Napoli porto: sospeso lo sciopero Conateco

C’è stata la mediazione del Ministero delle Infrastrutture, ma  a settembre si attende tavolo di trattative a Roma E’ stato sospeso ieri, dopo 40 giorni, lo sciopero dei dipendenti del Conateco (Consorzio Napoletano Terminal Containers), che bloccava il Porto di Napoli. I sindacati – attraverso il Commissario del Porto, Antonio Basile – hanno chiesto al Ministro per le Infrastrutture Graziano Del Rio, che ha svolto opera di mediazione, la convocazione di un tavolo a settembre. Sono circa 350 i lavoratori del Consorzio che hanno sottoscritto il 21 luglio un accordo per la Cigs a rotazione per un anno.

Acqua, denuncia ai carabinieri: “quasi mezzo milione di euro sottratti alle casse comunali di Acerra”

In base all’esposto “il pagamento illegittimo alla societĂ  che gestisce l’acquedotto è stato predisposto dal comune”. Ma non si sa ancora se sia stato erogato. La cifra contestata, presso le forze dell’ordine,  al comune e all’acquedotto Scpa riguarda il pagamento dei costi di gestione delle stazioni di sollevamento delle acque reflue, acque nere convogliate nel depuratore di Caivano-localitĂ  Omomorto: mezzo milione di euro giudicati del tutto illegittimi. Pagamento che, secondo quanto disposto dalla giunta del sindaco Lettieri, il comune ha previsto con la delibera 81 del 30 giugno dell’anno scorso. All’interno della delibera si scrive sostanzialmente che, onde evitare sovraccarichi al bilancio comunale, dal primo gennaio del 2014 i costi di gestione del servizio devono essere messi a carico del contribuente, cioè nella bolletta relativa ai consumi idrici. Ma il 19 giugno di quest’anno è successo qualcosa di diverso da quanto disposto: la Scpa ha trasmesso al comune le fatture per il pagamento del costo di gestione delle stazioni di sollevamento. Una richiesta legata al periodo luglio-dicembre 2014 per un ammontare di 200mila euro. E nei sei mesi precedenti, cioè nel periodo gennaio-giugno 2014,  il comune giĂ  aveva corrisposto alla Scpa circa altri 250mila euro. “Si tratta di pagamenti assurdi  – spiegano Alessandro Cannavacciuolo e Antonio Montesarchio – illegittimi visto che la delibera numero 81 prevedeva che dal primo gennaio del 2014 questi costi fossero attribuiti direttamente ai cittadini attraverso il pagamento delle bollette. Quindi com’è possibile che siano state erogate e pagate dalle casse comunali  fatture che invece non sarebbero proprio dovute esistere ?”. Cannavacciuolo e Montesarchio hanno consegnato l’esposto anche alla Corte dei Conti, nella sede di via Piedrogrotta, a Napoli. “A questo punto – conclude Cannavacciuolo – non c’è solo il grave sospetto di un palese reato ma bisogna appurare il danno erariale arrecato alle casse comunali”.

