Somma Vesuviana. Ripresi i lavori per il campetto di Rione Trieste: è la volta buona

Da qualche giorno è stato riaperto lo spazio in cui dovrebbe nascere un campetto sportivo. L’opera pubblica è ferma da circa due anni ed è stata ripetutamente vandalizzata. Il nuovo dirigente ai lavori pubblici: “Sarà completato entro  fine anno”.   Forse ci siamo. Forse è la volta buona che il campetto polivalente di Rione Trieste  sarà completato. Dopo circa due anni di stallo, da qualche giorno, la ditta Me.co srl  ha ricevuto l’oK dal Comune per riprendere il lavori.  La decisione è arrivata dopo un sopralluogo del sindaco, del dirigente ai LL PP e del comandante della polizia municipale.  Ovviamente considerato lo stato di abbandono del cantiere per così tanto tempo, la ditta sta innanzitutto ripulendo e ponendo rimedio ai numerosi atti di vandalismo a cui il campetto è stato sottoposto. È una storia lunghissima quella di questa opera pubblica tanto attesa dal popoloso quartiere di Rione Trieste, un progetto che risale all’amministrazione D’Avino e che fu tirato fuori dal cassetto dall’amministrazione Allocca. Fu l’allora dirigente ai lavori pubblici, Mena Iovine, a completare l’iter del progetto e a  fare i passi necessari affinché fosse accolto e finanziato dalla Provincia. Il finanziamento arrivò e i lavori iniziarono quasi subito e, mentre si  succedevano una serie di dirigenti e di assessori  nell’ultimo  periodo dell’amministrazione Allocca, conclusasi con l’inaspettata malattia e morte del sindaco, il campetto fu quasi completato. Poi lo stop per  altri due anni, durante i quali a più riprese il cantiere, benché recintato, è stato oggetto di  sversamenti selvaggi di rifiuti e di vandalismo. A rassicurare che il campetto sarà consegnato alla città al massimo entro dicembre,  è il nuovo dirigente ai lavori pubblici, l’ingegner Giuseppe Catauro, che spiega: “La ditta sta ripulendo e risistemando  gli spazi e le pareti danneggiate, poi provvederà a  realizzare e recintare  lo spazio  del campetto, a  mettere i  lampioni, le panchine e tutto quanto è previsto dal progetto”. Resta l’incognita della chiesa adiacente al campetto e alla scuola primaria che, sconsacrata e abbandonata da anni, diventa sempre più fatiscente e pericolosa e sempre più ricettacolo di rifiuti di ogni tipo.  “Stiamo cercando di capire la Curia, che ne è la legittima proprietaria,  come vuole muoversi. Abbiamo sollecitato più volte la Curia- spiega il sindaco-  affinché rinforzi almeno l’impalcatura e provveda  alla messa in sicurezza della struttura”. Sarebbe sfumata, infatti, l’idea del sindaco Piccolo di acquisire la struttura  la patrimonio comunale e di  abbatterla, lasciando solo l’altare come segno storico. La sovraintendenza ha dato, infatti,  parere sfavorevole all’abbattimento. Intanto, il tetto, a  causa anche dei violenti temporali di questi ultimi anni, è quasi del tutto scomparso e i calcinacci continuano a  cadere.

FCA Pomigliano: speranza Alfa appesa al filo del mercato

Sindacati e lavoratori insistono sulla necessità di aggiungere alle produzioni Panda una vettura col marchio del Biscione.       Ripresa in chiaroscuro per le produzioni automobilistiche campane nel segno della Panda. L’utilitaria rallenta un po’la sua marcia e scattano due giorni di cassa integrazione a Pomigliano, programmati per il 28 e il 29 settembre prossimi. La Panda rimane comunque la vettura regina del mercato Fca con 81300 vetture vendute nei primi otto mesi del 2015, cosa che la lascia saldamente sul punto più alto del podio nella classifica del suo segmento. Intanto il sogno proibito di sindacati e lavoratori napoletani è il ritorno del marchio Alfa Romeo, che ha abbandonato Pomigliano esattamente quattro anni fa, con le ultime produzioni 159. Una speranza vincolata però all’eventuale successo delle nuove missioni destinate per il momento all’impianto di Cassino. Qui il nuovo suv del Biscione e, soprattutto, la Giulia, il cui lancio è imminente, dovranno aggiungersi alla Giulietta. In cantiere però Fca ha anche altri nuovi modelli Alfa. E il sogno riguarda proprio l’eventuale dirottamento di uno di questi a Pomigliano. Ma solo il mercato riuscirà a fornire una prospettiva meglio prevedibile. Resta una realtà campana caratterizzata appunto da luci e ombre. Sono circa 3500 gli addetti di Pomigliano utilizzati in pianta stabile nelle produzioni Panda, nello stampaggio dedicato anche agli altri impianti italiani e nelle attività di collaudo dei veicoli provenienti dalle linee dell’utilitaria ma pure da altre fabbriche del comparto nazionale. Gli altri addetti, mille lavoratori circa, lavorano poco. Sono spesso in cassa integrazione. Un netto miglioramento occupazionale e produttivo sta invece caratterizzando il vicino reparto logistico di Nola, dove grazie all’accordo firmato dai sindacati a giugno è stato anche qui, come a Pomigliano, applicato il contratto di solidarietà. Un ammortizzatore sociale che ha consentito il rientro e il conseguente impiego per buona parte del mese di tutti i 280 operai. Prospettive buone inoltre per la Marelli di Poggioreale, i cui 600 dipendenti versano ancora in cassa integrazione. In questo caso, grazie a un altro accordo firmato, come per Nola, da tutti i sindacati, all’inizio di luglio, si prevede il trasferimento di 300 addetti in un nuovo impianto del Casertano a partire dal gennaio prossimo. Qui si lavorerà per la produzione di componenti destinati alle nuove Alfa di Cassino. L’altra metà dell’organico resterà a Poggioreale nell’ambito di un programma produttivo che prevede un investimento di 25 milioni.      

