L’UNITÁ D”ITALIA FATTA DA DELUSI E “MORIBONDI”

Questi “napoletani”! Sono camorristi, sfaticati, e così ignoranti che credono che “l” Italia sia la moglie di Garibaldi”. Così scrivevano al Nord nel 1861.
Di Carmine Cimmino

Proclamata la nascita del Regno d”Italia, subito i politici e i giornalisti del Nord cercarono di far passare la tesi che, senza l”intervento di piemontesi e di lombardi, il Sud non si sarebbe mai liberato, per difetto di energia morale, dalla tirannia dei Borbone. A questo “mito” i “napoletani” opposero un altro “mito”: quello del Sud spogliato e saccheggiato dai presunti liberatori. La polemica non si è più spenta, da allora: e oggi è un incendio gigantesco. Perciò, bisogna ripartire dal principio, bisogna scoprire quanta veritĂ  ci sia nei due “miti”. In questa rubrica di storia “magra”, di storia liberata dal grasso dei preconcetti, della retorica e delle chiacchiere, pubblicheremo i documenti, i dati dell”agricoltura, le cifre del commercio, i bilanci delle imprese: cercheremo di capire, quale fosse lo stato dell”economia e della societĂ  nelle terre vesuviane e nell”agro nolano alla vigilia dell” UnitĂ .

Il tutto sarĂ  fatto – si tenterĂ  di farlo – con stile leggero: racconteremo storie di uomini, poichè la storia la fanno gli uomini, gli individui.
Che aria si respirasse nelle prime sedute del primo Parlamento dell”Italia unita, ce lo racconta un testimone eccellente. Ferdinando Petruccelli della Gattina, di Moliterno, medico, giornalista, romanziere, patriota amico di Mazzini, di Garibaldi e di briganti lucani e calabresi, partecipò come deputato alla seduta del Parlamento in cui, il 14 marzo 1861, fu approvato il decreto che proclamava la nascita del Regno d”Italia. Avendo un temperamento che facilmente si infiammava, il Petruccelli si aspettava che tutti i colleghi, che erano stati protagonisti e testimoni di un evento così solenne, ribollissero di entusiasmo, di idee e di speranze. Ma restò deluso, e quel giorno, e nei giorni successivi.

Era il primo ad entrare nell”aula, e ne usciva per ultimo, dopo aver svegliato il Ranieri -Antonio Ranieri, l”ultimo amico di Leopardi- che a una certa ora reclinava la testa sul banco e si addormentava. Immancabilmente. Dopo alcune sedute, in cui l”assemblea espresse con chiara evidenza tutti i soliti vizi della politica: l”aviditĂ , la doppiezza, l”attaccamento alla sedia, Petruccelli decise che tentar di capire quei colleghi era molto più interessante che seguire le fasi del dibattito. Cedette all”istinto del polemista, e schizzò ritratti corrosivi e implacabili dei membri del primo Parlamento dell”Italia unita. L”anno dopo pubblicò il tutto in un libro che intitolò “I moribondi di Palazzo Carignano”. Il termine “moribondi” gli parve il più adatto per rappresentare quell” espressione mista di insoddisfazione, di delusione e di stanchezza che vedeva stampata sulla faccia della maggior parte dei deputati e dei senatori.

Erano scontenti gli uomini di Cavour, che avrebbero voluto un”Italia più ristretta, Piemonte, Lombardia, Romagna, Toscana, e, quando fosse stato liberato, il Veneto; mugugnavano i federalisti; erano confusi i liberali, perchè le idee e gli interessi – interessi legittimi e non – dei liberali del nord non coincidevano con gli interessi e le idee dei colleghi del Sud; tenevano il broncio i mazziniani, che avevano sognato la Repubblica e si sentivano traditi da Garibaldi; Garibaldi, dal canto suo, non si fidava più di nessuno. C”erano poi i nemici dichiarati dell”unitĂ  d”Italia, e cioè i clericali e i borbonici. I borbonici gridavano al complotto, alla “macchinazione universale”: Napoli e il Sud erano stati venduti a Garibaldi, massone, da una congiura orchestrata dalla Massoneria, dagli Inglesi, e dai traditori interni.

Fatta l”Italia, bisognava fare gli Italiani. Ma si partì col piede sbagliato. Per dieci anni le consorterie dei parlamentari del Nord e del Centro misero le mani sulla maggior parte degli investimenti per le opere pubbliche: strade, porti, ferrovie. Nel 1873, quando il Senato bocciò la legge a favore del porto e dell”arsenale di Taranto, l”on.Billia non potè trattenersi dal dichiarare che le province meridionali erano state trattate “quasi fossero un accessorio del Paese”. La campagna elettorale per le fondamentali elezioni del “74 fu un furioso duello di artiglieria tra i giornali del Nord e i fogli napoletani, “il Pungolo” in particolare. Le accuse lanciate dal Nord erano le solite: il Sud vuole tutto dallo Stato, il Sud non è capace di iniziativa privata, il Sud non paga le tasse. Il riferimento alle tasse faceva andare in bestia gli onorevoli napoletani, che vedevano come al danno si aggiungesse la beffa.

In un”infuocata seduta che la Camera tenne nel maggio del “74 Mariano Englen dimostrò che, in rapporto alla rendita dei fondi, le province meridionali pagavano le tasse più delle altre, e l”on. Sorrentino accusò il governo di aver fatto, per motivi elettorali, “questo brutto gioco di far intendere alle popolazioni dell”Italia superiore che nell”Italia meridionale non si pagano i tributi”. Ma nella seduta del 13 giugno il Senato prima bocciò i provvedimenti proposti a favore dei porti di Napoli, Castellammare, Salerno, Girgenti e Palermo e subito dopo approvò la legge a favore dei porti di Genova, Venezia e Livorno. Intanto un giornaletto emiliano accusava sarcasticamente le genti del Sud di non sapere cosa fosse l”Italia, e di pensare, tutt”al più, che potesse essere la moglie di Garibaldi.

Un articolista del foglio “La Provincia di Belluno” svelava ai lettori che “i meridionali non hanno nessuna abitudine al lavoro e al risparmio”, e non su un giornale qualsiasi, ma sulla prestigiosa “La Nuova Antologia” ( XXVII, 12, 1874), Diomede Pantaleoni si preoccupava, bontĂ  sua, dei molti problemi dei meridionali: “diversa istruzione, diverso grado del morale sentimento, diverse condizioni fisiche, civili, sociali, insomma, diversa cultura”. Ovviamente, il delicato Pantaleoni scriveva “diverso”, e intendeva dire “inferiore”. Come si vede, non c”è nulla di nuovo sotto il sole.
(Nell”immagine francobolli commemorativi. Fonte L.P.)