Il Casamale male in arnese: dal rito di passaggio a peggior vita

Inconfutabilmente ha piĂą pratica del mondo non chi piĂą vi ha vissuto, ma chi piĂą vi ha osservato. Quest’affermazione del Tommaseo vale anche per il Casamale, antico nucleo abitativo, vero gioiello composito d’architettura e umanitĂ , vanto delle due anime di Somma, di quella che ne onora i fasti e dell’altra ostile alla memoria storica. Non è che siano mancati o manchino studiosi attenti alle memorie antiche e alle tradizioni locali storicamente e scientificamente investigate. Persiste tuttavia una supponenza endemica che non vuol saperne di sapere ed ostenta una superatissima mentalitĂ  che ha tanto sapore di ostilitĂ  alle materne cose, da rifiutare ogni possibile dialogo. Chi è invece avvezzo al colloquio riconosce la sua posizione subalterna, come per dire di  fronte al  professori che professano e  agli insegnanti che operano nel solco tracciato al verbo disciplinante dell’organizzazione verticistica. Accadeva una volta per i fedeli di parte che si rifiutavano di accogliere una voce pensante che non fosse quella del verbo presente sul foglio quotidiano regolamentare, ma i tempi sono cambiati: chi non se n’è accorto persevera nell’errore, che è umano fino ad un certo punto, poi, al fin della licenza, è diabolico. I vecchi di Somma, i superstiti, sono rassegnati e contenti di fare come giĂ  si faceva. Si pongono poche domande e poco badano alle risposte; i piĂą giovani dovrebbero razionalmente affrontare il discorso sulle loro origini, ma in questo non potrebbero mai essere aiutati dai figli dei figli di quelli che badarono a rifiutare la storia e contribuirono irresponsabilmente a sovraccaricare d’ignoranza gli smemorati del nostro tempo. Nessuno per esempio si chiede come il culto della Madonna della neve si sia sovrapposto ai residui di culti pagani, mescolati in maniera indistricabile con le aggiunte arbitrarie che comunque potrebbero essere giustificate, ma non certo nel senso della veritĂ  o del possibile, verso il quale Voltaire giĂ  ci invitava ad andare. Noi pure non sappiamo dove andiamo: nel tempo dell’incertezza e del mondo impredicibile siamo viandanti verso il possibile, sempre intanto nemici dell’improvvisazione e delle esorbitanze. Torniamo al Casamale e alla Festa delle Lucerne. L’abbiamo studiata senza improvvisare e ritrovata nella ben individuata consistenza, ma abbiamo il demerito di aver inteso qualcosa. Altri si sono invece affannati a mettere insieme martedì grasso e venerdì santo, carnevale e commemorazione dei defunti, residui del Dies Irae,  crapula e rassegnazione. La Festa delle Lucerne è una vera Festa: Altre ritualitĂ  sono devozionali e, non a caso, la Paranza eletta al ringraziamento nella Chiesa di Santa Maria a Castello ascolta l’assolo del cantatore che precisa: queste non si chiamano feste, queste sono devozioni. Poi saluta la Madonna come verginella e come vecchiarella, Maria e Iside convivono ancora, ma per poco, in una voce memore di nulla, perchĂ© chi canta non sa che canta. Tra poco chi non sa quello che fa e non avrĂ  perdono cristiano, almeno ce lo auguriamo, non capirĂ  neppure il rito di purificazione della Pertica e tutto il resto che conta. Qui è giusta la domanda: il popolo deve sapere, ora che si va a scuola anche di ballo e tammorra o deve vivere nel buio piĂą nero di quello che giĂ  avvolse i padri dei padri? Dovrebbero rispondere per primi coloro che nacquero a Somma e poi diedero l’addio alla Montagna, sperando di trovare altrove fortuna. Per loro tutto si ritrova familiare e domestico come per il povero Renzo che nulla sapeva della storia della sua terra e viveva da buon cristiano come accadeva a quelli che vivevano nel XVII secolo. Il problema piĂą grave consiste nel fatto che nessuno dei nativi, di Somma e del Casamale sa dirci perchĂ© quella meraviglia si chiami così. E’ inoltre piĂą facile individuare per soprannome, spesso dispregiativo, una discendenza: il cognome è segreto o poco noto come la toponomastica che pochi conoscono perchĂ© meno indaffarati e distratti. Alla saccente buonafede, è necessario ricordare che lo straniero è per la sua condizione chi porta il nuovo e con occhi altrettanto nuovi, forte di qualche conoscenza acquisita è capace di decifrare, di investigare l’anima dei secoli nelle pietre che sono paese e propongono grumi di sangue e pensiero ancora autentici. Lo straniero vive in sintonia con chi ama veramente la propria terra, interroga e s’interroga: cerca tra le mura e le parole qualcosa che abbia riscontro scientifico e non si bea delle espressioni travisate, delle accozzaglie di misture verbali che i piĂą vecchi di noi hanno colto sulle labbra delle nonne che martoriavano il latino delle preghiere, così insensato da non dire niente e intanto significare una sentita devozione. Dio ha perdonato quegli scontrufoli? Siamo certi di sì: Dubiteremmo della sua misericordia se perdonasse la propensione all’insipienza. Noi non abbiamo certezze, ma non accettiamo che pur avendo iniziato a cercare di capire la ricchezza della ritualitĂ  sommese facendola risalire ai giusti riti, da almeno quarant’anni, ancora ci troviamo di fronte a delle ostinazioni che non vogliamo giudicare. Sono di chi le propone ed è giusto che se le tenga. Trent’anni fa cercammo di dare un contributo notevole alla ricerca sulla Festa delle Lucerne e per i  sordi     e  i  ciechi,  sempre  comunque diversamente abili, aprimmo le porte dell’Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche. Noi ne abbiamo fatta di strada. Lavoriamo ai Paesaggi culturali con debita iscrizione all’ICOM, maison dell’Unesco, facciamo il nostro dovere. Non basta un falò di libri ad eliminare un processo culturale attivo in area vesuviana, a Somma, Casamale compreso, dove gli interessi locali stanno veramente a cuore a chi vi è nato e intende essere custode della Tradizione. La Casa Delle Lucerne è attualmente un Centro di Studi demo-etnoantropologici, dove si raccolgono tesi di laurea sul Casamale, si conservano lucerne datate, si custodiscono documenti e foto di notevole significazione. Tutto è finalizzato alla conoscenza e alla divulgazione dei Beni che l’Accademia custodisce nella sua imponente biblioteca e Museo. Altri progetti possono essere arbitrariamente strampalati e falsamente lungimiranti. Leggiamo che per una piĂą ampia visione di coinvolgimento civico si vogliono compresenti le lanterne cinesi e le lucerne del Casamale, le luci che un sindaco geniale a Salerno ha voluto come attrattore d’ampio respiro e i ritrovati della Finlandia. Ben Venga questo stravolgimento generale. Radiamo al suolo il Casamale; facciamo spazio agli extraterrestri, releghiamo dove si voglia la Madonna della neve; cambiamo nome al mese d’agosto. Facciamo che la cittĂ  delle luci sia celebrata nelle festivitĂ  natalizie: forse qualcuno vorrebbe abolire il Natale? Tutto può essere, tutto può degenerare. Ma intanto parlare a sproposito di Turismo, di Cultura, di enogastronomia, pensando all’uva catalanesca che non basta neppure al fabbisogno locale è impresa che non ci riguarda. La Festa delle Lucerne è una celebrazione rituale locale. FinchĂ© è tale, vive della sua unicitĂ  et de hoc satis. Per quanto concerne l’addobbo scultoreo del Casamale siamo d’accordo. Basta un bando ufficiale di concorso, aperto a scultori in pietra di chiara fama, con una Giuria nazionale e il beneplacito della Soprintendenza che sa come regolarsi in proposito. Abbiamo il merito, questo va riconosciuto, di aver espresso l’esigenza di restituire la giusta cadenza alla Festa delle Lucerne. Abbiamo meritato poche simpatie quando siamo entrati nel merito della inagibilitĂ  del Casamale, male in arnese da sempre, ma abbiamo difeso la Festa. Non c’erano altre Associazioni a darci man forte. Il Casamale ha problemi endemici: l’ignoranza, il fanatismo, la superstizione, l’omologazione, il sovraccarico arbitrario degli elementi del rito. Per l’etnostoria va tutto  bene: prendiamo quello che c’è, senza però rinunciare a capire. Di fronte ad una congerie di elementi arbitrari  potremo prendere atto che si è scelto di inneggiare all’ossimoro: peggio per quelli che salgono scendendo l’erta per la china. F.to Angelo Calabrese, Arcangelo Rianna, Biagio Esposito

