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Lo storico è un investigatore e sotto la sua lente capitano indizi che “parlano”. Si scopre così, la morte ingiusta di sei sommesi, ma anche che gran parte della storia di Napoli è assurda non a caso.
Di Carmine Cimmino

Non ho mai sopportato le “lacrime napoletane”, l”abitudine di piangerci addosso, e di cercare in ogni circostanza un capro espiatorio. È questa abitudine il varco attraverso il quale entra a far parte della nostra identità uno strano miscuglio di ipocrisia, di egoismo, di una certa furbizia gaglioffa, che è poi una sostanziale stupidità. Negli anni cruciali, in cui Napoli, di caduta in caduta, è precipitata in fondo all” abisso – gli anni della Cassa del Mezzogiorno, gli anni della ricostruzione dopo il terremoto dell””80, gli anni recenti dell”affare della monnezza – leve importantissime dei poteri centrali dello Stato erano saldamente nelle mani di politici napoletani e campani.

Non c”è da meravigliarsi: da sempre i più micidiali nemici di Napoli sono napoletani. Sono i napoletani. Per quello che abbiamo fatto. Per quello che non abbiamo fatto. Nel 1900 la Commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Saredo condusse l”inchiesta sull” amministrazione del Comune di Napoli e sugli appalti per il “risanamento” della città. Novanta anni dopo Scalfaro presiedette la Commissione parlamentare incaricata di far luce sulla ricostruzione dopo il terremoto dell””80: ebbene, intere pagine degli atti di una commissione potrebbero essere trasferite negli atti dell”altra: il senso e la coerenza dei testi non ne verrebbero minimamente alterati.

Dalle carte della commissione Saredo vien fuori un quadro dai colori ancora freschi, che pare siano stati stesi da poco: è il ritratto di una società civile – politici, imprenditori, intellettuali – che non ha nulla da imparare, nelle pratiche dell”illegalità, dalla criminalità organizzata, e che spesso esibisce la propria corruzione con la clamorosa arroganza di chi si sente al di sopra della legge, e dentro la corazza dell”impunità. È la Napoli di ieri, è la Napoli di oggi.

I Borbone persero il Regno per necessità storica: Francesco I e Ferdinando II cercarono, con una perseveranza maniacale, di chiudere le genti del Sud in una specie di bolla gigantesca che li isolasse da un mondo che cambiava senza sosta. Accadde così che piccoli gruppi di eccellenza, ingegneri, architetti, medici, raggiungessero posizioni d”avanguardia: ma l”analfabetismo di massa toccava percentuali altissime, e il programma delle scuole pubbliche di primo grado era roba da ridere. Nell”ultima battaglia, sul Volturno, i soldati napoletani si coprirono di gloria, ma pochi di essi sapevano leggere e scrivere; tutti i sodati piemontesi, invece, leggevano e scrivevano con una certa facilità. Questo dato sarebbe sufficiente, da solo, a spiegare il crollo del Regno. La logica della storia è spesso più lineare di quanto si pensi.

I Borbone persero il regno, perchè non erano più in grado di conservarlo, e Garibaldi e i suoi furono gli eroici protagonisti di un”impresa eroica. E va bene. Ma che i metodi con cui i piemontesi realizzarono l”unificazione facessero pensare più a una occupazione che a una liberazione, lo sospettarono gli osservatori stranieri, lo dissero ufficiali e soldati dell”esercito piemontese, lo dimostrarono le stragi di Gioia del Colle, di Teramo, di Casalduni, di Pontelandolfo. Lo dimostrò l”eccidio di Somma. Il 22 luglio 1861 una compagnia di bersaglieri, comandata dal capitano Federico Bosco, conte di Ruffina, entrò in Somma, alla caccia di briganti e di manutengoli della banda Barone. I bersaglieri arrestarono otto persone, con l” accusa di “compromissione” con i briganti: è probabile che i loro nomi fossero forniti al Bosco dal Dicastero di Polizia.

In seguito, davanti al Tribunale Militare di Torino, il generale Genova di Revel dichiarò che nella notte tra il 22 e il 23 il capitano aveva tenuto un consiglio di guerra con le autorità civili e militari di Somma, e con il Giudice regio, e che la sentenza di condanna a morte era stata unanime. Il che non era del tutto vero. Già il 24, poche ore dopo l”eccidio, il Giudice Regio trasmise al Procuratore Generale della Gran Corte Criminale una dura protesta contro l”ufficiale che aveva fatto fucilare gli arrestati senza avvertire gli organi di Giustizia. Il 23 luglio 1861, alle ore 15, al largo Mercato, vennero passati per le armi Francesco Mauro, Saverio Scozio, Angelo Granato, Giuseppe Iervolino, Luigi Romano, Vincenzo Fusco.

Don Felice Mauro, canonico della Collegiata, e un altro sacerdote, furono sottratti, all”ultimo momento, al plotone di esecuzione. In una nota ufficiale le autorità civili di Somma dichiararono che Granato e Iervolino erano stati sempre “veri liberali e attaccati all”unità italiana”. Nessuno dei fucilati apparteneva alle famiglie compromesse con il brigantaggio, di cui i carabinieri e i giudici Fusco e Mezzacapo prepararono una lista completa nell”agosto del “61. In nome dell”idea di unità nazionale, i democratici napoletani sostennero incondizionatamente il Luogotenente Generale Enrico Cialdini, che mandò sotto processo il Bosco solo per le pressioni della stampa estera.

Quando l”on. Ricciardi, comprendendo che non si poteva più tacere, chiese provvedimenti rapidi e severi contro i responsabili dell”eccidio di Somma, Cialdini rispose con una punta d”ironia: “In ogni modo, ella comprenderà, signor Conte, che essendosi stabilita un”inchiesta, può la coscienza pubblica rimanere tranquilla per il corso regolare della giustizia”. Ma accadde quello che la coscienza pubblica temeva: il 30 novembre 1861 il Tribunale militare assolse Bosco di Ruffina, ritenendo provato che i sei sommesi messi al muro erano complici dei briganti. Ma fu un episodio, un incidente, si potrebbe obiettare: la storiografia è spesso una disciplina cinica, che mostra di aver pietà dei drammi degli individui, ma si consola argomentando che i casi dei singoli non intaccano la bontà dei principi generali.

Gli esuli della “consorteria”, Silvio Spaventa, Giuseppe Pisanelli, Nicola Nisco, Stanislao Mancini, tornati a Napoli, amministrarono la cosa pubblica e orientarono le scelte di politica interna. Avrebbero potuto, almeno nella provincia di Napoli, allontanare dalla gestione del potere i gruppi tradizionalmente legati ai Borbone: non lo fecero. Allo “spurgo” preferirono “l”amalgama”: i borbonici vennero traghettati in massa sotto la bandiera dei Savoia. A Ottajano, a Sant” Anastasia, a San Sebastiano, a Cercola, a Pomigliano, nel Nolano, i membri dei decurionati ( cioè dei consigli comunali ) dell” ultimo decennio del regno di Napoli entrarono quasi tutti nei consigli comunali post-unitari.

Dedicheremo qualche articolo a questo tema, che è di fondamentale importanza: in quel fatale triennio 1861–1863 ci fu la prima delle molte rivoluzioni mancate che rendono strana e particolare la storia d”Italia, e “assurda” molta parte della storia di Napoli.
(Fonte foto: “Pittori e Soldati del Risorgimento”. Fabbri Editori)

LA STORIA MAGRA