LE IMMAGINI PIÚ SIGNIFICATIVE DELL’ULTIMO DECENNIO DI GOVERNO REGIONALE

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Le elezioni regionali si avvicinano, ma la Campania ha mancato quasi tutti gli obiettivi di rinnovamento politico e rilancio economico. È fondamentale un sussulto di dignitĂ .
Di Amato Lamberti

Le elezioni regionali si avvicinano a grandi passi. Sarebbe ora di tirare le somme di dieci anni di governo regionale che sembrano aver mancato tutti gli obiettivi di rinnovamento politico e di rilancio economico della Campania.
L”immagine emblematica di questo decennio potrebbe essere quella degli operai della Fiat di Pomigliano che festeggiano, si fa per dire, il Natale nella fabbrica occupata per difendere il posto di lavoro di un centinaio di precari che giĂ  sanno di essere stati licenziati.

Oppure, quella della S.Messa celebrata dal vescovo di Nola, con gli operai, nella sala consiliare del Comune di Pomigliano, per ricordare alla politica e alle pubbliche amministrazioni quali dovrebbero essere le loro preoccupazioni costanti, l”occupazione e lo sviluppo del territorio. Oppure, ancora, le immagini di tante altre fabbriche occupate, degli operai sui tetti delle aziende, dei bivacchi notturni nei capannoni illuminati e riscaldati da falò improvvisati. Il fallimento sta tutto lì: fabbriche che chiudono, lavoratori buttati sulla strada insieme a tutte le loro speranze di futuro, un territorio devastato dalla speculazione, le amministrazioni locali nella tenaglia della camorra.

Senza dimenticare una emergenza che tutti si affannano a dichiarare superata ma che si presenta ancora per le strade della provincia di Napoli, quella dei rifiuti, che ha fatto il giro del mondo e che da molti viene considerato il manifesto dell”incapacitĂ  e della ciarlataneria di una politica che a parole dichiara di voler combattere malaffare e criminalitĂ  ma nella pratica quotidiana li alimenta e ne favorisce la diffusione. Basta un viaggio notturno sui grandi assi di scorrimento delle province di Napoli e Caserta per rendersi conto, guardando le lingue di fuoco e le colonne di fumo che si alzano al cielo, che lo smaltimento illegale di rifiuti tossici non conosce sosta, nonostante i militari dell”Esercito che presidiano le aree più compromesse dalla presenza di organizzazioni criminali.

La camorra ha svolto sicuramente un ruolo importante nel far precipitare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, ma per capire quello che era successo forse bisognava partire dai consorzi intercomunali per lo smaltimento dei rifiuti, dove, presidenti e consigli d”amministrazione, tutti rigorosamente di nomina politica, hanno badato solo a ottimizzare il rendimento di rendite di posizione coltivate, con la complicitĂ  dei partiti di riferimento, per realizzare guadagni economici e politici, personali e di partito. Tanto è vero che sono stati sciolti per cattiva amministrazione senza però modificare una situazione segnata da operazioni clientelari di assunzioni nelle quali la camorra ha avuto un ruolo non marginale, che oggi si ripercuote, dopo tanti travasi e passaggi di cantiere, negli organici degli enti pubblici.

Ma in questi dieci anni, in regione Campania, non ci siamo fatti mancare niente: le frane e gli smottamenti che hanno anche provocato vittime oltre che danni alle abitazioni e alle attivitĂ  economiche, troppo numerosi per citarli tutti; gli scandali dell”abusivismo edilizio che a Casalnuovo hanno visto crescere una nuova cittĂ  abusiva e a Giugliano, la nascita della prima cosca criminale composta unicamente da vigili urbani. Questo secondo episodio, di cui per la veritĂ  c”era stata, qualche anno fa, giĂ  una avvisaglia a Ottaviano, è sconvolgente e preoccupante perchè dimostra quanto la cultura del malaffare, della sopraffazione, della corruzione, abbia giĂ  scavato cunicoli impensabili nel profondo dei comportamenti e delle coscienze dei cittadini, anche di quelli più garantiti.

Toccato il fondo si può solo risalire, ma il problema che abbiamo davanti non è solo quello di continuare almeno a galleggiare. Senza un sussulto di dignitĂ , senza uno scatto d”orgoglio, rischiamo di vedere consumate tutte le speranze di cambiamento per noi e per i nostri figli.

CITTÁ AL SETACCIO

STORIE DI STALKING

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La triste vicenda di E., giovane, imprenditrice, determinata, ridotta in fin di vita dall”ex compagno.
Di Simona Carandente

Si è detto che la violenza sulle donne non è, come si potrebbe credere, prerogativa dei ceti meno elevanti della popolazione: essa non risparmia nessuna, e non vede differenza di razza o cultura. Tuttavia, vi sono alcuni popoli per i quali la donna gode di particolare spregio, perchè vista come un bene di proprietĂ  del maschio, padre-padrone, che appare in grado di poterne disporre a piacimento, quasi fosse un essere inanimato.

Tale premessa fa da sfondo allo storia di E., extracomunitaria trentenne, venuta anni fa nel nostro paese allo scopo di sfuggire alla fame ed alla guerra del suo paese, la Nigeria. Con estremo sacrificio, riesce ad insediarsi nella comunitĂ  di connazionali, in una nota zona del casertano, ed avvia anche una piccola, ma fiorente, attivitĂ  commerciale.
Ad un certo punto la bellissima E. ha la sfortuna di conoscere F., un nigeriano che le manifesta subito un sentimento d”amore. I due cominciano una relazione, coronata anche dalla nascita di un bambino.

Nel corso del tempo, F. comincia a manifestarsi per quello che è realmente, probabilmente infastidito dalla condotta di vita “libertina” della sua compagna, che osa frequentare delle amiche, lavorare, curare il proprio aspetto.
Ne conseguono delle manifestazioni di violenza allucinanti: una sera F. raggiunge E. in casa di amiche e, senza alcun motivo, la massacra letteralmente di botte, scaraventandola verso una porta a vetri. E. giunge in ospedale in condizioni piuttosto gravi, con una prognosi di 20 giorni ed un braccio fratturato, tanto da dover ricorrere ad un intervento chirurgico.

Un po” per amore, un po” per timore di nuove aggressioni, E. perdona il suo compagno e rimane incinta di due gemelli. Proprio questa nuova, indesiderata gravidanza farĂ  scatenare nuovamente l”ira del suo aguzzino, che aveva cercato invano di farla abortire.
Non essendoci riuscito con le buone, F. attua il suo proposito criminoso con l”unico modo che conosce, la violenza fisica: una sera riempie la sua compagna di botte sulla pancia, tanto numerose e violente che uno dei due gemelli morirĂ  mentre l”altra, riuscita a salvarsi, riporterĂ  seri danni neurologici per i colpi subiti.

