VIOLENZA E ABUSO SESSUALE SULLE DONNE. PER CAPIRE BISOGNA METTERSI IN QUEI PANNI

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Non si saprĂ  mai dare nessuna valida soluzione a chi ha subito la traumatica esperienza della violenza, se non ci si sforza di sentire, con empatia, il dolore in cui versa la persona ferita.
Di Silvano Forcillo

Nel mio precedente articolo: “L”uomo violento. Padre e marito da rinnegare”, (VEDI), ho giĂ  avuto modo di prendere in esame le principali cause che portano al perpetrare, da parte di alcuni uomini, episodi di violenza e abuso nei confronti delle donne. Voglio ricordare solo alcuni importanti punti della precedente trattazione, prima di considerare un altro aspetto, non meno importante, di questo deprecabile fenomeno.

Non bisogna credere, come ci condiziona e ci influenza a fare l”informazione giornalistica, che il fenomeno della violenza fisica e sessuale sulle donne sia in netto e preoccupante aumento, come non bisogna dare serio credito a chi sostiene che l”escalation della violenza sia attribuibile alla massiccia e incontrollata presenza degli extracomunitari nel nostro Paese.

Una recente indagine statistica effettuata dall”ISTAT sul fenomeno, ha messo, invece, in evidenza che la violenza fisica e gli abusi sessuali sulle donne sono compiuti, soprattutto, all”interno delle proprie famiglie e che gli stupri sono maggiormente attuati da italiani: ben otto italiani su dieci. Inoltre, occorre tenere presente, come il “maschio” abbia del tutto perso, al giorno d”oggi, il suo indiscusso potere sulla donna, legittimato per secoli, da una morale comune, che considerava la donna, unicamente come una preda e una schiava, sottomessa ai desideri e ai voleri dell”uomo.

Oggi, non vi è dubbio che l”uomo, per reggere il ruolo di “maschio” e di “padrone di casa”, impostogli dalla societĂ , ha a disposizione ben poche armi, poichè le donne sono riuscite ad emanciparsi dal solo ruolo di casalinga, madre e amante remissiva e di fronte a donne così tanto più forti, all”uomo non è rimasta altra arma che la forza bruta, la violenza, l”aggressione e la rabbia per reagire e sopraffare la donna. Ecco, perchè, si assiste ad una aumentata violenza sulle donne, perchè l”uomo, soprattutto, quello senza cultura, non acculturatosi ed evolutosi, non sa accettare di aver perso il suo predominio e la sua superioritĂ  sulla donna.

Il marcio della nostra societĂ , la precarietĂ  lavorativa, l”insicurezza del vivere, il delinquere come sistema di vita, attuato, soprattutto, da chi detiene il potere e responsabilitĂ  politiche e sociali e che, invece, dovrebbe garantire benessere, giustizia e sicurezza lavorativa e sociale, è, ogni giorno, davanti ai nostri occhi, anche se non sempre, e non ancora del tutto, è denunciato, riconoscibile e condannato. Tuttavia, l”assuefazione e la passiva accettazione, con la quale ascoltiamo e reagiamo a tutto questo ci fa rifugiare nella semplice e pura condanna dei fenomeni e cadere nei più banali biases (errori di ragionamento) attribuendo colpe, responsabilitĂ  critiche e giudizi, non avvalorati da valide teorie e inconfutabili e reali conoscenze dei fenomeni.

Pertanto, più che analizzare le cause, i motivi e le teorie, che spieghino il perchè di questo abietto comportamento a danno della donna, desidero soffermarmi sul come la donna possa imparare ad affrontare, superare e continuare a vivere al meglio del proprio potenziale umano, l”orrenda esperienza di violenza e abuso sessuale subita.

L”esperienza della violenza fisica, sessuale e delle molestie, obbliga la donna a vivere in un doloroso e inaccettabile stato di prostrazione, umiliazione e perdita della propria “dignitĂ  umana“, peraltro, il bene più prezioso e irrinunciabile dell”Essere Umano. La dignitĂ  umana è, infatti, strettamente connessa alla “libertĂ  personale, con la quale ognuno di noi nasce, e al diritto inviolabile e inattaccabile di ogni Persona di vivere la propria vita, senza paura, angoscia, o il timore di perdere la sanitĂ  psicologica, mentale, esistenziale e fisica, per responsabilitĂ  e colpevolezze altrui“.

La perdita della “dignitĂ  umana e della libertĂ  personale” è l”immediata e dolorosa conseguenza della violenza subita. Alla perdita della propria dignitĂ  umana, seguirĂ  un irragionevole, e angosciante “sentimento d”irrealtĂ  e di colpevolezza” per la violenza subita.

La “Persona” violentata, infatti, si sentirĂ  ineluttabilmente responsabile di quanto le è accaduto, addirittura, sarĂ  portata a pensare che in lei ci sia qualcosa di sbagliato o di provocante che abbia giustamente indotto l”altro ad abusare di lei. Infine, seguirĂ  un altrettanto doloroso e invincibile senso di disgusto per se stessa e per il proprio corpo, ormai, ritenuto violato e contaminato e, quindi, non più capace di suscitare sensazioni positive, desiderabili e piacevoli, tanto da non accettare più nessun contatto fisico, anche carezze e semplici attenzioni donate da chi si ama.

Perchè, la maggior parte delle donne reagisce in questo modo così dannoso e invalidante per la propria vita e la propria salute psicofisica, perchè è così difficile riprendere, al meglio, la propria vita e la propria esistenza dopo siffatti deprecabili e orribili esperienze? Che cosa si può suggerire alle donne che hanno subito violenza, perchè superino il trauma e ritornino a vivere, con piacere, amore e fiducia la propria sfera sentimentale, sessuale e fisica?

Il principale motivo per il quale la Persona violentata tende a punirsi e a perdere il positivo, piacevole e sereno contatto con il proprio corpo, con la propria femminilitĂ  e la propria sessualitĂ , è determinato dal fatto che la persona che ha subito violenza s”identifica con l”accaduto perdendo completamente il rapporto con il proprio modo di essere, di sentire e di vivere, per diventare un tutt”uno con l”onta subita, la dignitĂ  umana persa e l”ineluttabile colpa con la quale vivere il resto della vita.

In altre parole, non si riesce a dividere ciò che si è, e si sente, con ciò che si fa, si pensa, e accade. È così ci si rinnega, ci si tradisce e si pensa di trovare scampo unicamente nella razionalizzazione dei fatti che, ancora di più e contrariamente ai risultati desiderati, allontana ulteriormente da se stessi, dalla sfera emotiva e sensibile che è, e resta l”unica dimensione che ci può garantire la migliore continuazione della vita e la chiusura effettiva e positiva dei dolorosi e inaccettabili fatti che ci destina la vita.

Come si può superare la traumatica e dolorosa esperienza della violenza fisica e sessuale subita, come si deve reagire contro questi deprecabili atti di disumana cattiveria, in che modo si possa continuare a vivere la propria esistenza con fiducia, sicurezza e serenitĂ ? È molto facile offrire soluzioni, suggerire comportamenti e, soprattutto, sentirsi sicuri e decisi nel dare risposte efficaci e risolutive. Credo, che non si saprĂ  mai dare, nè trovare, nessuna valida e buona soluzione, per la persona offesa e violata, se non ci si mette, anzitutto, nei panni dell”altra, se non ci si sforza di sentire, con onesta e seria empatia, il profondo e insostenibile dolore in cui versa la persona ferita.

