Il 4 giugno scorso presso il Teatro dell”Istituto Grenoble di Via Crispi a Napoli la Scuola Secondaria di 1° grado “Carlo Poerio”, in collaborazione con l”Ente di Formazione Mater, la Fondazione Corsicato, l”Associazione “Tutti a scuola”, ha presentato l”evento conclusivo del Progetto “Destinazione: L”Altro”.
L”evento, dal significativo titolo “Parole per cambiare :canzoni per pensare”, ha offerto un polifonico intreccio di suoni, immagini, coreografie, testi narrativi e poetici che hanno fortemente coinvolto un pubblico emotivamente partecipe in un cammino di riflessione e di speranza verso un mondo migliore.
I ragazzi delle scuole del territorio che hanno partecipato al percorso formativo di Scuole Aperte, nell”ambito dei Moduli “Gli altri siamo noi”, “Si può dare di più” e “Un linguaggio condiviso: Il PC” hanno realizzato un Musical che ha trattato il tema della diversitĂ intesa nell”ampio ventaglio delle sue accezioni civili, culturali, politiche.
I giovani attori sono riusciti a comunicare al pubblico presente il messaggio di sincera e profonda accettazione dell”altro, alla quale sono approdati nel corso dei laboratori svolti nel corso dell”anno scolastico. I laboratori sono stati, infatti, strutturati tenendo conto delle metodologie innovative in cui il sapere e le competenze si costruiscono, come luogo di sperimentazione e di interiorizzazione favorendo l”acquisizione e la rielaborazione di concetti e di argomentazioni, in cui realtĂ e simulazione si affiancano e si sovrappongono.
I ragazzi hanno ricevuto scroscianti applausi dal pubblico, che ha mostrato di comprendere la consapevolezza della situazione didattica che i giovani adolescenti hanno vissuto, interagendo, progettando, cooperando, riflettendo sulle importanti tematiche affrontate.
La riflessione finale con la quale i giovani attori hanno salutato il pubblico è stata di speranza ed è stata tratta da un testo di Jovanotti: “La Storia ci insegna: non c”è fine all”orrore. La vita ci insegna: vale solo l”amore”.
In conclusione della rappresentazione il Dirigente scolastico, la Prof.ssa Daniela Paparella, ha ringraziato gli esponenti delle Istituzioni locali e del mondo della scuola presenti in sala, lo Staff di Scuole Aperte e tutti coloro che con entusiasmo e professionalitĂ hanno reso possibile la realizzazione del Progetto.
“PAROLE PER CAMBIARE :CANZONI PER PENSARE”
CIBI E RITI VESUVIANI
Di Carmine Cimmino
“Cibi e riti vesuviani” è una sorta di officina dei sensi, un luogo in cui troveranno spazio Storie vesuviane di cibi, di vini e identitĂ . Si tratta di una rubrica nuova di zecca ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze: non offrirĂ ricette “tout court” bensì farĂ chiarezza sulla corrispondenza tra cibi e bevande e credenze e riti.
L”oggetto dell”analisi, di partenza, dovrebbe riguardare la ComunitĂ Vesuviana, ma il condizionale è d”obbligo dal momento che a curare la rubrica sarĂ il prof. Carmine Cimmino, uno storico, scrittore, ricercatore appassionato di storie non comuni, che quando tratta certi argomenti sai da dove inizia ma nemmeno immagini dove ti condurrĂ , dal momento che ti affabula e affascina in un continuo rimando di argomenti correlati, ciascuno dei quali è un vero e proprio filone d”oro di notizie originali e curiositĂ incredibili.
Il prof. Cimmino per il nostro giornale ha iniziato a curare anche “La storia magra” (VEDI). Una rubrica che sta giĂ riscuotendo molto interesse da parte dei lettori, nella quale il prof. riporterĂ documenti e fatti puliti dal peso dei condizionamenti, per aiutarci a capire perchè i nostri territori sono così come li viviamo (subiamo?), da dove siamo partiti e in quali condizioni. E cosa è successo durante il tragitto storico.
Buon viaggio a tutti.
LP
Conti i libri che si ammassano nelle vetrine e sulle bancarelle, e ti viene da pensare che sulla cucina napoletana sia stato scritto tutto. Poi sfogli, leggi, rifletti, e ti accorgi che quei libri, quasi tutti, sono “minestre” tirate fuori, più o meno abilmente, da pochi testi sacri: Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino, Salvatore Di Giacomo, Matilde Serao, Giuseppe Marotta, Mario Stefanile, Nello Oliviero. Si mettono insieme le solite notiziole sui maccheroni, sulla “margherita” e sulla mozzarella, sul “capretto fujuto” e sull” insalata di rinforzo, sulla minestra maritata e sulla pastiera di grano, si mischia il tutto, si guarnisce con qualche ricetta, e il libro è fatto.
Capita perfino che qualcuno, confidando nella distrazione del lettore, infili nella tradizione napoletana qualche piatto che di napoletano non ha proprio nulla. O che qualcuno si azzardi a dichiarare, per esempio, che senza la mozzarella la cucina italiana non esisterebbe.
La storia dell”alimentazione è molto di più che una storia della cucina: essa cerca le corrispondenze che una comunitĂ ha stabilito, a conclusione di una tormentata sequenza di impulsi, di riflessioni, di associazioni visive e concettuali, tra cibi e bevande, da una parte, e credenze e riti, dall”altra. Riti “alti”: come l”usanza dei contadini vesuviani – usanza rispettata ancora nel primo Novecento – di mangiare pane e fave, o pane e noce, subito dopo il funerale di un congiunto: il pane è un simbolo della luce solare e della vita che si rinnova, la fava e la noce rappresentano, invece, il legame con il mondo sotterraneo.
Riti minimi: mia madre era categorica: la “palatella” di pane non andava mai nè poggiata nè tagliata a rovescio, dalla parte del dorso. L”olio e il sale erano protagonisti delle pratiche contro il malocchio, e contro le “fatture”; rompere la bottiglia piena d”olio era un tremendo malaugurio, e non solo per il costo dell”olio; se invece si versava vino rosso sulla tovaglia, era necessario, per stornare il malaugurio, che tutti i presenti intingessero il dito nella macchia ancora umida, e lo portassero a tracciare un segno sulla carotide.
Duby, Le Goff, Ariès, Piero Camporesi Folco Portinari e Massimo Montanari ci hanno svelato quanta cultura si nasconda dentro un piatto e in un bicchiere di vino, ma Napoli aspetta ancora che qualcuno scriva la storia della sua alimentazione (e anche la storia dei suoi odori, prima che si cancelli dalla memoria il ricordo degli orrori olfattivi prodotti dai cumuli della monnezza). Si potrebbe partire, per scrivere questa storia dell”alimentazione, da un” idea di Camporesi, che distingueva, in Italia, il nord della civiltĂ del lardo e del burro dal sud della civiltĂ dell”olio; sarebbe necessario indagare le ragioni – la religione, il clima, le paludi – che portano sulla tavola napoletana ricotta e mozzarella, ma ne tengono lontano, per secoli, il formaggio a pasta dura.