A questo punto E. ne ha abbastanza: denuncia il suo oramai ex compagno, che verrĂ  condannato per le sole lesioni alla pena di diciotto mesi di reclusione, coperti dalla sospensione condizionale della pena.
Successivamente alla condanna F. cambia paese e va a vivere all”estero, ma ogni volta che lo ritiene opportuno torna in Italia, libero ed indisturbato, e continua a rendere all”ex compagna la vita impossibile. Con la scusa di voler vedere i figli, gli stessi figli che aveva rinnegato, si presenta sotto casa dell”ex compagna, nel locale di sua proprietĂ , ubriacandosi fino a sconnettere completamente ed a rendere necessario, più volte, l”intervento della polizia. Attualmente, pende nei suo confronti un nuovo procedimento penale per stalking.

Vi sono situazioni, e persone, che arrecano di per sè enormi sofferenze: ma quando la vittima, giĂ  di per sè debole, appare anche indifesa la situazione è di gran lunga più complessa. E. può, nonostante tutto, ritenersi una ragazza fortunata: la comunitĂ  di nigeriani le è sempre stata vicina, ha trovato persone in grado di aiutarla ad occuparsi dei propri figli, è riuscita a portare avanti un”attivitĂ  lavorativa.
Oggi è una giovane donna che guarda lontano, nonostante tutto e nonostante le ferite del cuore, soprattutto per dare un futuro ai propri figli. Nella speranza che non sappiano mai che persona è il loro padre naturale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA DONNA VITTIMA E CARNEFICE

SCUOLE APERTE A “PARADA”: UNA STORIA INVEROSIMILMENTE VERA!

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Attraverso il film “Parada”, i ragazzi che partecipano a “Scuole Aperte” hanno toccato con mano l”importanza di realizzare la vera legalitĂ  interculturale.
Di Annamaria Franzoni

Un autentico messaggio di pace e di rispetto della diversitĂ  è giunto ai ragazzi del Liceo “G. Mercalli” e della Scuola Media “C. Poerio” attraverso l”avventurosa storia di Miloud che con il suo Progetto ha salvato migliaia di ragazzi di strada.

IncredulitĂ  , sorpresa, amarezza, dolore intenso, disperazione hanno inizialmente segnato l”animo dei giovani spettatori .Tuttavia, ben presto, nel momento della condivisione e della riflessione comune, che abitualmente segue alla visione del film, i ragazzi sono riusciti a convertire in positivo il loro sentire e ad aggiungere all”albero delle Emozioni foglie sulle quali si leggeva la speranza, la gioia di vivere , l”amore , la ricchezza che nasce dal dare e non dall”avere, l”apprezzamento per chi davvero si schiera con tutto se stesso verso l”altro realizzando la vera legalitĂ  interculturale.

Il nostro appuntamento con il film del mercoledì ha come obiettivo quello di sviluppare la consapevolezza che la dignitĂ , la libertĂ , la solidarietĂ  non possano mai considerarsi acquisite per sempre, ma perseguite nel corso della vita e protette una volta conquistate e questo film ha colpito nel segno.
“Parada”, forse più degli altri film, ha fatto da “apri strada” ad un discorso complesso che ogni singolo adolescente ha intrapreso con se stesso mentre lanciava ai coetanei, nel circle time, le riflessioni personali sull”argomento scottante e complesso della propria relazione con i bambini rom.

Al riaccendersi delle luci in sala, i loro occhi lucidi e disincantati sono rimasti incollati sui titoli di coda e sulle informazioni che il film è tratto da una storia vera e che Milaud oltre un decennio fa ha creato davvero a Bucarest la Fondazione Parada: la storia presentava, infatti, tratti inverosimili e soprattutto risultava inaccettabile scoprire che possano esistere simili realtĂ  nell”Europa del terzo millennio.

La visione del film li ha così catapultati in una dimensione nuova che ha mutato giudizi e ridotto pregiudizi, ha acceso fantasie ed ha spento paure metropolitane; ma il suo maggior merito è stato quello di aprire gli animi alla speranza attraverso l”esperienza di un clown che è riuscito, con il suo naso rosso e i suoi giochi, ad avvicinarsi ai bambini romeni che vivono nei canali, a cui ha insegnato i primi segreti dell”arte del circo.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

PERCHÉ MOLTI SONO TRISTI NEI GIORNI DI FESTA?

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Sempre più persone si lamentano delle festivitĂ  natalizie, perchè occasione di malessere e malinconia. È un problema di autostima. Alcuni suggerimenti per invertire la tendenza.
Di Silvano Forcillo

Anzitutto, desidero porgere alle care lettici e ai cari lettori di “ilmediano.it”, i miei più cordiali e sinceri auguri di buone feste e di un Natale piacevole e sereno.

Nelle mie interazioni sociali e nella mia attivitĂ  di psicoterapeuta, sempre più spesso, mi capita di ascoltare le persone che si lamentano dell”arrivo delle festivitĂ  e di come, queste, siano più occasione di malessere, tristezza e malinconia piuttosto che un”occasione per stare bene, sereni, rilassarsi e divertirsi.

In particolare, infatti, sembra che questa spiacevole sensazione di malessere, disagio e di vera e propria malinconia si avverta maggiormente nelle festivitĂ  natalizie e nella festivitĂ  di fine anno, piuttosto che nelle vacanze estive, nei fine settimana o nei cosiddetti “ponti festivi”.

Le feste rappresentano il tempo in cui si è improvvisamente liberi dall”attivitĂ  lavorativa e si è, quindi, senza accorgersene, in un contatto più diretto con sè stessi, senza essere impegnati nel pensare, nel fare, nell”agire quotidiano e nelle solite preoccupazioni del vivere. Le feste, infatti, costituiscono da un lato l”unico, vero momento in cui si è liberi di riposare, divertirsi, pensare alla propria salute e al proprio benessere, fisico e psicologico, dall”altro, l”unico momento “istituzionalizzato” in cui si assapora, per maggiore libertĂ  di tempo, un contatto diretto con i propri e irrinunciabili bisogni, con le vere e mai ascoltate esigenze personali, sociali, affettive, amorose ed esistenziali.

Ecco allora riemergere, spesso, prepotenti e dolorose, le più recondite frustrazioni, gli insostenibili disagi esistenziali, le paure dell”incerto, le aspettative legate al futuro e all”avvento del nuovo anno, o si sente, con maggior dolore del solito, la mancanza delle persone care, che non sono più con noi, o non più vicine a noi.

In altre parole, nelle feste, nei momenti di libertĂ  e nelle occasioni in cui si può liberamente vivere il piacere, la gioia e il divertimento, fa capolino, distruggendo la ritrovata serenitĂ , il “sabotaggio dell”autostima”. Il sabotaggio, che siamo soliti attuare, ogni volta, che siamo sereni e felici; quante volte, infatti, ci è capitato di pensare: “chissĂ  come dovrò pagare questo momento di serenitĂ  :chissĂ , se durerĂ  questo momento di felicitĂ :”. Insomma, non ci sentiamo, nè più capaci di stare bene, nè più desiderosi di vivere bene.

A questo proposito, mi piace ricordare quali sono i fondamentali “tre pilastri” dell”autostima: riconoscersi il diritto di esistere; riconoscersi il diritto di vivere bene; riconoscersi il diritto di essere felici. Quanti possono affermare di avere una siffatta autostima?