Acerra, parco 900, ambientalisti denunciano: opere regalate dal comune ai costruttori

Alessandro Cannavacciuolo e Antonio Montesarchio si sono rivolti ai carabinieri e alla Corte dei Conti. Stamattina Alessandro Cannavacciuolo e Antonio Montesarchio, due ambientalisti di Acerra, si sono recati dai carabinieri della stazione cittadina. Obiettivo: denunciare un presunto abuso edilizio commesso dallo stesso comune. Nella denuncia i due scrivono di via Arafat, nel rione Spiniello, una strada che costeggia il parco 900,  insediamento residenziale con piscina, un complesso della grande speculazione edilizia che si è consumata in quella zona tra la fine degli anni Novanta e il 2005. Ebbene secondo Montesarchio e Cannavacciuolo i lavori di riqualificazione della strada, marciapiedi, fognature, impianti di pubblica illuminazione, che dovevano essere a carico della proprietĂ  del parco sono stati invece realizzati dalla municipalitĂ , vale a dire a carico di tutti i contribuenti acerrani. Sempre secondo quanto riferito ai militari i due ambientalisti sostengono di aver attinto una parte di queste informazioni dagli stessi tecnici comunali, che avrebbero confermato il fatto che la strada in questione sia privata e non pubblica. Cannavacciuolo e Montesarchio hanno anche spedito un esposto alla Corte dei Conti allo scopo di verificare l’eventuale danno erariale scaturito dalle opere non dovute. Ma nella denuncia depositata al comando locale dei carabinieri si formula anche una richiesta piĂą scottante. “Abbiamo chiesto alla magistratura – spiega Cannavacciuolo – di verificare se quei lavori di riqualificazione di via Arafat possano o meno far configurare il reato di voto di scambio visto che quelle opere sono state realizzate durante due fasi elettorali, le amministrative del 2012 e le regionali del 2015, e visto che quella zona è la roccaforte elettorale del sindaco Raffaele Lettieri”.