La comprensione empatica e la presenza silenziosa e rispettosa sono, infatti, gli atteggiamenti idonei, necessari e imprescindibili, se si vuole portare aiuto, sostegno e incoraggiamento ai sofferenti. La donna violata e ferita non ha assolutamente bisogno della compassione e della considerazione pietosa dell”altro, nè deve essere messa in condizione di raccontare e spiegare i fatti, come, invece succede, rendendo ancora più difficile il miglioramento e il superamento della dolorosa esperienza. Al contrario questa donna ha bisogno di sentirsi stimata, accettata, rispettata nel suo giusto e sacrosanto dolore e non considerata diversa, nè considerata fragile e, ormai, compromessa.

Uno dei modi efficaci per superare la dolorosa esperienza della violenza sessuale subita, è quello di accettare e restare, per il tempo possibile, nel dolore dell”esperienza vissuta; piuttosto che sforzarsi di dimenticarla, o rimuoverla, o ancora peggio, continuando a vivere, come se non fosse accaduto nulla, così come ancora oggi è proposto e consigliato dalle sorpassate teorie psicologiche.

Accettare non significa perdonare, nè essere “tanto Buoni”, o passivi e refrattari, accettare significa: “io sono”; “io sono e resto ciò che sono”. Accettare significa essere veramente consapevoli e determinati nel sentire e credere che, niente mi è stato tolto di ciò che è veramente mio, come lo sono la dignitĂ  umana, il rispetto per se stessi, l”autostima e la fiducia. Infatti, gli altri possono solo darci o farci qualcosa, possono ferirci, piegarci, sottometterci, o schiavizzare, ma non potranno mai, e poi mai, se non sono io a permetterlo, portarmi via ciò che sono, ciò che sento e ciò che penso.

Questo vale anche e, soprattutto, per uno stupro, o una violenza subita, con la quale è stata, sicuramente, inferta una ignobile e ingiusta ferita ed è stato causato un atroce e insostenibile dolore, ma niente è stato portato via all”essere umano, nè è stata tolta, o portata via la personale libertĂ  e la bellezza interiore della Persona.

Su questa fiduciosa e innegabile considerazione positiva di sè dovrĂ  assestarsi la mente, il pensiero e il sentire della donna violata e ferita. I fatti, per quanto testardi, dolorosi e invincibili siano e, proprio per questo immutabili, non saranno mai in grado di dare benessere, gioia e serenitĂ . Solamente l”accettazione incondizionata di sè, della vita, e di ciò che essa ci destina ci permetterĂ  di “osare di vivere” e di sviluppare e realizzare il proprio potenziale umano.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

L’ITALIA NAVIGA VERSO GLI ANNI “80

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Il periodo che va dal 1970 al 1979 è segnato da alcune novitĂ , come la nascita di Canale 5, e da importanti successi italiani nel campo dello sport, medicina e letteratura. Ucciso Pier Paolo Pasolini.
Di Ciro Raia

Un grave lutto colpisce il mondo della cultura: muore Pier Paolo Pasolini (foto). Il poeta friulano, voce e coscienza critica della vita politica e culturale degli ultimi vent”anni (sia negli “Scritti Corsari che nelle Lettere Luterane Pasolini aveva giĂ  invitato ad una lettura comune sulla degenerazione dei Palazzi del potere e sulla mutazione antropologica subita dal paese), viene assassinato la notte di domenica 2 novembre 1975. il suo corpo straziato è ritrovato sulla spiaggia di Ostia, luogo in cui si è consumato il crimine.

Il movente del delitto è individuato in una lite scoppiata fra le sue frequentazioni omosessuali; il suo accompagnatore di quell”ultima notte, Pino Pelosi, confessa il crimine. Qualcuno, però, non esclude un movente politico. Ninetto Davoli, attore ed amico intimo di Pasolini, così racconta l”ultimo incontro del poeta con la sua famiglia: “Ci parlò della grande violenza che ci circonda:diceva che la vita nelle borgate non era più quella di una volta. Questi giovani si sono trasformati, non sono più genuini. Sono stati afferrati e corrotti dal turbine del capitalismo, dalla societĂ  dei consumi”.

Intanto, gli italiani –davanti alla televisione- non si accontentano più dei programmi della Rai; sempre più spesso guardano emittenti locali e straniere. Nel corso del 1979 il presentatore Mike Bongiorno avvia una collaborazione con Telemilano, una televisione privata dell”imprenditore Silvio Berlusconi. Dopo qualche mese Telemilano si trasforma in Canale 5, la cui formula pubblicitaria è: “Corri a casa in tutta fretta, c”è un biscione che ti aspetta”.

Ad Eugenio Montale, per la letteratura, ed a Renato Dulbecco, per la medicina, nel 1975, sono assegnati i premi Nobel. Al regista Elio Petri è assegnato l”Oscar (1971) per il film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Grande successo arride, nel mondo della letteratura, ad autori quali Manlio Cancogni (Perfidi inganni), Giorgio Saviane (Eutanasia di un amore), Luigi Compagnone (Le notti di Glasgow), Nanni Balestrini (Vogliamo tutto), Stefano Benni (Bar sport), Oriana Fallaci (Un uomo), Gavino Ledda (Padre padrone), Andrea Camilleri (Il corso delle cose).

Altri grandi successi baciano i colori azzurri nel mondo dello sport. Alle XX Olimpiadi (1972) di Monaco di Baviera, l”Italia vince 5 medaglie d”oro, 3 d”argento e dieci di bronzo; alle XXI Olimpiadi di Montreal (1976), invece, gli atleti italiani portano a casa 2 medaglie d”oro, 7 d”argento e 4 di bronzo. Ma si registrano buone annate per molte discipline sportive. Nel tennis, per la prima volta nella storia di questo sport, la squadra italiana (capitanata dall”epico Nicola Pietrangeli e con i giocatori Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli) conquista la coppa Davis (1976). La finale del torneo si gioca nel Cile del dittatore Pinochet, ed i nostri alfieri, agli occhi di tutto il mondo, mostrano di prenderne le distanze, scendendo in campo con una maglietta rossa!

Marino Basso (1972), Felice Gimondi (1973) e Francesco Moser (1977) vincono i campionati del mondo di ciclismo su strada. Nel 1973, il tuffatore Klaus Di Biasi vince l”oro nella prova dalla piattaforma, Marcello Fiasconaro conquista il primato mondiale degli 800 metri di corsa, Novella Calligaris, ai mondiali di nuoto, vince –prima donna italiana- il titolo e stabilisce anche il primato mondiale. Sara Simeoni (1978) eguaglia, con m.1,95, il record mondiale di salto in alto. Pietro Mennea (1979) stabilisce il record mondiale sui 200 metri con 19″”72.

(Fonte foto: Rete Internet)

PILLOLE DI “900

UN AUGURIO A TUTTI PER IL NUOVO ANNO: OGNUNO FACCIA QUELLO CHE SA FARE!

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Se le cose non vanno bene la colpa non è del destino infame, ma di chi ha il comando per indirizzare gli eventi. È tempo che torni il principio di responsabilitĂ .

Caro Direttore,
con l”archiviazione del periodo festivo si ritorna alle normali attivitĂ  di ogni giorno, quelle, per intenderci, di routine. La scadenza elettorale del prossimo mese di marzo riaccende il parossismo solito delle formazioni politiche e di quanti intendono candidarsi per uno scranno al consiglio regionale. Alcuni peones aspiranti candidati, in occasione del Natale e del Capodanno, sono apparsi con pubblici manifesti, per fare gli auguri agli elettori.