San Sebastiano, dopo di me, il diluvio!

Dopo le dimissioni del sindaco Pino Capasso e quelle dell’intera maggioranza che gli hanno permesso di partecipare alle Regionali, uno spettro oscuro aleggia per le strade ricolme di immondizia in una San Sebastiano ormai irriconoscibile.

Immagino l’espressione di Pino Capasso contemplare lo sfascio del suo paese. E lo immagino sardonico mentre dialoga con i suoi fedelissimi o con i suoi irriducibili sostenitori, quelli che lo acclamavano “onorevole” ancor prima di fare i conti con l’oste, e lo vedo fregarsi le mani al cospetto di tanto squallore, quello in cui è piombato il paese che per anni ha governato.

– Vi è piaciuta la bicicletta? E allora pedalate! Vi è piaciuto il commissario e ora tenetevelo! – Così immagina il suo pensiero la mia prolifica fantasia, e magari mi sbaglio, esagero perché il nostro ex sindaco sarà in tutt’altre materie affaccendato; forse starà ancora alla ricerca di un suo valido successore e di una comoda poltrona su cui sedere mentre questi amministrerà in sua vece il paese. Immagino ancora, tra poche settimane, la vulgata che diffonderanno i suoi seguaci per le vie del centro forse ancora ingombre di sacchetti – è questo il risultato del commissariamento voluto da Manzo e soci, questo non sarebbe mai accaduto se fossimo riusciti ad attuare il nostro piano, quello del salvare capre e cavoli con l’escamotage della multa. – Questo si dirà e s’insinuerà nelle le menti e forse anche nelle coscienze dei cittadini che annuiranno, e lo faranno perché altro non aspettano che un capo da seguire e questo pur di non vedere la monnezza fuori la porta di casa e di tirare a campare come sempre avevano fatto, vantandosi del proprio paesello.

Peccato che la realtà sia ben diversa, e non solo perché il paese è allo sbando per causa sua, perché ha scelto la carriera politica invece dell’impegno preso con i cittadini vedi, ma va comunque detto, con rispetto parlando al Commissario prefettizio che poco può e forse ancor meno vuol sapere, che parte del problema è imputabile anche alla gestione della SAGI srl, la società alla quale era stata affidata la raccolta della differenziata. Infatti, già all’atto dell’affidamento del servizio, assumeva più personale del dovuto e questo, come sembra, per poter gestire al meglio la nettezza urbana della bella San Sebastiano. Infatti, come siamo venuti a sapere, ai 17 addetti stabiliti nel capitolato col comune di San Sebastiano al Vesuvio, ne furono aggiunti altri 13 per un totale di 30 dipendenti per far fronte alle tante problematiche relative alla pulizia delle strade della cittadina e non previste negli accordi contrattuali tra le due parti ma senza arrecare aggravi al Comune. Sembra inoltre chiaro che le 13 unità aggiuntive non siano state assunte clientelarmente tra i sansebastianesi e neanche per volere della passata amministrazione e tanto meno per ordine del commissario prefettizio, come maliziosamente si vocifera fuori i bar dello sport, ma fu un’esplicita e poco lungimirante scelta dei dirigenti della SAGI srl minando sin da allora l’economia della società stessa.

Si prospetta quindi per la SAGI un fallimento e la scissione del contratto è ormai avvenuta in queste ultime ore in favore di una nuova ditta che temporaneamente raccoglierà la spazzatura accumulatasi per le strade. Un peccato, poiché la SAGI aveva pur lavorato bene nei circa 24 mesi di attività, portando la cittadina ai fasti di un tempo e ben interagendo con la popolazione; ma ora non è più capace di corrispondere gli stipendi ai suoi lavoratori. Inoltre, non potendo adempiere a tale essenziale funzione non ha potuto presentare il DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) presso le amministrazioni per cui lavorava e per questo non le sono stati versati i compensi contrattuali stabiliti. Per tale ragione i dipendenti sono ormai da settimane in agitazione e, la raccolta differenziata a singhiozzo, non è altro che la reazione degli operatori esasperati.

Esasperati, chi per il disagio e chi per avversione alla vecchia giunta, lo sono ovviamente anche i cittadini che vedono sfumare il loro salato contributo fiscale in uno squallore senza precedenti, con le strade invase dall’immondizia come forse neanche ai tempi dell’Emergenza si era visto.

Ovviamente i problemi non si fermano qui poiché i già fatiscenti marciapiedi ora sono anche il trionfo della vegetazione spontanea e le strade son quel che sono a causa di pini e incuria. Molte opere, come quelle di alcuni edifici scolastici, imbiancati ma mai messi in sicurezza, il sottopassaggio di piazza della Concordia in pieno centro, e tante altre criticità rimangono ferme nella speranza che rientrino a pieno titolo per lo meno nelle argomentazioni e nelle promesse dell’imminente campagna elettorale.