Bisognerebbe capire perchè i “mangiafoglie” – così i toscani chiamavano i napoletani – si trasformarono in “mangiamaccheroni” e cosa spinse Caflish, a metĂ dell”Ottocento, a impiantare una fabbrica di birra in una cittĂ come Napoli, che nei suoi vini rossi mescolava le suggestive memorie di Dioniso, del sangue dei tori del dio Mitra, del sangue di San Gennaro, e del fuoco del Vesuvio. Si potrebbe raccontare la storia del pomodoro, dalla sprezzante condanna che Castor Durante pronunciò nella seconda metĂ del “500, “dĂ poco e cattivo nutrimento”, al sospettoso elogio di Vincenzo Corrado, “varie gustosissime vivande si possono fare di pomidoro, ed infinite conditure col sugo loro si prestano alle carni, ai pesci, alle uova, alle paste..”, fino al libro di Artusi che nel 1891 riconosce il sugo e la salsa di pomodoro come condimenti nazionali.
Napoli è una cittĂ doppia. La cittĂ di sopra e la cittĂ sotterranea, la luce e le tenebre, si contaminano senza sosta, oggi con la stessa forza di ieri: così che i valori rituali e magici delle cose, e dunque anche del cibo, vivono intatti nel sentimento collettivo. Nel “500 il papa Paolo III Farnese beve il Greco di Somma, e se ne serve per bagnarsi, ogni giorno, gli occhi e “le parti virili”; tre secoli dopo Salvatore De Renzi, Maestro della clinica napoletana, mette l”aglianico nella dieta dei colerosi convalescenti, e lo conferma in quella dei melanconici e dei nevrastenici, e un medico francese, che ha il suo studio nei pressi della Vicaria, suggerisce impacchi di vino bianco alle signore che vedono la loro bellezza minacciata da cuscinetti di grasso e da deformanti gonfiori.
I camorristi non mangiano carne il venerdì, perchè la Chiesa lo vieta, ma non la mangiano nemmeno il mercoledì, giorno sacro alla Madonna del Carmine, di cui tutti gli affiliati alla Onorata SocietĂ si dichiarano devoti. Parleremo un”altra volta dello stocco, di cui alcuni ordini religiosi favoriscono il consumo, classificandolo come cibo penitenziale, e del perchè giĂ nell”Ottocento la lavorazione dello stocco è concentrata a Somma, e Sant” Anastasia è la patria dell” arrosto di capretto, e stocco e capretto sono i piatti rituali del lunedì d”Albis a Madonna dell”Arco.
Un almanacco del 1848 propone per Pasqua e per l”8 maggio, giorno sacro a San Michele, questo menù: zuppa de” pesielli, composta di piselli bolliti e cepollette zoffritte: il tutto adagiato su fette di pane abbrustolito; zeppolelle di baccalĂ , e cioè porpa di mussillo di baccalĂ “mbrogliata in una pasta molla molla di grano di criscito e “na presa di vino: il tutto fritto in una tiella chiena d”uoglio. Il Cavalcanti riteneva che non potessero mancare dalla mensa pasquale le carcioffole mbottunate de scammaro, cioè imbottite di magro, con un ripieno di capperi, ulive, prezzemolo, alici salate “ntretate (tagliate cioè a piccole strisce): tutti ingredienti dalla storia complessa: capperi, olive, prezzemolo, baccalĂ , piselli e cipolle.
Complessa e infelice è la storia della cipolla, che soffrì anche nell” “immaginario” dei napoletani di quella crisi di identitĂ che si era prodotta nel mondo antico e fu confermata nel Medioevo, quando non si riuscì a trovare un accordo tra i teologi che vedevano nel bulbo il simbolo positivo dell”itinerario che porta dall”inganno delle apparenze alla sostanza della veritĂ , e quelli che invece consideravano la cipolla una pianta malefica. Anche di questo parleremo prossimamente.
(Foto tratta da “Luisieri” di Fabrizia Spirito)
LA NOSTRA CRISI ECONOMICA
Questa settimana voglio affrontare, con l”aiuto di un esperto, il tema dell”attuale crisi economica, che ha reso necessaria la manovra di cui tanto si parla, allo scopo di risalirne alle cause, per valutarne gli effetti. Per la prima parte, che ci introduce nell”analisi del tema, mi avvarrò della preziosa consulenza del Prof. Sergio Beraldo, UniversitĂ degli studi di Napoli “Federico II & ICER”, Dipartimento di Scienze dello Stato. Queste le sue considerazioni.
E così, ancora una volta, tutti gli italiani sono chiamati a sopportare necessari sacrifici. Molti non capiranno neanche perchè. Le ragioni, come al solito, vengono presentate come complesse, ma in realtĂ lo sono meno di quanto sembra. Proviamo a spiegarci.
La crisi finanziaria scoppiata nel 2007, che ha condotto al fallimento di diverse banche, è stata causata da comportamenti che solo utilizzando un eufemismo possono dirsi non prudenti. Meglio sarebbe dire truffaldini. In pratica, la causa di quella crisi, è stata l”eccessivo indebitamento del settore privato, favorito da istituzioni finanziarie che hanno elargito prestiti a mano larga anche a persone che per la loro condizione attuale o per la loro storia passata di cattivi pagatori, non lo avrebbero meritato.
Questi cattivi crediti, opportunamente occultati e rivenduti, sono finiti nel portafoglio di molte banche in giro per il mondo, causandone la rovina. Ciò è stato all”origine di una profonda recessione, di una riduzione cioè dei livelli di attivitĂ economica, con conseguente riduzione dell”occupazione ed aumento della disoccupazione. In casi come questo, il bilancio pubblico subisce notevoli pressioni, per la semplice ragione che le spese automaticamente aumentano (per esempio perchè aumentano le prestazioni sociali a favore dei disoccupati) e le entrate si riducono (per la semplice ragione che le entrate dello Stato sono proporzionali al reddito, e se questo si riduce, le entrate tendono a ridursi, a meno di interventi ad hoc che però potrebbero aggravare la situazione).
Una conseguenza della crisi è stata pertanto l”aumento dell”indebitamento di gran parte degli Stati appartenenti all”Unione Europea. Alcuni di questi, in particolare la Grecia (ma anche l”Italia), erano giĂ fortemente indebitati. L”accresciuto indebitamento ha fatto sorgere il sospetto nei mercati, cioè nelle istituzioni finanziarie che muovono miliardi di dollari ogni giorno, ed i cui comportamenti erano alla base della crisi in atto, che questi Stati non sarebbero riusciti a fare fronte ai propri impegni. Si badi che questa è una profezia che si realizza con precisione pari a quelle di Isaia: se molti di coloro che sono creditori di un certo Stato, ritengono che questi non pagherĂ il debito, cercheranno di riavere indietro, al più presto, i propri soldi.