Addirittura faccioni sorridenti si sono fatti incollare sugli spazi per le affissioni, per augurare sì buone feste, ma soprattutto per trasmettere la personale preoccupazione per come stanno andando le cose in questo paese. E come stanno andando? Male, molto male. Pensa, Direttore, che anche l”inveterata e deprecabile abitudine di ogni San Silvestro, quella dello sparo dei fuochi, nella nostra Regione, causa la concomitante crisi economica, ha subito una limitazione naturale ed improvvisa, che mille appelli, negli anni passati, non erano riusciti nemmeno a sfiorare.

La maggioranza delle famiglie vive male. Probabilmente le fatidiche tre settimane di sopravvivenza al mese si sono accorciate ancora di qualche giorno. Capi di famiglie che perdono il posto di lavoro; giovani che non riescono ad immettersi nel circuito lavorativo; uomini e donne, che, in età già avanzata ma non ancora pensionabile, sono costretti a riciclarsi, a reinventarsi una capacità produttiva in ambiti mai prima conosciuti. E gli immarcescibili governanti –di destra e di sinistra- ripetono che la crisi sta per concludersi, che si aprono nuove prospettive per tutti, che bisogna, però, abbandonare il mito del posto fisso.

E, intanto, gli immarcescibili governanti –di destra e di sinistra- non rinunciano al loro sabba, propongono primarie, ipotizzano alleanze inimmaginabili per ideologie e valori, si assumono la responsabilità di essere unici decisori dei destini di sfigati cittadini-elettori. Però, tutti, ma proprio tutti, sostengono che i fatti non vanno bene e che bisogna fare qualcosa per questo paese. Cosa? Trovarsi una buona raccomandazione, per esempio. Anche, magari, per iscrivere i propri figli a scuola.

“Devo iscrivere mio figlio alla scuola media, pubblica, si intende. Solita storia. Mia moglie va a prendere informazioni e torna cupissima. Solita storia, dice: quelli raccomandati andranno nelle sezioni migliori, troveranno bravi professori, attenti. Quelli raccomandati avranno maggiori possibilitĂ  rispetto agli altri. Noi che vogliamo fare? Dice lei. E che vogliamo fare. Dico. Ipotesi di mia moglie: informati un po”, vedi se conosci qualcuno che ci può risolvere questo problema.” (Antonio Pascale, “Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa?”, Laterza, 2009).

È vero, la storia non si scrive e non si fa con i “se” e con i “ma”. Però, giocando con i “se” e con i “ma” si riesce a capire meglio quali possano essere state le responsabilitĂ  degli uomini. Se certe coalizioni politiche non fossero state mai battezzate, se alcuni personaggi non fossero stati mai candidati, se alcune cambiali elettorali non fossero state firmate:Certo, sono “se” con i quali non si può scrivere la storia, ma sono i “se” che, magari, ci aiutano a identificare le responsabilitĂ  degli uomini di governo, delle classi dominanti, dei governatori, dei sindaci, delle segreterie dei partiti, degli uomini che, con troppa disinvoltura, passano da uno schieramento all”altro in nome di una presunta governabilitĂ .

E giĂ , perchè non bisogna assolutamente tacere della funzione delle “personalitĂ ”–macro e micro- nella storia. La funzione, cioè, di coloro che hanno avuto ed hanno il compito (intenzionalmente chiesto ed ottenuto per voto popolare) di indirizzare il corso degli eventi. È la funzione della responsabilitĂ  delle persone! Alcuni amministratori, per fare un esempio, hanno avuto una funzione determinante nello snaturare il patto esistente tra elettore ed eletto, ricorrendo ad una politica basata solo sul voto di scambio. Alcuni amministratori, per continuare con un esempio, hanno avuto, per mantenere il consenso, l”ennesima funzione determinante nell”imbarbarimento e nella decadenza dei servizi ai cittadini.

Quanti primari ospedalieri non sarebbero stati degni di essere tali, quanti dirigenti scolastici avrebbero meritato di essere retrocessi, quanti vincitori di concorso avrebbero vinto “quel” concorso? Sin”anche ricorrere all”eufemismo delle “pari opportunitĂ ” appare come una presa per i fondelli. Le liste elettorali con candidati divisi, in numero pari, tra uomini e donne; il voto espresso per un uomo e per una donna, per legge. Una messinscena, una farsa, quasi un”atellana!

Quando Aimone Chevalley di Monterzuolo, segretario della prefettura, propone a don Fabrizio, il Principe di Salina, di far parte dell”elenco di nomina dei Senatori del Regno, si sente, tra l”altro, rispondere: “Non posso accettare. Sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso col regime borbonico, ed a questo legato dai vincoli della decenza in mancanza di quelli dell”affetto. Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non ha potuto fare a meno di accorgersi, sono privo di illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltĂ  di ingannare sè stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri?”, (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”, Feltrinelli, 1963).

Caro Direttore, concludendo questo mio ragionamento di inizio anno, penso che chi si candida alla guida delle istituzioni (con qualsiasi ruolo) debba possedere –oltre ad esperienze stratificate- idealitĂ  e valori che non possono essere semplici astrazioni. I simboli devono continuare a fare i simboli, i calciatori devono continuare a correre dietro a un pallone (un idolo della mia infanzia il lunedì mattina teneva banco, diceva anche che il mister lo apprezzava molto, tanto che lo chiamava ebete), le soubrette a battere le tavole dei palcoscenici, i mezzibusti televisivi a leggere le loro cartelle informative.

Altrimenti, perchè Incitatus, il cavallo di Caligola, non potrebbe continuare a fare il senatore (anche se, per correttezza storica, Svetonio e Cassio Dione parlano solo di volontĂ  dell”imperatore di nominare console il suo amato quadrupede)? Perchè, forse, “i fuoriclasse oggi non sono più tali,/ di moda vanno solo i normali”, (Fernando Acitelli, “La solitudine dell”ala destra”, Einaudi, 1998).

Non è vero che le cose non possono cambiare. Con determinazione, con perseveranza, sicuramente con tempi lunghi, è fatto obbligo a noi tutti di tentare correzioni, alimentare la speranza, scrivere il futuro.
(Fonte foto: Rete Internet)

PER IL 2010 SPERIAMO DI ESSERE UTILI AL PROSSIMO

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Scrivendo, in particolare, di Scuola e Politica, non ci sarebbe da stare allegri per l”anno nuovo. Ma auguriamoci lo stesso qualcosa di diverso.

Caro Direttore,
si chiude un altro anno. Questa sera, col cenone ed i fuochi d”artificio, si brinderĂ  al 2010. A me fa una certa impressione scrivere 2010; pensa che, abituato a scrivere il 9 come ultima cifra del 2009, mi viene consequenziale scrivere 20010: un salto di diciottomila anni! ChissĂ , allora, come saranno il mondo, l”Italia, il nostro territorio? E se cambierĂ  qualcosa nella costruzione del futuro!

“Arrivava sempre nel cuore dell”inverno, all”incirca durante le prime due settimane di gennaio, nel periodo in cui le segretarie spesso si sbagliano nello scrivere l”anno in fondo alle lettere e i calendari vecchi vengono gettati via, e il futuro è una pagina di trentun righe bianche tutte da riempire.”, (Tullio Avoledo, “L”anno dei dodici inverni”, Einaudi, 2009).

Ogni fine anno è tempo di bilanci. Ho cominciato a collaborare al giornale on line, da te diretto, il 5 marzo scorso, a cadenza settimanale; con quello di oggi è il mio 34° appuntamento. La settimana scorsa sono stato impedito dal poter partecipare all”incontro redazionale per lo scambio degli auguri. Me ne dolgo. So che hai dato dei numeri. Mi riferisco a dati, stai tranquillo, non a tue solite elucubrazioni! So che i visitatori de “Il Mediano”, nel raffronto con i dati del 2008, sono raddoppiati, hanno varcato la soglia del milione. Bella soddisfazione!