Foto dello scorso mese di luglio

Foto della situazione aggiornata all’8/9/15

Auchan, Ipercoop, Ikea: scatta l’autunno caldo della grande distribuzione

Consumi sempre col segno negativo in Campania e aziende che vogliono reagire tagliando personale e salari. Torna il modello market di vicinato.            I consumi al Sud non accennano a riprendere e la vertenza della grande distribuzione si riaffaccia prepotentemente alle porte di quest’autunno che si preannuncia “caldo”. Le catene della grande distribuzione stanno correndo ai ripari tagliando posti di lavoro, ridimensionando gli spazi ed eliminando i contratti integrativi aziendali. Soprattutto negli ipermercati. Impianti enormi assediati dalla crisi e dall’improvvisa rinascita dei molto più piccoli supermercati di vicinato, gestiti dai colossi Md e Gs oppure dalle piccole e medie aziende della concorrenza sleale. Auchan, Ikea e Ipercoop i marchi alle prese con le notevoli difficoltà di questa fase. Ed è ancora una volta la Campania il banco di prova di tutto questo fenomeno. Qui Auchan ha spedito in mobilità incentivata, rimpicciolito le strutture e infine  dato il via alla disdetta unilaterale dell’integrativo,  operativa dal primo luglio scorso in tutto il comparto italiano. Provvedimenti che però non sono bastati a parare del tutto i colpi di questa crisi flagellante. Proprio in questi giorni infatti l’azienda francese ha annunciato ai sindacati un esubero di altri 25 addetti nell’ipermercato di Nola, ubicato nel Vulcano Buono. Eccedenze che le parti contano di smaltire in modo non traumatico, attraverso il rinnovo dei contratti di solidarietà per altri sei mesi. C’è però un problema di fondo nel raggruppamento regionale della multinazionale d’Oltralpe e cioè che in Campania non è stata raggiunta la quota dei circa 230 addetti da inviare in mobilità  incentivata ( 30mila euro di incentivo lordo per i full time e 25mila euro lordi per i part time ). In Campania soltanto 135 dipendenti hanno accettato di andarsene con la buonuscita. Ne mancano dunque all’appello ancora un centinaio. E’ un gap che però non riguarda il centronord, dove invece i numeri sono stati più o meno raggiunti consentendo all’intero comparto nazionale di toccare quasi la quota dei 1426 esuberi annunciati in primavera. Ma il problema resta in provincia di Napoli. Ecco le cifre per ogni ipermercato. A Nola 45 esodi raggiunti a fronte dei 48  programmati, a via  Argine 40 esodi a fronte di 75 esuberi, 30 esodi a Giugliano, 10 a Mugnano contro i 57 da raggiungere e 10 a Pompei contro 45. Per la verifica dei risultati le parti hanno 100 giorni di tempo a partire dall’accordo del 6 luglio, che ha trasformato lo spettro dei licenziamenti in altrettanti esodi incentivati. Oggi intanto sindacati e azienda si vedono a Giugliano, dove i contratti di solidarietà scadranno a gennaio, e a via  Argine, dove la  solidarietà terminerà a ottobre. Intanto è “supermercato”  la parola d’ordine nel settore, in particolare nelle aree più critiche, dove il carrello della spesa si è fatto veloce e molto più piccolo. Negli ultimi due anni di nuovi supermercati ne sono sorti una cinquantina in provincia di Napoli. E sono stati due, sempre nel Napoletano, i ridimensionamenti di altrettanti ipermercati che sono andati in questa direzione: nell’ipermercato Auchan di Volla, passato a Conad e divenuto un superstore, e nell’Ipercoop di Afragola, anche in questo caso da ipermercato a superstore. Occupazione salva a Volla, dove Auchan è riuscita a trasferire personale con mobilità interaziendale. Molto critica invece la situazione all’Ipercoop di Afragola. In questo caso 120 persone stanno ruotando in cassa integrazione. La cig  scadrà l’anno prossimo. Tira aria di taglio ai salari, nel frattempo, anche nel comparto della grande distribuzione dell’arredamento, l’Ikea. Dopo gli scioperi e le manifestazioni di questa estate è stato ritrovato il filo del dialogo. La trattativa sulla disdetta unilaterale del contratto integrativo ( premi meno onerosi per l’azienda e più legati all’efficienza e alla flessibilità ) sarà riaperta lunedi 14 settembre, a Roma. Si tratterà a bocce ferme: la disdetta dell’integrativo è stata sospesa dal colosso scandinavo. Negli ultimi hanno scioperato molti degli oltre 6mila addetti del comparto italiano. Il negozio di Afragola, alle porte di Napoli, è stato l’unico ad essere costretto a chiudere per sciopero. Per due volte.  