Ricordando Carmine Ciniglio, e le sue idee sul turismo a Ottaviano

  Ricordare degnamente l’amico Carmine significa, prima di tutto, capire perchĂ© l’ “apertura” della Montagna dal lato di Ottaviano rimane un miraggio, e scoprire chi ha deciso che la cittĂ  e la “sua” Montagna restino estranee l’una all’altra. Se volessi ricordare agli amici l’amico Carmine, che ci lasciò cinque anni fa, potrei pubblicare qualcuno dei magistrali articoli che egli scrisse per la “Ginestra”, di cui fu collaboratore e direttore, e sottolineare  la sua capacitĂ  di andare rapidamente all’essenza dei problemi, la sua superiore ironia, che si divertiva a smascherare, con una battuta, con uno sguardo, la cialtroneria dei parolai e delle mezze cartucce che aspirano a recitare da demagoghi. Carmine aveva anche la virtĂą, assai rara, di ammettere  serenamente i suoi errori e di ragionare sulle loro cause: in questo sereno  ragionare c’era la misura della sua statura intellettuale e del suo acume politico. Ma non amo le commemorazioni:  la morte impone all’amicizia vera i toni del pudore. Negli ultimi giorni della recente campagna elettorale per le regionali mi capitò di assistere, nel Palazzo Medici, a un convegno sul turismo. L’ assessore regionale al turismo, che era l’ospite, parlò brevemente di cose non memorabili e ricordò ai presenti la sua vocazione a “legiferare”. Il Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio esortò pubblico e politici – se non ricordo male, era presente anche il sindaco di Ottaviano – a immaginare per il territorio vesuviano un modello di turismo religioso che si ispirasse al sistema, chiamiamolo così, di Santiago di Compostela. Dissi – e ripeto – che la circostanza, il ruolo di presidente e la statura dell’uomo di studi mi costrinsero, e ancora mi costringono, a ritenere che il prof. Leone parlasse seriamente. E, mentre tentavo di capire come nasceva la seria proposta, mi sovvenne di Carmine, e delle sue idee sul turismo a Ottaviano, di cui egli parlò a lungo, proprio nel Palazzo Medici, commentando l’organizzazione di una delle edizioni di “Vesuvinum”, e poi all’ inaugurazione di una mostra dedicata a Totò, che egli aveva allestito. Carmine Ciniglio riteneva che il turismo ambientale fosse, per Ottaviano, l’unica risorsa: preziosa, e senza alternative. Immaginava una via delle Ginestre, e una rete di sentieri che “aprisse” la Montagna e svelasse i suoi incantesimi, e una capillare campagna di pubblicitĂ  e  di informazione costruita su video e su fotografie adatti a spiegare, con immediatezza, perchĂ© certi luoghi del Somma – Vesuvio diventano, fatalmente, “luoghi dell’anima”. Egli aveva l’intenzione di intitolare i sentieri montani alle viaggiatrici e ai viaggiatori del Grand Tour che nell’ascesa al Vesuvio, e nel confronto con l’infinito mistero della Natura vesuviana, cercarono la misura di sĂ©. Per ricordare degnamente l’amico Carmine è necessario capire perchĂ© questa “apertura” della Montagna dal lato di Ottaviano rimane un miraggio, e scoprire chi vuole che non siano rimosse le sbarre materiali, e quelle ideologiche, e quali sono la storia e le intenzioni di questo “demone” potente che ha deciso che la cittĂ  e la sua Montagna restino estranee l’una all’altra. Le carte degli anni ’80 dicono che Ottaviano, appena battezzata capitale della camorra, era giĂ  allora destinata a diventare, come certi luoghi siciliani, una specie di Eldorado per i professionisti dell’anticamorra: intellettuali, politici, enti pubblici. Ma sarei veramente deluso se mi capitasse di scoprire che questo gioco coinvolge in un modo o nell’altro anche il rapporto tra la cittĂ  e la sua – sottolineo il “sua”- Montagna. Il sindaco di Ottaviano, che cariche importanti copre negli organismi statutari dell’Ente Parco, sa che deve darci, su questo argomento,  anche su questo argomento , delle risposte chiare e precise. Intanto, dopo aver applaudito, ancora una volta, all’apertura al pubblico del giardino di Palazzo Medici, sono costretto a ricordare al sindaco che, per le ragioni dettate anche dalla storia, quel giardino in nessuna ora di nessun giorno merita di essere usato come parcheggio. Carmine Ciniglio riteneva che il turismo culturale avesse bisogno di un Evento che, ripetendosi ogni anno, annodasse in una sola trama il patrimonio artistico della cittĂ , il Palazzo e le memorie dei Medici, l’esperienza dell’Istituto Alberghiero e le eccellenze dell’enogastronomia. “Vesuvinum” era giĂ  una risposta: concreta, ma parziale. Bisognava integrarla con una manifestazione in costume, come il Palio organizzato dal Circolo Diaz tra il 1989 e il 1992, che coinvolgesse per molte settimane contrade e quartieri e conferisse una qualche dignitĂ  storica all’ indispensabile momento della “sagra”: un banchetto di signori nell’Ottocento, la mensa semplice dei contadini vesuviani, “i Giorni dell’ albicocca e della ciliegia”, la Festa di Montevergine e “’a rretenata”. Il Palazzo era al centro del progetto: Carmine ricevette in dono dai Lancellotti immagini suggestive di alcune sale ancora splendidamente arredate  e carte preziose, e fece sì che venisse pubblicato il primo catalogo delle opere d’arte conservate nelle chiese di Ottaviano. Ma il  suo sogno era il Festival del Teatro Napoletano, riservato alle compagnie dei giovani, e ospitato negli spazi esterni e interni del Palazzo, nei cortili interni delle case del centro storico, nelle piazze antiche di Ottaviano, che sono veri e propri teatri all’aperto. In un articolo del gennaio 1985 Carmine scrisse: “ Sono giovane, ma ho giĂ  dovuto mettere nel cassetto dei ricordi l’esperienza teatrale: niente di professionale, per caritĂ , ma lo sfizio di mettere in scena i capolavori di Eduardo e della sua stirpe parallela e ascendente era inebriante… fino a qualche anno fa la gente, quella semplice e genuina che non va nĂ© a cinema nĂ© a teatro, che non va ai concerti e alle mostre, era contenta di farsi due risate venendo a vedere questi giovani vogliosi di allietare i pomeriggi estivi di chi non aveva altri divertimenti. Ma Ottaviano non ha un cinema, non ha una sala, ed allora diventa difficile scocciare le suore e le scuole per le prove e le rappresentazioni: l’ospite è come il pesce. Con tutto quel che segue…”. Quel che segue è il rimpianto.          