IL SESTO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Una lunga passeggiata risalendo quella che per molto tempo è stata l”unica strada d”accesso al Gran Cono del Vesuvio. L”ascensione al cratere, tra pini e ginestre, un”immagine antica e da riscoprire del nostro patrimonio ambientale.

Il sentiero n°6 “Lungo la Strada Matrone” è un percorso, pur se in salita (700 m di dislivello) che non rappresenta grandi difficoltĂ , se escludiamo infatti la sua lunghezza di circa 16 km (A/R) e il calore dei mesi estivi, non si riscontrano grandi ostacoli lungo il suo cammino. Cosa più complessa potrebbe invece risultare, per i non avvezzi ai luoghi, il raggiungimento dell”ingresso a valle. L”itinerario più semplice per arrivarvi e valido un po” per tutti è quello che, dall”uscita dell”autostrada A3, Torre Annunziata Sud, ci conduce, seguendo le indicazioni dei numerosi ristoranti (insufficiente la segnaletica del Parco Nazionale) verso via Cifelli. Di qui ci si inoltra nella splendida pineta, fino a raggiungere la “casermetta” del Corpo Forestale dello Stato (353 mslm.) dove inizierĂ  il nostro sentiero.

La strada Matrone fu costruita negli anni venti del secolo scorso dai fratelli Matrone vitivinicoltori del luogo ed è stata, fino alla costruzione della provinciale 140, quella dal lato di Ercolano, l”unica via d”accesso “carrozzabile” al vulcano.
“Questo compito se l”assunsero due animosi, i fratelli matrone di Boscoreale che, invece di godersi in pace la rendita dell”uva e delle albicocche, vollero misurarsi con il Vesuvio.” Così raccontava Amedeo Maiuri nelle sue Passeggiate Campane (pagg. 269-271) narrandoci di un”epopea tanto pionieristica quanto pittoresca. “Han lavorato prima d”amore e d”accordo alla strada di Boscotrecase, risalendo il fiume di lava del 1906 fino alla bocca d”uscita, e affidando i turisti alla locanda di “Paneperso”” ove, a dispetto di quel nomignolo scanzonato, l”oste vesuviano preparava con pizze infuocate e generose bevute di Lachryma Christi, il miglior viatico per l”ascensione; poi ognuno ha preso la sua via, uno a ponente, l”altro a levante, e il Vesuvio restò spartito fra due strade rivali e fraterne.”

La Matrone è inoltre percorsa dalla Busvia del Vesuvio, un servizio di navette 4×4 che, dallo stazionamento di Boscotrecase (via Passanti) o dalla stazione SFSM di Pompei/Villa dei Misteri, collega la “CittĂ  Vesuviana” al Cratere. Per questa ragione e ufficialmente per la salvaguardia del territorio, l”accesso alla Matrone è consentito solo attraverso una specifica autorizzazione o usando suddetta Busvia (il prezzo del biglietto, incluso l”accesso al cono e con relativa guida è di €10,50 per i residenti e di €18,50 per i non). Il servizio è attivo tutti i giorni dalle 8.30 alle 16.00, tenendo presente che l”orario può variare in relazione a quello delle guide vulcanologiche, in ordine al fatto che l”ultimo viaggio partirĂ  mezz”ora prima dell”ultimo servizio delle guide. SarĂ  utile quindi consultare il sito internet delle guide vulcanologiche per regolarsi su un orario che può variare stagionalmente.

Detto questo, sento il bisogno d”esprimere un”opinione a riguardo; tale servizio andrebbe elogiato in quanto esempio di libera imprenditoria, in sintonia con le necessitĂ  economiche di un territorio notoriamente depresso. Rimango però perplesso quando si impedisce l”accesso a chi, certo in maniera più pulita dei grossi diesel (anche se definiti ecologici avranno il loro impatto sull”ambiente circostante), decide di risalire, a piedi o in bicicletta, la strada Matrone. Concordo con la possibilitĂ  sacrosanta di creare lavoro e di differenziare l”offerta turistica ma, allo stesso tempo, non credo che tale opportunitĂ  debba cozzare con il diritto altrui di muoversi liberamente sul territorio.

Ma passiamo al tema principale del nostro percorso. Varcato il cancello verde della caserma della forestale ci inoltriamo, in salita, in una splendida pineta. Le condizioni della strada non sono delle migliori, in effetti è in cemento, spesso rattoppato d”asfalto, e in tale stato seguirĂ  fino ai 4,68 km dove cederĂ  finalmente il passo allo sterrato e al basolato, che si intervalleranno fino in cima. La Matrone, in questo primo tratto è ombreggiata e piacevole per il profumo della pineta, ma giĂ  dopo circa tre chilometri, all”incrocio (sulla sinistra) col sentiero n°5 (Pineta del Tirone) il tragitto incomincia ad essere più esposto e la macchia si sostituirĂ  alla pineta. È quindi opportuno, con la buona stagione, metter mano a cappello e crema protettiva e, ovviamente, non dimenticare mai l”acqua (anche due litri a persona d”estate).

Come s”è accennato a quota 824 si lascia l”asfalto e ci si inoltra nel sentiero propriamente detto, dove a farci compagnia saranno solo le simpatiche lucertole campestri (podarcis sicula). Con molta attenzione potremmo anche incontrare qualche intorpidito biacco (coluber viridiflavus, serpente non velenoso molto diffuso nell”area del Parco) che cerca il sole con la sua nera e rilucente livrea. A quota 859, dopo 5,26 km, incrociamo, sulla destra, il sentiero n°1 (Valle dell”Inferno). Ai 921 mslm, a breve distanza dal bivio, c”è una capanna, utile per chi necessita di un po” d”ombra e per rinfrancarsi dalla fatica. Poco distante anche uno splendido punto panoramico che s”affaccia sull”Agro Nocerino/Sarnese, la Penisola Sorrentina e Capri.

A quota 1.002, dopo 6,84 km, incrociamo il bivio che, a destra, in lieve pendenza, segue con il sentiero n°1 e la parte discendente del n°5 (Il Gran Cono) a sinistra invece si prosegue in salita verso lo stazionamento dei grossi Mercedes della Busvia. Qui a 1.050 mslm, dopo circa otto chilometri, termina l”andata della nostra escursione, ora non ci resta che scendere seguendo a ritroso il percorso o, avendone il permesso, guadagnare il cratere seguendo lo stradello che sale dal rifugio prospiciente lo stazionamento; impresa non impossibile anche se le vostre gambe non saranno d”accordo ma il tesoro che troverete in vetta ne varrĂ  di certo la pena; così come la diversa prospettiva della Matrone in discesa, con la sirena caprese a portata di mano, vi gratificherĂ  il ritorno a casa.