Sant’Anastasia, sul sito web del Comune delibera porta la firma dell’assessore dimissionario

foto deliberaUn atto importante, il Peg (piano esecutivo di gestione), datato 1 settembre 2015 porta la firma di Armando Di Perna, assessore che ha rassegnato le dimissioni 4 giorni prima. Errore, distrazione? Il Piano esecutivo di gestione (per cui si usa solitamente l’acronimo  Peg) è un atto importante, probabilmente lo strumento di programmazione più importante per un’amministrazione comunale. Cos’è nei fatti? Semplice a dirsi: ogni anno la giunta, sulla base del bilancio, stabilisce gli obiettivi principali dell’Ente e fornisce ai vari responsabili dei settori le risorse per attuarli. Un documento che non ha dunque solo contenuti meramente finanziari, così come è il bilancio per esempio, ma che riporta anche gli obiettivi di gestione individuando gli strumenti. Il Peg autorizza e considera dunque, in maniera analitica e più vincolante rispetto al bilancio di previsione, gli obiettivi collegandoli ai responsabili. Per dirla in soldoni, si potrebbe definire uno strumento di «responsabilizzazione».delibera Ebbene, consultando le delibere con l’apposito link  disponibile nel sito web ufficiale del Comune di Sant’Anastasia salta subito agli occhi che l’ultima in ordine di tempo è proprio il Peg. La data è quella del 1 settembre 2015. La giunta è tutta presente, come si evince dalla stessa delibera: c’è il sindaco Lello Abete, il vicesindaco Carmen Aprea, gli assessori Cettina Giliberti e Fernando De Simone. Non c’è naturalmente chi quel Peg lo ha preparato o quanto meno abbozzato (presumibilmente, giacché rientrava nelle sue competenze), l’ex assessore Armando Di Perna il quale si era, alla data riportata sulla delibera di giunta, dimesso quattro giorni prima. Ma andiamo avanti nel leggere l’atto: si evince che il contenuto finanziario del Peg coincide esattamente con le previsioni finanziarie del bilancio e che gli obiettivi sono coerenti con i programmi illustrati nella relazione previsionale e programmatica 2015/2017. L’istruttore è naturalmente la dott.ssa Rossella Romano, la responsabile del settore risorse finanziarie. Ma la sorpresa arriva qualche rigo più tardi quando nella delibera si ritrova inaspettatamente il nome, dunque la firma – quantomeno nell’atto caricato sul web – dell’assessore. Cioè, chiariamo, non è che il sindaco abbia già completato la giunta e che la delibera sia stata firmata dal nuovo assessore con delega al bilancio. La firma è quella di Armando Di Perna che il 1 settembre 2015 in giunta non c’era già più, tant’è che nelle presenze non viene nemmeno citato. Poco dopo c’è la formula di rito: «letto, confermato e sottoscritto» da chi di dovere, vale a dire il sindaco Abete e il segretario generale dell’Ente. Ora, legittima curiosità per amor di cronaca: che ci fa in quell’atto la firma dell’assessore Di Perna? La risposta più semplice: distrazione di chi ha stilato il testo della delibera. Ma vien da chiedersi: tutti coloro per le cui mani è passato, ovvero coloro che hanno «letto, confermato e sottoscritto», non se ne sono resi conto? No, a quanto pare no. Oppure – e magari attendiamo risposte – è legittimo che un atto presumibilmente abbozzato da un ex assessore rechi comunque la sua firma riportando pari pari una qualifica (assessore alle finanze) che non gli appartiene più? A proposito – auspicando che sia così – ma Di Perna quell’atto lo avrà almeno firmato?    

Sepolti in casa

Riempiono la loro casa di cose inutili fino a renderla invivibile: sono le persone che soffrono di disturbo da accumulo compulsivo. Molti di voi conosceranno ciò di cui si sta parlando poiché i mass media hanno riservato grande attenzione a tale problema, quello dell’accumulo compulsivo. Tra le trasmissioni più seguite e che hanno riscosso maggior successo vi è l’americana “Sepolti in Casa”, trasmessa in Italia su Real Time. Chi soffre di tale condizione patologica è spinto ad accumulare e a raccogliere grandi quantità di oggetti, molto spesso inutili e inservibili e vive con estrema ansia all’idea di doversene disfare. Uno dei più famosi casi di accumulo compulsivo della storia fù quello dei fratelli Collyer di New York. Nati alla fine dell’ ‘800, fin da ragazzi i due fratelli dimostrano spiccate doti che lasciaano prospettare una vita di successo: dall’intelligenza acuta e vispa, si iscrivono entrambi alla Columbia University e guadagnano il diploma: Langley in ingegneria e Homer in diritto nautico. Homer è anche un eccellente pianista ma abbandona la carriera di musicista abbastanza presto, in seguito alle prime critiche negative. Langley sfrutta le sue conoscenze ingegneristiche per brevettare alcuni marchingegni che però non hanno successo. Dopo la morte dei genitori, i fratelli Collyer, rimasti orfani, reagiscono a questo cambiamento in maniera del tutto particolare: diventano sempre più solitari, e più eccentrici. Cominciano a collezionare oggetti trovati in giro per le strade che accatastano ovunque: giocattoli, carrozzine deformate, pezzi di violini, corde e cavi elettrici attorcigliati a pile di giornali vecchi di anni, cataste di scatoloni pieni di bicchieri rotti, cassepanche ricolme di lenzuola di ogni genere, fasci di decine di ombrelli, candelabri, pezzi di manichini, 14 pianoforti e un’infinità di altre cianfrusaglie senza alcun valore. Nel Marzo del 1947, mentre sta portando la cena a Homer, strisciando attraverso un tunnel scavato nella parete di pacchi di giornale, una parete di valigie e vecchie riviste gli crolla addosso, uccidendolo sul colpo. Qualche metro più in là sta seduto Homer, cieco e ormai paralizzato, impotente nell’aiutare il fratello. Morirà di fame e di arresto cardiaco qualche giorno più tardi. Dal racconto si evince chiaramente che il disturbo da accumulo compulsivo è a tutti gli effetti una seria problematica che non deve essere sottovalutata. Gli accumulatori compulsivi non sono semplici collezionisti. Infatti, le persone che si offrono di questo disturbo, differentemente dai collezionisti non amano mostrare agli altri i loro oggetti che sono tenuti in disordine e sparsi per la casa determinando serie compromissioni in ambito sociale, familiare e lavorativo. Considerando la gravità del disturbo è chiaro che per aiutare queste persone non occorrono ‘maniere forti’ (se non in casi estremi) come quelle di ripulire e di sgombrare con forza le loro abitazioni poichè azioni di questo tipo acuirebbero l’angoscia della persona e il suo attaccamento agli oggetti. In casi del genere occorre intervenire con efficaci programmi di recupero affidandosi a professionisti specializzati nel trattamento di questo tipo di psico-patologie. IN-FORMA MENTIS http://ilmediano.com/category/sociale/in-formamentis/