Ciò farĂ crescere il prezzo dell”indebitamento, per la semplice ragione che lo Stato in questione, per indurre qualcuno a fargli credito, dovrĂ in qualche modo premiarlo per il rischio che corre. L”elargizione dei premi peggiora però ancora di più la situazione e lo Stato viene risucchiato in un vortice che conduce alla bancarotta. Quindi, il sospetto che uno Stato non ripagherĂ il proprio debito, induce comportamenti da parte degli operatori privati che indurranno davvero lo Stato a non fare fede ai propri impegni.
Per evitare che una situazione simile a quella greca si verificasse anche in Italia, si è approntata una manovra correttiva volta a ridurre l”indebitamento ed tranquillizzare i mercati; si chiederĂ a tutti di sopportare i necessari sacrifici per il bene del Paese.
È certo che ciascuno farebbe la propria parte molto volentieri se gli fosse spiegato che il necessario sacrificio di ciascuno è orientato al maggior benessere di tutti. È certo che questi sacrifici sarebbero sopportati con maggiore letizia se non fossero immediatamente evidenti situazioni scandalosamente inique.
Sono sotto gli occhi di tutti i costi legati alla ricerca disperata del vantaggio individuale, i costi delle rendite che spesso ci si riesce ad accaparrare attraverso un”attivitĂ politica non certamente orientata al bene comune. Tra i migliaia di casi che si potrebbero addurre, ci soffermiamo su uno, quasi divertente, riportato da Gian Antonio Stella, una tra le migliori firme del Corriere della Sera. Stando a quanto riportato, un ex dirigente della Regione Sicilia è appena andato in pensione a 47 anni con 6.462 euro netti al mese grazie a una leggina isolana che gli consente di dedicarsi al doveroso compito di badare al papĂ infermo. Nonostante il papĂ infermo, una volta ottenuta la pensione, questo ex dirigente ha accettato (a malincuore, si capisce) il gravoso incarico di assessore all”Energia.
Dopo queste eccellenti e chiarissime riflessione del Prof. Beraldo, faccio, a questo punto, le mie considerazioni.
La finanza internazionale è diventata un potere occulto, che rende le Nazioni “Stati a sovranitĂ limitata”, in campo economico, perchè oggi gli Stati nè individualmente, nè in forma associata (ad es . la ComunitĂ Europea), sono in grado di esercitare una funzione di indirizzo e di controllo, politicamente ed eticamente di loro competenza . SarĂ necessaria, allora, una governance a livello globale, che “limiti” questo neo-liberismo selvaggio, che ricusa l”intervento dello Stato quando questi vorrebbe imporgli delle regole, mentre lo invoca quando vuole essere salvato dai disastri che esso stesso, senza regole, ha provocato.
Nell”ultima enciclica sociale, Caritas in veritate, Papa Benedetto, dopo aver affrontato le cause della crisi, dopo aver detto che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale”, affronta un tema importante in economia: la fiducia. Dopo aver affermato che “il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere, tra soggetti paritetici” il papa asserisce, ancora, un concetto fondamentale, quando dice che “il mercato lasciato al solo principio dell”equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietĂ e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave”.
L”attivitĂ economica, in altri termini, non può risolvere tutti i problemi sociali, con la sola logica mercantile. L”economia deve essere necessariamente finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunitĂ politica. Non è assolutamente possibile separare l”agire economico, cui spetta la produzione della ricchezza, da quello politico, cui spetta di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione.
A me sembra che sia proprio questa la soluzione del problema: il recupero dell”etica della solidarietĂ , della fraternitĂ universale, della giustizia sociale, dell”attenzione ai più deboli.
Può sembrare una soluzione utopistica, visto il mondo nel quale viviamo. Ma spetta alla chiesa denunciare le “strutture di peccato”, presenti nella storia dell”uomo, annunciare che siamo tutti fratelli, non a chiacchiere, e rinunciare, per dare l”esempio di attenzione ai poveri, che, purtroppo, in questo contesto socio-economico aumenteranno sempre di più, se non ci sarĂ un”inversione di rotta etica e morale.
A FORZA DI FARE SACRIFICI SIAMO GIÁ PRONTI PER I VERMI DI TERRA
Caro Direttore,
a inizio settimana sono caduto in una profonda crisi. Ho pensato che non valeva la pena continuare a scriverti e che le mie riflessioni (pensieri, considerazioni, stati d”animo) erano solo il frutto di elucubrazioni di una mente sfatta, andata, se non folle. Insomma, mi sono sentito come uno – pazzo, fesso, ingenuo, sognatore, utopista, demente?- che continua a parlarsi addosso, credendo di parlare a qualcuno e non ottenendo mai risposta. Hai presente quelli che parlano da soli e, talvolta, si infervorano anche, rivolgendosi ad un interlocutore fantasma? La stessa cosa!
Perchè? E c”è bisogno di chiederlo? Scrivo, parlo; parlo e scrivo. Alcuni mi danno anche ragione, nel senso che dichiarano di condividere le mie ansie, le mie preoccupazioni. Altri pensano che le mie siano solo ubbie. Ma alcuno mai (nè della prima nè della seconda schiera) che sia entrato in un contradditorio di comportamenti. In altre parole, alcuni (una sparuta minoranza!) dicono: hai ragione, così si dovrebbe fare. Altri, invece, dicono: povero scemo, parla, tanto si vede che non hai capito un tubo (volevo scrivere una parola più forte e di uso corrente, ma tu me l”avresti censurata!) di come si vive nella societĂ di oggi.
Cosa, invece, mi sarei aspettato? Semplicemente una incazzatura, una bestemmia, una mano sbattuta sul tavolo, un pugno in un vetro, una scelta di campo, un rischio, un voto in dissenso. Insomma, la traduzione personale della rabbia, della delusione, del disincanto, delle disillusioni. Macchè! Niente, ma proprio niente.
A livello nazionale si sta vivendo il peggior momento dalla nascita della Repubblica. Non c”è certezza del diritto nè dei diritti; nemmeno di quelli acquisiti per etĂ , per vecchi contratti di lavoro, per anni di sacrifici. Una scure affilata si abbatte sempre e solo sulle classi meno abbienti. Sacrifici, sacrifici, sacrifici!