IL PERCORSO

“VERTIGINE” DA LIBRI

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Dove va il libro e cosa lo salverĂ ? Ne discutono i protagonisti dei dialoghi della nostra rubrica. Il rischio della dromomania generale!
Di Giovanni Ariola

Il prof. Carlo, molto rammaricato di non aver potuto partecipare alla kermesse del Salone del libro di Torino (13 – 17 maggio), per una fastidiosa influenza che lo ha colpito proprio il giorno in cui aveva deciso di partire e per le condizioni meteorologiche, a dir poco sfavorevoli, si consola passando in rassegna sui vari quotidiani e riviste che arrivano nell”Istituto i resoconti delle varie manifestazioni, dei tanti incontri che si sono tenuti nei cinque giorni della mostra. Intanto lo accompagna il ricordo, a volte confortante a volte doloroso, di un amico scomparso qualche anno fa, suo compagno di iniziative/avventure culturali, Aristide La Rocca, medico e poeta, che del Salone annuale era assiduo frequentatore e poi commentatore sulla rivista HYRIA.

Si era tracciato, il prof. Carlo, un itinerario tutto suo, una sorta di rotta nella mappa molto fitta di appuntamenti culturali, tutti di grande rilievo ma troppi per potervi partecipare nella misura che avrebbe desiderato, ne aveva scelto solo alcuni per le personalitĂ  che vi erano impegnate e per l”argomento trattato.
Sicuramente avrebbe voluto essere presente sabato 15 maggio scorso alla Sala Rossa all”incontro con Gian Luigi Beccarla che presentava il suo ultimo libro, pubblicato quest”anno da Einaudi “Il mare in un imbuto. Dove va la lingua italiana“.
Lo stesso giorno aveva progettato di incontrare, alla Sala dei 500, Umberto Eco in dialogo con Maurizio Ferraris e Patrizia Violi sull”avvenire della memoria, che è stato il tema conduttore del Salone.

Tema attualissimo, bisogna dire, e per questo scelto ad oggetto di numerosi incontri nei quali sono stati presentati libri di grande interesse. (Si segnalano Lete di Harald Weinrich, Il Mulino editore, 1999; La memoria e l”oblio, a cura di Franco Rella, Pendragon editore, 2002).
L”illustre semiologo Eco si era giĂ  interessato di questo argomento e in particolare dell”ars oblivionalis (arte dell”oblio) in un convegno agli inizi degli Anni “90 in cui aveva affrontato il problema che assilla il mondo di oggi che non è più quello di ricordare quanto quello di dimenticare. Insomma nella nostra era digitale si è scoperto un”esigenza e, di conseguenza, un diritto all”oblio: abbiamo anzi la necessitĂ  di dimenticare, di lasciarci indietro un certo carico di informazioni che potrebbe costituire un ostacolo per l”agire quotidiano.

Legata a questa, c”è l”altra esigenza di trovare un mezzo alternativo al libro per conservare i testi scritti e per migliorarne la fruizione. ContinuerĂ  ad esistere il libro di carta o sarĂ  sostituito dal libro elettronico, dall”e-book? Si è trattata tale questione, al Salone, durante la presentazione dei libri: La quarta rivoluzione – Sei lezioni sul futuro del libro (Laterza editore, 2010), di Gino Roncaglia e Che fine faranno i libri? (Nottetempo editore, 2010) di Francesco Cataluccio.

– A me questo e-book sembra ancora più fragile e quindi più deperibile del cartaceo – confida il prof. Carlo al collega Eligio che intanto è sopraggiunto e si è informato sull”esito della mostra torinese – Tuttavia, molti leggono ormai sul computer, non solo notizie e informazioni da Wikipedia e da altre enciclopedie presenti sul web, gratis o a pagamento, ma articoli di giornali e riviste. Pare che aumenti sempre più il numero di questi mezzi di informazione e comunicazione che si trovano solo on-line. I giovani poi maneggiano con grande sicurezza questi nuovi strumenti tecnologici e non ne vogliono più sapere del cartaceo. Anche perchè hanno scoperto i vantaggi offerti dalla natura digitale dei nuovi mezzi, primo di tutti la possibilitĂ  di una lettura ipertestuale. Noi siamo abituati, mentre leggiamo un libro, ad alzarci per consultare altri testi o vari dizionari di cui si sente il bisogno a seconda del caso. Con l”e-book la consultazione è contestuale e quindi immediata:.

– Sai come la penso in proposito – risponde il prof. Eligio – Sono molto perplesso su questa velocizzazione della lettura che è una diretta conseguenza della dromomania generale che caratterizza la nostra epoca e che non sempre risulta vantaggiosa ai fini di una assimilazione e rielaborazione di quello che si legge:

– È vero, – continua il collega – il nostro cervello ha i suoi ritmi, i suoi tempi, la sua capacitĂ  ricettiva, per cui, a pretendere che accolga più di quanto può contenere, ossia a rovesciargli dentro una montagna di nozioni e, attraverso i libri, di storie e di questioni, si rischia, come si è detto in altra occasione, la saturazione e l”impossibilitĂ  di una utilizzazione e di una sistemazione logica e organica delle informazioni e delle conoscenze attinte. Mi viene in mente, a tal proposito, il termine “vertigine” che Umberto Eco ha usato nel titolo del suo ultimo libro (La vertigine della lista, Bompiani, 2009), ecco si rischia la “vertigine” da libri:

– Proprio così – concorda il prof. Eligio – D”altronde gli editori chiedono agli autori sempre nuove opere, da produrre a getto continuo, a volte anche un libro all”anno, e questo comporta tutta una serie di problemi tra i quali uno molto grave che è lo scadimento della qualitĂ  dei testi prodotti. Ha ragione (questa volta!) Giuliano Ferrara, quando scrive: “La veritĂ , a me sembra, è che i libri sono troppi, sono troppi gli scrittori e le scrittrici, troppi i premi, troppi i festival:.siamo al solito rimescolio di mezzacalzettaggine alla portata di tutte le borse, ma su una scala inverosimile di possibilitĂ  estreme: tutti autori, tutti scrittori, tutti produttori di libri:È un problema di etica della lingua, del pensiero e della sensibilitĂ  che sottopongo a:tutti coloro che hanno la tentazione del libro, come incitazione a non scrivere troppo, e agli utenti dell”auratico librarismo per tutte le borse che – anche loro – dovrebbero leggere meglio, e meno, meno e meglio.” (da “Il Foglio”, 17 maggio 2010).

– Questa volta non possiamo – ammette il prof. Carlo – non essere d”accordo con il “sulfureo” giornalista (nel senso positivo e cordiale di “vivace”, “effervescente”, noi nel nostro dialetto diremmo metaforicamente “nu micciariello = un fiammifero”, che si appiccia = si accende facilmente, per un nonnulla). Inutile dire che troviamo efficace il neologismo mezzacalzetaggine con il suffisso –aggine che, aggiunto a mezzacalzetta, ravviva un termine, originariamente efficace metafora, in seguito catacresizzata, e ha il potere di aumentare, in senso peggiorativo e deiettivo, il suo significato giĂ  di per sè, negativo.