Omicidio Korol: individuati i complici. Domani si decide su arresto e carcere per i fratelli Ianuale.

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Proseguono indagini e perquisizioni. Intanto la famiglia di Anatoliy tornerà  a Castello di Cisterna la prossima settimana.   Domattina il gip del tribunale di Nola, Sebastiano Napolitano, terrà l’udienza di convalida del fermo a carico dei fratelli Gianluca Ianuale e Marco Di Lorenzo Ianuale, i due giovani, figli dello stesso papà ma di madre diversa, rispettivamente di 21 e di 32 anni, accusati di aver ucciso l’immigrato ucraino 38enne Anatoliy Korol mentre rapinavano il supermercato Piccolo di Castello di Cisterna, a pochi passi dalla casa in cui vivono. Nella stessa udienza di domattina il gip Napolitano deciderà anche sulla richiesta di custodia cautelare per i due giovani trasmessa oggi dal pubblico ministero. Nel frattempo la sensazione è che questa vicenda non si sia chiusa. Proseguono infatti a ritmo serrato le indagini finalizzate all’individuazione dei complici che avrebbero partecipato alla rapina fornendo informazioni, armi e supporto logistico. Secondo le prime indiscrezioni i carabinieri già avrebbero individuato alcuni soggetti coinvolti nella rapina di sabato 29 agosto. Abitano nella 219 di Castello di Cisterna, a circa trecento metri dall’abitazione dei fratelli Ianuale, ubicata nel centrale budello di via Selva, dove c’è pure il supermercato teatro della tragedia. Ieri sera nel rione della ricostruzione i militari hanno effettuato una serie di perquisizioni nelle scale e nelle trombe degli ascensori dei palazzi del blocco centrale, nel cui cortile da sempre c’è un’importante piazza di spaccio. A ogni modo nei giorni scorso gli investigatori avevano già individuato, interrogato e quindi posto sotto indagine due ragazze sospettate di aver fornito aiuto ai due fratelli Ianuale mentre si trovavano nascosti in un edificio nella campagna di Scalea, in Calabria. C’è una rete di complicità da smascherare quindi. I fratelli Ianuale del resto hanno moltissimi amici da queste parti. Basti pensare che il fratello gemello di Gianluca, Roberto, sta ricevendo attraverso i social network una serie ripetuta di attestati di solidarietà da parte di tanti giovani della zona. Una raffica di “mi piace” nella sua pagina facebook in particolare quando il ragazzo scrive parole di sostegno ai fratelli, frasi a volte farcite di stizza e di insulti ai giornalisti. Una violenza malcelata che è il sintomo di una situazione sociale terribile. Ormai il tessuto giovanile della zona è per lo più disastrato. Scarsa istruzione, assenza di prospettive, di lavoro e, in diversi casi, anche la poca voglia di lavorare per qualche spicciolo alla fine del mese. E spesso non si tratta di ragazzi già provenienti da contesti difficili, come nel caso degli Ianuale, che sono i figli del boss detenuto Vincenzo. Spesso si tratta invece di giovani i cui genitori sono operai, impiegati, lavoratori. Genitori che però ormai non riescono con i loro impieghi precari e malpagati a mandare avanti la famiglia. Il contesto, dunque, è di quelli da brivido. Lo stesso contesto in cui ha deciso di fare ritorno Nadia, la vedova di Anatoliy, che tornerà a vivere a Castello di Cisterna tra il 18 e il 19 settembre, dopo aver partecipato ieri, in Ucraina, al funerale di suo marito. Nadia tornerà insieme alle due  figlie, la primogenita di 15 anni e la piccoletta di un anno e mezzo, la bimba che in quella maledetta sera di agosto ha assistito all’assassinio di suo padre stando adagiata all’interno del carrello della spesa.       

Fiaccolata per Anatoliy, il vescovo: “Non era un temerario, era un vero uomo”