Sono andato a rileggere i miei contributi; sono dominanti i temi riguardanti la politica e la scuola. E, poi, quelle citazioni tratte da opere letterarie, che per vezzo amo introdurre, so che hanno ingenerato una certa curiositĂ  nella lettura. Qualche visitatore del tuo giornale on line mi ha fatto sapere di aver cominciato a comporre una sorte di inventario, di catalogo: citazioni tratte da libri esplorati (noti, letti) e citazioni tratte da libri ancora da esplorare (non conosciuti o non letti).

I libri sono stati e continuano ad essere i miei compagni più cari. Ne ho letti tantissimi e ne dispongo anche di un discreto numero. Non sono, però, un bibliofilo. Sono solo uno che legge, che ama i libri, che vive dell”odore della carta stampata. A volte, ti confesso, è come se ci facessi l”amore, toccandoli, annusandoli, stringendoli. Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere, personalmente, anche molti autori di libri, che mi hanno onorato con una loro dedica. Pensi stia bluffando? Te ne enumero qualcuno. Ho libri con dediche autografe, per citarne qualcuno, di Giorgio Saviane (Eutanasìa di un amore), Lidia Ravera (Porci con le ali, edizione 1976), Maria Orsini Natale (La bambina dietro la porta), Dacia Maraini (Bagheria), Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran), Fabrizia Ramondino (Star di casa), Giovanna Mozzillo (La signorina e l”amore), Ernesto Ferrero (Lezioni napoleoniche).

Anche tantissimi anni fa, quando sono stato bambino, ho passato il mio lungo tempo ad ascoltare i racconti dai miei zii o a leggere Salgari, Alcott, Defoe, Cooper:Certo, non c”era la televisione e, se c”era, non troneggiava in tutte le case.
Direttore, non so perchè ti sto raccontando queste cose! Consideralo uno sfogo di fine anno. La lettura, come ben sai, è un”estensione della mente. Spesso, ti trovi invischiato nelle storie che leggi ed hai la certezza di esserci finito dentro, perchè giĂ  lo conoscevi quel personaggio, quello scorcio, quell”episodio tanto simile all”altro capitato anche a te.

E, dunque, se uno scrive non lo fa solo per il gusto di esibirsi, per la soddisfazione di leggere e far leggere la propria firma. VorrĂ  pur dire qualcosa, comunicare una sensazione, un malessere, una gioia, una riflessione. Io chiudo l”ennesimo anno (ne sono troppi, ormai!) con un”angoscia dentro. La politica non è più politica e la scuola neanche. Come farĂ  questo paese a sopravvivere?
Caro Direttore, la democrazia sta vivendo il suo momento peggiore ma nessuno se ne importa. La politica sta dando il suo peggior spettacolo; è inutile sperare in un progetto, nella costruzione del futuro, in un”idea di domani. Interessa solo il particolare, il personale, il vantaggio immediato.
Basta guardare un poco oltre il nostro naso. Paesaggi deturpati, ambienti inquinati, confronto inesistente:siamo quasi, di nuovo, alla legge del Taglione: occhio per occhio, dente per dente! E, poi, diciamo la veritĂ , chi fa più politica per il trionfo di una nobile idea? Guardati, intorno, Direttore, solo interessi, interessi, interessi.

E la scuola? Forse, è l”anno zero. Mai visto tanto sfascio, tanta disinteresse, tanta superficialitĂ . Tra pochi giorni, alla ripresa dopo le vacanze, molte scuole non avranno nemmeno i soldi per comprare la carta igienica. Sono stati tagliati i precari, sono stati promossi i deficienti ai posti di comando, sono state vanificate le sperimentazioni, sono stati buttati anni di innovazioni. Ma a che serve lamentarsi?
“Sai, figliolo, continuò, hai voglia di raccontare i tuoi ricordi agli altri, quelli stanno a sentire il tuo racconto e magari capiscono tutto anche nelle minime sfumature, ma quel ricordo resta tuo e solo tuo, non diventa un ricordo altrui perchè lo hai raccontato agli altri, i ricordi si raccontano non si trasmettono”, (Antonio Tabucchi, Bucarest non è cambiata per niente, in Il tempo invecchia in fretta, Feltrinelli, 2009).

Direttore, mi auguro e ti auguro che col nuovo anno tutti si possa riavere la capacitĂ  e la voglia di rinascere, di essere utili al prossimo, al paese, al territorio di appartenenza. E tutti, ma proprio tutti, ci si possa fermare per un momento a riconsiderare il proprio modo di vivere, la propria vita, il proprio impegno nella societĂ , atei e cattolici, marxisti e buddisti, giovani e adulti, reazionari e rivoluzionari.

“Farla non puoi, la vita, / come vorresti? Almeno questa tenta/ quanto più puoi: non la svilire troppo/ nell”assiduo contatto della gente/ nell”assiduo gestire e nelle ciance./ Non la svilire a furia di recarla/ così sovente in giro, e con l”esporla/ alla dissennatezza quotidiana/ di commerci e di rapporti,/ sin che divenga una straniera uggiosa.”, (Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori, 1972).

Forse, sarebbe bello che ciascuno di noi lo dicesse nello scambio degli auguri, domani. Altrimenti, a che servirebbe augurare qualcosa di diverso?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA

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Le BR rapiscono Aldo Moro e lo uccidono dopo 55 giorni di prigionia, durante i quali la democrazia italiana viene pesantemente condizionata. Negli stessi anni scoppia lo scandalo P2.
Di Ciro Raia

Il 16 marzo 1978 le B.R. alzano il tiro e, a Roma, sequestrano l”onorevole Moro, dopo aver falcidiato la sua scorta. Il parlamentare si sta recando a Montecitorio, dove sta per essere presentato il programma del (quarto) governo presieduto da Giulio Andreotti. Il nuovo governo è un monocolore democristiano con l”appoggio esterno dei comunisti, voluto proprio da Moro e Berlinguer, entrambi alla ricerca di una unitĂ  di indirizzo, per cercare di sconfiggere il terrorismo.

Moro resta nelle mani dei terroristi per 55 giorni, durante i quali le forze politiche e l”opinione pubblica si dividono tra “linea della trattativa” e “linea della fermezza” con le BR. Il 21 aprile anche il papa Paolo VI rivolge ai terroristi un appello per la liberazione di Moro: “Vi prego in ginocchio, liberate l”onorevole Moro, semplicemente, senza condizioni, (:) in virtù della sua dignitĂ  di comune fratello in umanitĂ ”. Ma è tutto inutile; il 9 maggio, il cadavere dell”esponente democristiano viene trovato nel bagagliaio di una Renault rossa, in via Caetani, a Roma.

L”8 luglio dello stesso anno, al sedicesimo scrutinio, al posto del dimissionario Leone, è eletto, con una maggioranza altissima di voti (ben 832), il nuovo Presidente della Repubblica. È il socialista Sandro Pertini, ex partigiano, antifascista, definito da Craxi “simbolo ed espressione di tutto l”arco costituzionale, che rappresenta l”unitĂ  nazionale”. Nel suo messaggio inaugurale Pertini ripropone i valori dell”antifascismo e della Resistenza, non trascurando un forte richiamo all”unitĂ  nazionale da realizzarsi con tutte le forze democratiche.