Eppure l”autostima è all”origine del vivere bene, dello stare bene con sè stessi e sentirsi in diritto di divertirsi ed essere felici, invece il più delle volte, i soli diritti che riconosciamo a noi stessi sono: pensare, dovere e fare che, secondo il punto di vista della psicologia umanistico-esistenziale, vengono definiti i tre “contropilastri e i distruttori dell”autostima”, i quali, proprio attraverso il nostro sabotaggio, mentre siamo felici, mentre siamo sereni e, mentre stiamo assaporando il piacere di vivere, il piacere di amare e il piacere di quello che siamo, ci richiamano immediatamente all”ordine, alla serietĂ , alle responsabilitĂ , ai doveri e al “senso di colpa” per esserci permessi un momento di gioia, di riposo e spensieratezza.

Ci troviamo a combattere, lungo l”arco della nostra vita, sempre più spesso contro questi tre insopportabili imperativi e, sempre più spesso, ci neghiamo il diritto di essere felici, ma è soprattutto Natale, il momento in cui ci sentiamo più fragili e in preda alle nostre paure e alle nostre insoddisfazioni. È questo il periodo, infatti, in cui trascorriamo maggior tempo con i nostri familiari, di solito non vediamo così tanti parenti, come in questa occasione, e se si hanno conflitti familiari irrisolti, proprio in questi giorni, si sentono in maniera insostenibile. Spesso non ci rendiamo conto che tutti, intorno a noi, provano le stesse paure e gli stessi dolori, ma nessuno ha il coraggio di dirselo, perchè è Natale e si sente fortemente l”obbligo morale ed emotivo di essere sereni e buoni e non rovinare la “santa festa” ai nostri cari, ai parenti e agli ospiti.

Anche la festa di fine anno, spesso ci pone in una silenziosa, seria e triste riflessione, facendoci trovare di fronte ad una sorta di resoconto, o bilancio della nostra vita e delle nostre realizzazioni.
Infatti, in occasione della fine dell”anno, più che in altre festivitĂ , ci impegniamo a porci domande che non ci capita di chiederci in altre occasioni di divertimento e piacere: “cosa ho fatto fino ad oggi, cosa ho saputo costruire e realizzare, cosa ho dato ai miei cari, quanto sono cambiato o cresciuto, quanti anni sono giĂ  passati e chissĂ  quanti ne potrò ancora vivere?” Pertanto, è quasi impossibile non essere attraversati, in questa festivitĂ , da un senso di profonda malinconia, tristezza e, a volte, anche una inspiegabile solitudine.

Come evitare queste spiacevoli sensazioni e gli insostenibili stati d”animo che proviamo nei giorni di festa? Il mio vuole essere solamente un semplice e puro suggerimento e non certamente la soluzione delle problematiche che ci limitano e addolorano, nel corso della nostra esistenza.

Anzitutto, bisogna assolutamente evitare di farsi aspettative. L”aspettativa, qualunque essa sia, o qualunque dimensione della nostra vita riguardi non è altro che sinonimo di “delusione” e di “dispiacere”, quindi, occorre imparare ad evitare le aspettative e anticipare il futuro, invece, si deve imparare a vivere la vita così com”è, imprevedibile e incalcolabile e coltivare e alimentare sogni e speranze e godere sempre di ogni attimo della nostra vita, nell”hic et nunc (nel qui ed ora!).

È necessario, inoltre, vivere le feste, soprattutto, come un meritato riposo e come una piacevole pausa, nel tran, tran della vita quotidiana, per potere, finalmente, pensare a sè stessi, prendersi cura di sè, facendo cose che, il tempo lavorativo, il tempo del solo dovere e il tempo delle tantissime e complesse responsabilitĂ , ci impedisce di vivere e realizzare, come per esempio, fare un bagno caldo, leggere un buon libro, vedere quel film che non si è mai riuscito a vedere, cucinarsi qualcosa di buono e regalarsi qualcosa, che non avremmo mai osato comprare, visitare un museo, poltrire fino a mezzogiorno, scrivere delle lettere a chi non si sente o si vede da tanto tempo e dedicarsi a un salutare e rilassante e immotivato, o irrazionale riposo;

fare insieme alle persone amate e a noi care, qualcosa, che non sia specificatamente natalizio, festaiolo, convenzionale o “istituzionalizzato”, solo perchè così fanno tutti, ma fare solamente ciò che risponda ai tre pilastri del vivere consapevolmente felici: “mi piace; lo voglio; mi serve” ed è questo l”augurio che dedico, con affetto e stima, a tutti i nostri cari lettori.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

STORIA DEL “900. IL PCI TENTA IL SORPASSO ELETTORALE

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Nel 1975-76 le forze politiche moderate temono il PCI e invitano a votare DC, ma turandosi il naso. Intanto, l”Italia è preda del terrorismo e inquinata dal malaffare.
Di Ciro Raia

Nel mondo della politica cresce sempre più il prestigio del PCI di Enrico Berlinguer. Il segretario generale, parlando a Mosca, nel corso del XXV Congresso del PCUS, sostiene che la crisi dell”Italia potrĂ  trovare uno sbocco solo se il PCI sarĂ  chiamato a partecipare, con le altre forze popolari e democratiche, alla direzione della vita nazionale. Il partito comunista va, così, conquistando voti nella borghesia e, nel corso delle elezioni regionali del 1975 ottiene notevoli successi, raggiungendo il 33,3% dei voti.

Nell”imminenza delle elezioni politiche del 1976, anzi, le forze moderate e conservatrici addirittura temono che possa verificarsi “un sorpasso” dei partiti della sinistra (per scongiurare questa possibilitĂ , il giornalista Indro Montanelli invita l”elettorato moderato “a turarsi il naso e a votare Dc”). Ma il voto non decreta la svolta sperata dai progressisti e temuta dai moderati. La DC, infatti, recupera, il PCI trionfa (raggiunge il suo massimo storico col 34,4% dei voti) ma altrettanto non avviene per il PSI (solo il 9,7% dei voti), che perde molti consensi.

Anzi, la disfatta socialista segna la fine della segreteria De Martino e l”ingresso nella politica nazionale del nuovo segretario generale Bettino Craxi, che dĂ  corso ad una linea politica decisamente socialdemocratica, ispirata a creare un”alternativa politica al potere democristiano e, nel contempo, a cercare un argine allo strapotere comunista a sinistra.

Dopo le elezioni, sotto la guida di Andreotti, nasce il “governo della non sfiducia”, un monocolore democristiano, che si regge sul consenso dei moderati e sull”astensione della sinistra. Per la prima volta nella storia d”Italia una donna assume la carica di ministro: si tratta della democristiana, giĂ  partigiana, Tina Anselmi, che guida il dicastero del Lavoro. Il “governo della non sfiducia” intende essere il traghetto per l”intesa con i comunisti e per la costituzione di un esecutivo forte, in grado di fronteggiare e battere il terrorismo.