– Si aggiunge – continua divertito il collega – alla lunga serie di parole in –aggine: balordaggine, fanciullaggine, goffaggine, lungaggine, scioperataggine:

– :e fessaggine che dalla lingua italiana è passata pari pari nel nostro dialetto napoletano ed è comunemente usata (anche se non è registrata come lemma dialettale sia da Altamura che da D”Ascoli nei loro dizionari). Come pure scemitaggine, termine anch”esso entrato nell”uso quotidiano della parlata vernacolare al posto, come termine emergente o a fianco, in semplice funzione sinonimica, degli altri lemmi omologhi: scemitĂ  (stupidaggine) e scemarla (scempiaggine). (continua)

LINGUA IN LABORATORIO

LOTTA ALLA POVERTÁ

Il 2010 è stato proclamato dal Parlamento Europeo “Anno Europeo della lotta alla povertĂ  e all”esclusione sociale”. Con la speranza che dalle parole si passi ai fatti.
Di Don Aniello Tortora

Con decisione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 22 ottobre 2008 il 2010 è stato proclamato “Anno europeo della lotta alla povertĂ  e all”esclusione sociale” per promuovere e dare spinta a politiche di inclusione attive in quanto strumenti di prevenzione della povertĂ  e dell”emarginazione.

L”obiettivo generale dell”Anno europeo della lotta alla povertĂ  e all”esclusione sociale è quello di ridare impulso a politiche di inclusione attive in quanto strumenti atti a prevenire la povertĂ  e l”esclusione sociale e contribuire a promuovere le migliori prassi per imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertĂ  entro il 2010.

Vi sono poi alcuni obiettivi specifici sui quali tutti dobbiamo riflettere. Il primo è il riconoscimento di diritti. Riconoscere, cioè, il diritto fondamentale delle persone in condizioni di povertĂ  e di esclusione sociale di vivere dignitosamente e di far parte a pieno titolo della societĂ . Un altro punto importante è la responsabilitĂ  condivisa e la partecipazione. Lo scopo è quello di aumentare la partecipazione pubblica alle politiche e alle azioni di inclusione sociale, sottolineando la responsabilitĂ  collettiva e individuale nella lotta alla povertĂ  e all’esclusione sociale e l’importanza di promuovere e sostenere le attivitĂ  di volontariato. Altro obiettivo dell”Anno è la coesione. Promuovere, cioè, una societĂ  più coesa, sensibilizzando i cittadini sui vantaggi offerti a tutti da una societĂ  senza povertĂ , che consente l’equitĂ  distributiva e nella quale nessuno è emarginato.

L’Anno europeo promuoverĂ  una societĂ  che sostiene e sviluppa la qualitĂ  della vita, ivi compresa la qualitĂ  delle competenze e dell’occupazione, il benessere sociale, ivi compreso il benessere dei bambini e la paritĂ  di opportunitĂ  per tutti. Tale societĂ  garantirĂ  inoltre lo sviluppo sostenibile e la solidarietĂ  intergenerazionale e intragenerazionale nonchè la coerenza politica dell’azione intrapresa dall’Unione europea su scala mondiale. Infine, attraverso un impegno e delle azioni concrete, si cerca di riaffermare il fermo impegno politico dell’Unione europea e degli Stati membri ad attivarsi con determinazione per eliminare la povertĂ  e l’esclusione sociale e promuovere tale impegno con azioni a tutti i livelli del potere.

Bisogna pur dire, però, che a dieci anni dal varo della strategia di Lisbona che aveva l”obiettivo di “imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertĂ  in Europa entro il 2010”, i dati affermano che il 17% della popolazione dei cittadini dell”Unione è a rischio povertĂ : si tratta di 84 milioni di persone, delle quali 19 milioni sono minorenni. Nel 2003 il rischio povertĂ  interessava 56 milioni di persone: è quindi aumentato, invece di diminuire, sebbene nelle cifre vadano considerati i cittadini dei paesi che sono entrati nell”Unione in questo arco di tempo. Essere a rischio povertĂ  significa, convenzionalmente, avere un reddito che non raggiunge il 60% del reddito nazionale medio del proprio paese.

L”Anno europeo contro la povertĂ  dovrĂ  necessariamente essere uno strumento per approfondire la conoscenza di un fenomeno che mette a rischio di vulnerabilitĂ  sociale strati sempre più ampi di popolazione e per impegnare l’agenda politica europea e nazionale su questi temi oltre il 2010.
Anche la Chiesa è coinvolta in questo impegno. L”attenzione alla povertĂ  e all”esclusione fa parte del dna dei cristiani e delle chiese. L”anno europeo contro la povertĂ  servirĂ  ulteriormente a provocare la capacitĂ  di discernere le sfide che ci stanno di fronte e alcune attenzioni da far crescere, tra le quali quella educativa e l”agire per il bene comune. Alla societĂ  civile, in particolare, occorre chiedere la presa di coscienza di un rischio povertĂ  che riguarda tutti e che sollecita alla ridefinizione di alcuni stili di vita collettiva insieme alla consapevolezza del proprio ruolo di cittadini in questa strategia a più livelli.

La Chiesa, tra le altre cose, durante l”Anno, darĂ  il suo contributo per una iniziativa concreta. Si impegnerĂ  per la sottoscrizione della petizione popolare per il raggiungimento di quattro obiettivi entro il 2015: dimezzare il numero di minori che vivono in famiglie il cui reddito è al di sotto della soglia di povertĂ ; garantire a tutti un livello minimo di protezione sociale; aumentare la fornitura di servizi sociali e sanitari; far scendere la disoccupazione sotto il 5%, garantendo a tutti un lavoro decoroso.
Con la speranza che dalle parole, dalle manifestazioni e dai convegni si passi finalmente ai fatti, che cioè avremo nel prossimo futuro meno poveri e più gente felice.

LA RUBRICA

“FESSI! IL PAESE É IN RIPRESA! LO GIURO!”

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Il nostro bel Paese è abitato da fessi e furbi. I secondi prevalgono e i primi aumentano di numero senza sosta. Ma forse, la Madonna ci aiuterĂ .


Caro Direttore,
siccome mi hanno insegnato che l”onestĂ  è un valore assoluto, per tutta la vita sono passato per un fesso. Ho occupato un posto di lavoro con molti sacrifici e a qualche soddisfazione (un profilo professionale di livello più alto) ci sono arrivato in tarda etĂ . Perchè? Semplice. Perchè non ho chiesto di essere raccomandato -o se vuoi, garantito- nei vari concorsi che ho sostenuto. L”altrui appartenenza -una volta ai partiti, una volta alla chiesa, una volta alla malavita- ha fatto in modo che vere cape di c: mi superassero in ogni situazione di possibile avanzamento di carriera. Una volta, in un concorso, mi passò davanti anche un candidato, che sosteneva di non poter rispondere a una domanda su Gramsci, “perchè nel programma non erano previsti gli autori stranieri”!