Non esistono altre vie d”uscita. Ormai si paga anche l”aria che si respira! E che fa? Bisogna sacrificarsi sempre di più! Bisogna diventare come i cavalli di monsignor Perrella, che, quando finalmente si erano abituati a non mangiare più le giĂ scarsissime porzioni di biada, inaspettatamente morirono. Allora, tutti a morire d”inedia per le retribuzioni dei dipendenti pubblici congelate, ai livelli del 2009, fino al 2013; per il rallentamento delle pensioni di vecchiaia; per l”innalzamento dell”etĂ pensionabile per le donne; per l”aumento dei pedaggi autostradali; per gli ulteriori tagli alla sanitĂ e alla scuola.
Eppure, un paio di settimane fa, a Roma, in occasione dei funerali dei due alpini caduti a Herat, 259 auto blu hanno accompagnato le cosiddette autoritĂ in un percorso di circa 800 metri (dai ministeri alla chiesa). Pare che in tutt”Italia le auto blu siano più di 624 mila! Alla faccia dei sacrifici! Senza ricordare, ovviamente, le evasioni fiscali, i capitali all”estero e tutto quanto non appartiene al modo di vivere della gente umile, povera ma onesta.
A livello locale, nelle nostre realtĂ territoriali, la situazione è identica: sprechi, cattivi investimenti, scarsa attenzione alle spese superflue. Tutti ma proprio tutti hanno imparato a sostenere (e a difendere) che i mancati trasferimenti di denaro dallo Stato alle amministrazioni locali impongono un aumento delle tasse sull”acqua, sulla luce, sulla spazzatura, sul cimitero, sulle mense e sui trasporti scolastici, sull”occupazione del suolo, sui passi carrai, sul rilascio di atti amministrativi, sulla vita di ciascun contribuente.
Direttore, non succede mai niente! A Roma ci sono persone così simpatiche: raccontano barzellette, vanno a puttane, cantano e ballano, perseguitano gli oppositori, imbavagliano la stampa libera. Alla periferia dell”impero, invece, innumerevoli scherani dei potenti romani ne copiano i modelli: giurano, spergiurano, promettono, comprano voti, cambiano piani regolatori, aggirano le norme sulle costruzioni edilizie, riperimetrano i Parchi, aprono discariche, giocano con la salute degli amministrati, assumono solo propri familiari, vivono, spesso (o più che spesso), di peculato. Ma può davvero accadere tutto ciò? “Nel 1945, quando fecero scempio del corpo di Mussolini –un caso di disillusione degli italiani, queste disillusioni violente- sulla rivista Mercurio, un grande giornalista inglese, Herbert Matthews, scrisse un articolo che mi è sempre rimasto in mente. Si intitolava “Non l”avete ucciso”. Diceva: “Il fascismo sotto forme diverse, magari di finta democrazia, ve lo portate dietro per un centinaio di anni”. Vi invito a rileggerlo. E ti dico che siccome l”italiano ama il Mussolini prima maniera, come avrebbe amato Peròn, così ama Berlusconi. È semplicistico, però purtroppo è così.”, (Andrea Camilleri, “Se vince lui. Ma forse no”, supplemento al n.13 del Diario, marzo 2001).
Caro Direttore, allora, a costo di passare per il solito Bastian contrario (rompiscatole, spaccamaroni, ingombrante, scomodo), ho scritto di nuovo, non per lamentarmi ma per portare un contributo all”informazione, una spinta alla partecipazione ed al coraggio di mettersi in gioco. Perchè sono veramente molte le persone a cui piace stare alla finestra!
“C”è un corridore, un atleta, un recordman dei cento metri, a cui hanno chiesto una volta perchè avesse deciso di correre. E la sua risposta è la risposta che io do a me stesso e a chi ogni volta mi chiede perchè mi occupi di certi temi e perchè continui a vivere questa vita infernale. A questo corridore chiesero: -ma perchè corri? E lui rispose: -perchè io corro?… perchè tu ti sei fermato. Anche a me piace rispondere così. Quando mi chiedono perchè racconto, rispondo semplicemente: -e perchè tu non racconti?”, (Roberto Saviano, “Una luce costante, Einaudi”, 2010).
PENSARE ITALIANO
PREVENIRE LA DIPENDENZA DA INTERNET
Venerdì 4 Giugno alle ore 15.00 presso l”aula multimediale della Sede Centrale del Liceo Mercalli, si terrĂ la giornata conclusiva del progetto di prevenzione delle dipendenze da internet, dal titolo “Il battello ebbro: coordinate e mappe per navigare in rete2.
Il progetto è stato realizzato grazie ad un protocollo d”intesa tra l”UnitĂ Operativa di Salute Mentale del distretto 24 – ASL NA 1 Centro, diretta dal Prof. Claudio Petrella ed il preside del liceo scientifico G.Mercalli di Napoli , Prof. Luigi Romano. Responsabili del progetto sono il dr. Bruno Sanseverino, dirigente Psichiatra, Resp. del Servizio di Prevenzion e la dott.ssa Donatella Bottiglieri, dirigente Psicologo, Responsabile del Servizio di Terapia Familiare presso la U.O.S.M. del ds. 24 ASL NA 1 Centro. I destinatari del progetto gli alunni e gli insegnanti del primo e secondo liceo scientifico della sezione G che rappresentano il target iniziale di questo progetto pilota.
Come Rimbaud narra le visioni di un battello privo di equipaggio, abbandonato al suo destino (VEDI), così i nostri esperti hanno scelto, metaforicamente il battello come impersonificazione del percorso per navigare in rete con i giovani adolescenti, per condurli in un percorso di prevenzione dalla Iad, “Internet addiction disorder”, che espone a seri rischi chi non riesce a gestire la distinzione tra mondo reale e virtuale.
La prova d”opera finale del progetto sarĂ presentata al pubblico, costituito da studenti, genitori, docenti ed altre agenzie del territorio che cooperano con la scuola alla formazione dei giovani nella prevenzione dei disagi, e consisterĂ in due distinti prodotti multimediali creati dai ragazzi, in piena autonomia, e che costituiranno il risultato partecipato ed interiorizzato del percorso formativo avviato dagli Esperti durante le ore di formazione.
C”è molta attesa sull”esito di questi prodotti perchè essi rappresentano anche il risultato di un lavoro di equipe, svolto dai docenti del Consiglio di Classe che si ispirano a metodologie basate sulla creazione di un sistema di relazioni, sulla collegialitĂ , sulla progettazione comune e “sulla messa in discussione del “modo di fare didattica”” e la progettazione di nuove azioni di insegnamento.
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L’ECCIDIO DI SOMMA IN NOME DELL’UNITÁ D”ITALIA
Di Carmine Cimmino
Non ho mai sopportato le “lacrime napoletane”, l”abitudine di piangerci addosso, e di cercare in ogni circostanza un capro espiatorio. È questa abitudine il varco attraverso il quale entra a far parte della nostra identitĂ uno strano miscuglio di ipocrisia, di egoismo, di una certa furbizia gaglioffa, che è poi una sostanziale stupiditĂ . Negli anni cruciali, in cui Napoli, di caduta in caduta, è precipitata in fondo all” abisso – gli anni della Cassa del Mezzogiorno, gli anni della ricostruzione dopo il terremoto dell””80, gli anni recenti dell”affare della monnezza – leve importantissime dei poteri centrali dello Stato erano saldamente nelle mani di politici napoletani e campani.