Ieri 3mila in piazza a Castello di Cisterna. Presente  la comunità ucraina. In chiesa Depalma ha chiesto perdono alla moglie dell’immigrato ucciso. Monito ai politici: il decalogo degli impegni. La sera di domenica, mezz’ora alle otto, ci sono tantissime persone dentro e fuori la chiesa di San Nicola, a Castello di Cisterna. Sulla strada, a pochi passi dal supermercato in cui Anatoliy Korol, 38 anni, è stato ucciso per mano di due rapinatori del posto,  una ventina di ucraini reggono la grande bandiera gialla e azzurra della loro nazione. Davanti a loro una giovane connazionale, Oxana Bramenko, lavoratrice e madre di due bambini, parla per tutti i suoi. “Anatoliy era un eroe ma non si può morire per una spesa: spero che gli italiani abbiano capito il suo gesto. E il fatto che tanti italiani sono qui credo che lo dimostri”. Dentro, nella chiesa stracolma, il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, proprio mentre in Ucraina si sta svolgendo il funerale di Korol,  strappa il lunghissimo applauso dei fedeli scagliandosi contro chi in questi giorni aveva fatto serpeggiare la voce secondo cui “in fondo in fondo” Anatoliy se l’era cercata nel tentativo di sventare la rapina ingaggiando quel tragico corpo a corpo con i due fratellastri delinquenti, i giovani Gianluca Ianuale e Marco Di Lorenzo Ianuale, figli del boss detenuto Vincenzo. “Non chiamiamolo ingenuo, temerario – la voce alta del prelato – Anatoly è stato un uomo doc. Lui ha capito il senso della vita perchè cristiano, lo scopo di donarsi agli altri. Lui ha avuto il coraggio di dire no alla paura, di dirci che non possiamo cedere. Qui c’è la malavita organizzata ma noi dobbiamo creare la bellavita organizzata”. Depalma è duro. Parla di una comunità nostrana ormai smarrita e chiede perdono alla moglie di Anatoliy: “Qui imperano disumanità e consumismo ma papa Francesco ce lo ha detto più volte ultimamente: non lasciamo svanire anche la speranza perché anche quando l’uomo ha raggiunto il fondo del degrado può cambiare, può riscattarsi. Vi cito le parole di Einstein: “ricordate la vostra umanità, dimenticate il resto”. Noi qui dalla storia non abbiamo imparato nulla. Se non vi smuovono le immagini dei rifugiati nomadi in Europa allora lasciatevi almeno commuovere da quel bimbo di appena tre anni, steso sulla riva del mare”.  La speranza che il sacrificio dell’immigrato ucraino non sia vano, che possa costituire l’occasione di un risveglio collettivo, spirituale, morale, sociale. “Basta all’illegalità qui, in tutte le sue forme – l’appello del vescovo – l’illegalità che tiene schiavi il nostro territorio, la nostra economia. Basta omertà: la nostra terra richiede occhi che vedono, bocche che parlano. Se c’è solo il bene privato e non il bene collettivo la società muore”. E’ un appello che si traduce in una sorta di decalogo degli impegni, redatto dallo stesso vescovo. Tra le prime file sindaci e politici ascoltano fissi, immobili. Ci sono i primi cittadini di tutto il territorio, Russo di Pomigliano, Lettieri di Acerra, Pelliccia di Casalnuovo, Biancardi di Nola, Tuccillo di Afragola, Romano di Brusciano. Ci sono il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, il parlamentare forzista di Mariglianella Paolo Russo, la vice sindaco dell’area metropolitana Elena Coccia, il consigliere regionale del Movimento Cinque Stelle Valeria Ciarambino,  la deputata Pd Anna Maria Carloni e il marito, l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino. Che scruta tutto da posizione distante, dal portone d’ingresso.  “Ai politici dico aprite gli occhi”, il monito di Depalma. Ma la strigliata è rivolta anche ai giornalisti. “Perché devono – spiega il prelato – aiutare la gente ad aprire gli occhi. Quindi che Anatoliy interceda per questa terra perché possa diventare terra di futuro e di speranza”. L’omelia finisce, la messa pure. Una folla di migliaia di persone, forse tremila, parte dalla strada antistante la chiesa. E’ un numero consistente, molto consistente. “Una bella risposta”, conferma il sindaco di Castello di Cisterna, Clemente Sorrentino. Una partecipazione che in qualche modo smentisce la brutta scena che si è presentata in mattinata, con il paese pieno di negozi aperti nonostante la proclamazione del lutto cittadino. Ma in serata la solidarietà prevale. Nel serpentone umano si possono distinguere due parroci di frontiera, della lotta per il sociale, don Aniello Tortora, presidente della pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Nola, e don Peppino Gambardella, parroco della chiesa madre di Pomigliano, la chiesa di San Felice. In testa al corteo i bambini portano uno striscione con la foto dell’immigrato ucciso: “No alla violenza: grazie Anatoliy”. Il sottosegretario Alfano cammina accanto al generale De Vita, comandante provinciale dei carabinieri. “Non dobbiamo indietreggiare di un millimetro di fronte a questa violenza – dice Alfano – i carabinieri intanto hanno dimostrato di essere pronti, di aver funzionato al meglio. Certo, la prevenzione è la risposta più importante. La videosorveglianza per esempio è un investimento fondamentale e lo ha dimostrato il fatto che i due assassini sono stati individuati anche grazie alle telecamere”. C’è però il problema di fondo dell’emergenza sociale. “Si però – rintuzza il sottosegretario – quello che è successo è ingiustificabile. Io ho fatto il sindaco e ho detto sempre che l’emergenza non giustifica l’organizzazione criminale. Certo, c’è terreno fertile. I boss assoldano i giovani che hanno situazioni sociali complicate. Ma questo non basta a giustificare certe scelte, certi gesti. A ogni modo cruciale è il ruolo della scuola, del volontariato, dell’associazionismo: la partecipazione può sicuramente prevenire gli errori di tanti giovani”.  Poco più avanti il vescovo cammina e pensa. E’ solo. Tignoso come sempre ribadisce tornando sul punto, tirando in ballo gli “esempi che mancano “: “Questo è il tempo in cui le parole devono finire, perché ne abbiamo dette tante e non siamo riusciti a convincere nessuno. Ci vogliono testimoni credibili, disposti a dare il massimo, donando la propria vita”. C’è chi ringrazia il vescovo per quella frase “i giornalisti devono far aprire gli occhi”. “Si perché – chiarisce Depalma – ognuno deve fare la sua parte: lottare contro il male significa lottare tutti insieme”. La fiaccolata si sposta verso i luoghi del disagio estremo, il rione della ricostruzione, le case popolari della “Cisternina”. Ma la folla non passerà davanti alla casa dove abitano Marco e Gianluca, ora in carcere, i fratelli assassini di Anatoliy. A un certo punto infatti il corteo viene deviato verso una traversa successiva, per poi confluire nell’ultima tappa, il supermercato in cui l’immigrato ucraino ha trovato la morte mentre  faceva la spesa con  la sua bambina di un anno e mezzo. E’ l’ultima stazione: la gente saluta l’immagine di Anatoliy impressa su un poster, accanto a un corona di fiori piazzata sotto la saracinesca del negozio. Poco dopo il corteo si scioglie e le fiaccole si spengono. E tornano le preoccupazioni. Una signora accenna una smorfia di disappunto: “Speriamo che ora non si spengano i riflettori, come succede sempre”.             