Giuseppe Ammendola boss del clan Contini-Licciardi catturato sul litorale laziale

Era nell’elenco dei 100 latitanti piĂą pericolosi, arrestato dalla polizia sulla spiaggia di Torvajanica La Polizia ha arrestato Giuseppe Ammendola, considerato reggente del clan camorristico Contini-Licciardi, inserito nell’elenco dei 100 ricercati piĂą pericolosi. Ammendola- che era latitante dal 2012 – è stato arrestato dagli uomini dello Sco e dalle squadre mobili di Roma e Napoli sulla spiaggia di Torvajanica, sul litorale della Capitale. Gli agenti della Squadra Mobile di Napoli, diretti dal vicequestore Fausto Lamparelli, in collaborazione con gli uomini dello Sco e della Squadra Mobile di Roma lo hanno bloccato sulla spiaggia. Era in costume e disarmato e non ha opposto resistenza. Secondo gli investigatori della Squadra Mobile di Napoli dopo l’ arresto di Patrizio Bosti e di Paolo Di Mauro, Ammendola era di venuto di fatto il reggente del clan Contini, radicato nel rione Vasto ed in alcuni centrale  quartieri della cittĂ . Il clan Contini è alleato con i Licciardi ed i Mallardo nel cartello dell’ “Alleanza di Secondigliano”.  

Sant’Anastasia. Pd: la nuova giunta non risponde alle aspettative del paese

In un comunicato stampa i membri del PD esprimono perplessitĂ  e rimostranze nei confronti della neonata giunta Abete bis. Il 6 agosto scorso, il giorno dopo l’approvazione del Bilancio di Previsione da parte dell’Amministrazione comunale, il sindaco Abete ha azzerato la giunta dichiarando che si trattava di un  atto dovuto per il rilancio dell’azione amministrativa  e per dare al paese una squadra finalmente all’altezza del compito, visto che dopo un anno di governo nulla è stato prodotto per lo sviluppo economico, sociale e commerciale di Sant’Anastasia. Dopo le dichiarazioni del primo cittadino, ci saremmo aspettati una grande rivoluzione. Pensavamo, finalmente, che anche lui si fosse reso conto della scarsa produttivitĂ  del suo esecutivo e dell’incapacitĂ  politico-amministrativa di dare risposte serie ai tanti problemi che persistono nel nostro paese. Soprattutto, dopo l’approvazione del bilancio 2015, dal quale si evince l’assoluta mancanza di una volontĂ  politica di fare delle scelte per il rilancio e la crescita di Sant’Anastasia, speravamo in un cambio di rotta serio e concreto. L’assessore alle finanze, che continua a svolgere un ruolo “impiegatizio” e non di chi ha la responsabilitĂ  di amministrare economicamente il paese, dopo otto anni che ricopre tale ruolo, ha come unica preoccupazione quella di far quadrare i conti con artifici contabili che comprende solo lui e che hanno prodotto esclusivamente un aumento della pressione fiscale per i cittadini anastasiani. Nessuno slancio per una comunitĂ  allo sbando! Gli altri componenti dell’esecutivo sembrano “non pervenuti”, ma ieri giunge la notizia. Ecco pronta la giunta “Abete-bis”.  Quattro nomine da parte di Abete. Entra nella squadra di Governo l’avvocato Carmen Aprea, che dopo aver fatto parte della giunta di centrosinistra a guida Strazzullo nel comune di Ercolano, ora è vicesindaco di un’amministrazione di liste civiche notoriamente di centrodestra. Pare che la coerenza sia merce rara. Vedremo la new-entry cosa sarĂ  capace di fare. Il sindaco Abete ha riconfermato, invece, tre assessori su cinque: De Simone, Di Perna e Giliberti, dimostrando che il rimpasto sostanzialmente non c’e stato, dal momento che i tre assessori erano parte integrante della precedente  giunta e, se l’idea del sindaco era quella di cambiare gli uomini per rilanciare l’azione amministrativa, dalle riconferme è chiaro che il rimpasto ha altri motivi, che si fondano esclusivamente su equilibri politici precari e deleteri per il paese. Gli unici assessori ad essere defenestrati sono Lucia Barra e Giancarlo Graziani. PerchĂ© proprio loro? Forse per la troppa vicinanza politica all’ex sindaco Esposito, che spesso non risparmia le critiche all’operato di questa giunta? Ma Abete, nonostante ciò, sembra imitare il “modus operandi” del suo predecessore. Ha tenuto, infatti per sĂ©, le deleghe e ha nominato un assessore in meno, affermando che completerĂ  la giunta fra due settimane, dopo una attenta riflessione. Che cosa dovrĂ  riflettere? Forse dovrĂ  elergire qualche altro contentino per mantenere in piedi il precario equilibrio della sua amministrazione? La veritĂ  è che Sant’Anastasia ha perso per l’ennesima volta la possibilitĂ  di cambiare passo e di costruire un futuro diverso e migliore per la sua comunitĂ . Gli anastasiani meritano altro! Noi continueremo ad essere opposizione a quest’amministrazione che ha dimostrato incapacitĂ  e incoerenza e continueremo a lavorare affinchĂ© Sant’Anastasia possa avere un futuro migliore! (Fonte foto: rete internet)