In un tempo lontano mi chiesero di candidarmi a una carica amministrativa elettiva. Ci provai, perchè dissero che c”era bisogno di persone oneste e dalla faccia pulita. Ci credetti e mi derisero, perchè –mi dissero, subito dopo- non avevo capito che la politica era compromesso, compravendita, firma di cambiali in bianco, prostituzione, trasformismo. Oltre che “merda e sangue”, come aveva sostenuto, anni prima, l”indimenticato Rino Formica. La veritĂ  che mi sfuggiva era non aver compreso la politica come investimento, come risorsa e tesaurizzazione del consenso.

Quando, dopo anni di sacrifici, potevo, finalmente, pensare di costruirmi una casa di proprietĂ , mi dissero che il suolo individuato non era edificabile, cadeva nella zona rossa o all”interno del Parco del Vesuvio o era sottoposto a vincolo paesaggistico. O non ricordo bene che altro impedimento. Anche allora ci credetti e mi fermai. I miei vicini di casa, invece, fecero di tutto e di più: costruirono abusivamente, innalzarono mansarde, coprirono terrazzi, si inventarono lussuose ville. E, poi, rivolti a me, commentarono: “scemo! Lo vuoi capire che presto ci sarĂ  un condono?”. Io non lo avevo capito e restai, ovviamente, senza casa di proprietĂ . Ovviamente un nuovo condono giunse puntuale.

Con molti anni all”anagrafe e sul libretto di lavoro, me ne sarei potuto andare in pensione tranquillamente. Anzi, l”avrei potuto fare giĂ  da qualche anno. Mi dissero, però, che la rovina del Paese erano i cosiddetti baby-pensionati. Pensai che era vero e decisi di lavorare fino all”ultimo giorno. Oggi che, mio malgrado, mi spetta la pensione d”anzianitĂ , mi hanno appena detto che c”è una stretta sulle finestre d”uscita. Ed hanno anche aggiunto che per la liquidazione si raddoppiano i tempi d”attesa: dagli iniziali tre ai possibili sei mesi. A mia moglie, invece, che è più giovane di me e lavora alle dipendenze dello Stato, avrebbero dovuto rinnovare il contratto di lavoro scaduto nel 2009. Ma, mi hanno detto che per la firma di questi contratti c”è uno slittamento a una data da definire! Direttore, ne sono convinto, non sono un uomo sfortunato. Sono proprio un fesso!

“Il mio paese, sai, era tutto un formicaio di comunisti: l”ho ridotto che pare un convento, l”ho ridotto: Prima della mia ci sono state due amministrazioni comuniste: niente opere pubbliche, niente lavori; il bilancio del comune era così dissestato che gli impiegati stavano persino sei mesi senza ricevere lo stipendio. Finalmente tutti in paese capirono la musica, hanno votato per noi nelle ultime elezioni:Chi aveva voglia di lavorare doveva portarmi la tessera di comunista e della CGIL, vennero tutti che pareva una processione.”, (Leonardo Sciascia, Ritratto di un capo (1956), in “Il fuoco nel mare”, Adelphi, 2010).

Caro Direttore, che bello, però, questo nostro Paese! Ce lo ripetono ogni giorno: siamo in ripresa. Sì. Siamo in ripresa. E nella ripresa i lavoratori dipendenti sono chiamati a pagare anche per gli speculatori, gli evasori e i tangentisti. Secondo dati attendibili, nei primi quattro mesi del 2010 ben un milione e seicentomila lavoratori hanno fatto i conti con la cassa integrazione. Bazzecole! È anche vero che un numero altissimo di aspiranti lavoratori non ha mai goduto della cassa integrazione, solo perchè non è mai entrato nei circuiti produttivi. Bazzecole e quisquiglie!

Direttore, sono davvero un fesso! Mi consola, però, aver letto sul tuo giornale online che in un centro dell”entroterra vesuviana, la Madonna di Castello ha fatto sosta nel cortile del municipio. Il sindaco di quel paese ha dichiarato che quella Madonna “doveva entrare nella casa comunale, perchè ci incoraggia al senso del dovere, ad operare per il bene comune della cittĂ ”.

Ora, vedrai, su quest”ultimo esempio, ripartiranno le processioni delle Madonne in tutti paesi d”Italia. Ogni luogo toccato dalle sacre immagini cambierĂ  faccia, identitĂ  e prospettive; si risolverĂ , così, ogni problema. Anzi, quasi sicuramente, anche le Madonne cadranno nella rete del federalismo. Quelle dai tratti da madri contadine rimanderanno ai valori poveri della tradizione; quelle dai tratti da nobildonne indicheranno soluzioni più borghesi o progressiste. Le Madonne nere (ce ne sono tante: da Loreto a Longobucco a Tindari), invece, staranno dalla parte degli extracomunitari di colore.

Una bella gara tra Madonne; senza scommesse, altrimenti si scoprirĂ  qualche altro italo imbroglio.
Però, Direttore, ti assicuro che il Paese è in ripresa. O almeno così ci dicono. E il bello (o lo strano) è che molti di noi ci credono!

PENSARE ITALIANO

I NOMI E I COGNOMI DEI CAMORRISTI

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Nei nostri paesi tutti sanno chi sono i camorristi, ne conoscono i nomi, le attivitĂ , le ricchezze nate dal nulla. A troppe persone è permesso di vivere impunemente nell”illegalitĂ .
Di Amato Lamberti


Il caso di Luigi Orsino, imprenditore di S.Sebastiano al Vesuvio, con attivitĂ  commerciali a Portici, strozzato dal racket e dall”usura, fino al punto da dover chiudere tutte le attivitĂ  e vedersi venduta anche la casa ad un” asta fallimentare a cui hanno partecipato gli stessi usurai che l”hanno portato al fallimento, non è un caso limite ma solo l”esempio di una realtĂ  quotidiana che sta portando al collasso l”economia nella provincia di Napoli.

Ho sentito, direttamente e indirettamente, infinite storie di intimidazioni, ricatti, richieste estorsive che aumentano continuamente, usurai in combutta con gli estorsori che si gettano famelici sulla preda, con il risultato di chiusura dell”attivitĂ , licenziamento del personale, fallimento economico e disperazione di persone colpevoli solo di aver tentato di fare impresa, di creare posti di lavoro, di raggiungere il successo con il lavoro e con l”impegno. Una piaga, è bene dirlo una volta per tutte, sottovalutata dagli apparati di controllo dello Stato che dedicano una ben diversa attenzione allo spaccio e al commercio di droga, con l”impegno di centinaia di uomini e mezzi, per una attivitĂ  che ha un impatto sociale molto meno devastante.