Un segnale della nuova intesa è l”elezione del comunista Pietro Ingrao a presidente della Camera dei Deputati. Intanto, il giorno di ferragosto del 1977, il tenente colonnello Herbert Kappler, responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, evade dall”ospedale militare del Celio -si dice- chiuso in una valigia!

Mentre monta lo scandalo degli aerei Lockheed (il presidente della societĂ  americana Lockheed ha ammesso di aver versato ad esponenti politici italiani la cifra di 3 miliardi, per favorire l”acquisto di aerei Hercules C130), il terrorismo diventa sempre più violento. I palazzi del potere assistono, quindi, allo stato d”accusa di alcuni politici, che hanno beneficiato di tangenti per l”acquisto di aerei. Per la prima volta le Camere votano per il rinvio a giudizio di due parlamentari, Luigi Gui (democristiano) e Mario Tanassi (socialdemocratico), accusati di essere implicati nello scandalo Lockheed. Anche il capo dello Stato, Giovanni Leone, è accusato di essere tra i corrotti dalla casa costruttrice di aerei e, nel 1978, è costretto a dimettersi.

Parallelamente agli avvenimenti di mala politica, le B.R. seminano terrore e morte; sotto i colpi dei brigatisti cadono il procuratore generale Francesco Coco e la sua scorta, il sostituto procuratore Vittorio Occorsio, il presidente degli avvocati di Torino Fulvio Croce, il giornalista Carlo Casalegno, il brigadiere dei carabinieri Giuseppe Ciotta. Sono ben oltre duemila gli attentati, che colpiscono sindacalisti e poliziotti, giornalisti, politici e magistrati.
Tutto il paese è screditato, per gli scandali e le violenze che l”attraversano. Il giornale tedesco Der Spiegel lancia una campagna contro l”Italia, “paese di terrorismo e malaffare”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL VALORE DEI SIMBOLI E L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA

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La memoria che si dischiude dai simboli, è patrimonio degli uomini, ne è monumento in cui sono custoditi valori e idealitĂ  per le quali vale la pena vivere e lottare.

Caro Direttore,
ci siamo, domani è finalmente Natale. Festa e simbolo della cristianitĂ ? Forse, un tempo. Oggi, nonostante i venti di crisi, è solo festa e simbolo del consumo, dello spreco, dell”effimero. Questa sera nelle nostre case saranno imbandite cene di lusso. Una volta tanto, ce lo possiamo (o dobbiamo?) consentire tutti. Sì, i guai, le malattie, la disoccupazione –da ultimo, anche il ritorno dell”inciucio in politica-, il pianeta ammalato, il clima impazzito, la scuola che non funziona:e che siamo noi che dobbiamo risolvere i problemi del mondo? Ma per caritĂ ! Il Natale è un “simbolo”!

La parola simbolo sta a rappresentare un qualcosa di ideale, per mezzo di un”opera, di un”azione, di un”arte. Nella ricchezza dei vocaboli della nostra lingua, spesso, si usa anche il sinonimo “emblema”, che non cambia affatto il significato. La parola emblema ha avuto una sua valenza storica: nell”antica Roma era l”anello con il quale si sigillavano le lettere o i testamenti; era anche un contrassegno (di legno o di altra materia frangibile), che si spezzava a metĂ , le cui parti erano conservate dalle famiglie, come pegno d”ospitalitĂ  data o ricevuta; nell”austera Atene, poi, era la tessera che ogni giudice riceveva entrando in tribunale, una sorta di medaglia di presenza, unico documento utile per esigere il compenso.

E, dunque, il simbolo/emblema racchiude in sè il valore incommensurabile di una Memoria, che è patrimonio di tutti gli uomini, ne costituisce il monumento delle idealitĂ , per le quali vale la pena di vivere, lottare, progettare, senza mai dimenticare il passato, le vicende che l”hanno caratterizzato, gli uomini che ne hanno segnato (con l”impegno quotidiano, con il lavoro, con la passione delle idee, molto spesso, con il sacrificio della vita) i percorsi di fede, di libertĂ , di progresso, di giustizia, di eguaglianza.

Caro Direttore, ti confesso che io sono stato educato al valore ed al rispetto del “simbolo”. Talvolta, aver potuto raggiungere un luogo-simbolo, aver potuto respirare l”odore che emanava, aver potuto godere dei colori e delle sensazioni che ne derivavano, è stato, per me, come lo scioglimento di un voto.

Era una bella giornata d”autunno, quando varcai il cancello del piccolissimo e sperduto cimitero di Barbiana – sei o otto tombe? Non ricordo bene!-, sulle colline del Mugello. La canonica, che era stata la sede della scuola di don Milani, era chiusa, così anche la chiesa. Era aperta solo la minuscola cappella del cimitero. Sull”altare, ancora più minuscolo, era incorniciata una foto in bianco e nero di don Lorenzo; vicino, c”era un registro in cui numerosi visitatori-pellegrini dedicavano un pensiero, una frase, un saluto alla Memoria di un prete rivoluzionario.

Era sempre una bella giornata d”autunno anche quando mi inerpicai sulla piana del monte Sole ed entrai nel sacrario di Marzabotto. Mi sembrava che quelle innumerevoli lapidi di morti innocenti, falciati dalla ferocia dei nazisti, grondassero lacrime e sangue. Ma sembrava, anche, che quelle lapidi emanassero un profumo di amore e speranza (sono profumi impercettibili ma esistono) nei confronti degli uomini costruttori del proprio destino di libertĂ .

A Sant”Anna di Stazzema fu una giornata indimenticabile, una di quelle che ti segnano per la vita. Le edicole della Via Crucis non raffiguravano la sofferenza di Gesù Cristo sul Calvario; raffiguravano le atroci sevizie, mortali, subite dalle donne e dagli uomini, dai bambini e dagli anziani ad opera ancora delle armate naziste. Anche a Sant”Anna, sulla piana che godeva della vista della marina di Pietrasanta, si ergeva un monumento alla Memoria di oltre ottocento innocenti. C”erano sbiadite fotografie di partigiani, casalinghe, preti, intellettuali, contadini, studenti.

La piazzetta del villaggio (ora vi abitano solo poche anime), dove sorgeva la chiesa, era intitolata ad Anna Pardini, la vittima più giovane di quella violenza. Aveva, infatti, solo dodici giorni di vita, in quel terribile agosto del 1944, quando, strappata dalle braccia della madre e lanciata in alto, era divenuta bersaglio per i colpi sparati dai crucchi.

Conosco quasi tutti i sacrari sparsi sulle Alpi. Lì fa freddo anche d”estate. È un freddo che ti prende dentro il cuore, solo leggendo i nomi, le date di nascita, i sogni infranti, gli affetti tranciati degli innumerevoli soldatini del “99! È tutto, terribilmente, uguale: sul Pasubio, sul Tonale, a Bassano del Grappa e negli altri infiniti luoghi di lutto della Grande Guerra.