Non c”è da meravigliarsi: da sempre i più micidiali nemici di Napoli sono napoletani. Sono i napoletani. Per quello che abbiamo fatto. Per quello che non abbiamo fatto. Nel 1900 la Commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Saredo condusse l”inchiesta sull” amministrazione del Comune di Napoli e sugli appalti per il “risanamento” della cittĂ . Novanta anni dopo Scalfaro presiedette la Commissione parlamentare incaricata di far luce sulla ricostruzione dopo il terremoto dell””80: ebbene, intere pagine degli atti di una commissione potrebbero essere trasferite negli atti dell”altra: il senso e la coerenza dei testi non ne verrebbero minimamente alterati.
Dalle carte della commissione Saredo vien fuori un quadro dai colori ancora freschi, che pare siano stati stesi da poco: è il ritratto di una societĂ civile – politici, imprenditori, intellettuali – che non ha nulla da imparare, nelle pratiche dell”illegalitĂ , dalla criminalitĂ organizzata, e che spesso esibisce la propria corruzione con la clamorosa arroganza di chi si sente al di sopra della legge, e dentro la corazza dell”impunitĂ . È la Napoli di ieri, è la Napoli di oggi.
I Borbone persero il Regno per necessitĂ storica: Francesco I e Ferdinando II cercarono, con una perseveranza maniacale, di chiudere le genti del Sud in una specie di bolla gigantesca che li isolasse da un mondo che cambiava senza sosta. Accadde così che piccoli gruppi di eccellenza, ingegneri, architetti, medici, raggiungessero posizioni d”avanguardia: ma l”analfabetismo di massa toccava percentuali altissime, e il programma delle scuole pubbliche di primo grado era roba da ridere. Nell”ultima battaglia, sul Volturno, i soldati napoletani si coprirono di gloria, ma pochi di essi sapevano leggere e scrivere; tutti i sodati piemontesi, invece, leggevano e scrivevano con una certa facilitĂ . Questo dato sarebbe sufficiente, da solo, a spiegare il crollo del Regno. La logica della storia è spesso più lineare di quanto si pensi.
I Borbone persero il regno, perchè non erano più in grado di conservarlo, e Garibaldi e i suoi furono gli eroici protagonisti di un”impresa eroica. E va bene. Ma che i metodi con cui i piemontesi realizzarono l”unificazione facessero pensare più a una occupazione che a una liberazione, lo sospettarono gli osservatori stranieri, lo dissero ufficiali e soldati dell”esercito piemontese, lo dimostrarono le stragi di Gioia del Colle, di Teramo, di Casalduni, di Pontelandolfo. Lo dimostrò l”eccidio di Somma. Il 22 luglio 1861 una compagnia di bersaglieri, comandata dal capitano Federico Bosco, conte di Ruffina, entrò in Somma, alla caccia di briganti e di manutengoli della banda Barone. I bersaglieri arrestarono otto persone, con l” accusa di “compromissione” con i briganti: è probabile che i loro nomi fossero forniti al Bosco dal Dicastero di Polizia.
In seguito, davanti al Tribunale Militare di Torino, il generale Genova di Revel dichiarò che nella notte tra il 22 e il 23 il capitano aveva tenuto un consiglio di guerra con le autoritĂ civili e militari di Somma, e con il Giudice regio, e che la sentenza di condanna a morte era stata unanime. Il che non era del tutto vero. GiĂ il 24, poche ore dopo l”eccidio, il Giudice Regio trasmise al Procuratore Generale della Gran Corte Criminale una dura protesta contro l”ufficiale che aveva fatto fucilare gli arrestati senza avvertire gli organi di Giustizia. Il 23 luglio 1861, alle ore 15, al largo Mercato, vennero passati per le armi Francesco Mauro, Saverio Scozio, Angelo Granato, Giuseppe Iervolino, Luigi Romano, Vincenzo Fusco.
Don Felice Mauro, canonico della Collegiata, e un altro sacerdote, furono sottratti, all”ultimo momento, al plotone di esecuzione. In una nota ufficiale le autoritĂ civili di Somma dichiararono che Granato e Iervolino erano stati sempre “veri liberali e attaccati all”unitĂ italiana”. Nessuno dei fucilati apparteneva alle famiglie compromesse con il brigantaggio, di cui i carabinieri e i giudici Fusco e Mezzacapo prepararono una lista completa nell”agosto del “61. In nome dell”idea di unitĂ nazionale, i democratici napoletani sostennero incondizionatamente il Luogotenente Generale Enrico Cialdini, che mandò sotto processo il Bosco solo per le pressioni della stampa estera.
Quando l”on. Ricciardi, comprendendo che non si poteva più tacere, chiese provvedimenti rapidi e severi contro i responsabili dell”eccidio di Somma, Cialdini rispose con una punta d”ironia: “In ogni modo, ella comprenderĂ , signor Conte, che essendosi stabilita un”inchiesta, può la coscienza pubblica rimanere tranquilla per il corso regolare della giustizia”. Ma accadde quello che la coscienza pubblica temeva: il 30 novembre 1861 il Tribunale militare assolse Bosco di Ruffina, ritenendo provato che i sei sommesi messi al muro erano complici dei briganti. Ma fu un episodio, un incidente, si potrebbe obiettare: la storiografia è spesso una disciplina cinica, che mostra di aver pietĂ dei drammi degli individui, ma si consola argomentando che i casi dei singoli non intaccano la bontĂ dei principi generali.
Gli esuli della “consorteria”, Silvio Spaventa, Giuseppe Pisanelli, Nicola Nisco, Stanislao Mancini, tornati a Napoli, amministrarono la cosa pubblica e orientarono le scelte di politica interna. Avrebbero potuto, almeno nella provincia di Napoli, allontanare dalla gestione del potere i gruppi tradizionalmente legati ai Borbone: non lo fecero. Allo “spurgo” preferirono “l”amalgama”: i borbonici vennero traghettati in massa sotto la bandiera dei Savoia. A Ottajano, a Sant” Anastasia, a San Sebastiano, a Cercola, a Pomigliano, nel Nolano, i membri dei decurionati ( cioè dei consigli comunali ) dell” ultimo decennio del regno di Napoli entrarono quasi tutti nei consigli comunali post-unitari.
Dedicheremo qualche articolo a questo tema, che è di fondamentale importanza: in quel fatale triennio 1861–1863 ci fu la prima delle molte rivoluzioni mancate che rendono strana e particolare la storia d”Italia, e “assurda” molta parte della storia di Napoli.