Sindacalista licenziato dopo aver segnalato un guasto: la Cgil in piazza. Tavella: “Siamo nel Medioevo”.

Ma da Acerra la clinica diagnostica Medicina Futura ribadisce le ragioni del provvedimento.     “Il licenziamento voluto da Medicina Futura di un lavoratore colpevole di aver fatto solo il suo dovere ci fa tornare al Medioevo, quantomeno all’Ottocento. A questo punto chiederemo alla Regione Campania la verifica degli standard per l’accreditamento non solo di questo gruppo ma di tutto il sistema delle strutture private accreditate”. Lo annuncia Franco Tavella, segretario generale della Cgil della Campania, intervenuto sul caso di Carlo Del Vasto, il tecnico radiologo e delegato della Cgil del centro diagnostico di Acerra, licenziato dopo aver denunciato all’asl 2 e alla polizia il malfunzionamento di un rilevatore delle fughe di gas ozono nella sala “bunker” della radioterapia. Intanto ieri mattina la segretaria provinciale della Cgil FP, Ileana Remini, e la segretaria territoriale Lenina Castaldo, sono state protagoniste di un sit in di protesta davanti alla sede acerrana di Medicina Futura, in via De Gasperi. Con loro lavoratori del centro diagnostico e di altre cliniche convenzionate. “Il licenziamento di Carlo Del Vasto – afferma Remini – è il frutto di una politica sindacale iniziata con la revoca unilaterale da parte di Medicina Futura del contratto Aiop e con la successiva applicazione di un altro contratto, vessatorio per i lavoratori, sia sul fronte del salario, divenuto molto piĂą basso, che su quello dei diritti”. Gli attivisti della Cgil prevedono un rientro dalle ferie particolarmente duro sul fronte della lotta finalizzata al rientro di Del Vasto negli organici della clinica. “Non è escluso che andremo a uno sciopero regionale”, anticipa Remini. Nel frattempo sulla vicenda si sono espressi il consigliere regionale del Pd Gianluca Daniele e Gianni Barozzino, parlamentare di Sel. Entrambi hanno stigmatizzato il provvedimento di Medicina Futura. A ogni modo a proposito di questo caso l’azienda di diagnostica sostiene che “non è mai esistito nessun pericolo per la salute e la sicurezza di utenti e dipendenti”, che  “nessuna multa è stata comminata per il malfunzionamento del rilevatore di ozono” e che “la sostituzione del rilevatore – che si ricorda è facoltativo  – è stata gestita dall’azienda con professionalitĂ  e tempestivitĂ , sempre garantendo condizioni di piena sicurezza del “bunker” di radiodiagnostica”. Medicina Futura conclude affermando che Carlo Del Vasto “era giĂ  stato oggetto di altri provvedimenti disciplinari” e che “questo è stato solo l’ultimo degli episodi strumentali a cui ha fatto ricorso per discriminare l’azienda”.  