E la camorra inventò, con la “’mmasciata”, anche l’ “interposta persona” e il sindaco “dimezzato”

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  La  figura dell’ “interposta persona”. Onorevoli e sindaci “dimezzati”. La strepitosa abilità di un sindaco vesuviano nel “costruire la pax camorristica”. Ancora qualche nota sulla “ ‘mmasciata”. Nella trasmissione televisiva “C’è posta per te” Piero Chiambretti, vestito da postino, consegnava una lettera a noti personaggi e dalla lettera partiva l’intervista. Un giorno, all’ingresso del Tribunale di Napoli, il postino Chiambretti incrocia don Lorenzo Nuvoletta che su una sedia a rotelle viene condotto in aula, dove dovrà difendersi dalle accuse di associazione criminale e di voto di scambio. Il conduttore televisivo fa il “simpatico”, si avvicina a don Lorenzo e gli domanda: “E’ lei Lorenzo Nuvoletta?”. E Lorenzo Nuvoletta gli risponde con una domanda: “E lei vuole continuare ad essere Chiambretti?”. Bruno De Stefano e Roberto Saviano sono certi che don Lorenzo usò il “lei”, io ero e sono convinto di aver sentito un glaciale “tu”. E’ una delle più famose “ ‘mmasciate” dirette. Ma sull’argomento della “ ‘mmasciata” tornerò: ci sono storie di camorra in cui colui che riceve “ ‘a ‘mmsciata” si sente offeso non dalla “’mmasciata” in sé, ma dalla “statura” di chi la porta. Quando agli inizi degli anni ’80 la mafia siciliana decise di comunicare ai capi della “Nco” e della Nuova Famiglia che non gradiva, in quel momento, una guerra di camorra, a portare a Napoli “’a ‘mmasciata” fu, secondo i pentiti, Totò Riina in persona. Secondo gli studiosi, la camorra napoletana incominciò a interessarsi di politica nei giorni di Liborio Romano, di Garibaldi, di Silvio Spaventa, soprattutto per difendere gli spazi e i varchi del contrabbando, e per assicurarsi che mentre sembrava che tutto cambiasse, in realtà non cambiasse nulla, che il mondo continuasse ad andare come andava prima. Poi incominciò la stagione dei grandi appalti, strade, ferrovie, opere di risanamento urbano, e la camorra comprese che i camorristi più presentabili dovevano incominciare a frequentare i salotti, che bisognava “tenere in mano” gli amministratori: e gli amministratori “si tenevano in mano” solo con i voti. Partì il gioco del “voto di scambio”. Ma questo schema tiene conto solo della camorra napoletana. Nel Vesuviano e in  Terra di Lavoro già durante il regno di Ferdinando II  i clan famigliari che guidavano  l’amministrazione dei Comuni più importanti a  tutti i livelli, spesso anche nella scelta dei parroci e dei priori delle congreghe, condividevano la cultura della violenza e cercavano di conquistare con ogni mezzo il controllo dei grandi affari: i mercati ortofrutticoli, le aste dei cavalli dell’esercito, la produzione del vino, i “tagli” dei boschi e gli appalti comunali, che erano, anche allora, come la grotta di Alì Babà. Costretti dalle circostanze a procurare voti ai politici, la camorra inventò la figura dell’interposta persona”. A Napoli “le scale del Municipio, della Prefettura, le anticamere degli Istituti di credito e della Tesoreria, le sale della stazione ferroviaria e le calate del porto…” vennero invase da un esercito di intermediari e di faccendieri, che promettevano, garantivano, si impegnavano, in cambio di voti, e talvolta, di soldi. (F. Barbagallo, Storia della camorra, 2010, p.37). Dal 1948 fino agli anni ’90 ci fu la seconda fase: in alcuni Comuni la camorra pretese che proprio i sindaci facessero da “interposta persona”, che fossero sindaci “dimezzati” o senza testa, come le figure nel quadro di Grosz. Di un personaggio che fu sindaco di un importante Comune del Vesuviano tra il 1980 e il 1985 così scrive il Barbagallo: “(Egli) aveva teorizzato il principio della tranquillità del territorio, che si realizzava con uno stabile rapporto tra gli esponenti politici e imprenditoriali e la criminalità organizzata”. L’abilità di questo sindaco era tale che, “dopo aver favorito la pax camorristica”, riusciva a accontentare i “tre clan mafiosi” cittadini “sia quando erano uniti, sia quando si scontravano tra di loro. Gli elementi fondativi “di questo sodalizio” erano “i grossi appalti dei lavori pubblici…e il voto di scambio”. Nelle elezioni amministrative del 1990 il sindaco riuscì ad ottenere dai due clan “che erano in guerra tra di loro il sostegno elettorale a due diverse quartine di candidati, tutti scelti da lui”. ( F. Barbagallo, op.cit., p.144-145). Anche i tre personaggi che dopo di lui occuparono la sedia di Primo Cittadino, scrive Barbagallo (op. cit. pag. 145), erano “legati” ai clan, ognuno a un clan diverso: bisognava accontentare tutti. Dalla fine degli anni ’90 del sec. XX incomincia la terza fase. Alle amministrative si vota con una sola preferenza, e il voto di scambio diventa un’operazione assai difficile. La camorra,  pur continuando a controllare sindaci e onorevoli, e a pretendere che siano dimezzati e senza testa, cerca “l’interposta persona” soprattutto tra i funzionari dei livelli più alti della burocrazia: gli affari della ricostruzione dopo il terremoto dell’ ’80,  il piano nazionale delle infrastrutture e quella terra di Bengodi che sono, a tutti i livelli, da Roma all’ultimo dei Comuni, le “somme urgenze” hanno fatto capire alle organizzazioni criminali chi ha veramente e saldamente in mano le leve del potere. I comizi che i capi di Mafia Capitale tenevano per telefono, sicuri che nessuno avrebbe mai osato intercettarli, sono una nitida fotografia dello stato delle cose. Sostengono molti che, poiché sarebbe una vergogna nazionale sciogliere il consiglio comunale della Capitale per infiltrazioni mafiose, Marino resta sindaco, ma è un sindaco “dimezzato”. La sera in cui appresi dalla TV che Marino, sebbene tutti, dopo i funerali di Casamonica, lo sollecitassero a interrompere le vacanze, sarebbe rimasto nei Caraibi a scrivere un libro di “memorie”, mi dissi, istintivamente: “Dice che sta scrivendo un libro di memorie? Allora non scioglieranno il Comune di Roma”. Le categorie inquinate della mia mente mi avevano indotto a vedere in quella precisazione, “sto completando un libro di memorie”, un messaggio, “ ‘na mmasciata” politica:  io so cosa è successo in questi anni a Roma, io so tutto, io ho le carte, anche le vostre, di parecchi di voi che chiedete le mie dimissioni… Mi vergogno di questo volgare sospetto, e chiedo scusa al sindaco Marino. Per tentare di giustificarmi gli ricordo l’amara e cristiana riflessione di Giulio Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina la verità.                    