Caro Direttore, hanno rubato l”insegna in ferro all”ingresso del lager nazista di Auschwitz. Per fortuna l”hanno giĂ  ritrovata: era troppo ingombrante. Chi l”ha fatto –per furto su commissione, per balordaggine, per conclamata ignoranza- non si è reso conto che quell” “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) è un simbolo/emblema troppo importante, un monito incancellabile per l”umanitĂ , come lo sono Mauthausen o Dachau: “Il dottor Blaha racconta che a Dachau pelli umane stavano appese come biancheria stesa ad asciugare. Venivano usate per produrre un cuoio fine adatto a calzoni di cavallerizzo, a cartelle, a ciabatte, alla rilegatura dei libri”. (Boris Pahor, Necropoli, Fazi Editore, 2008).

Il tentativo perseguito in molti segmenti della nostra societĂ  è, forse (o senza forse), eliminare, cancellare la Memoria, renderla inservibile. Dopo la sanguinosa esperienza della Repubblica napoletana del 1799, Ferdinando IV di Borbone e sua moglie Carolina cercarono, in tutti i modi, di punire non solo i rivoluzionari ma di cancellare ogni traccia del tentativo rivoluzionario, provvedendo alla distruzione sistematica degli archivi, dei diari, delle lettere, insomma, di tutto quanto avesse potuto costituire una testimonianza, un simbolo, un emblema, una Memoria.

C”è aria di allegria, Direttore. Ci sono botti per la festa imminente, luminarie, capitoni, insalate di rinforzo, fiumi di champagne. A volte, sembra che anche certe parole siano un simbolo-emblema: “L”Ă steco chiove, la casa scorre. Tu che “nce può fa?..Io che nce posso fa”? pensò in napoletano lei pure [Eleonora Fonseca Pimentel, n.d.r.]. Come dicevano, i Napoletani, per significare nulla, proprio nulla: nada de nada? Ah sì. Il resto di niente” (Raffaele Striano, Il resto di niente, Loffredo, 1986).

Caro Direttore, buon Natale. Ti stai preparando per la tua vacanza di fine anno? Certo, te la meriti. Dove andrai? Ai monti, al mare o in Patagonia? Io? Io resto qui. Se potessi, però, andrei ad Auschwitz. Non sono ancora riuscito ad andarci, pur desiderandolo tanto. Ma io sono caparbio, riuscirò ad andarci in quel luogo simbolo/emblema per tutta l”umanitĂ . E ci riuscirò -spero- prima che qualcuno, magari, tenterĂ  di sottrarre, per cancellarne la Memoria, i capelli, gli occhiali, i cenci, le ciabatte dei deportati.
Non sarebbe bello andare insieme, Direttore? Pensaci.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE BRUTTE CITTÁ E L’IMBECILLITÁ DEI POLITICI

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La Legge regionale per la casa poteva essere l”occasione per eliminare il degrado dalle nostre cittĂ  e rilanciare l”economia. Invece, si punta solo sul mattone, mentre il resto rimarrĂ  brutto e fatiscente.
Di Amato Lamberti

La legge per la casa poteva essere l”occasione, per un Consiglio regionale che dal 2005 si è caratterizzato soltanto per le iniziative della Magistratura nei confronti di Consiglieri, Presidenti di Giunta e Consiglio, Commissari straordinari, dirigenti, funzionari, dipendenti, consulenti, per affrontare i temi fondamentali dello sviluppo economico e del riassetto del territorio. L”edilizia, nel bene e nel male, resta nella nostra Regione il volano di una economia asfittica che non riesce a decollare nè sul piano industriale nè su quello turistico, nonostante le migliaia di interventi “a pioggia sparsa” a sostegno di iniziative senza respiro imprenditoriale.

Con la legge sulla casa si sarebbe potuto mettere mano ad un rilancio del settore edilizio attraverso una modulazione di interventi di recupero del patrimonio edilizio fatiscente, in particolare dei Centri storici, con aumento di cubature ma anche con l”eliminazione di superfetazioni che oltre a creare disordine e degrado riducono la vivibilitĂ  di aree spesso di grande pregio monumentale e paesaggistico. In pratica si poteva soddisfare la richiesta, della popolazione e del mercato, di abitazioni adeguate agli standard di abitabilitĂ  ormai correnti riqualificando urbanisticamente realtĂ  contrassegnate da degrado, fatiscenza, assenza dei servizi più elementari.

Penso a realtĂ  come il Casamale di Somma Vesuviana, o ai centri storici di S.Anastasia, Ottaviano, Nola, Cimitile, Brusciano, per non parlare di Torre Annunziata, Torre del Greco, Castellammare. Si poteva anche pensare in alcune aree degradate da interventi casuali, approssimativi, di pessima qualitĂ  edilizia, senza servizi, a cominciare da strade, parcheggi, verde pubblico, aree attrezzate per il tempo libero, di sperimentare modalitĂ  innovative di abbattimento e ricostruzione sulla base di una progettazione urbanistica che assicurasse livelli elevati di qualitĂ  della vita, anche dal punto di vista dell”aggregazione sociale e culturale.

Tutta l”area a Nord di Napoli, da S.Pietro a Patierno (foto), a Casavatore, a Casoria, a Frattamaggiore, fino a Villaricca e Giugliano, è caratterizzata da una conurbazione informe, dove si affastellano palazzi per civili abitazioni, centri commerciali, officine artigianali, piccole imprese metallurgiche, elettriche, elettroniche, capannoni industriali dimessi o usati come depositi, quando non come discariche, scassi di automobili, impianti per il recupero di frazioni da rifiuti, nella quale anche la salute dei cittadini e dei lavoratori è messa a repentaglio.

Si poteva approfittare per mettere un poco d”ordine, separare i luoghi di abitazione e di vita dalle attivitĂ  imprenditoriali più nocive per la salute e l”ambiente, aprire strade, abbellirle con aree a verde, magari attrezzate per il gioco dei bambini e per la socializzazione degli anziani. La leva economica dell”aumento possibile delle volumetrie per le unitĂ  abitative e quella della riqualificazione edilizia di aree dimesse poteva essere utilizzata per una grande operazione di bellezza di un territorio che ha notevoli potenzialitĂ  di sviluppo ma tutte affogate nella bruttezza, nel degrado, nell”inciviltĂ  del vivere.

Il territorio della provincia di Napoli è un vero e proprio giacimento di ricchezze archeologiche, monumentali, artistiche, paesaggistiche che basterebbe riqualificare, connettere, collegare, valorizzare per realizzare il più grande parco a tema culturale d”Europa, e forse del mondo, con una enorme potenzialitĂ  di attrazione turistica e, quindi, di sviluppo economico ecosostenibile. Potrebbe essere il più bell”esempio di green economy e, invece, tutto è abbandonato a interventi estemporanei, grandi mostre, aree archeologiche sottoutilizzate o fuori di ogni itinerario, monumenti fatiscenti o irraggiungibili, come la Piscina Mirabilis.