Ercolano: solita, vecchia politica

Gli ultimi eventi giudiziari dimostrano che la piazza ercolanese non riesce ancora a scrollarsi di dosso il suo passato ingombrante, quello che continua a segnarne la storia.

Si resta praticamente sconcertati davanti alla tranquillitĂ  e la faccia tosta dei nostri amministratori davanti alle loro commistioni col malaffare se non addirittura al cospetto di una loro complicitĂ  con quest’ultimo. Il supporto fazioso che li circonda e li coccola è notevole e gli stessi che facevano le analisi del sangue ai rispettivi rivali, ora sorvolano sui vizi non solo formali dei loro referenti politici e questo la dice lunga sullo stato legale e morale del nostro elettorato.

Che questo sia un popolo di tifosi e che questo scambi spesso il calcio con la politica è dimostrato; ma, nel nostro contesto, di ludico c’è ben poco e la cronaca purtroppo lo dimostra ampiamente. Il caso piĂą recente e a noi piĂą vicino è quello di Ercolano, una cittĂ  che solo per i suoi beni archeologici e naturali potrebbe campare di rendita ma spesso langue, volendoci trattenere nel giudizio, in uno stato di stagnazione economica e di mediterranea rassegnazione.

L’amministrazione uscente aveva universalmente dimostrato la sua incapacitĂ  nel gestire il patrimonio che la sorte e il voto le avevano offerto e tanto meno aveva dimostrato dimestichezza con le questioni di legalitĂ  chiudendo in bellezza una legislatura a suon di avvisi di garanzia e simili amenitĂ . Ma, nella cittĂ  degli Scavi, neanche il nuovo che avanza ha dimostrato originalitĂ  nel suo operato e, nonostante lo spiegamento di forze da Roma, con pezzi da novanta come Del Rio e la Boschi, intervenuti direttamente per supportare la campagna elettorale del neoeletto sindaco Buonajuto, non si è riusciti a fugare quei dubbi di trasparenza e distacco da un passato che oggi bussa prepotentemente alla porta della nuova amministrazione.

In effetti giĂ  alla presentazione della nuova giunta si rimaneva perplessi davanti al granitico incarico conferito a Luigi Fiengo, nel mezzo di una lista di nomi nuovi e provenienti da altri contesti sociali e geografici. Quel cognome spiccava e non solo per essere l’unico ercolanese ma anche per essere tra quegli assessori, forse, il meno presentabile; non per la sua storia personale, ma per quella della sua famiglia che negli ultimi anni aveva collezionato non poche esperienze problematiche in ambito giudiziario, non ultima quella relativa a Nicola Fiengo, fratello dell’attuale vice sindaco Luigi e relegato agli arresti domiciliari per un caso di estorsione ed usura nei confronti di un imprenditore locale.

Non ci soffermeremo al momento sull’estorsione, che pareva che ad Ercolano fosse stata definitivamente debellata a furor di popolo e mass media (ma con quale coraggio si può affermare una cosa del genere, in un contesto globale tanto inquinato?!) ma al fatto che il nome della famiglia in questione, dedita alla lavorazione della pietra lavica e ad altre attivitĂ  di tipo edilizio e imparentata con l’ex sindaco e deputato della Repubblica, Luisa Bossa, ritorni in piĂą occasioni nella cronaca giudiziaria degli ultimi anni. Infatti, giĂ  nel 2012 e nei primi mesi del 2014, lo stesso Nicola Fiengo e suo fratello Salvatore risultavano tra gli indagati nelle indagini relative alla compravendita fittizia di alcune cartiere da parte della famiglia Citarella, utili per la costituzione di fondi neri con i quali pagare tangenti per gli appalti in Provincia e il pagamento in nero dei calciatori della Nocerina Calcio. Nell’autunno del 2014, il nome di Antonio Fiengo compare poi nell’indagine “L’altra Guancia – giustizia senza censura” dove si prospettavano per gli indagati reati come il falso in atto pubblico, la turbativa d’asta e il peculato in relazione alla variante di Piazza LibertĂ  a Salerno e che vedeva tra gli indagati anche l’attuale presidente della Regione, Vincenzo De Luca, lo stesso che durante la sua prima campagna elettorale regionale, quella del 2010, si recava, assieme alla Bossa, presso la ditta Fiengo in via Castelluccio per denunciare la “mummificazione” del territorio a causa dei vincoli del Parco Nazionale, in un contesto dove si perorava la causa delle cave, anche se in area Parco leggi .

In qualsiasi altro contesto, forse anche tra quelli piĂą garantisti, tutto ciò sarebbe bastato per evitare che una persona, con un bagaglio tanto pesante, non si presentasse nell’agone politico, ma ad Ercolano no! Lo fanno addirittura vice sindaco, e non basta! Nell’ultimo caso, quello che vede implicato Nicola Fiengo, compare anche il nome dello studio legale Buonajuto a tutelare i Fiengo e proprio contro l’imprenditore vittima dell’estorsione.