(Fonte foto: “Pittori e Soldati del Risorgimento”. Fabbri Editori)
LA STORIA MAGRA
MORIRE IN CARCERE A 24 ANNI
Di Simona Carandente
Ha 64 anni la sig.ra Maria Rosaria, ma è come se ne avesse “venti di più”. Non ha avuto una vita facile: un marito non vedente, invalido al 100 per cento, ed un unico figlio, Ciro, intelligente e vivace quanto ribelle (foto).
Gente semplice la famiglia Triunfo, persone tranquille, assolutamente estranee ad ogni contesto criminale. Unico “pecora nera” Ciro, che sin da giovanissimo comincia a far uso di sostanze stupefacenti, e perciò a macchiarsi di piccoli reati contro il patrimonio.
Lo scorso 29 settembre, in circostanze ancora tutte da chiarire, Ciro Triunfo è morto all”interno del carcere di Poggioreale, dove si trovava appoggiato in attesa della celebrazione di un processo a suo carico.
“Il 28 settembre Ciro è arrivato a Napoli dal carcere di Matera” spiega l”avv. Luigi Musolino, legale della famiglia Triunfo. “Appena giunto a Poggioreale si è sentito male ed è stato portato all”Ospedale Cardarelli, dove gli hanno diagnosticato un”overdose da metadone. Dopo poche ore si è inspiegabilmente ripreso, al punto da poter firmare il consenso ad uscire. Alle 21.25 del 28 settembre è poi rientrato nella Casa Circondariale”.
Quello che è successo qui, in carcere, nelle ore successive è ancora un mistero. L”unico dato certo è che l”indomani mattina, il 29 settembre, Ciro morirĂ , dopo esser stato trasportato nuovamente al Cardarelli, ove era giunto in condizioni disperate.
Il giallo della sua morte è avvolto da numerose incognite. “Innanzitutto” chiede l”avv. Musolino, “come è possibile che, a pochissime ore dal primo ricovero, Ciro sia stato ritenuto in grado d lasciare l”ospedale di propria volontĂ ? Ed ancora, in che condizioni è giunto a Napoli, visto che a Matera, da diversi mesi, non faceva più uso di sostanze?”.
“Mio figlio aveva alla spalle anni di tossicodipendenza” spiega la madre. “Per lui una dose di metadone era come acqua fresca. Quanto devono avergliene somministrato a Poggioreale, per farlo morire così? E soprattutto, perchè?”
La veritĂ su come Ciro abbia trascorso quell”ultima, terribile notte è custodita nella memoria degli allora compagni di cella, loro malgrado spettatori dell”agonia del compagno. In una lettera inviata dal carcere, uno di questi ha raccontato che il ragazzo, nel corso di quella maledetta notte, si è lamentato ininterrottamente, a nulla valendo i loro tentativi di farlo stare meglio.
A distanza di tanti mesi, le cause della morte di Ciro sono avvolte da tanti, troppi interrogativi.
“La procura sta facendo tutte le indagini del caso” conclude il legale Musolino. “Sulla vicenda, del resto, stanno indagando sia la magistratura che il penitenziario stesso”.
L”ultima volta che la famiglia ha sentito la voce di Ciro è stato il 25 settembre, il venerdì prima di morire. “Era preoccupato per la causa” dice la madre, “si sentiva che sarebbe stato condannato. Però stava bene, era vispo, in salute. Rivolgo solo un appello alle istituzioni: prima di morire, voglio sapere come è morto mio figlio e perchè. Non riesco a darmi pace”. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Repertorio)
LA RUBRICA
L’UNITÁ D”ITALIA, LA FAMIGLIA, IL LAVORO
Di Don Aniello Tortora
Questa settimana voglio soffermarmi sulla Prolusione del Card. Bagnasco, pronunciata lunedi 24 maggio alla 61a Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (Roma, 24-28 maggio 2010) e che tocca, come sempre, alcune tematiche sociali attuali e in rapporto con la comunitĂ ecclesiale.
Il cardinale ha parlato di un evento di cui si sta discutendo, a tratti anche animatamente, e che ci interessa molto da vicino. È il 150° anniversario dell”UnitĂ d”Italia. Ha precisato che “come Chiesa non risparmieremo energie morali nè culturali al fine di partecipare al significativo anniversario”.
“L”unitĂ del Paese – ha continuato Bagnasco – resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrĂ storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti”.
Un altro passaggio del cardinale è stato molto significativo, quando ha detto: “Di fronte a tante obiezioni e a talune polemiche che ci rincorrono come italiani, verrebbe da dire: accettiamoci, amici, per quello che siamo, a partire dalla nostra geografia e dalla nostra storia, dalla nostra tradizione e dalla nostra cultura”.
E, dopo aver affrontato, nella sua Prolusione, la questione in particolare dei rapporti tra Stato e Chiesa, Bagnasco ha riaffermato ciò che sta più a cuore alla Chiesa: “È “l”interiore unitĂ ” e la consistenza spirituale del Paese ciò che a noi Vescovi oggi preme, e il servizio a cui in umiltĂ intendiamo applicarci, per il bene comune. Vogliamo tutti contribuire a far sì che i 150 anni dall”unitĂ d”Italia si trasformino in una felice occasione per un nuovo innamoramento dell”essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale. Bisogna per questo alimentare la cultura dello stare insieme, decidere di volersi reciprocamente più bene”.
“Niente, nel bagaglio che ci distingue, può essere così incombente da annullare il nostro vincolo nazionale. Per questo servono visioni grandi per nutrire gli spiriti, vincendo paure o resistenze, e recuperando il gusto di pensarci come un insieme vivo e dinamico, consapevole e grato per la propria identitĂ , e per questo accogliente e solidale con quanti approdano con onestĂ e impegno alla ricerca di un futuro più umano”.
Altri interessanti aspetti sociali, quali la famiglia e il lavoro, ha evidenziato il cardinale nel suo discorso. Puntando al futuro e affermando la centralitĂ della famiglia fondata su quel bene inalterabile che è il matrimonio tra un uomo e una donna, Bagnasco ha denunciato come “l”Italia sta andando verso un lento suicidio demografico: oltre il cinquanta per cento delle famiglie oggi è senza figli, e tra quelle che ne hanno quasi la metĂ ne contemplano uno solo, il resto due, e solamente il 5,1 delle famiglie ha tre o più di tre figli. Urge una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale. Ci permettiamo di insistere con i responsabili della cosa pubblica affinchè pongano in essere iniziative urgenti e incisive: questo è paradossalmente il momento per farlo. Proprio perchè perdura una condizione di pesante difficoltĂ economica, bisogna tentare di uscirne attraverso parametri sociali nuovi e coerenti con le analisi fatte. Il quoziente familiare è l”innovazione che si attende e che può liberare l”avvenire della nostra societĂ ”.
