nella villa Lamagna – Tedeschi e nella contrada Caprabianca. Il Canonico della Collegiata, Don Giovanni Mosca, di età avanzata, si rendeva disponibile ad amministrare il Sacramento della Penitenza. Fu Don Francesco Mormile, a insistere sulla costruzione di una struttura più grande, che potesse ospitare più fedeli e avere annesso finalmente un complesso per le varie attività parrocchiali. Pompei, i cantieri si aprono ai visitatori: dal 5 marzo al 23 luglio visite speciali negli Scavi
In un luogo “magico” di Napoli la mostra di “CChiù Art”: i molti “modi” di “sentire” e di “vedere” l’arte
La Mostra, curata da Marilena Marotta, e allestita nella Chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato, potrà essere visitata fino al 5 aprile. Scriveva Ernst Gombrich: “Poiché la nostra percezione deve essere sempre selettiva, lo storico dell’arte è allenato a notare la selettività dell’”occhio” del pittore, o piuttosto l’insieme degli aspetti della realtà che gli artisti selezionano per costruire la propria immagine del mondo visibile, qualunque sia il mezzo usato, l’appartenenza a una scuola o a un periodo.”. Introduce l’articolo la foto di un acrilico su carta di Marilena Marotta, “La tempesta”.
“I pittori vedono nelle ombre e nelle sporgenze più di quanto vediamo noi” (Cicerone)
La percezione di chi osserva i quadri in mostra è condizionata anche dal luogo in cui la mostra è allestita. E la Chiesa di Santa Croce e Purgatorio sta in un luogo – Piazza Mercato, Piazza del Carmine, la Basilica della Madonna del Carmine – in cui l’aria che si respira sa di storia, la storia passata e sempre presente di Napoli. La percezione di chi si accinge a osservare i quadri è condizionata dalle simmetrie definite dall’architetto Francesco Sicuro, che nel 1781 ebbe l’incarico di sistemare anche Piazza del Carmine, devastata il 22 luglio da un incendio provocato dai fuochi d’artificio. Il gruppo “Cchiù Art” è un collettivo che “abbraccia artisti di provenienza diversi.”, un gruppo che sperimenta “molteplici linguaggi figurativi e non” e comprende anche poeti. Fondato nel 2015, “CChiù Art” ha partecipato a mostre anche in Francia.
Giustamente Andrea Buonfino, che ha scritto la prefazione e i commenti alle opere pubblicate nel catalogo di questa mostra, “vede” nel quadro di Marilena Marotta, che “apre” l’articolo, i segni dell’espressionismo astratto e la “presenza” della lezione di Jackson Pollock e dell’Action Painting. L’osservatore “percepisce” immediatamente il movimento del pennello, l’impeto della mano dell’artista, la sua “immersione” nei colori che corrono sul supporto per poi sospendere la corsa: e questa “sospensione” diventa la chiave di lettura dell’opera. Il mio “occhio”, condizionato dalla luce del luogo e dai miei orientamenti, riesce a vedere, in questo splendido acrilico su carta, la realistica immagine di quei pensieri che in certi momenti si aggrovigliano nella nostra mente: a questi grovigli Irene Sparagna ha dedicato un libro e una profonda riflessione: “non credo di essere riuscita a dipanarli, ma forse non ho mai voluto che accadesse”.
La Marotta vuole che accada e ci induce alla speranza, perché scopre e indica all’osservatore il filo dell’attorcigliarsi e dunque la “chiave” che consentirà lo snodarsi: il celeste, colore della speranza, irretisce e blocca il blu scuro, proietta riflessi vitali su bianco e su un giallo particolare, che suggerisce il senso dell’attesa. L’acrilico su carta (57×43 cm.) ha un titolo in francese, “La tempète”, “la tempesta” un titolo che conforta la mia “lettura” dell’opera, perché ogni tempesta finisce, e il cielo si apre, diceva il poeta, alla quiete e alla serenità. Risultano interessanti alcuni versi della poesia “Radici d’angoscia”, scritta proprio dalla Marotta e pubblicata nel catalogo della mostra: “Le parole sono /silenzio, / sentieri per smarrire/ allontanare/, nascondere/ il male.” In appendice ho pubblicato l’immagine di un quadro del pittore iraniano Amir Sabetazar, un olio su tela (53×39 cm.), intitolato “Breath of renewal”, “Respiro di rinnovamento”.
La tecnica è notevole: l’artista si serve in modo magistrale di tutte le sfumature del verde e del celeste, e degli effetti plastici del bianco. Se “leggo” l’immagine dal centro – il naso, l’occhio, la bocca – verso le macchie e i filamenti dell’esterno, allora, è “un volto che si scioglie nel colore, un volto che si dissolve”, come ha scritto Andrea Buonfino, ma se il mio sguardo sale dall’esterno verso il centro, la percezione mi suggerisce un significato opposto: il disordine delle macchie diventa ordine e forma chiara, il nulla diventa vita, e sono spinto a notare che l’intero impianto è dominato dalla perfezione dell’arco – l’occhio, le narici, le labbra. Nel catalogo, come ho già detto, sono pubblicate anche alcune poesie. Mi piace citare i versi di “Attimo ramingo”, scritta da Antonio Messina, giovane poeta napoletano: “Un attimo ansimante defluisce nel corso / irregolare di un secondo/ mi sento trasognato e sommesso dal millesimo, / elevo lo sguardo perpendicolare /rivolgo le tempie ad ovest immergendomi nel minuto/ e con sospiro serafico, rimango deferente /al tempo /rigurgito quegli attimi di sagace esistenza.”. La visita alla mostra mi ha procurato una lucida emozione.