Gli inquirenti si nascondono dietro il fatto che non ci sono denunce da parte degli imprenditori intimiditi e ricattati, come se il problema fossero i singoli episodi e non il sistema di controllo violento del territorio da parte di bande criminali ben note, conosciute nei loro aderenti, dai capi ai manovali. Conosciuti da tutti, così bene e così certamente che, la maggioranza delle persone si chiede continuamente perchè sia così difficile intervenire nei confronti di persone senza mestiere e senza attivitĂ  che acquistano case, aprono negozi, comprano automobili e motociclette, e vivono comunque lasciando intendere notevole disponibilitĂ  di denaro.

Anni fa feci un esperimento, durante un incontro sulla legalitĂ  e contro la camorra, in una cittĂ  dell”agro nocerino. Stanco della solita piega rituale che l”incontro stava prendendo, chiesi alle persone presenti di scrivere sul muro tutto bianco della sala consiliare in cui si svolgeva il dibattito il nome dei camorristi che conoscevano senza ombra di dubbio. Sotto lo sguardo esterrefatto del sindaco (che non me l”ha mai perdonato) la parete cominciò a riempirsi di nomi, cognomi e soprannomi di persone che tutti conoscevano come affiliati attivi ai clan criminali operanti nella cittĂ . Non mancavano professionisti, imprenditori, consiglieri comunali.

Il maresciallo dei carabinieri prendeva appunti su fogli bianchi che si era affrettato a recuperare presso qualche impiegato e annuiva ad ogni nome che registrava. La cosa più interessante è che, quando si trovava giĂ  scritto il nome, chi lo condivideva si limitava a sottolinearlo, per cui si evidenziavano nomi con decine di sottolineature.

Quando nessuno si avvicinava più alla parete per aggiungere nomi proposi una verifica: avremmo lasciato scritti sul muro solo i nomi su cui tutti erano d”accordo e nessuno sollevava dubbi. Su 170 nomi ne furono cancellati solo 3. Centosettanta nomi, scritti da una ottantina di persone, uomini e donne, giovani, adulti e anziani, presi da un entusiasmo che non mi sarei mai aspettato. Il gioco continuò specificando, per ciascun nome, l”attivitĂ  criminale per la quale era conosciuto: boss, manovale, usuraio, estorsore, killer, picchiatore, rapinatore di tir, trafficante di rifiuti, costruttore abusivo, distributore di appalti e forniture, trafficante di droga. Intanto nella sala arrivava sempre nuova gente, forse avvisata da qualcuno, e l”entusiasmo della partecipazione scemava a vista d”occhio.

Molti cominciarono a sgattaiolare via e la seduta ebbe termine per estinzione delle presenze in aula più che per lo sbracciarsi degli uscieri che sembravano aver fretta di chiudere. Una riflessione mi venne spontanea: avevano avuto il coraggio di scrivere il nome sulla parete e anche di sottolinearlo più volte, ma quando se lo sono visto arrivare alle spalle è ritornata la paura. Neppure la presenza del maresciallo dei carabinieri in divisa li ha rassicurati. Non parliamo poi della presenza del sindaco e di qualche assessore e consigliere comunale. Padrone del territorio non è lo Stato ma la malavita. Questa convinzione nella testa della gente condanna il nostro territorio.

Per eliminare la scelta di vita criminale lo Stato non dovrebbe consentire a nessuno di vivere di illegalitĂ . Non si può affermare, su qualsiasi territorio, il dovere del rispetto delle regole quando a vincere sono sempre quelli che visibilmente e impunemente le aggirano o le calpestano, anche con grande tracotanza. Forse, bisognerebbe cominciare a colpire, insieme agli atti criminali, ma prima, l”attivitĂ  criminale diventata mestiere e professione, stabilendo il principio che non si può vivere di attivitĂ  illegali, singole e/o associate.

GLI APPROFONDIMENTI

CARCERI. SENZA SEGUITO IL DECRETO LEGGE SUGLI ARRESTI DOMICILIARI

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Anche se il Governo ha messo da parte l”approvazione di un provvedimento d”urgenza, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli ha deciso di intervenire in via autonoma.
Di Simona Carandente

Sembrava vicinissimo alla definitiva approvazione il decreto legge sugli arresti domiciliari, promosso sia da Berlusconi che da Alfano, che avrebbe consentito ai detenuti con solo un anno di pena da scontare, sia in via principale che come residuo, di poterlo fare presso la propria abitazione o altro luogo di privata dimora.
Il provvedimento d”urgenza, pur senza avere la pretesa di esaurire la problematica del sovraffollamento carcerario, sarebbe stato di per sè idoneo ad arginarne gli effetti dirompenti, soprattutto in vista dell”avvicinarsi della stagione estiva.

In mancanza di validi provvedimenti “dall”alto”, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli, nella persona del presidente Dott.ssa Angelica di Giovanni, ha deciso di provvedere in via autonoma, pur se limitata agli istituti di pena afferenti alla Corte di Appello di Napoli.
Nel comunicato inviato alle carceri campane il Magistrato, sulla scorta delle direttive emanate in ambito europeo, evidenzia come risulti prioritaria la creazione di spazi di vita sufficienti, la possibilitĂ  di usare i servizi igienici in modo privato, l”accesso a luce ed aria naturali, l”uso dell”acqua corrente per l”igiene personale, la predisposizione del riscaldamento ed il rispetto delle norme sanitarie di base.

Viene altresì evidenziato che la Corte Europea dei diritti dell”uomo, attraverso l”art.3 della propria Convenzione, proibisce in termini assoluti i trattamenti inumani o degradanti, imponendo allo Stato di garantire, in prima persona, che il detenuto sia ristretto in condizioni compatibili con il rispetto della dignitĂ  umana, facendo sì che a quest”ultimo non vengano inflitte sofferenze maggiori a quanto giĂ  comporti il proprio status.

Basti pensare che, in casi precedenti, in relazione poi allo spazio vitale necessario a ciascun detenuto, la Corte Europea ha giĂ  dedotto la violazione della Convenzione anche nei casi in cui ogni soggetto ristretto, approssimativamente, potesse godere di uno spazio compreso tra i 3 ed i 4 metri quadri, posto che in tali casi la mancanza di spazio si accompagnava a quella di ventilazione e luce
(caso Moisseiev c. Russia del 9 ottobre 2008 e Vlassov c. Russia del 12 giugno 2008).

Sulla scorta di tali premesse, il Magistrato di Sorveglianza ha disposto che gli istituti di pena campani, ed in particolare la struttura di Napoli-Poggioreale, si attivino con sollecitudine per eliminare ogni situazione di contrasto non solo con l”articolo 3 della Convenzione, ma anche con l”art. 27 della Carta Costituzionale, secondo cui le pene non devono essere contrarie al trattamento di umanitĂ , e tendere alla rieducazione del condannato.