Anche la Chiesa, in seguito alla morte di Paolo VI (6 agosto 1978), elegge un nuovo papa: è il cardinale Albino Luciani, che prende il nome di Giovanni Paolo I. Ma il nuovo pontefice, dopo solo 33 giorni di papato, muore. L”improvvisa scomparsa di Giovanni Paolo I accende una ridda incontrollata di voci: morte naturale, avvelenamento, suicidio? Il 16 ottobre, quindi, i cardinali riuniti in conclave eleggono papa il polacco Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, che prende il nome di Giovanni Paolo II. Il discorso programmatico del nuovo papa è una dichiarazione di fedeltĂ  alle decisioni del Concilio Vaticano: libertĂ  religiosa, collegialitĂ  dei vescovi e disciplina nella Chiesa.

Intanto, con le elezioni del 1979, gli Italiani bocciano i cosiddetti governi di solidarietĂ , sostenuti all”esterno dai comunisti. Dopo il nuovo scioglimento anticipato delle Camere, infatti, le urne ripropongono un recupero della DC e del PSI ed un arretramento del PCI. Il nuovo governo –sostenuto da DC, PSDI e PLI- è presieduto dal democristiano Francesco Cossiga. Alla Presidenza della Camera, per la prima volta nella storia d”Italia, è eletta una donna: la parlamentare comunista Nilde Jotti.

La situazione del paese è sempre più preoccupante, per vari fatti che ne minano la credibilitĂ  politica. Il finanziere Michele Sindona, accusato di avere stretto legami con personalitĂ  della DC, a cui ha versato ingenti somme di denaro in cambio di favori ed agevolazioni, lascia l”Italia e si rifugia negli Stati Uniti. Lo scandalo ENI-Petronim coinvolge esponenti della P2 (la loggia massonica di Licio Gelli) ed alcuni politici, colpevoli di avere intascato una tangente pagata dall”Arabia Saudita.

Le B.R., da parte loro, continuano a seminare morte. Cadono sotto il fuoco dei terroristi il sindacalista Guido Rossa, i magistrati Fedele Calvosa, Girolamo Tartaglione ed Emilio Alessandrini, il colonnello Antonio Varisco, il maresciallo Vittorio Battaglieri, il carabiniere Mario Tosa, il giornalista Walter Tobagi, il dirigente Fiat Carlo Ghiglieno.
E la mafia non è da meno! Sotto i colpi dei mafiosi siciliani restano vittime Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, ed il giudice Cesare Terranova, per due legislature giĂ  deputato del PCI.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA DEL “900

LEGALITÁ INTERCULTURALE A SCUOLA. FILMS PER CONOSCERE LA STORIA

Il film “La masseria delle allodole” ha stupito gli alunni-spettatori, perchè la tragedia degli armeni massacrati dai turchi è stata completamente rimossa dal dibattito storico-politico.
Di Annamaria Franzoni

Nel corso degli incontri del Progetto “Abitare la LegalitĂ  Interculturale”, svolto presso il liceo Mercalli nei mesi di ottobre, novembre e dicembre, gli allievi delle istituzioni scolastiche e i giovani del territorio hanno affrontato tematiche legate all”integrazione interculturale attraverso un ciclo di film che hanno reso possibile una attenta riflessione su culture diverse a confronto.

Le storie proposte hanno evidenziato, nei modi più svariati, quanto sia complesso il tema dell”integrazione soprattutto quando entrano in ballo gli interessi economico-politico-sociali che hanno caratterizzato la storia del “900, sfruttando la paura dell”altro, dello straniero, del diverso per colore della pelle, per religione o cultura a scopi di prevaricazione sul debole se non di sterminio e genocidio.

È il caso del film “La masseria delle allodole”, tratto dal romanzo del 2004 di Antonia Arslan e ambientato sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915 vengono trucidati dai turchi i maschi armeni , adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia, all”interno dei quali subiscono ogni sorta di violenza e sopruso.

Un genocidio dimenticato, ignorato dalla storia e poco affrontato nella letteratura e nella cinematografia mondiale per tutto il secolo intercorso da quei tragici giorni: la responsabilitĂ  dei turchi nella Prima Guerra Mondiale non è da considerarsi inferiore a quella tedesca durante la Seconda, ma, mentre i tedeschi hanno riconosciuto i reati perpetrati dinanzi alla storia e all”umanitĂ , i turchi negano le proprie colpe secolari e chiedono di entrare a far parte dell”Unione Europea senza aver chiesto ufficialmente scusa per aver massacrato decine di migliaia di armeni cristiani, contando probabilmente sul fatto che tali eventi atroci siano caduti nel dimenticatoio.

L”emozionalitĂ  forte, esternata nel “dopo film” dai ragazzi che hanno assistito col fiato sospeso alla proiezione, è stata certamente provocata dalle scene fin troppo sconvolgenti che i Fratelli Taviani hanno offerto con grande maestria, ma si è concentrata, in modo evidente, sullo stupore dei ragazzi di ignorare completamente questi eventi storici: è emersa così un” intensa tristezza per i principi violati, una palese frustrazione derivante dalla consapevolezza che questi fatti sono accaduti davvero e che nessuno ne parli, nè ne abbia parlato per circa 100 anni.

Gli armeni nel mondo sono più di sei milioni ed è necessario che il governo turco ammetta le proprie colpe dello sterminio: è un omaggio dovuto ai numerosissimi defunti armeni e un riconoscimento ai sopravvissuti.
Il sentimento unanime emerso in questo focus che ha raccolto in effetti le emozioni dell”intero ciclo di film sull”interculturalitĂ  è riassumibile nel desiderio forte di ribaltare i termini di una storia che i ragazzi rifiutano: hanno infatti espresso a gran voce che è inaccettabile, nel terzo millennio, che l”uomo non abbia ancora superato l”incapacitĂ  di accettare l”altro indipendentemente dal genere, dalla razza, dalla religione, dalla cultura, dalla provenienza.

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA CAMORRA É LA FORMA DELLA POLITICA

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In Campania la politica si configura come un”industria della “protezione”, esattamente speculare a quella delle organizzazioni criminali.
Di Amato Lamberti

Il rinnovo dell”amministrazione regionale e di molte amministrazioni locali, in Campania, avrebbe dovuto sollevare almeno qualche dibattito sugli errori commessi in questi ultimi dieci anni, per capirne le ragioni ed evitare almeno di ripeterli. Non mi riferisco tanto agli errori politici, come quello di voler tenere dentro la coalizione di governo tutto e il contrario di tutto pur di assicurarsi non il governo ma la gestione degli affari della Regione.

Anche se, giĂ  l”occuparsi solo di gestione delle risorse e di distribuzione dei fondi e delle opportunitĂ  nell”ambito di clientele, gruppi di pressione, comitati, associazioni, dominate dalla sola logica dell”appartenenza e dello scambio, la dice lunga sul prevalere degli interessi particolari rispetto a quelli generali della collettivitĂ . Lo scambio clientelare è una gabbia, o se volete un meccanismo, che immobilizza tutta la societĂ , tanto a livello di struttura che di funzionamento.

Se la logica, tanto per fare un esempio, di una azienda ospedaliera è quella che si tratta di una macchina per raccogliere consenso elettorale e per distribuire risorse finanziarie e occupazionali che servono a farla funzionare in maniera ottimale, è inutile porsi problemi come quelli della qualitĂ  del servizio e dell”assistenza sanitaria, della manutenzione ordinaria e straordinaria della struttura edilizia, dell”aggiornamento del personale medico e paramedico, della pletora inutile e costosa del personale amministrativo, delle modalitĂ  di assegnazione degli appalti di opere e, soprattutto, di forniture: devono funzionare in quel modo, anche per assicurare un certo livello di assistenza agli utenti dei servizi, perchè bisogna ottimizzare il controllo di quella posizione in vista del raggiungimento del risultato “politico”.