Ora, sia ben chiaro, esistono i famigerati tre gradi di giudizio e Luigi Fiengo e Ciro Buonajuto non sono implicati direttamente nei guai giudiziari della famiglia di imprenditori ercolanese ma non sarebbe stato forse piĂą opportuno evitare tutto ciò? Non sarebbe stato meglio fugare ogni dubbio di parzialitĂ  in simili questioni? Se si fosse agito diversamente, magari facendo qualcun altro vice sindaco, l’opinione pubblica avrebbe probabilmente ricevuto un messaggio ben piĂą solido e coerente del consueto spot calato dall’alto o di quelli ad uso e consumo dei soliti e prezzolati ultras delle pagine di facebook.

Acerra, storia d’amore e di coltello: “o ti butti giĂą o ti pugnalo”. E lui si butta: piede fratturato.

La moglie nigeriana è ora nel carcere femminile di Pozzuoli con l’accusa di tentato omicidio.     “O ti butti giĂą dal balcone oppure ti pugnalo”. E’ stata di quelle dall’esito scontato la scelta imposta al marito da una gelosissima quanto delusa Edith Igbinosa, 30 anni. Il consorte infatti piuttosto che finire infilzato ha preferito lanciarsi nel vuoto, dal secondo piano del palazzo. Comunque alla fine si è procurato “solo” la frattura di un tallone. Ciò che però è parso molto meno scontato si è verificato subito dopo. GiĂ  perchĂ© dopo il lancio del marito sono arrivati i carabinieri e a quel punto Edith è come impazzita: ha preso in braccio il suo piccolo, di appena 8 mesi, ed ha minacciato di buttarlo giĂą. La donna nigeriana è stata persuasa a non mettere a segno il folle proposito grazie alle parole di un suo connazionale, prontamente accorso sul posto. Alcuni minuti dopo Edith è stata arrestata e trasferita al carcere femminile di Pozzuoli. Si riassume così l’ennesima storia di “ordinaria” pazzia quotidiana, una vicenda drammatica scaturita da condizioni di vita difficili ma evidentemente anche da questo caldo umido alternato a pioggia e venticello tiepido che contribuiscono a complicare i pensieri e a farti impazzire. Una storia che si è consumata nella tarda mattinata di ieri in una delle parti urbanisticamente piĂą degradate di Acerra, in via Solferino, lungo vicolo del centro storico deturpato, a pochi passi dal Duomo. Qui vivono, al secondo piano di un edificio, Edith Igbinosa, suo marito, coetaneo, anche lui nigeriano, di 31 anni, e il loro piccolo, di 8 mesi appunto. Secondo quanto trapelato, negli ultimi tempi le cose nella coppia non andavano bene a causa di una presunta infedeltĂ  di lui, che lavora come bracciante agricolo nell’infuocata campagna di Acerra. Pochi spiccioli per una fatica da schiavo. Ieri, infine, il culmine degli attriti: una parola di troppo ed Edith inizia ad urlare. La donna impugna un grosso coltello da cucina e si avventa sul marito. Ma non riesce a pugnalarlo, forse perchĂ© non ce la fa, non se la sente. A ogni modo Edith fa barricare l’uomo sul balcone. Il consorte è in bilico, quasi aggrappato alla ringhiera. La furia della donna aumenta. “O ti butti da qui o ti ammazzo subito”, il suo ultimatum. E il marito opta per il lancio nel vuoto. Sei metri di caduta: un attimo. L’impatto al suolo è ovviamente violento ma per fortuna il coniuge se la caverĂ  con una frattura al piede sinistro, al calcagno , diagnosticata dai medici di una clinica vicina. Intanto sul posto sono giĂ  arrivati i carabinieri del pronto intervento. Appena li vede Edith diventa peggio di una furia. E’ nel panico piĂą totale. Probabilmente pensa che la sua vita e quella del suo bambino siano ormai inutili. Allora prende il piccoletto, si affaccia al balcone e minaccia davanti a tutti di buttarlo giĂą. Sotto, sulla strada, ci sono decine di persone, la consueta folla morbosa di curiosi. Tra loro però c’è anche un amico di famiglia, un altro nigeriano che vive da quelle parti, anche lui piuttosto giovane. Le sue parole diventano una sorta di terapia immediata per la donna. Ed Edith si calma un po’. Quindi l’intervento dei militari, l’irruzione in casa, l’arresto di Edith, che ora si trova nel carcere femminile di Pozzuoli. L’accusa è pesante: tentato omicidio. La tensione intanto si stempera in via Solferino, dove decine di immigrati pagano affitti salati per case fatiscenti. Contesti difficili dominati da povertĂ  e disperazione.