Anche una risorsa come quella termale, sulla quale in tutti i paesi del mediterraneo si stanno facendo investimenti considerevoli, o è lasciata nelle mani di imprenditori che si limitano a vivere di rendita, o è abbandonata, come accede a Pozzuoli e a Castellammare. Tanto per fare un esempio dell”imbecillitĂ  che caratterizza i nostri politici: a Bagnoli, prima dell”insediamento dell”ILLVA, si contavano un centinaio di sorgenti termali, tutte regolarmente tombate per consentire l”insediamento della fabbrica.

Nessuno ha pensato che, dopo lo smantellamento dell”acciaieria, le sorgenti termali potessero costituire il capitale su cui ricostruire una ipotesi di economia e di sviluppo. Si poteva realizzare il più grande parco termale d”Europa in una cornice paesaggistica unica ed eccezionale. Hanno pensato solo a posti barca e nuovo cemento.
(Fonte foto: dal blog della giornalista Valentina Cirillo)

CITTÁ AL SETACCIO

LA VIOLENZA SULLE DONNE: UN MALE DEL NOSTRO TEMPO?

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La cronaca ci ricorda che la discriminazione di genere e la violenza sulle donne è pane quotidiano della societĂ  moderna, nonostante le leggi ne garantiscano sempre di più la dignitĂ .
Di Simona Carandente

Il tema è di quelli noti, salito quasi all”improvviso alle luci della ribalta mediatica.
Anzi, stando al pullulare di associazioni, fondazioni, pubblicazioni sull”argomento sembra quasi che il tema della violenza sulle donne sia stato conosciuto solamente agli inizi degli anni “90.

Non si deve dimenticare, invece, che giĂ  nei primi anni 70, con il femminismo imperante e la rivoluzione del pensiero politico, esso ha cominciato ad affacciarsi sulla scena nazionale, mettendo per la prima volta in discussione, e pubblicamente, il ruolo esclusivo dell”uomo nella societĂ  civile, padre-padrone o marito che fosse, nonchè il ruolo patriarcale del maschio e la posizione di indiscusso predominio di questi, sia nella coppia che nella famiglia.

Sono gli anni nei quali, proprio sulla scorta del nuovo ruolo acquisito dalla donna nella societĂ , viene riformato anche il diritto di famiglia (1975), con delle previsioni normative a carattere assolutamente innovativo quale la possibilitĂ , per i coniugi, di fissare congiuntamente la residenza familiare in base alle comuni esigenze di lavoro, studio, interessi. Dal punto di vista squisitamente normativo, la donna non è più obbligata a seguire il coniuge ovunque questi voglia, sacrificando se stessa ed il proprio mondo.

Tuttavia, se dal punto di vista legislativo si assiste ad un”attenzione sempre maggiore al problema della dignitĂ  della donna, e della paritĂ  dei diritti civili, le discriminazioni di genere rappresentano ancora il pane quotidiano della societĂ  moderna, e la violenza sulle donne ne è la massima espressione.
Del resto, essa non conosce categorie sociali, culturali o limiti geografici: secondo uno studio pubblicato nel 1993 dalle Nazioni Unite sull”eliminazione della violenza contro le donne, essa è il prodotto di un meccanismo sociale che, da tempo immane, vede uomini e donne storicamente diseguali, con la tendenza dei primi a prevaricare e discriminare le seconde, con ogni mezzo.

Le forme di violenza appaiono, nel panorama internazionale, assolutamente variegate: si passa dagli abusi domestici, agli atti persecutori, ai delitti d”onore, fino a giungere a quelle estreme quali schiavitù sessuale, prostituzione forzata, mutilazioni genitali e, addirittura, l”utilizzo dell”acido per sfigurare il volto.
I dati Istat relativi all”anno 2006 lasciano senza parole: basti pensare che, secondo le testimonianze raccolte, ben il 91% degli stupri non viene denunciata all”autoritĂ , lasciando i colpevoli di fatto impuniti e liberi di continuare ad agire, indisturbati. Inoltre, in un campione di donne di etĂ  compresa tra i 16 ed i 70 anni, è emerso che quasi sette milioni sono state vittima, almeno una volta nella vita, di violenza fisica o sessuale, in moltissimi casi da parte del partner.

Denunciare gli abusi ed i maltrattamenti è necessario, ma da solo non basta: occorre una vera e propria rivoluzione culturale, volta ad una piena e concreta parificazione tra i sessi, ed a far sì che la donna, sia tra le mura domestiche che nella societĂ , non venga lasciata sola, ma possa beneficiare di una rete di sostegno non esclusivamente istituzionale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