Il fatto che queste gabbie siano permeabili alla imprenditoria criminale e alla criminalitĂ  organizzata, anzi, che siano perfettamente funzionali alle modalitĂ  di infiltrazione e controllo delle amministrazioni locali da parte del crimine organizzato, non preoccupa nessuno perchè, a ben guardare, è evidente a tutti, anche se nessuno osa dichiararlo pubblicamente, che “la camorra è la forma della politica in Campania”.

Anche se la formula può sembrare un po” forte basta riflettere sul fatto che la politica in Campania si configura come una vera e propria industria della “protezione”, esattamente speculare a quella messa in campo dalle organizzazioni criminali: hai bisogno di una autorizzazione per iniziare una attivitĂ  imprenditoriale, di una licenza per costruire, vuoi aggiudicarti un appalto, una fornitura, una consulenza, un incarico professionale, una nomina in un Consiglio d”amministrazione, ecc.,ecc., hai bisogno di una referenza politica, o meglio della protezione attiva di un politico. Una protezione permanente che si paga con la fedeltĂ  alle esigenze e agli obiettivi del politico di riferimento che così può disporre di una pedina da utilizzare per eventuali necessitĂ .

Una fedeltĂ  che può anche essere rinforzata attraverso l”attribuzione al “grande elettore” di un ruolo amministrativo che consente di controllare e dirigere l”attivitĂ  di una pubblica amministrazione. Si crea così quella ragnatela di interessi, fedeltĂ  e appartenenze che bloccano innanzitutto il ricambio politico perchè ricreano logiche di clan fortemente personalizzate attorno alla figura del leader titolare di tutte le opportunitĂ , di tutti i rapporti e le conoscenze necessari per raggiungerle e distribuirle.

Anche in questo caso la sovrapponibilitĂ  tra politica e camorra è evidente, con tutte le conseguenze che questo fatto comporta, a cominciare dalla definizione come “capi bastone” dei politici con un bacino consolidato di consensi e con notevoli capacitĂ  di controllo e distribuzione delle opportunitĂ  istituzionali. CapacitĂ  che vengono spesso utilizzate anche in prima persona da politici a amministratori, come avviene nei settori della sanitĂ , dei trasporti, della formazione professionale, dell”ambiente, dell”agricoltura.

Nessuno sembra meravigliarsi del fatto che politici, consiglieri regionali, provinciali e comunali, sindaci e assessori, dirigenti regionali, sono spesso titolari, direttamente, come attraverso “prestanome”, di strutture sanitarie private, di centri assistenza disabili, di laboratori di analisi cliniche, ma anche chimiche, fisiche, merceologiche, di centri di formazione professionale, di aziende private di trasporti, di strutture ricettive, centri congressi. A parte situazioni dove il controllato è anche controllore, c”è un palese conflitto di interessi che produce quelle distorsioni della spesa pubblica che ben conosciamo e che configura sempre l”interesse privato in atto d”ufficio.

Un capitolo su cui, stranamente, nemmeno la magistratura cosi attenta agli abusi di potere e alle pratiche corruttive nella pubblica amministrazione, ha mai posto l”occhio, come se si trattasse di modalitĂ  di comportamento quasi legittimate dal fatto che sono molti a praticarle senza neppure sollevare più scandalo. Questo intendo dire con “la camorra è la forma della politica”, in Campania, ma non solo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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SE LA VITTIMA É UN MINORE TUTTO É PIÚ DIFFICILE

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I processi in cui sono coinvolti come vittime i minorenni, sono difficili, e non è facile rimanerne distaccati. La testimonianza del minore avviene attraverso il cosiddetto ascolto protetto.
Di Simona Carandente

Nell”ambito del diritto penale, sia sostanziale che processuale, coesistono forme di tutela differenziate, modulate sulla scorta dell”interesse primario da salvaguardare e sulla stessa persona offesa dal reato.
Quando la vittima del reato è un soggetto minore l”interesse alla corretta applicazione della giustizia è, verosimilmente, ancor più pregnante, posto che il delicatissimo equilibrio psicofisico del l”infradiciottenne è, senza dubbio, il bene maggiormente degno di tutela.

Quelli in cui sono coinvolti, in qualitĂ  di vittime, soggetti minorenni sono processi particolarmente difficili, nei quali è difficile rimanere distaccati e far sì che il rapporto avvocato-cliente, specie se persona offesa, rimanga asettico e su di un piano di professionale distacco.
Sia quando occorre procedere nelle forme dell”incidente probatorio, che nel corso del dibattimento, è frequente la necessitĂ  di dover acquisire, quale elemento di prova, la testimonianza del minore, che segue pertanto delle regole proprie e differenti rispetto ad una normale escussione testimoniale.

Innanzitutto, l”audizione avviene in apposite aule del tribunale, alla presenza dei giudici e dei difensori delle parti, mentre il minore viene collocato in una stanza attigua, collegata alla prima mediante dispositivi audiovisivi, alla sola presenza di una psicologa nominata dal giudice.
Il minore, ovviamente, non può nè vedere nè sentire quello che avviene nella stanza principale: tutte le domande gli vengono poste attraverso il filtro del giudice, che interloquisce con la psicologa, unico soggetto ammesso a parlare con il minore ed a porgergli domande dirette.

Non è facile mantenere distacco rispetto alle dichiarazioni del minore: spesso si tratta di soggetti vittime di violenze sessuali, spesso da parte di uno o di entrambi genitori, più raramente da persone estranee alla famiglia, ma sempre e comunque di soggetti deboli, anzi indeboliti dalla mole di violenze che sono stati costretti a subire, in episodi isolati o nel corso di mesi, talvolta anni.

In uno degli ultimi incidenti probatori cui ho assistito, proprio a fianco di un minore vittima di violenza sessuale, ho capito che il processo mentale, e spesso anche quello fisico, che porta un ragazzo a denunciare fatti così gravi è particolarmente irto di difficoltĂ : occorre innanzitutto vincere il proprio, naturale senso del pudore e parlarne con la propria famiglia, con il rischio di gettare anche questa in un baratro; esporre i fatti innanzi all”autoritĂ  giudiziaria, e pertanto prima alle Forze dell”Ordine in sede di denuncia, poi al Pubblico Ministero, infine innanzi ad un giudice seppur in forma protetta; infine, cercare di lenire la propria, indelebile sofferenza, senza cadere nella “tentazione”di darsi la colpa di quanto accaduto, cercando inoltre di non proiettarla sui propri genitori, qualora incolpevoli.

Ancora una volta, in casi come questi, il processo penale dimostra tutte le sue debolezze: anche se l”orco verrĂ  rinchiuso in carcere, evitando per un po” che faccia male ad altri, anche se subirĂ  una condanna penale, chi rimarginerĂ  le ferite dell”animo, se non addirittura quelle fisiche?
La soluzione non è contenuta in una formula matematica: è opportuno che il minore sia fortemente supportato, dal contesto familiare e da uno specialista, nel difficile percorso verso il ritorno ad una vita normale.