Sulla scia di tale provvedimento, è stata ribadita la possibilitĂ  che gli stessi detenuti, attraverso un reclamo redatto ai sensi dell”art.35 della legge penitenziaria, possano denunciare direttamente al Magistrato di Sorveglianza le violazioni di cui il carcere si renda responsabile, denunciando eventuali condizioni di detenzione non conformi alla legge. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ALTRI ARGOMENTI TRATTATI

IL QUINTO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Finalmente giungiamo al pezzo forte della nostre passeggiate, l”emblema del Parco Nazionale, il sentiero n°5 ovvero il Gran Cono del Vesuvio.

Con i suoi scarsi 4 km non è il più lungo e impegnativo dei sentieri ma ha tutto il fascino che un vulcano può offrire. Gioia per gli esperti vulcanologi e fonte di grande interesse per i curiosi d”ogni etĂ  e nazionalitĂ . Vale la pena quindi affrontarne la lieve salita che dopo quattro tornanti sale dritto in vetta al famosissimo cratere.

Al sentiero vi si giunge attraverso la provinciale del Vesuvio, che da Torre del Greco o da Ercolano conduce allo spiazzo di Quota 1000. La strada è buona e la si deve seguire senza svoltare mai sulla destra (esistono solo due deviazioni, la prima porta a quota 500, all”Osservatorio Vesuviano, la seconda, a quota 831, superato colle Umberto, porta invece lĂ  dove in passato partiva la seggiovia). La strada termina come s”è detto nello spiazzo di Quota 1000 dove c”è un ampio parcheggio (a pagamento) e la biglietteria dove pagare i 6,50 € d”ingresso (4,50 € per i gruppi) comprensivi di servizio guida.

Il sentiero sale, con un dislivello di 175 m, fino al cono ma non al suo punto più alto di 1.281m il quale si può raggiungere solo con particolari permessi. Gli stessi necessari per scendere dalla vetta fino a incrociare i sentieri 1 e 6; il primo, una volta raggiunto dal prolungamento del nostro sentiero, segue la base del Cono fino al rifugio Imbò (chiuso) e un cancello che rimette sulla provinciale; il secondo sentiero è invece accessibile solo con autorizzazione del Corpo Forestale o attraverso la Busvia del Vesuvio che lo percorre e che, in tal caso, concederĂ  l”accesso al cratere dal versante meridionale.

Tornando al nostro tragitto che, nella sola andata, avrĂ  la lunghezza di circa un chilometro e ottocento metri, costeggerĂ  buona parte del ciglio del cratere con la possibilitĂ  d”affacciarci nella bocca assopita del Vulcano (il fondo è a 951m slm.) e di osservarne le fumarole, col tempo a favore si potrĂ  inoltre osservare il profilo d”indiano del Nasone e la caldera dei Cognoli. Il panorama sul golfo di Napoli è, con l”aria tersa, garantito nella sua bellezza e con un po” d”attenzione, a fine percorso, si potranno intravedere anche gli scavi dell”antica Pompei.

La stradina, non sempre agevole, pretende, anche in questo caso, un minimo d”attenzione e soprattutto l”uso di scarpe adatte all”occasione (raccomandazione mai fin troppo attesa. Ma si sa, alla moda non si comanda!). Un ulteriore consiglio consiste nel non sottovalutare il tempo atmosferico; a mille metri d”altezza, anche d”estate, l”aria è fresca e in primavera non è detto che non faccia addirittura freddo. In cima sarĂ  possibile ristorarsi e se proprio non se ne può fare a meno, soffermarsi a dare un”occhiata all”onnipresente chincaglieria turistica.

Dopo la seconda delle tre costruzioni presenti in vetta si possono notare, sulla destra, delle strutture in cemento armato che in maniera discontinua scendono a valle. Questa struttura scende fino ai 754 m, ricalcando il percorso della vecchia seggiovia e dell”antica funicolare. Contrariamente a quanto spesso s”è letto, non corrispondono ai resti di “Funiculì FuniculĂ ” ma a un abortito progetto di strada ferrata previsto per i mondiali di Italia “90 e mai portato a termine per scontri di competenze e veti politici. L”ultimo edificio, la Capannuccia (quota 1.170), è sede di un presidio permanente delle guide vulcanologiche e segna la fine del sentiero ufficiale, da qui si volge a ritroso verso il parcheggio e alla fine della passeggiata.

LE “GABBIE” DEI NOSTRI ADOLESCENTI

Grazie all”aiuto di due film, gli studenti del Mercalli che partecipano a Scuole Aperte, hanno discusso delle “gabbie” in cui si è costretti a vivere.
Di Annamaria Franzoni

Nonostante la stanchezza di un anno scolastico che volge al termine, prosegue con interesse la partecipazione al dibattito sulle problematiche generazionali nell”aula multimediale del liceo Mercalli, dove si è discusso, nel corso degli ultimi due incontri di Scuole Aperte, delle “gabbie” in cui tanto spesso siamo costretti a vivere, in maniera ora consapevole ora inconsapevole.

Durante i due ultimi incontri del modulo “Adolescente:mente” sono stati proposti lo splendido film – commedia del 1998 “The Truman Show” e la divertente commedia adolescenziale “Sognando Beckham”, diretta dalla regista anglo-indiana Gurinder Chadha.
Come Truman si scontra con ostacoli che, col passare del tempo, cominciano ad apparirgli strani e inspiegabili ed infine comprende in quale sorta di inganno si trova “ingabbiato” inconsapevolmente dalla nascita, così Jess deve scontrarsi con l’arretratezza delle sue tradizioni socio-familiari, che danno per scontato un matrimonio combinato ed escludono categoricamente un futuro legato alla realizzazione dei suoi sogni.

Entrambi prenderanno tuttavia coscienza del loro diritto a rompere le “sbarre delle prigioni” create da un sistema esterno alla loro volontĂ  e, come nelle migliori favole, grazie anche al contributo di qualche personaggio-aiutante, si perverrĂ  ad un lieto fine della storia.
In entrambi i film il tono della narrazione è volutamente leggero, ma non banalizza il coinvolgimento emotivo, abilmente gestito da ottime regie sostenute da magistrali sceneggiature che favoriscono l” interiorizzazione del vissuto emotivo dei protagonisti.

Non c”è solo l’invito a lottare per la realizzazione dei propri sogni nonostante le difficoltĂ , bensì, sottende a quello la necessitĂ  di aprire gli occhi sullo scenario della nostra quotidiana esistenza scandita, talvolta, come se qualcuno reggesse i fili del nostro destino.