AUGURI PER UNA SOCIETÁ OSSIMORICA

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Il prof. Giovanni Ariola risponde a vari quesiti arrivati in redazione da parte di lettori che seguono la rubrica “Lingua in laboratorio”.
Marco E. di Avella scrive: “Ho letto, non ricordo dove, che l”espressione “Cosa fatta capo ha” è stata inventata da Dante. Vorrei sapere se è confermata questa paternitĂ  e in quale opera la troviamo:”.
Rispondo: Dante usa l”espressione, però con le due proposizioni invertite, nel canto 28° dell”Inferno al v.107. Trascrivo, per contestualizzare, le due terzine che contengono il periodo completo: “E un ch”avea l”una e l”altra man mozza,/ levando i moncherin per l”aura fosca,/ sì che “”l sangue facea la faccia sozza,// gridò: “Ricordera”ti anche del Mosca,/ che disse, lasso! “Capo ha cosa fatta”,/ che fumal seme per la gente tosca”/”
Si tratta, lo dico per coloro che non avessero letto questo Canto, del fiorentino Mosca dei Lamberti, collocato da Dante nella nona bolgia dell”VIII cerchio dell”Inferno, dove sono puniti i seminatori di discordie con l”essere continuamente mutilati da un demonio mentre gli passano davanti in una processione che dura in eterno. Questo Mosca avrebbe consigliato, pronunziando appunto la frase in questione, gli Amidei di uccidere Buondelmonte che li aveva offesi, rifiutandosi di sposare, come aveva promesso, una fanciulla della loro famiglia. Insomma aveva consigliato di perpetrare un delitto d”onore.
Non è tuttavia accertato che sia stato Dante ad usare per primo tale espressione.
Antonio B. di Portici chiede delucidazioni in merito a “monolinguismo e plurilinguismo a scuola”
Rispondo con le parole di Tullio De Mauro: “L”abitudine all”addestramento monolinguistico ha privato e priva la scuola di immensi campi d”applicazione didattica, di sperimentazione, di intelligente costruzione di esperienze comunicative. La scuola tradizionale ha insegnato come si deve dire una cosa. La scuola democratica insegnerĂ  come si può dire una cosa, in quale infinito universo di modi distinti di comunicare noi siamo proiettati nel momento in cui abbiamo da risolvere il problema di dire una cosa”.
Se si vuole saperne di più, si legga per intero il breve saggio da cui è tratto questo brano: “Il plurilinguismo” in “La lingua italiana oggi: un problema scolastico e sociale”, a cura di L. Renzi e M. Cortellazzo, Il Mulino, 1977.
Un”altra lettura utile può essere quella del saggio di Claudio Marazzini “La lingua italiana – Profilo”, Ed. Il Mulino, 2002.
Anticipo un breve passo: “Gli attacchi alla maniera di Don Milani non furono gli unici rimproveri rivolti alla pedagogia linguistica corrente. Gli specialisti mossero sostanziali rilievi contro le tecniche tradizionali di insegnamento della grammatica, contro l”uso del tema quale unica forma di esercizio di scrittura, contro il mancato riferimento alla base dialettale dei discenti:..”(p.451).
Segnalo infine la ricca e quasi esaustiva bibliografia contenuta nello stesso testo.
Ernesto P. di Marigliano lamenta la pessima abitudine di certi personaggi intervistati in TV, esperti di questo o quel settore delle Arti, delle Scienze, delle Lettere, di usare un linguaggio eccessivamente tecnico, settoriale appunto e non del tutto comprensibile da parte dei telespettatori. “Un illustre sociologo – scrive il sig. Ernesto – ad esempio ha definito la nostra societĂ  ossimoricasenza precisare cosa volesse dire precisamente. Potrebbe aiutarmi a capire:.?”.
Sì, anch”io ho udito pronunziare più volte quest”espressionema non ricordo che sia mai stata data una spiegazione esplicita del suo significato.
Tento una mia interpretazione. Ossimoro ( o ossimòro), come si può leggere su qualsiasi dizionario, è parola derivante dal greco oksùmoron che deriva a sua volta da oksùmoros (= acutamente pazzo/stupido) è una figura retorica che consiste nell”accostare due parole di significato opposto e tali che sembrano escludersi a vicenda. Esistono in proposito esempi illustri e anche di uso corrente. Eccone un campionario.
Nel linguaggio corrente troviamo: lucida follia, ghiaccio bollente (detto di Anita Ekberg e anche titolo di una canzone cantata, se ricordo bene, da Tony Dallara), silenzio assordante, urlo silenzioso, riso amaro o umorismo amaro, barzellette tragiche (sono quelle che qualcuno si ostina a raccontare a persone che stanno male perchè senza lavoro o senza sostentamento per sè e per le proprie famiglie, o per altri motivi).
Ricordiamo le espressioni latine concordia discors (concordia tra posizionicontrastanti) e festina lente (affrettati adagio).
Esempi illustri: “disdegnoso gusto” (amaro piacere)di Dante nell”episodio di Pier Delle Vigne nel XIII Canto dell”Inferno; “il vento che tarda, la morte, la morte che vive” di Montale in “Notizie dal Monte Amiata” ne “Le occasioni”.
Si può anche ricordare un curioso sonetto/filastrocca di autore anonimo: “C”era una volta un ricco pover uomo/ che cavalcava un nero caval bianco,/ salì scendendo il campanil del duomo/ piegandosi dal destro lato manco.// Era un villan, figliol di gentiluomo,/ e di capelli nero, rosso e bianco./ Era fratello di un gigante nano/ che correa forte camminando piano.// Restò vedovo presto e s”ammalò/ quando la moglie sua si risposò./ Fu una lunga e penosa malattia// che in una notte se la portò via:/ disse al prete che stava tanto male/ e mandò gli altri al proprio funerale.” (Da “Enciclopedia dei Giochi” di Giampaolo Dossena, Mondadori, 2009)
Si rasenta come si vede il nonsenso (discorso senza senso).
Per riferirci più specificamente alla societĂ , negli anni Settanta in cui si stava lavorando per attuare l”accordo politico tra DC e PCI che fu definito “compromesso storico”, si parlò, da parte di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, di un partito conservatore rivoluzionario, e si formò una categoria di persone che si chiamarono, con un ossimoro appunto, cattocomunismi (risultante della fusione o crasi di due parole: cattolici e comunisti. Può intendersi in due modi: coloro che, pur essendo cattolici, scelsero di votare il PCI e ne accettarono l”ideologia, limitatamente alla parte economica, sociale e politica; oppure coloro che, pur essendo schierati a sinistra e professando l”ideologia marxista, erano cattolici più o meno praticanti ).
Ancora oggi il Partito Democratico è composto, ossimoricamente, di cattolici ed ex-comunisti. Altri ossimori politici si possono considerare le espressioni “fascisti democratici”, “fascisti liberali”e “democratici autoritari”.
Sì, sono d”accordo, la nostra è in larga parte una societĂ  ossimorica (forse più esattamente si dovrebbe parlare di una societĂ  che ha la velleitĂ  e quindi tenta di essere ossimorica ma non sempre ci riesce). Se ciò sia un fatto positivo o negativo è un altro discorso.
Approssimandosi le festivitĂ  con i tre eventi significativi del Natale, della fine dell”anno vecchio e dell”inizio dell”anno nuovo, il Laboratorio chiude e riaprirĂ  dopo l”Epifania. Prima di chiudere, naturalmente gli auguri. Ecco il mio.
Scenda dall”alto, salga dal basso o comunque venga da qualche parte o, come è più logico, nasca naturalmente dall”intelligenza dell”uomo e si instauri ben salda nella mente di tutti una virtù oggi diventata introvabile, la mitezza.
“Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanitĂ  dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella passione che, secondo Hobbes, era una delle ragioni della guerra di tutti contro tutti, la vanitĂ  o la vanagloria, che spinge gli uomini a voler primeggiare; infine, per una totale assenza della puntigliositĂ  o dell”impuntatura che perpetua le liti anche per un nonnulla, in una successione di ripicchi e ritorsioni:.dello spirito di faida o di vendetta che conduce inevitabilmente al trionfo dell”uno sull”altro o alla morte di tutti e due:( Il mite) attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilitĂ ”.
Non sono parole del Vangelo ma ne richiamano lo spirito. In realtĂ  sono di Norberto Bobbio, che le scrive nel suo “Elogio della mitezza/ e altri scritti morali” (Ed. Il Saggiatore/NET, 2006, p.41). La fonte di ispirazione la indica lo stesso filosofo, è una delle Beatitudini pronunziate da Gesù: “Beati i miti perchè erediteranno la terra” (Matteo, v, 5).
Alla fine la mitezza che auguriamo, contraria oltretutto all”arroganza, alla protervia, alla violenza, alla prepotenza, non è una virtù passiva, anzi è la base attiva, l”habitus mentale necessario per un operare calmo ma costruttivo.
So che molti sono scettici in proposito:.ma una volta dicano “Non è vero, non ci credo, ma ci provo”.
Buone feste!