Somma Vesuviana, la denuncia di una lettrice: “Degrado in centro, movida molesta”

Una residente della centralissima via Aldo Moro scrive al nostro giornale per raccontare il disagio che vive ogni sera. “Sono figli di professionisti, ragazze graziose, eppure…” Caro Direttore, chiedo ospitalità sul suo giornale per una breve riflessione sull’inciviltà. Abito nella centralissima via Aldo Moro,  all’altezza della Banca di Credito Popolare, e tutti i santi giorni  dal mio balcone assisto alle stesse performance di maleducazione e di inciviltà. Di fronte alla banca c’è una pizzeria e molti ragazzi, giovani, comitive abbastanza numerose, preferiscono prendere pizze e panini  e andarseli a mangiare sui gradini della suddetta banca. E ogni volta lo spettacolo che si presenta ai miei e agli occhi di chi passa è davvero indecoroso. Su quei gradini si lascia di tutto: bottiglie di birra, bicchieri, mezzi panini, cartoni e tovaglioli unti, tranci di pizze, mozziconi di sigarette, residui di tutto ciò che si consuma. Nessuno, e sottolineo nessuno, dopo aver consumato ha mai pensato di raccogliere i rifiuti e di metterli in una busta o quantomeno nei bidoncini disposti proprio davanti alla pizzeria. Sono intervenuta più volte, ho invitato più volte le allegre compagnie a riporre i rifiuti nei cesti e più volte sono stata mandata a quel paese. Ieri sera, di fronte all’ennesimo scempio, ho chiesto un po’ di educazione  e, per tutta risposta, uno della compagnia ha versato la coca cola su tutto il pianerottolo e poi, sullo sfondo di risate sguaiate e dementi, ci è passato sopra  con i piedi più volte. Qualcuno ha fatto anche il gesto di voler urinare a terra.  Più avvilita che mai, non ho potuto fare altro che entrare in casa e pensare al nostro fallimento. Perché lo fanno? Cosa spinge questi ragazzi a comportarsi così? Dove abbiamo sbagliato e in che cosa continuiamo a sbagliare? Di queste comitive, fanno parte anche figli di noti professionisti locali, molte sono ragazze molto graziose e delicate che sicuramente appartengono a famiglie che hanno trasmesso loro i principi della buona educazione e del senso civico. Che dire? Che sperare? Anche gli operatori ecologici si sono abituati e ogni giorno spazzano via l’inciviltà prima che la Banca apra. Mah… Una lettrice indignata