L”interazione tra i due fattori, difatti, appare l”unica via concretamente percorribile, e senz”altro auspicabile, anche se il raggiungimento di un risultato concreto appare legato, a filo doppio, all”entitĂ  e alla durata delle violenza subite, nonchè ovviamente alla stessa personalitĂ  del soggetto vittima di abusi. (mail: simonacara@libero.it)

LA RUBRICA

LETTERA APERTA A SERGIO MARCHIONNE AMMINISTRATORE DELEGATO FIAT

“Caro Marchionne, le imploro il coraggio di sviluppare il lavoro a Pomigliano e di mettersi nei panni di quei genitori che stanno perdendo il lavoro alla Fiat. Non giochi con la vita delle persone”. Così scrive in un passaggio, don Aniello Tortora.
Carissimo Dott. Marchionne,
le scrivo all”inizio di questo nuovo anno 2010.
Conservo ancora nel mio cuore le lacrime dei lavoratori, dei loro figli, mogli, familiari, durante la S. messa celebrata dal nostro vescovo e pastore P. Beniamino il giorno di Natale e partecipata dai parroci, dalle comunitĂ  parrocchiali e dall”intera cittĂ , che si è stretta intorno a persone disperate per il rischio della perdita del “loro” lavoro.
Ho partecipato anche, a nome del vescovo, all”incontro del 30 dicembre con il Prefetto di Napoli.
Devo dire che mi sono molto arrabbiato, come del resto tutti quanti eravamo aquel tavolo, per l”assenza di rappresentanti autorevoli della Fiat.
Volevamo solo ragionare insieme, dialogare, confrontarci sul futuro dei lavoratori e della fabbrica di Pomigliano. Crediamo ancora nella democrazia e in democrazia ci si confronta, magari anche aspramente, ma poi insieme si cammina verso la meta del bene comune.
Ma l”Azienda Fiat ha pensato bene (pardon, male!) di non presentarsi al tavolo.
È stato un atto di un”arroganza unica. È quanto più di disumano e di antidemocratico ci sia al mondo. Carissimo Dott. Marchionne, mi permetto umilmente di dirle: non ci si comporta così nella vita. Qui si tratta di persone, non di “cose”. È anche una questione di galateo, di buona e sana educazione, come ci insegnavano una volta alla scuola elementare.
Con quel gesto la Fiat ha lanciato un messaggio a noi molto chiaro: comando io, sono il padrone assoluto e faccio quello che voglio. Mi permetto di ricordarle che non è così. Anche la Chiesa nel suo Magistero sociale ricorda a tutti che nel rapporto tra capitale e lavoro è l”uomo il “centro” di tutto il processo economico e che “i mezzi di produzione non possono essere posseduti per possedere, perchè l”unico titolo legittimo al loro possesso è che essi servano al lavoro” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens ).
E, ancora, lo stesso Papa nella Centesimus Annus afferma: “La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell”azienda. Tuttavia, il profitto non è l”unico indice delle condizioni dell”azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell”azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignitĂ . Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l”efficienza economica dell”azienda. Scopo dell”impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l”esistenza stessa dell”impresa come comunitĂ  di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell”intera societĂ . Il profitto è un regolatore della vita dell”azienda, ma non è l”unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell”impresa.
Vorrei, infine, richiamarequanto dice, a questo proposito, il Compendio della dottrina sociale della Chiesa: Il benessere economico di un Paesenon si misura esclusivamente sulla quantitĂ  di beni prodotti, ma anche tenendo conto del modo in cui essi vengono prodotti e del grado di equitĂ  nella distribuzione del reddito, che a tutti dovrebbero consentire di avere a disposizione ciò che serva allo sviluppo e al perfezionamento della propria persona. Un”equa distribuzione del reddito va perseguita sulla base di criteri non solo di giustizia commutativa, ma anche di giustizia sociale, considerando cioè, oltre alvalore oggettivo delle prestazioni lavorative, la dignitĂ  umana dei soggetti che le compiono. Un benessere economico autentico si persegue ance attraverso adeguate politiche sociali di redistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali, considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino.
È in base a questi principi che la Fiat non può ritenersi “padrona” assoluta della fabbrica o di un territorio. L”azienda non può giocare con la vita delle persone: lo ha gridato benissimo il nostro vescovo. Dopo aver “invaso” un territorio e averlo sfruttato a proprio piacimento secondo le leggi di un mercato che sta uccidendo l”uomo riducendolo a merce, prendendo tutti gli utili, i profitti e facendo pagare ai lavoratori e alla collettivitĂ  i “costi” di un liberismo selvaggio, senza un”etica e un cuore, adesso la proprietĂ  “pretende” di decidere da sola sulla pelle della povera gente e non ascoltando quel “grido di dolore” di una chiesa e di un”intera cittĂ .
È tempo, caro Dott. Marchionne, di RESTITUZIONE. La Fiat deve imparare a restituire ai lavoratori e al territorio quanto finora ha solo preso.
Deve restituire innanzitutto la dignitĂ  agli uomini e alle donne del mondo del lavoro.
È in atto, oggi, un vero cambiamento nella stessa cultura operaia. I nostri lavoratori non sono più lamentosi e rassegnati. Vogliono solo lavorare. Hanno capito che il lavoro non è solo un diritto ma anche un dovere e hanno raggiunto livelli professionali altissimi, contribuendo a tenere alto il marchio-Fiat nel mondo.
Il nostro è un Sud che, anche con il contributo “sociale” della chiesa,sta mettendo in atto una verarivoluzione sul piano sociale e culturale. I giovani oggi pretendono solo dignitĂ  e il diritto al lavoro. Un lavoro che dia loro sicurezza per il futuro e per poter “sognare” di realizzarsi nella vita.
All”inizio di questo nuovo anno le chiedo, Dott. Marchionne, il “coraggio” del cambiamento.
Certo,capisco, le regole del mercato sono spietate. Chi non le rispetta rimane indietro e rischia molto. Ma lei non potrebbe dare il suo contributo perchè il mondo cominci finalmente a cambiare? È proprio impossibile “globalizzare la solidarietĂ ?”.
I soldi non sono tutto. Nella vita esistono altri valori. E non dimentichiamo mai che un giorno tutti risponderemo al Signore delle nostre azioni. Ci giudicherĂ  sulle opere di giustizie e di amore concreto.
E allora le chiedo il “coraggio” di mettersi nei panni di tanti papĂ  e mamme che chiedono solo di guardare negli occhi i loro figli, senza sentirsi “uomini inutili”, solo perchè stanno perdendo un lavoro, senza nessuna colpa.
Le chiedo il “coraggio” di rinnovare il contratto di lavoro ai 93 lavoratori che stanno vivendo momenti drammatici all”inizio del nuovo anno.
Le imploro il “coraggio” di conservare, anzi, di sviluppare il lavoro a Pomigliano. Questo stabilimento, ormai storico nel Sud e in Italia, con le sue migliaia di lavoratori ha dato tanto alla Fiat e ora vuole solo chele sia restituito un lavoro dignitoso per tutti, nessuno escluso.
Tutti devono rimanere al loro posto di produzione!
Anche se ormai la Fiat, da quel poco che capisco, sta diventando una vera multinazionale, non deve assolutamente dimenticare le sue radici e le sue origini.
Tutti stiamo facendo la nostra parte: i lavoratori con le loro famiglie, i sindacati, l”Amministrazione comunale, la Regione, la chiesa. La faccia anche lei, glielo chiedo in nome di Dio: vogliamo tutti, insieme, “organizzare e costruire la speranza” a Pomigliano e nel nostro bellissimo Sud.
Le auguro un Anno Buono, di coraggio, di riflessione e di solidarietĂ .