AVERE UN FIGLIO ADOLESCENTE

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Spesso il comportamento dei genitori è causa di sofferenza nei giovani durante la delicata fase dell”adolescenza. Cerchiamo di capire perchè e cosa fare.
Di Silvano Forcillo
La delicata fase di sviluppo adolescenziale coinvolge le persone in etĂ  compresa tra gli undici e i diciotto anni, ma alcune caratteristiche di questa difficile tappa della crescita e dello sviluppo umano vengono prolungate, anche molti anni dopo l”etĂ  adolescenziale.
L”adolescenza è il primo doloroso e significativo periodo di crisi esistenziale e sociale che si trova a vivere l”individuo in crescita. La crisi adolescenziale interessa, all”unisono, tre fondamentali dimensioni della determinazione, sviluppo e realizzazione dell”essere umano: la dimensione biologica, la dimensione psicologica e la dimensione sociologica.
La dimensione biologica è caratterizzata dalla “crisi puberale”: è nella fase adolescenziale, infatti, che si comincia a delineare e a realizzare, nell”adolescente, l”identitĂ  di genere, cioè l”identificazione con il proprio sesso e a riconoscere la propria specificitĂ  corporea, inoltre, in questa fase, l”adolescente tende a identificarsi con i propri “input” ormonali.
La dimensione psicologica, invece, è caratterizzata dalla crisi della propria identitĂ  personale: “identitĂ  dell”Io”. La dimensione psicologica, permette all”adolescente di sentire prepotente e irrinunciabile la difesa del “proprio Io”. È nell”adolescenza, infatti, che si sviluppano e si consolidano la fiducia in sè stesso e l”autostima, cominciando ad avvertire la capacitĂ  e l”esigenza di progettarsi nel tempo; infine, la dimensione psicologica genera e sviluppa, nell”adolescente, la “reciprocitĂ ”, cioè il volersi mettere dalla parte dell”altro e volerlo imitare e, questi, non è certamente, nè uno dei due genitori, nè il docente, nè l”adulto, ma l”altro adolescente emancipato, sfacciato, ribelle,sicuro e migliore di sè stesso.
La dimensione sociologica, invece, mette in evidenza la crisi dei rapporti sociali. L”interazione adolescente/adulto diventa, soprattutto per l”adolescente “difendersi dall”adulto”, percepito, come “invasivo”, irrispettoso e coercitivo. Per questo motivo l”adolescente tende a vivere l”interazione sociale con un rapporto “antagonista/imitativo”. Antagonista con i modelli genitoriali, familiari, educativi e scolastici; imitativo, con i modelli sociali degli adulti quali il “potere” e la realizzazione economica. La dimensione sociologica, inoltre, è caratterizzata dalla interazione “adolescente/adolescente”, cioè dall”interazione con il gruppo dei pari e con il “branco” di appartenenza. L”adolescente, nell”interazione sociale è, soprattutto, impegnato e interessato a esercitare il controllo sugli altri per la verifica e la conferma delle proprie “prestazioni” sul piano fisico e corporeo.
Questo spiega il perchè, sempre più spesso, si parla di questa etĂ : 11- 20 di “crisi adolescenziale”; “malessere” e “disagio giovanile”, ma quanti adulti, genitori, docenti o educatori sono onestamente preparati e aggiornati, sulle problematiche biologiche, psicologiche e sociologiche dell”adolescenza? Quanti di loro sono lealmente aperti e sinceramente attenti e disponibili a facilitare la “crisi d”identitĂ  sessuale, personale e sociale” dell”adolescente (inconsapevole, perchè non più bambino, ma neanche, ancora, adulto) impegnato a “ridefinire” i modelli e i valori di riferimento che egli non ritiene più validi, nè significativi, nè propri.
Ecco, perchè, la delicata fase di sviluppo adolescenziale trova, nel comportamento genitoriale, una delle più forti cause di sofferenza e disorientamento dei giovani. Il non offrire loro una stabilitĂ  e continuitĂ  affettiva attenta, rispettosa e non oppressiva, può essere la principale premessa ai gravi disturbi fisici, psicologici, mentali e comportamentali
Quanti adulti, genitori, docenti o educatori sono onestamente e seriamente capaci di cogliere i segnali comportamentali di allarme che precedono gli atti autolesivi negli adolescenti: tristezza, pianto immotivato, depressione e euforia dell”umore, astenia, abulia, affievolimento delle energie, aumento o diminuzione improvvisa dell”appetito e del sonno, aumento della svogliatezza, della noia e del calo dell”attenzione, diminuzione della capacitĂ  di concentrarsi, di scegliere, di prendere decisioni, disforia, aggressivitĂ , cambiamenti repentini di umore, tendenza ad arrabbiarsi e a litigare, lunghi periodi di silenzio, abbandono delle attivitĂ  sociali, tendenza alla solitudine, perdita degli interessi sociali e sportivi, peggioramento del rendimento scolastico, disattenzioni in classe e facile abbandono, senza ragione, di cose che precedentemente appassionavano il ragazzo?
Negli adolescenti sono spesso frequenti i comportamenti a rischio, ad esempio correre in moto senza casco, in macchina, riduzione dell”autostima, perdita delle speranze per il futuro, assenza di progettualitĂ , uso di alcool, psicofarmaci, droghe. Quanti adulti sanno onestamente riconoscere l”adolescenza, come il momento cruciale in cui si forma il carattere del bambino, che proprio in questa fase di sviluppo e crescita ha bisogno di vedere rispettati e non repressi i propri bisogni, quanti sanno rispettare l”invincibile desiderio che l”adolescente ha di vedersi trattare da grande e non sentirsi più controllato, come un bambino e “sorvegliato” dall”adulto con la distanza fiduciosa e attenta di chi crede in lui e nelle sue potenzialitĂ ?
Quanti genitori hanno il coraggio di lasciare che i propri figli facciano le proprie esperienze e commettano gli sbagli propri della loro etĂ , che facciano, a volte, il passo più lungo della gamba sapendo che, nel pericolo, sentiranno presenti e vicini i propri cari?
Che fare?
Di strategico, risolutivo e miracolistico, proprio niente. Basterebbe, che ogni adulto, genitore, docente, o educatore si rifacesse all”esperienza della propria adolescenza, ma non l”esperienza dei fatti, perchè tutti a questo punto direbbero la solita, scontata frase: “..proprio perchè ho fatto l”esperienza, desidero evitarla a mio figlio, per non fargli commettere i miei stessi errori:”; sto parlando del ricordo della dolorosa esperienza adolescenziale, del non sentirsi capiti, amati, rispettati e riconosciuti nei propri desideri, sogni e speranze. Mi sto riferendo a quell”indicibile e incomunicabile dolore di non sentire che, proprio chi ci dice di amarci, non sa cogliere lo strazio, il disorientamento esistenziale e valoriale in cui ci troviamo, con in più la paralizzante paura di perdere l”affetto, l”amore e la stima proprio dei nostri genitori, per eventuali errori che potremmo commettere.
Questo manca, oggi, agli adolescenti, per vivere al meglio, serenamente ed efficacemente questa importantissima tappa evolutiva: mancano adulti, genitori, docenti e educatori, capaci di rifarsi unicamente e solamente all”esperienza del “sentire” e non ai fatti della propria adolescenza. Gli adolescenti, per superare al meglio questa fase della loro vita, necessitano di adulti convinti che il solo linguaggio possibile, proprio di questa delicatissima tappa esistenziale, sia quello del cuore, dell”ascolto e della comprensione vicendevole e che questo sia l”unico mezzo valido, concreto ed efficace per facilitare e motivare i figli a dare il meglio di sè stessi per la loro vita, per gli altri e per una societĂ  del benessere.
(Fonte foto: Rete Internet)