Molto interessante è stata la discussione con gli alunni. Edoardo ci ha presentato le sue emozioni tra rabbia e inquietudine per la falsitĂ  e l”ipocrisia che spesso circondano i nostri protagonisti, ma fortunatamente, egli ha sottolineato, per Truman si apre la Porta che segna l”inizio della sua libertĂ  e per Jess si offre la possibilitĂ  di “volare” via dai vincoli che limitano i suoi sogni.

Anche Roberta sottolinea che Truman vive in un mondo fittizio , circondato da persone che “giocano” con la sua vita, mentre Jess rischia di rimanere per sempre intrappolata in una gabbia che per sua sorella è la realizzazione dei suoi sogni.

Ciro ci ha invitati a riflettere sul concetto di libertĂ  e di scelta e su come spesso queste siano più apparenti che reali. In “the Truman show” il protagonista crede di vivere una vita libera, scandita dal ritmo quotidiano, senza immaginare di essere una comparsa di un set costruito e manipolato a tavolino. In “sognando Beckham”, invece, la protagonista insegue il suo sogno scontrandosi con una serie di barriere.

Il gesto di Truman, l’inchino prima di “uscire di scena”, e quello di Jess la quale, dopo aver mentito ai genitori e dopo un lungo gioco di sguardi con il dipinto della divinitĂ  verso cui la famiglia pregava, volta le spalle all’altarino e decide di uscire di casa andando incontro alle sue aspirazioni, rappresentano il superamento delle paure di entrambi i personaggi.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

I 150 ANNI DELL’UNITÁ D”ITALIA

La solennitĂ  delle celebrazioni è messa in ombra dall”incombente Federalismo fiscale voluto dalla Lega, madrina di divisioni nazionali ed egoismi locali. Occorre, invece, un “Federalismo solidale”.
Di Don Aniello Tortora

Ultimamente la Chiesa, preparando la prossima Settimana Sociale (prossimo Ottobre a Reggio Calabria) è intervenuta sulle celebrazioni per l”UnitĂ  d”Italia e sul federalismo fiscale.
“L”indifferenza verso le istituzioni è una mancanza grave e crescente, e prelude alle più varie forme di frattura nel Paese (verticali ed orizzontali) che lo renderebbero incapace di affrontare le sfide che gli si presentano”.

Lo ha denunciato il presidente della Cei Angelo Bagnasco, in un discorso tenuto a Genova in apertura di uno degli incontri preparatori della prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani. Secondo Bagnasco, il 150esimo anniversario dell”UnitĂ  d”Italia che si avvicina, “senza indulgere ad alcuna retorica, deve aiutare anche un nuovo incontro tra quelle che, con una espressione molto imprecisa, ma efficace, qualcuno ha chiamato cultura “alta” e cultura “diffusa”. “Chiediamo a chi fa ricerca – spiega – di aiutarci a crescere nella consapevolezza del valore umano e civile delle istituzioni, politiche, economiche, familiari e di altro tipo”.

“Credo fermamente che sia opportuno partecipare con tutte le nostre energie culturali e nelle forme più varie alle celebrazioni del prossimo anno”. È quanto ha, ancora, sottolineato il presidente della Cei, spiegando che la “ricorrenza per i 150 anni dell”UnitĂ  d”Italia dovrebbe trasformarsi in una felice occasione per un nuovo innamoramento del nostro essere italiani”. “Se sapremo cogliere in modo adeguato questo appuntamento, che cade proprio in un momento in cui anche il nostro Paese è alle prese con dure prove, renderemo un dono a tutti quegli uomini e quelle donne, quelle famiglie e quelle associazioni, quelle istituzioni che si stanno spendendo per la ripresa”, ha continuato il card. Bagnasco parlando al Convegno sull”UnitĂ  d”Italia, promosso dal Comitato per le Settimane sociali.

150 anni di unitĂ  politica d”Italia “testimonia in modo inequivoco come, a condizione di una elevata tensione morale, anche nei momenti più difficili, certo non meno di quelli attuali – ha concluso Bagnasco – sia possibile perseguire e conseguire accordi che per lunghi periodi consentono una convivenza civile di grande qualitĂ ”. “L”unica cosa che dobbiamo temere – ha aggiunto il presidente della Cei – è una cattiva ricerca storica, una propaganda ideologica, di qualsiasi segno, spacciata per veritĂ  storica”.

Alla presentazione del documento preparatorio alla Settimana sociale è stato affrontato anche il problema del Federalismo fiscale. Il documento è stato mostrato nella sede della Radio Vaticana dal presidente del comitato organizzatore delle Settimane sociali, monsignor Arrigo Miglio, Responsabile della commissione problemi sociali della Cei, dal vicepresidente del Comitato, il professor Luca Diotallevi e dal portavoce della conferenza episcopale, mons. Domenico Pompili.
I vescovi italiani non hanno pregiudizi nei confronti del federalismo “previsto tra l”altro dalla Costituzione”.

Ma “il punto è come vivere la solidarietĂ  all”interno del Paese”. Per la Cei, in sostanza, il sistema fiscale “è l”architrave” del processo federalista ma così come è stato concepito fino ad ora rischia di moltiplicare il centralismo senza aprire la porta alla sussidiarietĂ  e ai poteri decentrati sul territorio. Nel documento sul Mezzogiorno di febbraio, ha sottolineato Miglio, sono state giĂ  individuate alcune caratteristiche che il federalismo, compreso quello fiscale, deve avere perchè il Paese “possa continuare a essere solidale”.

“Abbiamo a che fare con politiche di riforma caratterizzate da elementi di incertezza a metĂ  strada tra un funzionale compromesso fra principi di uguale valore e la produzione di decisioni-manifesto, spendibili sul piano del consenso ma fragili sul piano dell”architettura istituzionale e del tasso reale di innovazione”. Perciò, aggiunge il testo, è “opportuno” meditare su “dualismi e differenze territoriali del Paese” evitando “effetti perversi” quali “il federalismo da abbandono”.
A fine maggio dovrebbero arrivare i primi decreti attuativi, riguardanti il conferimento ai governatori dei beni demaniali.

Ma il problema vero del federalismo sarĂ  quando si dovrĂ  definire quali imposte rimarranno alle Regioni e come funzionerĂ  la perequazione tra zone ricche e povere del Paese. A detta di qualche esperto il rischio di questa riforma è che si scarichino sul Mezzogiorno problemi nazionali come l”evasione fiscale e la disoccupazione. C”è il pericolo serio che aumenti il divario tra il Nord e il Sud.

D”altra parte tutto quello che è sponsorizzato dalla Lega non può che produrre divisioni nazionali ed egoismi locali. Ecco perchè fa bene la Chiesa a denunciare questo rischio e a richiamare i politici ad un “Federalismo solidale”. GiĂ  nel 1989 i vescovi dicevano che il “Paese non crescerĂ  se non insieme”.
(Fonte foto: Rete Internet)


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