L”altro punto essenziale comunicato da Bagnasco è il problema-lavoro che – ha detto – “è la risorsa, anzi la quota parte minima di capitale fornita dalla societĂ a ciascun cittadino, in particolare ai giovani alla ricerca del primo impiego, perchè possano inserirsi e, trovando senso in ciò che fanno, sentirsi utili quali attori di crescita e di sviluppo. È questo lavoro che spesso oggi latita, creando situazioni di disagio pesante nell”ambito delle famiglie giovani e meno giovani, in ogni regione d”Italia, e con indici decisamente allarmanti nel Meridione. Il lavoro, in sostanza, è tornato ad essere, dopo anni di ragionevoli speranze, una preoccupazione che angoscia e per la quale chiediamo un supplemento di sforzo e di cura all”intera classe dirigente del Paese: politici, imprenditori, banchieri e sindacalisti. Il protrarsi della crisi economica mondiale si sta rivelando sorprendentemente tenace, come dimostrano gli esiti cui è pervenuto qualche Paese della stessa Unione Europea”.
“I provvedimenti ultimamente adottati in sede comunitaria hanno da un lato – pare – arrestato lo scivolamento verso il peggio, dall”altra però stanno imponendo nuove ristrettezze a tutti i cittadini. Dinanzi a questo scenario non possiamo da parte nostra non chiedere ai responsabili di ogni parte politica di voler fare un passo in avanti, puntando come metodo ad un responsabile coinvolgimento di tutti nell”opera che si presenta sempre più ardua. Bisogna, in altre parole, con tutti i mezzi, rinforzare i soggetti che meglio esprimono le qualitĂ del territorio e più possono assorbire e rimotivare leve del lavoro”.
In questa Prolusione il cardinale Bagnasco ha espresso chiaramente il pensiero della Chiesa su alcune questioni scottanti in Italia, oggi. Dovranno necessariamente essere oggetto di riflessione da parte di tutti, laici e cattolici, se davvero vogliamo, insieme, costruire la speranza.
GLI ARGOMENTI DELLA RUBRICA
SE IL SUD É INFETTO IL NORD É MALATO. A BRIGANTE, BRIGANTE E MEZZO!
Caro Direttore,
in giro per lavoro, in una bella serata di quasi estate, ho avuto modo di assistere alla presentazione di un romanzo in una piccola e spocchiosa cittĂ del centro-nord. PuntualitĂ nell”orario stampato sulle locandine, ambiente arioso, bel pubblico, presentatori scrupolosi e: autore (con relativo contesto di azione del volume) meridionale. Mi dirai: cambia qualcosa? Sì e come! Ad un iniziale panegirico, affettato e stucchevole, dell”autore ha fatto seguito un malcelato bisogno di presentare un sud (con la sua gente) arrendevole, cialtrone e senza speranza.
C”era come una necessitĂ irrefrenabile di chiedersi (e darsi le relative e scontate risposte): in quale terra esiste l”imbroglio continuo, la corruzione, se non nel Mezzogiorno d”Italia? Dove, se non in quel martoriato territorio, si costruisce abusivamente, nasce l”inquinamento o c”è la vocazione alla superficialitĂ ? Tutto, e non per caso, avviene al sud, in quella sorta di gironi infernali pullulanti di ladri, di furbi, di uomini e donne senza dio, di imbroglioni senza speranza di potere infine uscire “a riveder le stelle”. Ma il sud mica è solo gomorra!
Capirai, Direttore, a questo punto che il dramma del tanto auspicato federalismo non sarebbe tanto nella sperequazione delle risorse quanto nelle mentalitĂ (posso dirlo?) separatiste (o pseudoperbeniste) di molte persone. Partiamo da un ricorrente falso storico. Ti assicuro che la societĂ “di sopra” è tale e quale a quella “di sotto”. C”è un uguale disfacimento dei costumi, un uguale cattivo funzionamento della scuola, un insistente ricorso al calcolo ed all”utile come pratica di vita consolidata. Sì, è vero, il Sarno lo abbiamo inquinato noi, ma il Po chi l”ha inquinato? Noi siamo i soliti ladri di galline che si fanno prendere con le mani nel sacco; altri, però, sono gli storici “mariuoli” ad aver fatto la storia d”Italia degli ultimi cinquant”anni!
Cosa fare, quindi, in simili occasioni? Mostrare nervi saldi, non cadere nella rete delle provocazioni e costruire un ragionamento, che confuti, con dati di fatto, i gratuiti e stucchevoli luoghi comuni sul Mezzogiorno d”Italia. “Sopporta, cuore: più atroce pena subisti/ il giorno che l”indomabile, pazzo Ciclope mangiava/ i miei compagni gagliardi, e tu subisti, fin che l”astuzia/ ti liberò da quell”antro, che giĂ di morire credev”, (Omero, “Odissea”, XX).
La marcia su Roma partì (e parte ancora oggi) da Milano; dalla capitale meneghina sono partiti anche i maggiori sostenitori della Loggia massonica P2 di Licio Gelli. L”attuale capo del governo, per esempio, aveva la tessera numero 1816. Ma che fa? Abbiamo la memoria corta. I nostri vicini di casa possono anche ammazzare i bambini, siamo sempre disponibili a perdonare.
Ma non perchè abbiamo la vocazione al perdonismo. No, non è questo! È maggiormente perchè siamo distratti, non ci importa molto di quello accade intorno a noi; siamo superficiali, egoisti, calcolatori e indifferenti verso tutto e tutti. E, intanto, tutto intorno monta il regime. Nemmeno tanto in silenzio. Anzi con azioni chiare, fortemente volute e dichiarate. Si mette il bavaglio alla stampa, alla magistratura, ai pubblici dipendenti, alla contestazione, a tutte le libertĂ . Ma che fa, chi se ne importa? Ora che l”estate batte alle porte, è d”uopo pensare solo alle vacanze; poi, a settembre, si vedrĂ .
Così, la mia collega di Groppello Cairoli dice che andrĂ a rilassarsi per un paio di settimane in Tunisia; molti giovani di mia conoscenza sono indecisi cosa scegliere tra le notti in Spagna e un viaggio alle Canarie; dicono che ne hanno bisogno e i loro genitori devono sostenere qualunque sacrificio per consentire loro di riposarsi. Il meritato riposo per chi non si stanca! Sembra quasi un ossimoro pubblicitario!
Caro Direttore, come ricorderai, nell”autunno del 1931, solo dodici professori universitari, su oltre milleduecento, rifiutarono di giurare fedeltĂ a Mussolini. Pochi pazzi, nell”immaginario collettivo, che ebbero il coraggio di prendere una posizione assolutamente scomoda. Tutt”altro!