I BAMBINI DIFFICILI, “FIGLI DI GENITORI DETENUTI”

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Sono migliaia i bambini che hanno uno dei genitori in carcere. Per evitare ulteriori guasti e disagi, è necessario intervenire con strumenti adatti per favorire la loro crescita personale e culturale.
Di Silvano Forcillo
La complessa realtĂ  carceraria e il peso che essa ha sulle famiglie e sui figli dei detenuti, è un fenomeno, che investe non solo i singoli individui, o le singole famiglie, ma tutta la societĂ , chiamata a interrogarsi su questo tema, per trovare risposte che non riguardino solo la “rimozione” e la “delega coatta”, che vede nel carcere l”unica soluzione dei problemi, ma anche soluzioni alternative, che prevedano la cura del disagio affettivo, economico, sociale, della devianza e della povertĂ .
Nei paesi dell”Unione Europea sono 800mila i bambini separati ogni anno dai loro genitori detenuti e il 30% delle persone detenute è a sua volta figlio di genitori detenuti.
In Italia sono circa 4.500 i bambini che hanno la mamma in carcere, mentre 90mila quelli che hanno il loro padre in cella.
Ci sono tantissimi bambini, che hanno più di 10 anni e non vivono il carcere con la madre, ma ne varcano tutti i giorni la soglia per incontrare il loro genitore detenuto, ed è bene ricordarlo, senza voltare insensibili, o inconsapevoli, la faccia dall”altra parte, che anche il genitore detenuto, rappresenta per questi bambini il legame fondante e irrinunciabile per la loro crescita affettiva e sociale.
Solamente ad un terzo dei bambini viene detta la veritĂ  sul genitore detenuto, agli altri vengono raccontate bugie o addirittura non viene data nessuna spiegazione per l”assenza, per anni e anni, del papĂ  o della mamma, nè tanto meno viene loro spiegato e ricordato, che il genitore continua a volergli molto bene, anche se è in carcere e che anche lui soffre terribilmente per la mancanza del figlio.
I bambini di genitori detenuti sono, peraltro, quelli “doppiamente” colpiti, perchè non soffrono solo per la separazione dal proprio genitore, ma soffrono quotidianamente, anche a causa del marchio del reato, della vergogna, del rifiuto sociale e del conseguente isolamento che ne deriva.
Cosa si può fare per questi bambini e, in particolare, cosa possono fare i principali vicari e responsabili dell”educazione: docenti, genitori e professionisti della relazione d”aiuto, per favorire la crescita personale e culturale di questi bambini e il loro sano, attivo e partecipe inserimento sociale?
Anzitutto, bisogna essere ben preparati e aggiornati sugli insegnamenti delle nuove tecniche educative e di apprendimento e sulle nuove teorie della psicologia scolastica, dello sviluppo e, soprattutto, sulla dinamica e l”importanza della soddisfazione degli irrinunciabili bisogni dell”essere umano così, come insegna la psicologia della “Terza Via”, o “Umanistico-esistenziale” di Maslow e Rogers. I due studiosi, infatti, sostengono la necessitĂ  di saper riconoscere, definire e rispettare i bisogni fondamentali dell”individuo in crescita, perchè si crei un efficace e motivato rapporto sociale, in particolare, nei bambini di genitori detenuti, ma anche nei bambini che non vivono questa difficile e complessa realtĂ :
“Need for affiliation”: bisogno di stabilire o ripristinare rapporti positivi, sotto il profilo sociale e affettivo con gli altri. Il bisogno irrinunciabile di essere accettati, rispettati, stimati, amati e integrati nel gruppo-classee nel gruppo-sociale.
“Need for power”: bisogno di esercitare la propria influenza sugli altri, di determinare il comportamento degli altri, di controllare i mezzi atti a subordinare gli altri alle proprie decisioni, o al proprio volere.
“Need for achievement”: bisogno di successo, bisogno di raggiungere parametri eccellenti nelle proprie “perfomances”, di realizzare gli obiettivi prefissati nel migliore dei modi.
L”adolescente cerca, sperimenta e costruisce la propria identitĂ , attraverso le interazioni e le relazioni con gli altri e i rischi che comportano una conoscenza e un apprendimento statico e obsoleto sono molto pericolosi e, peraltro, sviluppano e reiterano maggiormente, in loro, gli atteggiamenti inaccettabili e negativi, quali:
ostacolo alla crescita personale, sociale e interpersonale
impedimento al cambiamento e al miglioramento
aggressivitĂ , bullismo, violenza e anomia.
Un efficace e positivo processo di cambiamento, lo determina, senza alcun dubbio, anzitutto, un diverso modo di vedere e di porsi nei confronti dell”adolescente. Il bambino/persona va visto come un “essere in sviluppo”, senza condizionamenti legati al suo passato, o alla vita dei suoi genitori. Trattare e considerare l”altro, come diverso, immaturo, problematico, nevrotico o sofferente, ostacola il suo processo di cambiamento e miglioramento culturale, sociale e interpersonale e, soprattutto, diminuisce le opportunitĂ  di essere quello, che secondo la sua tendenza attualizzante tenderĂ  a diventare.
Spesso i docenti e i genitori si lamentano per l”atteggiamento aggressivo e violento, in classe e in casa, di questi bambini, visti, proprio per questa loro aggressivitĂ , come “diversi”, “svantaggiati” e, come un serio pericolo per i bambini “buoni, attenti, volenterosi e meritevoli” che, invece, soddisfano le attese e le aspettative dell”adulto: “effetto pigmalione”.
I docenti e gli adulti dimenticano, o forse non sanno, che l”aggressivitĂ  fa parte delle componenti affettive della persona, fa parte del suo potenziale di azione e di attivitĂ , e positivamente considerata può avere, anche, un valore di efficace e positivo dialogo.
L”aggressivitĂ  serve al bambino, proprio per soddisfare i suoi bisogni, quindi, è utile alla sopravvivenza e alla vita. L”aggressivitĂ , infatti, è una delle tre fondamentali emozioni primarie e positive (considerate positive e vitali, per lo sviluppo e la crescita personale e sociale dell”individuo, dalla psicologia umanistica) con le quali nasciamo: paura; rabbia; aggressivitĂ . L”aggressivitĂ  è “Io sono“, “c”è anche il mio spazio!“. L”aggressione è sempre reattiva, essa è la reazione ad una minaccia interna, o esterna. Non a caso i grandi protagonisti della persona umana sono: l”amore e la paura. L”amore per se stesso e la paura dell”altro.
Allora cosa fare?
È necessario aggiornarsi, formarsi e acquisire le tecniche innovative della comunicazione e della relazione efficace e utilizzare le tecniche della conduzione e dinamica di gruppo. Occorre fare uso di un metodo didattico ed educativo, che non sia nè autoritario, nè permissivo, ma “non-direttivo” (Approccio Centrato sulla Persona e Approccio Centrato sul Discente).
In che modo:
Partecipando a corsi di formazione e aggiornamento professionale, per docenti, educatori e genitori, inerenti le nuove teorie, le tecniche e gli insegnamenti fondanti della psicologia della “Terza Via”, per acquisire le abilitĂ  e le competenze sinergiche alle personali responsabilitĂ , e per svolgere efficacemente il ruolo di genitore, docente educatore.
L”Associazione per lo Sviluppo della Persona e del Potenziale Umano (ASPU), è da un decennio attivamente impegnata a diffondere la psicologia della “Terza Via”, in ogni ambito del vivere umano e a fare acquisire ai docenti, ai genitori, agli educatori e ai professionisti della relazione d”aiuto i suoi tre elementi costitutivi e fondanti: “accettazione e rispetto dell”altro, in quanto Persona;congruenza; empatia. Ma si può, anche, leggere libri specifici, per cominciare a familiarizzare con questa nuova e innovativa psicologia. Mi limito a suggerirne due: Thomas Gordon: “Insegnanti Efficaci”, ed. Giunti & Lisciani, Torino– Thomas Gordon: “Genitori Efficaci”, ed. La Meridiana, Bari.
Desidero formulare, alle care lettrici e ai cari lettori de “ilmediano.it”, i miei più cordiali, sinceri e gioiosi auguri di un sereno, prospero e felice 2010.
(Fonte foto: Rete Internet)