“S”attendono l”ostracismo sociale e la solitudine umana a cui il loro gesto li sta consegnando. E tuttavia –per chi ha seguito per qualche tratto le loro esistenze- sopravvive la certezza che un “no” forte e chiaro come quello che hanno pronunciato non possa essere proferito senza una segreta gioia. Quella che si sperimenta disaccostando la propria vita dagli altri, riapprendendo a custodirla solo da se stessi.”, (Giorgio Boatti, “Preferirei di no”, Einaudi, 2001).
In questi momenti di grande confusione, quasi da ultimi giorni dell”impero, gira, sui tavoli di tutte le amministrazioni pubbliche, il codice di comportamento dei dipendenti. Nei tredici articoli, tra l”altro, si legge che ogni dipendente pubblico deve conformare la sua condotta al dovere costituzionale di servire la Nazione; che ciascun “servitore dello Stato” non deve chiedere o accettare regali; non li deve nemmeno offrire i regali, tantomeno a un sovraordinato; non deve partecipare all”adozione di decisioni o attivitĂ che possano coinvolgere interessi propri o di familiari; non deve usare attrezzature o materiali pubblici a fini privati; in ogni comunicazione, deve adottare un linguaggio chiaro e comprensibile.
Forse che a qualcuno vengono in mente fatti o personaggi della recente storia d”Italia?
Sai, Direttore, a volte, mi chiedo se gli articoli di quel codice siano mai stati letti dai nostri amministratori, nazionali e locali! A volte, poi, mi sorprendo a pensare che nel caso si rendesse obbligatorio un giuramento di fedeltĂ a un capo, forse, ci sarebbe fatica ad arrivare a dodici coraggiosi dissidenti. Ovviamente, di questi tempi, i destinatari del giuramento non sarebbero milleduecento ma in numero fortemente esponenziale!
PENSARE ITALIANO
IN CHE MODO SONO CAMBIATE POLITICA E CAMORRA
Di Amato Lamberti
La “camorra”, intesa come criminalitĂ mafiosa che intreccia politica, affari e criminalitĂ , negli ultimi anni, dal 1990 ad oggi, non è stata sottovalutata: è stata semplicemente cancellata dall”agenda politica, e, di conseguenza dall”agenda della comunicazione politica, dopo averla sapientemente derubricata come delinquenza organizzata e, quindi, come problema da consegnare tutto intero a polizia, carabinieri, guardia di finanza e magistratura.
Se ne vogliamo discutere, a sinistra come al centro e a destra, dobbiamo avere il coraggio di fare i conti con questa operazione, contemporaneamente, di spostamento e di occultamento del problema camorra. Dico questo perchè alla fine degli anni “70 e agli inizi degli anni “80 non ero il solo a puntare il dito sugli intrecci e sui legami tra clan e gruppi camorristici e blocco di potere (come si diceva allora) politico ed economico. Si trattava di una consapevolezza diffusa, anche in seguito alla nascita di una apposita Commissione Parlamentare Antimafia che si sarebbe dovuta occupare di un fenomeno criminale giudicato pericoloso perchè, in alcune aree del Paese, mirava a sostituirsi allo Stato, anzi a farsi Stato, a partire dall”occupazione delle Amministrazioni locali.
Nel convegno pubblico, per fare un solo esempio, “Camorra e mercato dell”edilizia in Campania”, promosso dalla Federazione Lavoratori delle Costruzioni di CGIL, CISL, UIL, all”Antisala dei Baroni, al Maschio Angioino, il 12 dicembre 1979, in seguito all”omicidio di un delegato sindacale del cantiere SLED a Villa Literno, ad opera di una camorra che, come diceva il volantino,”vuole governare il mercato del lavoro e il subappalto cottimismo”, Carlo Cinicolo, Segretario generale reg.FLC Campania, metteva in evidenza che, “per camorra si intende una organizzazione criminale che, in genere, non si trova in una situazione di contrapposizione costante e puntuale alla societĂ legale; al contrario, per vivere ha bisogno della societĂ legale, essa si interseca con le situazioni sociali, interagisce con i gruppi e gli individui circostanti.”
Il nodo centrale, per le costruzioni, era individuato nelle procedure di appalto dei lavori, perchè, “proprio nel meccanismo dell”aggiudicazione degli appalti risiedono le ragioni per la presenza camorrista nei cantieri”. Infatti, si sosteneva allora da parte anche delle forze sindacali, “non si possono passare sotto silenzio le evidenti distorsioni che senza dubbio chiamano in causa anche responsabilitĂ politiche”. Nelle conclusioni del Convegno, Aldo Giunti, Segretario generale FLC, affermava che si doveva “alzare il tiro politico di questa battaglia e vedere il collegamento tra i diversi aspetti di questo complessivo fenomeno e riuscire a: impegnarci nella battaglia contro i fenomeni camorristici e contemporaneamente ad accentuare la nostra iniziativa per la trasformazione, il progresso delle nostre istituzioni”.
L”allora pretore di Nocera Inferiore, Massimo Amodio, magistrato fortemente impegnato nel contrasto dei collegamenti politica e camorra, aggiungeva: “La criminalitĂ oggi è forte ed è “pagante”. La camorra è intimidazione, taglieggiamento, violenza, ma anche gestione scorretta di interessi pubblici, assistenzialismo clientelare, appalti poco puliti, e, quindi, robusto sostegno di un sistema di potere che non intende mutare”.
In tutti questi anni, in Campania, sono cambiate molte cose a livello di partiti e di rappresentanti delle istituzioni, ma la camorra non è cambiata, anzi ha esteso la sua presenza e il suo potere; la politica non ha cambiato modalitĂ e strategie di gestione del potere e della spesa pubblica: siamo sempre nella situazione che Biagio de Giovanni illustrava nella sua introduzione al Convegno sulla camorra organizzato dal Comitato Regionale Campano del PCI nel 1982; “In effetti la diffusione dell”illegalitĂ e l”idea-limite che l”illegalitĂ possa essere gestita da chi detiene legittimamente il potere, creano una cultura dell”inganno e contribuiscono alla formazione di corporazioni di potere che, oltre un certo punto, intendono crearsi la propria legge.”
Cosa è cambiato, viene da chiedersi, per cui, oggi, non siamo -come studiosi, sindacalisti, intellettuali- più capaci di analisi sulla camorra, che partano dai centri del potere e indichino la strada della battaglia democratica da portare avanti, limitandoci alla richiesta di più carcere, più polizia e magari dell”esercito? Una domanda per la quale, purtroppo, a mio avviso, c”è una sola risposta: la camorra è diventata la forma della politica, per lo meno in alcune aree del Paese.
Si è trasformata, la politica, in una industria della protezione dell”illegalitĂ e del malaffare, esattamente come la camorra. L”unica differenza è che la politica non ha bisogno di usare la violenza fisica. Quando la ritiene necessaria, il lavoro sporco lo affida ai soggetti criminali della camorra, vale a dire, al suo braccio armato.
CITTÁ AL SETACCIO

